Altalena..ndo

 

L’altalena che tanto mi ha divertita tutto ad un tratto si è fermata. Non è stato un attimo selezionato, un qualcosa di meditato. In verità non volevo scendere, da lassù i colori del cielo mi arrivavano meno intensi ed il lieve ondeggio cullava i miei sogni più arditi. Da mesi avevo scoperto che se tenevo le mani semi aperte sentivo il vento accarezzarmi l’interno delle dita. E tutto ciò era così bello,  mi dava un piacere indefinibile. Un piacere sottilmente denso e così pieno che, nonostante l’altalena sia oggi ferma, ancora adesso le mie dita sono rimaste aperte in attesa di tornare a sentire quella brezza che so essere in qualche luogo a me oggi apparentemente inaccessibile, lo stesso luogo dove ieri ho volato, ho sognato, ho perdutamente amato me e quindi ho saputo meravigliosamente amare te.
Il moto lento e leggero della mia amata altalena ha rallentato il suo viaggio fino a quando mi sono ritrovata in un campo di roccia friabile dove pensare di appoggiare la pianta dei piedi è pura schizofrenia, dove non ho la benché minima intenzione di mettermi a passeggiare, dove non scorgo orizzonti e tutto mi appare un eccesso, come un film osservato da dietro l’onda più malata del mare più dannato che io abbia mai navigato. Dove non odo musiche né ballate lontane, dove pare che il mondo bruci su un vecchio altopiano; negli arbusti anneriti, tra le rughe di una mano.
Sono seduta allarmata dentro ad un cerchio di roccia sbriciolata e attendo che dall’alto venga calata la mia altalena amata.
Il paesaggio che  posso osservare attorno a me è insulso, ferrigno e livido. Il cielo, che è solo le specchio delle brutture in cui si staglia nuvoloso e plumbeo, piange ogni suo dolore in ore ed ore di pioggia violenta ed incontrollata.
Ho aperto quindi un ombrello color del sole e da qualche minuto mi sono messa a cantare. I miei capelli lunghi e neri brillano sotto la luce riflessa dell’ombrello, mordicchio le labbra rosse come le fragole e osservo curiosa un po’ di qui, un po’ di là.  Prima o dopo passeranno le ore. Presto o tardi avrò di nuovo tutte le ore per fare l’amore. Accadrà che vorrò dormire, mangiare o darti anche solo un bacio per sentire nella mia bocca il tuo sapore.
Lo so bene che l’altalena è sempre al posto suo, ma che per un tocco sbagliato, uno sfioramento troppo ravvicinato, il mio corpo si è solo spostato.
Attendo le due corde salde nelle mie mani, la panca arancione a sostenere il mio corpo, il dolce oscillare e dall’alto il poter scorgere le onde del mare.
Ridendo sto pensando di trasformarmi in un primate evoluto; se fossi scimpanzé potrei imbastirne a vagonate di altalene per il mio sollazzo personale, basterebbero fili e liane. Per panca mi accontenterei di un mattone.
Attendo la mia altalena come se fosse un giaciglio, una culla, il mio passatempo, la mia ultima meraviglia. Il mistero dove, nell’oscillare del mio corpo durante la cerimonia del vivere, traccio costante e serena un arcobaleno che  rappresenta il sorgere e il tramontare della luna, il nascere ed il morire del sole, il mio saper fare e rifare l’amore.
Ah…. come non vedo l’ora.
I primi di Maggio risalgo sulla mia altalena perché non posso più farne a meno. Con una spinta sono lì, in una parte sconosciuta del mondo, poi torno indietro verso il mio territorio di partenza e un attimo dopo sono in un altro contesto, in un sogno, in un altro bellissimo angolo di cielo, sulla terra, nel centro del mare o tra le tue braccia se ci voglio restare.
Non posso avere ancora la mentalità chiusa del resto della gente, non voglio più fingere d’essere il tutto quando dentro sento che se voglio sono bellissima pur non essendo niente.
Non fermare l’altalena è il mio segreto in questo mondo; la mia pacifica convivenza tra gli umani non può più essere immersa nei segreti di ciò che da quadro mi vogliono far credere tondo; il segreto che mi permetterà di abbattere gli ostacoli e continuare a vivere è racchiuso nell’intimo compromettente di un’altalena: se vado in alto volo trattenendo il fiato, se scendo in basso è solo per prendere la rincorsa e tornare dove nulla è sottovuoto, dove se voglio mi sbuccio un ginocchio e mi consolo con un biscotto col buco.
Dove lo spettacolo della vita non si spegne solitario nel mondo sommerso dell’indifferente quotidianità, dove le mie parole da briciole nel vento si fanno piume ed accarezzano la poesia, quella che vive dentro me e quella che se vuoi mi puoi portare via.
Il giro di walzer sta per arrivare, chiudo l’ombrello. Son di nuovo pronta a salpare…

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