Ombre cerebrali

 

 

E’ un autunno soleggiato quello che mi ritrova pallida e magrissima a rigirare tra le mani una tazza di caffè d’orzo ormai freddo. Osservo fuori dalla portafinestra della cucina i colori del giardino e mi pento di essere così sensibile, così scontatamente fragile ed emotiva.

A tratti oserei dire: banale ed innaturale.

Le mie gambe sono lunghe e fasciano jeans sbiaditi dal tempo con la stessa naturalezza con cui le ferite mi fasciano il cuore; vago ansiosa senza sosta nel perimetro della stanza mentre dai piedi nudi sento risalire il freddo del marmoreo pavimento fino ai fianchi.

Mi pento per ogni volta che sono in ginocchio ed invece di rialzarmi continuo a camminare inclinata; per tutte le volte che sono stata muta e remissiva invece di avere il coraggio di latrare e mordere indignata.

Con le dita affusolate da pianista mancata ho questo vizio infantile di accarezzarmi il collo.

Me lo sento lungo come quello di un finto cigno senza piume; duro come quello di una giraffa imbalsamata.

Toccandomi mi pento delle volte che perdo per strada le mie intuizioni, mi pento di tutte le cose che so perché le sento prima e mi maledico da sola perché vorrei imparare l’arte della noncuranza e del qualunquismo.

Mi pento del vomito che mi prende quando ricordo tutto senza equivocare, quando la mia testa turbina e non riesco ad interrompere il crescendo di un tumore che mi uccide e mi porta stare male.

Da qualche mese indosso la medesima collana: è fredda sulla pelle.

Adesso che è autunno quasi mi da fastidio, ma mi fa sentire che sono viva.

L’Occhio di Tigre rotola sui miei seni e mi ricorda che ci sono. Sono in piedi.

Ogni tanto penso di levarla perché è una collana estiva, poi la trattengo ed il mio cervello vibra assieme ai pori infreddoliti.

Quanto vorrei fosse lunga almeno un chilometro! Avrei la possibilità di rivestirmene il corpo, compresa la cute e le unghie dei piedi.

Sentirei ogni lembo di pelle vibrare sotto al suo peso specifico, sentirei rafforzarmi di coraggio, convinzioni e fiducia.

Mentre sorseggio il caffè freddo mormoro frasi incazzate e la mia rigida voce  raggela ogni spazio reale, intervallando con me stessa impaccio e  costernazione, voglia di rissare ed il mio essere gomma da masticare.

Ormai può essere fulmineo e repentino  ogni mio fuoriprogramma… intanto dopo tanto mercanteggiare non rischio più nemmeno l’elettroencefalogramma.

Con talune persone il mazzo delle carte da gioco sin apre sin dal mattino: risveglio dorato dal sole o urlante “modello manicomio col vicino”.

Che bello il cielo oggi: ha il colore dell’estate! … mi annuso piano.

Ho conservato frammenti di baci dentro al bordo del maglione, li adagio sulla mia bocca, ma poi mi manca il fiato perché quest’anno l’inverno tarda ad arrivare ed io li sento troppo madidi sotto la loro condensa umida.

Mi succede che sto così: quando nella gola mi soffia il Maestrale.

Oggi ho mangiato baguette, brie e tutte le unghie della mano destra.

Sono inesorabilmente attratta  anche dalla mano sinistra, ma mi distraggo nell’osservare dal basso le foglie friabili librarsi nel vento e poi precipitare.

Quanto vorrei che le cose non debbano per forza avere un inizio ed un finale, quanto vorrei che le cose della vita si potessero solo sentire.

Oggi scrivo perché sto male, altre volte scrivo perché sto molto bene;  generalmente scrivo per sostituire le ombre cerebrali e lasciare spazio alle cose che ancora so di poter colorare.

Non necessariamente il monologo deve avere un senso figurato, immaginato o vissuto.

Da qualche settimana mi sto capacitando che la realtà è un punto di vista ed allora mi mangio anche le unghie della mano sinistra, le foglie volteggiano al contrario, non esistono le mezze verità ed io in realtà non sono solo qua.

Soffia forte nella gola il Maestrale; potrei devastare.

Nel calcolo delle probabilità non sono costretta a parlare, allora scrivo, stringo la mascella ed ingoio vento. Dalle dita fuoriesce un principio d’uragano. Logica consecuzione di un macinare che sposta i confini tra il dire ed il fare, tra l’essenza ed il suo vuoto naturale.

Sono in anticipo sui pensieri, mi piacerebbe tanto riavvolgere il nastro e continuare, ma non voglio vedere le strade che verranno, quindi spengo la mente e nelle mie nebbie torno a nascondermi cercando un degno finale.

E’ un autunno soleggiato quello che mi ritrova pallida e magrissima a rigirare tra le mani una tazza di caffè d’orzo ormai gelato.  Appoggio la tazza al tavolo ingombro della cucina e mi guardo le mani tremare; quando le ombre invadono la mente ormai l’ho capito che è inutile ogni ragionamento logico o sperare nel destino. Oggi io non sono qua e quando sarò grande, di lavoro, voglio fare il bambino.

11 thoughts on “Ombre cerebrali

  1. consigli:
    .. e infilarsi un paio di ciabattine per camminare sul pavimento marmoreo??
    .. e se invece che utilizzare l'occhio della tigre che rotola sui seni,infilare un paio di artigli della medesima sulle mani?? visto che tanto le unghie non le hai piu??

    adameve.

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  2. …. signora….

    tu fregartene ?  dovresti… ma non saresti credibile…

    e se ti mettessi le babbucce quelle con le facce di animale hai presente??
    ci sono a forma di cane, gatto , drego,   etc.  hi hi hi

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  3. Trasformare le emozioni, la rabbia, il dolore in parole è una cosa non da tutti, ma arrivabile..ma farlo con così tanta esattezza e lucidità, è un gran dono! Rarissimo!

    Ti voglio bene

    Francesca

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  4. Chi è che alla domanda “Perchè scrivi solo quando sei triste?” rispose “Perchè quando sono felice esco”?
    Non lo so, non me lo ricordo.
    Oggi, anzi, il 14/11 eri triste, ed io arrivo in ritardo su queste ombre, ma ti volevo lasciare questo pensiero comunque perchè la chiusa finale mi ha commossa.
    Davvero vorresti fare la bambina? Ricominciare tutto di nuovo? Te la senti davvero? è il mestiere più difficile del mondo.

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