Passeggiando sotto un cielo di stelle

attesaPasseggiando sotto un cielo di stelle, non ho potuto non pensare a questa attesa che dilania e alimenta la mia vita.
Giuro, ho cercato d’ascoltare solo il vento tra i capelli e guardarmi le mani vive, ma è stato impossibile fermare le voci che abitano la mia testa e parlano anche quando non vorrei ascoltare.
Mi son detta che anche ora, mentre posseggo il vuoto… attendo solo il tuo arrivare.
Anni giovani se ne sono andati verso lidi e maree dove annaspando ho chiesto di te… senza poterti annusare mai.
Da sempre ti attendo nella solitudine, spesso perduta in vuoti dove l’anima ha vissuto a sprazzi la felicità di un sole invernale, perlopiù appesa a un filo che mai nessuno ha osato tagliare.
Silenziosa, attendo il tuo venire a me. Ti aspetto negli androni dei portoni, lungo i viali alberati, fuori dalle porte delle case, seduta nei giardini dei bambini.
Anche quanto tutto è sembrato fluire tra le pieghe di altri mani o nei sorrisi di altre labbra, anche quando i miei piedi hanno calpestato spiagge lontane e mangiato spezie nuove, ti ho sempre aspettato fiduciosa.
Quanti secondi, quanti giornate, quanti mesi dovranno ancora passare perché ti possa indossare come una seconda pelle e portarti ovunque sarò?
Quante maree e quante stagioni dovranno venire, perché io possa accoglierti come l’unico frutto che mi sfama e come l’unico colore baluginante che sa dare un volto nuovo alla primavera?
Non temo il cattivo tempo, le forze maligne della natura, gli eventi imprevisti, le decisioni infauste. Non temo nemmeno me stessa e tu sai quanto posso essere pericolosa a causa della razionalità.
Perdona questo mio osare in questa notte lontana dove nessun’altro si permette di dire il suo nome, dove c’è gente che fa l’amore con la persecuzione, dove la distrazione è pane quotidiano, dove c’è chi prega e chi taglia la mano.
Perdona la mia tristezza, la pena infinita che sa di attesa.
Perdonami.
Avevo promesso mai più… mai più alcun pensiero infelice raggomitolato dentro il cuore.
Ma l’odore dell’erba mi ricorda dove tu sei, i miei capelli come lacci di seta profumano di noi, le stelle nel cielo sussurrano il nome tuo e allora ti aspetto… raggiante, rapita, grondante d’amore come fossi sotto la pioggia, in attesa di un tuo… “raccontami una storia”.
Silenzio per pensare e poi sussurrarti le mie parole: “passeggiando sotto un cielo di stelle, non ho potuto non pensare a questa attesa che dilania e alimenta la mia vita”.
Mi chiedo: come potresti non sperare?
Io, è da prima dell’inizio che non ho più smesso di tremare.

#vacanze, buona la prima

stefy

I sogni non si possono rifare. Tutto ciò che è stato appartiene inesorabile alla realtà. Sento profumo di conchiglie e alghe, il mio cuore ha assunto la forma di un fiore. Tutta questa quiete avrà un senso quando tornerò dove appartengo? Vibra il sangue che scorre a fiotti, ossigenate le arterie, idratati di iodio gli occhi stanchi. I denti battono al ritmo delle onde, mi stringo in sciarpe colorate e chiudo il fiore in una scatola di velluto blu. Desiderare il mio bene significa non consumarmi in memoria di. Senza decidere mi riempio di tutto questo silenzio e godo seduta nel mio film muto.

Vi presento Rocher

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ROCHER 1

Si chiama Brooklyn Rocher, è un Cocker Spanish Inglese di due mesi e da sabato 19 marzo vive a casa con noi. In famiglia avevamo già Neve, stessa razza, dieci anni, ma dopo qualche mese di riflessione abbiamo aperto le porte ad un nuovo amico. L’idea di allargare la famiglia è stata di Sofia, mia figlia, ma son certa che dietro le sue ottime intenzioni si cela l’energia di mio padre. Lui amava i cani da caccia, ne aveva cinque e se tanti anni fa  Neve è entrato nella nostra vita è stato proprio grazie a papà, che con la scusa di  accompagnarmi in un allevamento a vedere dei cuccioli, mi convinse poi a tornare a casa con il primo cane della mia vita. In questo blog ho dedicato molto spazio alla morte di mio padre, la sua assenza è un dolore che non riesco a superare nonostante tutti i miei sforzi e il tempo che dovrebbe essere complice. Con onestà confesso pubblicamente che la sua dipartita mi ha completamente trasformata, sono diventata meno rigida, meno perfezionista, ho imparato a vivere alla giornata e mi commuovo innanzi a tutto ciò che arriva dalla natura. Ho imparato a distinguere le cose che hanno valore dalle cose superficiali, ho imparato a scegliere, a conservarmi, a difendermi. Avrei voluto vivere di più mio padre. Mi sento in colpa per le volte che la vita mi ha portata lontana da lui, ma in questi giorni sono certa che il suo spirito, ovunque sia, frema di felicità. Rocher è anche un po’ per te papà. Attraverso il ricordo del tuo amore per gli animali, ti cerco in loro e mi sento più serena.

Il verde, elisir di lunga speranza

verdeNon mi preoccupa il colore del cielo quanto l’influenza drammatica che ha sulla mia serenità psicologica.
Cammino guardandomi le punte delle scarpe evitando che lo sguardo possa inciampare nel grigio scuro dell’asfalto, mentre sulle spalle incombe una densità che stordisce. Lo sanno tutti che il mio colore preferito è il verde.
Verde come l’erba del più bel giardino. Verde come la malachite, il diopside russo e la giada. Verde come i peperoni, gli spinaci ed il tè. Le mele, i dollari, le olive. I cactus, i kiwi, i quadrifogli. I verdoni passeriformi, i sassi di fiume, il muschio del presepe.
Verde come il lago del mio cuore, come il colore dei miei occhi quando si specchiano nei tuoi e ti ricordano che in me vivono maree e arene ove puoi annegare.
Non posso riflettere il grigio cenere quando so che dentro nascondo uno smeraldo. Chi mi dona i colori dello spettro?
Per star bene devo scoprire come rifrangere attraverso la foschia un barlume d’arcobaleno.
#lungoinverno
#vogliadiverdeazzurro

Infinitamente tu

desiderio

Ho bisogno delle tue labbra. