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vuoto dell

Passeggio sola. Avvolta dal silenzio di campi che conosco dall’infanzia, osservo il paesaggio che mi circonda odoroso di erba e di fossi mentre in lontananza le campane scoccano l’una pomeridiana. I colori della Primavera appena arrivata accecano l’abitudine del grigiore che campeggia nel mio sguardo assonnato, mi accontento di camminare con il naso all’insù mentre  invano cerco di evitare che Neve mi trascini con se dentro fossi bassi, dove piccoli rigagnoli d’acqua limpida mi ricordano che poco distante c’è il fiume Serio, luogo delle mie fughe domenicali con amori passati e mai più ritrovati.
I pensieri ingolfati della pessima settimana appena trascorsa si sono ramificati fino ad impedirmi di vedere bene il percorso, la velatura agli occhi non mi concede di saltare il pantano, ed eccomi … completamente imbrattata di terra dalle scarpe fino a metà ginocchio. Lo stesso pelo candido di Neve pare uno spruzzo di cioccolato fondente su un monte bianco, tira troppo forte l’amico mio; mi sento un po’ gracile in questa Domenica delle Palme di solitudine e di riflessione.
Non un messaggio sul telefono che sento pesante nelle tasche dei pantaloni, nessuna voce umana che parli o canti. Solo il respiro affannato di Neve ed il mio sentirmi comunque sospesa in un luogo amato, in questo unico spazio  dove il silenzio ha il sapore dell’accoglienza, dove la natura mi ricongiunge con l’anima senza bisogno che sia vestita con l’abito della festa.
Mi siedo sull’erba umida e lascio che il vento mi scompigli un po’ i capelli; sono cresciuti molto, lunghi ed un po’ mossi mi incorniciano il volto morbidi. Ripenso con un senso di rimpianto alla testa rasata di pochi anni fa, a quel taglio provocatorio, alla sensazione unica di sentirmi senza protezione, senza schermo naturale. L’Io esposto che corre, vola incontro alle nuove e vecchie verità senza mantello di pelo a scaldare. E’ grande la voglia di andare a casa e togliermeli tutti dalla testa. Cadrebbero a terra lentamente ed altrettanto lentamente io ritornerei a vedermi la fronte libera, gli occhi grandi ancor più immensi, la bocca rossa centrata come un cratere che erutta parole di lava su un monte liscio e semplice. Senza fronzoli, fastidi, radici, convenienze.
Mi allungo completamente sul prato caldo di questo sole meraviglioso che mi bacia e mi bacia e mi bacia senza sosta, Neve mi si siede quasi sullo stomaco, lo scosto quel tanto che basta per  fargli capire che non vado in nessun luogo troppo lontano, voglio solo appoggiare la testa alla terra, vorrei che dalle orecchie fuoriuscisse tutto il fastidio che dentro mi prude, tutte le provocazioni che dentro graffiano, tutte le parole che ho sentito e che non riesco a dimenticare.  

Non riesco a dimenticare.

Non riesco a dimenticare.

Scorrono veloci come le immagini limpide di una pellicola a colori nuova di zecca, mi scombinano i riflessi mentali, mi offendono.

Non riesco a dimenticare.

Poi, ecco … nella palude della mia mente … scricchiolo

un guizzo e gira il vento.

Non riesco a non temere.

vedo … un lampo e sono in un altro tempo.

Non riesco ad aspettare.

muoversi, mi alzo, riprendo Neve e smetto di pensare.

 

Danzando un rito funebre rientro alla villa.

Cala il sipario su questa domenica delle Palme strana,  dove il silenzio troppo profondo è la premonizione di una ferita aperta che sanguina nel cuore dell’Aquila italiana e che rende il mutismo ovattato di questo pomeriggio l’inizio del viaggio senza ritorno fin dentro l’inferno.
Cala la nebbia che come polvere rosicchia la mia coscienza e mangia tutti coloro che nel sonno hanno trovato la fine, che nel buio della notte han sentito i sogni tremare, che nel risucchio di una crepa che ingloba hanno perso il presente, la luce, la mente.
A passi lenti e cadenzati ritorno mesta verso casa, guardo il cielo rannuvolato a causa di un vento che è girato, a causa di un demone che vive nel sottosuolo e che bussa per uscire senza chiedere perdono.

Neve mi zampetta sui piedi che pare voglia farmi cadere.
Mi fermo a guardare il cielo, da blu cobalto è ora striato di un verde nero.
Mi appresto a vivere una notte che non si potrà dimenticare, tutto il resto non vale più a nulla. Ci sarà altro tempo per raccontare, ci sarà un nuovo tempo dove nella resurrezione torneremo a vivere e ad amare.
Ora batte troppo lento questo cuore, le mani son libere e per nulla polverose, ma il cielo offeso già trema offuscato dal bacio irrispettoso del dolore.

Dimmi dove sta la colpa Signore, perché non vedo traccia della tua Misericordia nel destino irato!
Lo chiedo a te, lo chiedo a me.
Siamo stati creati a tua immagine e somiglianza o siamo solo un niente elaborato molto più fragili di un frammento di  polvere sparsonel creato?

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