L’ansia. Una compagna di vita.

ansiaLa fedeltà è un lusso per pochi, ma la costanza con cui l’ansia mi è stata devota compagna per anni, non ha rivali. Tutto ha avuto inizio agli albori della mia storia: come una spugna ho iniziato ad assorbire, quando invece avrei dovuto fuggire lontano e starmene fuori… dai cerchi chiusi degli umani.
Se vivi in terra lombarda durante i rigidi mesi invernali, puoi seriamente correre il rischio di mangiare nebbia a colazione, pranzo e cena. Negli anni ’70 mio padre svolgeva un lavoro che lo portava spesso lontano dalla famiglia, ma se le distanze lo permettevano la sera ritornava a casa. Ricordo un lungo periodo in cui lavorò a Livorno e, nonostante i chilometri, aveva l’abitudine di spezzare la settimana con un rientro il mercoledì nel tardo pomeriggio.
Avevo circa otto anni, era fine novembre e quel mercoledì mio padre non tornò. I cellulari ancora non esistevano, ma l’ansia già viveva tra le pieghe dei tessuti di casa. Dietro le tende immacolate del soggiorno. Nello sguardo impietrito di mia madre.
Quella sera la sua tensione correva da noi bambini all’orologio bianco appeso in cucina come mai avevo avvertito prima.<<Andiamo a letto che è tardi. Tra poco anche papà sarà a casa>>. L’ennesimo sguardo  fuggevole all’orologio e la cena frugale rimasta intera nel suo piatto, mi diedero la misura della sua preoccupazione. Mia madre credeva di saper fingere che tutto fosse normale, ma io iniziai a respirare la paura e mentre mi chiedevo perché sentivo quella morsa nello stomaco che mi serrava il respiro e mi costringeva a restare vigile, iniziai a pregare. Nonostante volessi addormentarmi non chiusi occhio per lunghe ore. Attendevo che mio padre varcasse la soglia di casa. Sudata ed in tensione emotiva, rimasi in allerta un tempo eccessivamente dilatato con la speranza di udire qualche movimento che potesse giungermi dal pian terreno. Fu mentre stavo promettendo a me stessa che avrei fatto qualsiasi sacrificio purché mio padre fosse vivo, che vidi distintamente la sagoma di mia madre camminare avanti ed indietro nel corridoio delle camere da letto. Col camice bianco e scalza, pareva un fantasma. Per fugare le sue preoccupazioni, che da troppe ore erano divenute anche le mie, mi alzai e la raggiunsi. Si era fermata e, affacciata alla finestra della cucina, guardava perplessa il muro di nebbia che ricopriva come un manto il giardino di casa:
<<Vai a dormire che domani ti devi alzare presto per la scuola>>.
<<Papà quando torna?>>.
<<A minuti arriva, vai con i tuoi fratelli>>.
Forse una carezza mi avrebbe rassicurata.
Era ormai calata la notte da molte ore e di mio padre non avevamo notizia.
Forse, se mamma mi avesse presa in braccio distraendomi con un bacio, non mi sarei cibata della sua ansia pur di avere qualcosa che le appartenesse.
Mio padre arrivò alle quattro di notte stravolto per il viaggio difficile. Lo sentii dire a mia madre che la nebbia gli aveva reso la guida impossibile. Cenò a quell’ora.
Io mi addormentai poco dopo. La mattina seguente non andai a scuola. Avevo la febbre a quaranta. Nessuno seppe mai nulla di me, della mia notte drammatica, del come un bambino possa amplificare a dismisura l’ansia di un adulto. Il tempo ha poi fatto il resto, marcando come il foro di un tarlo il danno che era stato seminato.
Quella notte fu il principio di un poi che fu inarrestabile: la spugna aveva preso vita ed iniziò a fare assorbenza senza discriminanti. Avrebbe potuto attivarsi come salvagente per il galleggiamento, oppure come cancellino per rimuovere gli errori, ma in me l’ingranaggio fu azionato in quel modo e mai più  nessuno riuscì a modificarne l’influsso.
Fino ad otto mesi fa.
Fino al giorno che mio padre realmente non ha più varcato la soglia di casa perché è morto.
Dalla scorsa primavera faccio le cose come so, vivo senza aspettative e non voglio più essere un punto di riferimento per gli altri. Ho smesso di combattere l’ansia, le ho ceduto. Non desidero più sottostare alla perfezione che in ogni giorno della mia vita passata ho costantemente cercato di raggiungere.
Quella sera di novembre di trentasette fa, avrei dovuto piangere tutte le mie lacrime per la paura che sentivo e dire a mia madre che ero preoccupata per papà al punto da non riuscire a prendere sonno. Avrei dovuto chiederle di prendermi in braccio e rassicurarmi. Avrei dovuto fare la bambina.
Da qualche mese mi sto sforzando di essere me stessa, con tutti i miei limiti e le mie imperfezioni. Non voglio più essere una “figlia modello”.  Dopo aver  imparato a soddisfare i bisogni degli altri, sto tentando con mediocri risultati di soddisfare  i miei. Mia figlia mi fa da specchio e paradossalmente sto imparando molto dal suo modo di porsi così dissimile dal mio. Ieri, dopo il mio ennesimo tentativo di costringerla a fare un dato lavoro, mi ha detto: <<Basta così, mamma… ti prego. Mi fai venire l’ansia!>>.
Ed io oggi mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita se l’ansia non avesse tentato per anni di arrugginirmi l’anima?
Temo non lo saprò mai.

60 thoughts on “L’ansia. Una compagna di vita.

  1. L’ansia non è una bella compagna, ti rode dentro e ti blocca la vita, la rende vera solo a metà. Se riesci a lasciarla alle spalle, se toglierai la ruggine dall’anima, potrai riuscire a vivere meglio, di sicuro… Hai tutti i diritti di pensare a te stessa, ai tuoi bisogni, prenditi spazio e tempo, quanto ne hai bisogno.

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    • L’ansia è proprio una compagna infima, ciò nonostante ho deciso che me la tengo. Se evito di ammazzarmi di fatica per abbatterla, forse è la volta buona che mi abbandona lei.
      In questi anni le ho dato troppa importanza al punto che è riuscita ad invadermi la vita, chissà se riuscirò mai a pensare di più a me?
      Grazie per l’incitamento:-)
      S

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  2. Anche io sono stata una bambina “spugna” e purtroppo lo sono anche adesso. Per qualche strana legge fisica applicata agli stati d’animo, spesso ho fagocitato ansie, paure, dolori. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui, a 6 anni, la cugina di mia madre mi disse “tu sei la mamma di tua mamma”; non era una frase ironica, non era un paradosso. Ero io che per quanto piccola, e per quel che potevo, mi lasciavo pervadere da sensazioni e compiti di sicuro non adatti ad una bambina.

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  3. Proviamo ansia per ciò che più amiamo. Diventa patologica solo quando la si prova anche per ciò che non si ama. Non credo possano esistere persone perfettamente controllate. Molti lo appaiono ma è solo in superficie. Credo che una giusta dose d’ansia faccia anche bene… l’importante è non eccedere. 🙂 buona giornata (tranquilla possibilmente)

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    • Devo aver amato talmente tanto che mi son nutrita di ansia per anni.
      Il patologico l’ho invece quasi sfiorato.
      Scrivo quasi, ma ho ancora dei dubbi che per un dato tempo non lo sia
      stato per davvero.
      Grazie per le tue parole Gatto, oggi la giornata sarà tranquilla…
      Ti abbraccio

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    • Hai colto il bersaglio in una riga.
      Mia madre certamente non lo fece apposta e, considerata l’età, non può nemmeno oggi comprendere il danno, ma io che lo so…devo stare attenta. Se potrò.

