ATTO DI DOLORE – Prima parte. Noi umani, non siamo niente.

 

Il mio dolore non ha viso, occhi, bocca e mani. Non possiede nulla di visibile dall’esterno. Forse solo un vago colore di malsano che ha trasformato le mie labbra in carta vetrata senza sangue ed il corpo, già smagrito di suo,  un po’ più ossuto del solito.

Se oggi fossi un oggetto sarei  un divano sgualcito e sfondato, con i cuscini bucati ed i braccioli consunti. Un divano da cambiare. Ieri ho pensato di rifarmi la tappezzeria, poi,  dopo aver immaginato le più svariate combinazioni di tessuto e colore, sono arrivata alla conclusione che forse faccio veramente prima a restare rotta.

Prima o dopo arriverà qualcuno che mi solleverà di peso per buttarmi via. Non ce la faccio nemmeno a ricucirmi. Ho perso le mani. Se mi specchio nemmeno loro stanno al posto conosciuto.

Se tutte le mie incapacità avessero un nome sarei un dizionario della Treccani, ma non di quelli belli, pesanti e colti; di cuoio rilegato d’oro. Un dizionario di quelli fatti con la carta da giornale che trovi al cesso del bar dell’angolo. Un dizionario colmo di incapacità color della cacca di pecora ed ancora non sono abbastanza severa, perché è constatabile che un colore più terrificante non c’è.  Il divano che sono diventata è disabitato,  dal di dentro ed anche dal di fuori. Le persone mi passano accanto e non mi vedono nemmeno. Non sfiorano questa stoffa ruvida, forse hanno paura ad appoggiarsi, forse emano un cattivo odore. Fanno bene. Oggi rischierebbero di cadere. Perdere solidità, perdere vitalità, perdere il senso. Perdere. Perdere.

Lui ieri mi ha detto che è normale specchiarsi e non riconoscere nulla, me lo dice con la calma di chi di divani rotti ne ha avuti a bizzeffe tra le mani. È tutto così … normale.

E mentre me lo dice piano io sento che non esiste al mondo un altra stoffa più bella di quella che sono stata. Più morbida e più preziosa.

Lui guarda un orizzonte che io non vedo, mi indica una strada che io non so seguire perché lui non è me ed io non sono lui, mi invita a riflessioni che io non so fare perché lui non è un divano sfondato.

Lo ascolto,  nei suoi pseudo ragionamenti logico razionali,  ed annuisco; mi cola il naso come segno di disagio.

Pago ed esco.

Oggi è estate. L’avevo attesa con trepidazione, oggi potrebbe anche nevicare e cambiare stagione per quanto mi sarebbe indifferente.

Questo tessuto sgualcito che mi ricopre da capo a piedi è incollato alla mia pelle perché sono arsa viva. Dovrei immergermi in una vasca da bagno con l’acqua a settanta gradi per togliermelo. Come fanno i contadini per spellare i maiali.

Mi sento in colpa con me stessa per le mie incapacità  e piango. Piango sempre ultimamente. Per ora so fare solo questo.

Le ipotesi non sempre vanno nella direzione più ottimistica. Quando si perde la testa si corre il rischio di ritrovarsi col culo per terra a mangiare distratti pane e cipolla. Il pane mi piace, la cipolla la preferisco al forno in agrodolce, ma in ogni caso mi lascia l’alito pesante. Pesante.

Le spalle a cui sento appeso il mio corpo trasportano pesi che non si possono spiegare e che è difficile da far capire.

Nel campo delle ipotesi non esistono i fiori che profumano con certezza, ma una cosa l’ho capita: i danni che subiamo sono quasi sempre causati da noi stessi, gli altri non c’entrano nulla. Che colpa hanno gli altri di ciò che siamo o non siamo noi?

Il cielo si è capovolto e non viaggio più appesa, sono rimasta schiacciata sotto la pressione dell’anidride carbonica e di base è come se fossi in parte morta. Non c’è nulla e nessuno che può scontare la pena al posto mio, allo stato attuale non c’è un alternativa. Stavolta ci vado dritta io verso la deriva.

Le lacrime non si possono contare sarebbe come pretendere di numerare le gocce di acqua del mare.

Le ferite non si possono ricucire e mentre sgorga il sangue, fugge da me anche il mio sapermi mantenere viva e forte e anima e vitale e gioia e suoni e cuore e polmoni e respirare.

Sono un urna vuota e scarnificata di pensieri, petali e parole.

Tutto nasce e tutto muore. Io sono nata una sola volta e sono già morta in troppe stagioni passate e presenti.  Mi stendo prona sotto al peso del cielo ed invoco gli avvoltoi. In fondo il corpo è un orpello, uno scafandro che non mi serve più. Quanto vorrei essere solo una ventata d’aria.

Perché  questo maledetto dolore non ha viso, occhi, bocca e mani.  Non possiede nulla di visibile dall’esterno, ma vicino al cuore proliferano le zecche energetiche ed io, risucchiata dall’interno, sono ripiombata nell’incubo dell’anno duemila e tre.  Mangio e perdo peso. Ansia. Paura. Vuoto. Mangio le unghie. Il mio dolore viene da lontano ed ogni volta che mi trova sa come mettermi in ginocchio.

Da questa posizione l’unica cosa che posso fare è aspettare e pregare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...