T’estimo@nianza

t'estimo

Il nuovo anno è già iniziato da mezzo mese ed io non me ne sono accorta. Non mi rendo conto di niente. Non ho nemmeno acquistato l’agenda per l’ufficio. Venerdì ho segnato gli impegni lavorativi della settimana in corso sull’ultima pagina del moleskine del 2012. Fa nulla se mi sono accorta solo a fine giornata che prendevo appunti sui fogli mobili della rubrica telefonica. Solo dieci mesi fa avrei sclerato per una disattenzione simile.

Ma oggi… che importa del tempo che scorre?

Non ha più valore, i giorni son tutti uguali ed io ho solo desiderio che arrivino le cose belle perché mi sono stancata di tutto, anche delle mie ferite. A costo di metterci il vinavil dovranno ben serrarsi per la primavera, che già sento in lontananza, che immagino dissolvere il gelo, che desidero calda sulla pelle, tra i capelli, sulle labbra rosso ciliegia.

Mare, vento, viaggi, serenità, finestre spalancate sul cielo. Respirare.

In queste ore di vita fondamentalmente mi interesso di cose minimaliste.

Tipo che il prossimo week end nevicherà un’altra volta. Meglio della pioggia, mi dico. La neve ha comunque il suo perché e rende tutto ovattato e lunare. Come me. Mi rasserena guardarla scendere fitta alla luce dei lampioni e pestarla con gli scarponcini, mentre il mio cane fa le piste e mia figlia sembra una ragazzina che non corre da una vita.

Mi interesso degli abbracci caldi delle amiche. Quelli ricevuti senza preavviso. Il calore non lo rifiuto mai, ma non mi sento dipendente. È un bisogno di cui non sono mai stata schiava. Preferisco respirare il gelo, ma sapermi libera ed ogni tanto tuffarmi quasi per caso nel “ti voglio bene” di chi me ne vuole proprio tanto perché sono come sono. Mi sorprende e mi rende felice.

Da qualche mese, se non sono impegnata tra lavoro, studio, creazione e attività moderne di madre lavorante, casalinga a tempo perso, vivo nel letto dove leggo, mangio, gioco con lei e guardo la tv. È uno strano piacere, il mio, mai goduto in precedenza, di tepore da piumino svedese, lampada soffusa e muri bianchi, carezze e cioccolata.

Cose così. Con lei che quasi adolescente compone musica e sogna di scrivere canzoni e saltella da una stanza all’altra. Mi sommergo di cuscini e la guardo crescere. E’ bellissima.

Che importa se fuori c’è il sole o il mondo chiama il mio nome, io ho scoperto il bene prezioso che è la solitudine e mi ci crogiolo, mi accoccolo in essa, la godo e mi fa stare bene.

Chi non mi riconosce dice che sembro un’orsa. Io mi piaccio così tanto che quasi mi amo. Sì, mi voglio bene. E da quando mi sono innamorata di me stessa, come per magia, ciò che mi creava ansia si è dissolto lasciando spazio a me ed al mio silenzio. Insinuarsi nella mia mente non è più così facile, come non è più così facile lasciare che io mi beva una bugia. Non sarà più scontato potermi dare soprannomi e  più nessuno cercherà di soddisfare i suoi bisogni personali servendosi di me, anche se questo non esclude un forte legame affettivo.

In passato ho avuto un sacco di nomignoli.

Sin dall’infanzia papà mi chiamava Ceti.
Non ho mai compreso se per un problema di fonetica o per affetto.

Alle scuole elementari mi chiamavano donna papera.
Non mi faceva piacere e devo aver versato qualche ettolitro di lacrime.

Alle medie mi chiamavano coscia lunga.
Posso anche evitare di spiegare il perché.

Alle superiori ero Ladiedolo.
Che significa tutto e nulla.

Fino all’anno 2000 la numero 9.
Con quella maglia sempre addosso, impressa come una seconda pelle per ore, settimane, mesi, anni infiniti di allenamenti estenuanti e dolorosi, quasi avevo scordato come mi chiamavo.

Poi non so come, ma è nata Alice nel paese delle meraviglie.
Credente fino alla morte, anche innanzi alle bugie più clamorose. Un po’ cogliona oserei affermare. Incantata e meravigliata dal mondo. Tonta quanto basta, mai fessa…
ed è ricomparso il Ceti di mio padre, modificato in Teti per altra bocca.
Coniato per amore e non per problemi di fonesi.

Ma oggi, che Alice è defunta, ciò che conta è che io sono sempre stata Stefania. Quella che si è dovuta prendere in braccio e salvare da sola.

Dopo lo scempio degli ultimi mesi… che importa se fuori il cielo è grigio e la terra lombarda non ha il mare; se da me c’è la nebbia e l’aria puzza di vacca perché essendo una terra contadina è pieno di animali di campagna ovunque.

Campagna. Vivo in mezzo al nulla. Cammino su selciati puliti e l’orizzonte è sempre piatto tranne se guardo verso nord dove i monti innevati mi ricordano che sono ai piedi dell’Europa.

Sono testimone di una vita che ha infinite strade e che non so mai quale sarà la mia.

Un giorno un amica scoperta per caso mi ha scritto di avere il cuore con mille stanze, come un casino. Le ho risposto che io invece ho un cuore enorme con una sola stanza. Forse la fortuna o la sfortuna della mia vita sta tutta lì. Nel cuore.

Si entra uno per volta ed uno per volta si esce. La porta è sempre la medesima e non è chiusa a chiave, ma quando mi chiamo solo Stefania,  in pochi restano.

E’ una testimonianza che sottoscrivo, la mia.

Ho sempre dovuto essere ciò che gli altri volevano che io fossi. Per renderli felici, ricevere plausi e consensi. Ora me ne frego se mi giudicano e mi dicono che non sono seria e perbene, paio strana e poco disponibile. Sono stanca di e s s e r e per forza di cose.

Per una come me è stata una grossa umiliazione scoprire di non essere soltanto buona, comprensiva, generosa, controllata e soprattutto priva di esigenze quando la mia autostima si basava esclusivamente su questo.

Da tempo ho abbandonato questo edificio di autoinganno: non sempre sono così colpevole come mi sento e non sempre sono così innocente come mi piacerebbe credere.

Avvolta nel piumino cerco tepore e speranza. Quest’anno è un anno da diecimila cose, bellissime e dolorose, di cui una importantissima che porterà il mio nome. Chissà se entro giugno potrò testimoniare di avercela fatta. Chissà se qualcuno si interesserà a me.

Chissà se papà sarà ancora tra noi e mi chiamerà Ceti col suo accento veneto.

In fondo io sono una benemerita nessuno, ma so già sin da ora che farò tutto ciò che mi sarà consentito fare per non lasciare nulla al caso.

Lo testimonio.

Comunque vada prometto che saprò come raccontarvelo.

2 thoughts on “T’estimo@nianza

  1. Gentile “orsa”, dopo tutto quello che ci hai raccontato sei diventata “qualcuno”, almeno per me. Ho letto le tue parole con tenera accoglienza e mi sono interessato a te. Ma non basta, vero?! La vita di ciascuno di noi attende il compimento nella gioia piena e se ciò non accade ci sentiamo un po’ fallire. Il dolore è uno dei primi “corteggiatori” che si interessano a noi e ci sembra una sconfitta, ma se lo accogliamo ci farà concepire felicità. A me pare che a te stia accadendo proprio questo. Auguri.

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