Dal Diario di una Donna che non conoscevo. Me.

Atto primo (amputazione degli schemi)

Annegare

Non odo respiri.
Nessuna voce chiama il mio nome.
Il grande silenzio risuona.
Perplessa, ascolto piano il sibilo dell’anima.
Si è rialzata dopo il grande rimbombo.
Stupita vaga libera e leggera.
Finalmente non sono più io.
Finalmente ho rotto gli schemi.
Ora so districarmi anche nelle sabbie mobili.

Ieri notte ho nuotato in un mare denso di alghe
e sono giunta a riva.
Gli attori del mio sogno mi avrebbero voluta morta annegata.
Insulsi.
Non hanno fatto i conti con la mia forza di volontà.
Di schiena li ho salutati con la mano,
mentre saltavo sulla banchina del grigio porto.
Più nulla potrà di nuovo farmi così tanto male.
Sanguino ovunque, ma ci sono ancora.
Ho le orecchie chiuse e le dita serrate.
Non credo più a nessuno.
Scavalco i ghigni.
Scrollo le bestemmie.
Sgusciano via dalla mia mente
le maledizioni ricevute.
Immeritate.
Torneranno tutte 
da dove sono venute.

 Atto secondo (mancate esperienze giovanili)

Ginnasta

Credevo di aver vissuto di tutto nella vita.  Con rammarico devo ammettere che mi è mancata l’esperienza scout e almeno 5 anni di ginnastica artistica.  Già,  5 anni sarebbero bastati per riuscire nella spaccata. Se rinasco me lo devo ricordare. Oltre ad altri piccoli dettagli apparentemente insignificanti. Tipo ricordarmi di reagire agli insulti. Ricordarmi di imparare ad usare mani e piedi. Ricordarmi che incassare e basta nuoce gravemente alla salute. Ma la ginnastica artistica avrebbe fatto una sostanziale differenza… è un dato di fatto che 25 anni di volley non mi consentono, oggi, quello che vorrei.
Nemmeno 25 telefonate di fila da parte di uno sconosciuto mi consentono di esprimere un opinione seria a tal proposito.
Fossi una scout saprei come impalare un coniglio. Ma qui trattasi di altra specie rara di animale domestico. Ginnastica artistica e scout. Oggi sarebbe tutto diverso. Ho la bocca chiusa ed i piedi frementi. Vado via sparata.

Atto terzo (incontenibile desiderio di vita)

sola-solitudine

Cammino piano.
Ho paura di perderti per strada.
Mi accuccio tra le siepi al bordo di ville settecentesche e ti guardo vivere.
Passeggi su viali alberati  mai conosciuti, ti fermi e guardando il nulla ti accarezzi i capelli,  ed io, che vorrei esserti sul collo, sogno.
Mi faccio domande a cui non so cosa rispondere.
Eppure è tutto talmente chiaro.
Come lo sarebbe la mia bocca contro la tua bocca.
Come lo sarebbe la tua mano chiusa nella mia.

Ti vengo a cercare appena posso.
Ho paura che ti dimentichi di noi.
Ti guardo parlare mentre mi nascondo tra alberi centenari ed accarezzo le loro cortecce.
Tu mi guardi ogni volta mentre vado via e mi fai domande a cui so sempre come rispondere perché per te entrerei nel nulla, pur di portarti con me.

Cammino e ti osservo esistere.
Amo la tua essenza dolce, quelle mani nervose, il colore del tuo sguardo caldo.
Cammino e come una prospettiva splendi sempre sull’orizzonte.
Ti vedo anche nelle notti buie e lontane.
Ti sento anche se non odo parole.

Non ho fatto nulla per essere dove ora tu sei.
Ero sola in mezzo al mondo e tu hai colorato di bianco argenteo le mie strade di catrame.

Cammino piano, ho paura sai.
Questa nostra gioia non è raccontabile a chi ci allontana.
Ed io, che ho sempre timore di perderti,
ti aspetto accucciata al bordo della vita e ti seguo.
Qualunque luogo mi indicherai saprò vederlo.
Avrò gli occhi spalancati e le mani tese verso te. 

 Atto quarto (la cattiveria alimenta i cuori malvagi)

donna-seme

Non ci sono spiegazioni…

… quando il dolore che ti ha distrutto, lascia il posto alla voglia di vivere, non ti importa più di niente, né del tempo che va sempre troppo veloce, né di chi fa del vittimismo il proprio carceriere. Non vedi il cielo piovere, le lacrime sulle guance, il piatto di portata da sostituire.

Dici solo “io voglio vivere” e corri incontro alla vita come un bambino liberato da un cordone ombelicale marcio, ti arrampichi come un’edera sui muri colorati di nuove città e vuoi amare, farti bene e farti male, vuoi andare via.

Correre a piedi nudi su selciati verdi, passeggiare in riva al mare, guardare i ragazzini tuffarsi tra le onde, raccogliere conchiglie e volare anche dentro un monolocale senza luci col soffitto arancio e blu.

Tutto passa e tutto resta se non è troppo tardi o troppo presto per afferrarlo.

Quando l’ansia ti è stata compagna, amante puttana  per lunghe notti insonni, sembra una favola scoprire che è ancora possibile godere di lunghi sonni profondissimi. Senza sogni. Senza nulla in cambio. Senza rumori, voci, paure.

E non ti importa più di dover rendere conto, di dover spiegare, dare, assolvere o giudicare.

Non ci sono spiegazioni possibili innanzi ad una rinascita.

Guardo il mondo con gli occhi trasparenti ed il cuore di una bambina bruna.
Non so cosa significa la rabbia, la vendetta, il fastidio, il fango ed il nero seppia vuoto di emozioni.

Sono un’altra donna, ho conosciuto i labirinti scuri della mente, le paure che ti tolgono il sangue e sono sopravvissuta come un miracolo inspiegabile.

Nel varco bianco cangiante che la vita mi propone vago in pace con me stessa e con il mondo circostante.

Faccio l’amore con la natura e gioco con i cani.

Le uniche responsabilità che, in cambio di tanta fortuna, restituisco al cosmo, sono queste mie mani nuovamente libere di accarezzare… le nuvole, la frutta, le stelle marine cadute innanzi ai miei piedi.

Piango per la felicità.

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