Penso ed attraverso queste mie dita mi svuoto…

 

suicidio

Vorrei non scrivere, ma è più forte di me e dei miei istinti.

Sarebbe uno sforzo titanico non farlo proprio ora che in modo così urgente il bisogno mi chiama, la testa mi chiama, il cuore mi chiama.

Negli ultimi mesi mi sono costretta a tante cose, soprattutto ad accondiscendere, mentre sentivo che per la tensione arrivava il reflusso gastrico accompagnato dal mal di testa.

Somatizzavo in ogni modo possibile ed immaginabile.

Ora basta. Non ce la faccio più. E’ finita l’epoca che devo dire di per forza, è finita. Quella parte di me è stata seppellita insieme a mio padre ed al mio amore per lui.

Ma nello stesso identico modo, sono anche stanca di dovermi mettere costantemente la pelle di un lupo  quando di base sono un essere che vive e lascia vivere. 

Il mio basta nasce da molto lontano ed è divenuto un urlo, un’urgenza lecita, il bisogno atavico di chi ha dovuto imparare a mettere paletti enormi tra sè stesso ed il mondo circostante; questo b a s t a è diventato un vomito pieno delle cose peggiori di me.

Sopporto una guerra che non desidero, mi sfinisce e mi fa morire dentro. Più mi sento obbligata alle armi e più mi armo, più mi si fanno pressioni e più reagisco colpendo, più mi si oppone resistenza e più tendo a distruggerla.

Che fatica immensa e quanto tempo perso. Esistono dei  limiti che, nelle relazioni umane,  non andrebbero mai valicati per tutta una questione legata al rispetto ed al concetto che la  libertà degli altri finisce quando inizia la propria. Perché essere liberi non  sta nello scegliere  tra il rosso od il nero, tra il vedersi o il non vedersi, tra l’andare o il restare, tra l’amare o il non amare, ma nel sottrarsi a queste scelte prescritte.

Ed io rifuggo, mi contorco, mi nego, mi massacro, mordo, mi difendo.

Basta.
Bastare a se stessi.

Basta.
Bastoni tra i denti.

Basta.
Bastardi dentro.

Necessito di un tempo immobile dove le cose che ho messo dentro mi facciano desiderare di vivere per lunghi anni a venire: serenamente. Tutto il resto che è rimasto fuori, è fuori.

C’è stata una stagione, non molto lontana, in cui nel mio tempo entrava di tutto: le paure degli altri, i dolori degli altri, i bisogni degli altri, i sentimenti degli altri, le pippe degli altri, le rotture degli altri, le urgenze degli altri, i piagnistei degli altri, i malcontenti degli altri, ma la serratura si è rotta ed io l’ho sostituita con un lucchetto d’acciaio del quale non posseggo più le chiavi.

Ho chiuso con i sensi di colpa, con il mio essere crocerossina tutto-fare, con il bisogno costante di dimostrare che sono buona, che sono proprio una bravissima persona, che sono una splendida figlia, moglie, madre, che sono, che sono, che sono, che sono, che sono. Che sono un b e l  n i e n t e.

Io non sono nessuno, nemmeno da giudicare. Punto.

Ed anche se sto imparando a dire di no e mi impegno a dirlo e ridirlo, resto io. E lo dirò urlandolo finchè gli altri non impareranno ad ascoltarmi.

Questo mio no è la negazione seria di una persona adulta che ha imparato a fare i conti col dolore vero. Quello che come un vento adirato sposta i confini delle responsabilità verso se stessi.

Ognuno si rammendi da solo le proprie cicatrici,  poi se ne riparla. Del cielo, del mare, dei viaggi, del sole, dei figli, della vita, degli aperitivi, dei sogni, canzoni, nuvole, gelati, strade vuote, piene, fiumi, sangue e sassi nella testa.

Il tempo va impiegato a guarire, non a distruggere. 

6 thoughts on “Penso ed attraverso queste mie dita mi svuoto…

  1. Dire “no”, scremare, negarsi quando questo significa snaturarsi, sono lussi che ci si deve concedere. Soprattutto in età adulta. Soprattutto quando perdiamo le nostre radici, la nostra pianta madre.

    Una carezza

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  2. Parole forti, si vede che ti sono uscite dall’anima! Ma poi una volta fuori anche se forgiate che nessuno può distruggerle, non sono che la leggerezza della vita in sé, anch’io ho maturato parecchi di questi pensieri ultimamente e spero di riuscire : )

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    • Non so da dove mi sono uscite, forse dall’esasperazione.
      Ma non importa oggi, ciò che conta, per me, è aver trovato
      la forza o il coraggio di dire b a s t a.
      Non è facile farmi scoppiare per aria. Non mi accadeva
      da secoli. Quando è successo mi sono improvvisamente ricordata che a farlo non ti succede nulla e che la paura
      dell’onda d’urto poi scema come un uragano dopo la sua
      folle corsa.
      Incredibile il silenzio che è rimasto. Un silenzio che pesa oro.
      Ciao Marco…. Grazie che vieni qui.

      Stefania

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  3. Mi chiedo se, in tutto il tempo trascorso da quanto hai scritto questo post, sei davvero riuscita a viverlo appieno quel “BASTA!”

    “Necessito di un tempo immobile dove le cose che ho messo dentro mi facciano desiderare di vivere per lunghi anni a venire: serenamente. Tutto il resto che è rimasto fuori, è fuori.” Splendido.

    Ho tanta voglia di finirla con il bisogno costante di dimostrare che sono…, che sono…, che sono…
    Anche io ho tanta voglia di urlare al cielo a squarciagola “BASTA! Io non sono nessuno.”
    Ma ho paura di scoprirmi così debole da non riuscire a viverlo. Quel “BASTA”.

    Non sto chiedendo rammendi alle mie cicatrici. Voglio guarire. E mi piacerebbe solo sentirmi dire: “Si, è possibile, io l’ho fatto.”

    Grazie.
    L.

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