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  4. no, non lo saprai mai, nemmeno se la destrutturi, l’ansia è uno squilibrio interiore che stravolge la capacità di assorbimento/metabolizzazione degli eventi. Ha una valenza positiva quando è passiva e tremendamente negativa quando è attiva. C’è un collegamento con un tuo recente post, il fare tutto e di più per gli altri sacrificando i proprio bisogni, è frutto di ansie attive che ingigantiscono inconsci sensi di colpa. L’ansia attiva produce un altro effetto collaterale negativo, genera la paura, a volte il terrore, di raggiungere la felicità, questa è una chiave di lettura che spiega molte cose.
    Non voglio annoiare.

    TADS

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      • se traduci…
        la paura di avere paura è, di fatto, la negazione della voglia di essere felice.
        La paura di perdere mortifica la voglia di vincere.
        La vita è un confronto col mondo, sempre e comunque.

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      • Lo so benissimo, ma come ben sai la paura è un moto irrazionale. Una tremenda fregatura. Personalmente ne sono sgravata, ma in passato l’ho sperimentata con esiti veramente disruttivi per la propria serenità.

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  5. Purtroppo hai ragione, l’ansia è fedele come compagna di viaggio.
    I se, i forse, i chissà sono solo, a mio parere, esercizi incapaci di darti risposte certe.
    Di sicuro nel post hai saputo trasmettere delle emozioni forti.
    un abbraccio
    Syl

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    • Grazie gattosyl, ho cercato di ricordare quel frammento di vita e le sue conseguenze nefaste. Non ho un’ottima memoria temporale, ma questo accadimento deve avermi creato cicatrici invisibili visto che non l’ho mai rimosso.
      Contraccambio l’abbraccio
      S

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  6. “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l’infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.” (Fëdor Dostoevskij). Secondo me vale in egual misura anche per l’ansia. Si potrebbe scrivere: Quanto più siamo ansiosi, tanto più profondamente avvertiamo l’ansia degli altri. A me succede nel leggerti … non sempre, per fortuna.

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    • Luporenna… oggi mi hai fatto il più bel complimento che potevo ricevere e probabilmente nemmeno te ne sei accorto.
      Che ti trasmetto ansia (non sempre ovviamente) nella lettura dei miei brani.
      Sai cosa significa questo per uno scrittore?
      Significa che tu probabilmente sei già ansioso di tuo, ma io ho la capacità di tirarti fuori il problema.
      Idem vale per l’emotività legata all’amore, all’abbandono, alla gioia, alla disperazione, alla voglia di evasione. Chiunque legge può specchiarsi e “sentire” se stesso.
      Grazie caro amico blogger. Oggi hai reso la mia giornata una giornata “particolare”.
      Ti bacio
      Stefania

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  7. bellissimo Stefania. bellissimo. ho rivissuto l’apprensione di mia madre e, se eravamo più o meno simili, non chiedevamo rassicurazioni proprio perchè non volevamo preoccupare ulteriormente. dopo tanta fatica credo sia un buon punto quello che hai raggiunto e la consapevolezza che hai per tua figlia. un abbraccio

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  8. .. se.. se .. se..
    .. se non fosse successo..
    .. se avessero fatto…
    .. se avessi fatto…
    .. se non avessi fatto…

    .. se .. se .. se

    se ognuno di questi ” se ” non avesse motivo di essere pronunciato
    non saremmo noi stessi. bensì persone diverse da ciò che siamo diventati

    se mio nonno avesse avuto le ruote, sarebbe stato una bicicletta.

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    • A volte i “se” danno la misura di ciò che avremmo dovuto fare e sono un monito per evitare che talune situazioni si verifichino di nuovo in futuro.

      Se io fossi te mi chiamerei Adameve e sarei amica della Diedolo.

      Ieri non hai finito di mangiare la piadina….

      Ti abbraccio forte

      S

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  9. E’ una strada in salita quella che per imparare a soddisfare i propri bisogni, credo di sapere ;-)… ma la cosa più importante è averla imboccata!
    Grazie per questo racconto, molto bello, davvero. Ciao!

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  10. Lo ha detto qualcuno, prima. Se l’ansia non ti avesse tormentato per tutti questi anni, tentando di arrugginirti l’anima (che bella immagine) non saresti tu. Se non avessi questo tormento interiore, non riusciresti a scrivere come scrivi, e a emozionare come emozioni. E non saresti così inquieta. Ma la tua inquietudine è funzionale alla tua persona, al tuo scrivere, al tuo essere ed esistere. E non c’è molto che tu possa fare per questo. Sull’ansia e sull’essere mamma di tua mamma, oltre che cercare di evitare che lo stesso accada per tua figlia, credo che tu possa lavorare, per liberartene. Ma quando queste cose hanno radici così lontane, non si riesce mai a liberarsi completamente. Magari si trova una quadra per convivere con quella parte di noi che non ci piace. Ed è un bell’esercizio. Abbracci.

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    • La mia inquietudine è un dato di fatto.
      Ma non vorrei fosse un fondamentale del mio vivere.
      L’irrequietezza, se da un lato rende sensibili e vulnerabili,
      dall’altro lato mette a dura prova la gestione del quotidiano.
      Bentornato Max, mi sei mancato. Spero tu stia bene.
      S

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      • Bentrovata, sei mancata anche tu, ma se leggi il mio ultimo post capirai che è stata una settimana piuttosto impegnativa… e giovedì di nuovo nottata… sono ancora un po’ groggy.
        Allora, riguardo quel che ho detto vorrei distinguere ansia e inquietudine. Credo che sull’ansia, come dicevo, tu possa in qualche modo lavorare. L’inquietudine è altro. E’ il tormento interiore, quell’elemento che ti fa dire anche quando va tutto bene che manca qualcosa, che servirebbe qualcosa in più, un epsilon piccolissimo, ineffabile intangibile e soprattutto irragiungibile. Voglio scriverci un post su questo, perché per la serie “niente è per caso” sono giorni che parlo di questo con tante persone tra cui te. E’ questa l’inquietudine di cui parlavo, e con la quale è alla fine obbligatorio convivere.

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  11. quando leggo le tue cose non finisco mai all’ultima riga, ma continuo sempre ancora un po’… sarà che da padano sono abituato a cercare dentro la nebbia, e qui ci trovo sempre qualcosa che mi riguarda e su cui riflettere, grazie… ciao

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    • Grazie Massimo. Noi padani, a causa della nebbia, siamo abituati a vedere un po’ più avanti dello sguardo fine a se stesso. A giorni è un bene, altri giorni è estremamente faticoso. Mi auguro che questo tuo osservare introspettivo di stasera ti sia servito!
      Ti abbraccio
      Stefania

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  12. bellissimo post e mi rispecchio in ciò che hai scritto…l’ansia è per tutti una compagna di vita,ma penso sia anche un bene perchè almeno ci fa riflettere e ci frena su qualcosa che potrebbe andare peggio…….complimenti mia cara

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  13. Mia cara, mi sono vista come un copia incolla in questa Ansia. L’ho sempre vissuta e non mi molla. Diciamo che coabitiamo un corpo e un cervello. Ma lei di traslocare non ne ha proprio intenzione:
    Un abbraccio sei bravissima

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  14. Rispondo alla tua ultima domanda: se l’ansia non ti fosse stata compagna, indesiderata quanto vuoi, avresti una marcia in meno, Stefania. Perché quando si riesce ad incanalarla, a metabolizzarla e a conviverci regala uno sguardo profondo che sa sempre andare oltre, e tu sei così.

    Ho ordinato ieri “Bocca di Lupa”. Arriverà mercoledì prossimo. Mi mancherà una tua firma, ma so che è come ci fosse, Montisola è la tua firma e per me una carezza, nonostante tutto.

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  15. Come ti capisco cara Stefania. L’ansia a volte quando silenziosa entra in noi,difficilmente se ne va. Diventa pigra trovando un’alcova fin troppo comoda. Per combatterla bisognerebbe mettercela tutta ma non sempre siamo così forti. Io sono molto emotiva e ciò spesso mi procura ansia. Dovrei essere più coraggiosa, come mia madre, ma sono fatta così, difficilmente alla mia età si può cambiare. Un bacio Isabella

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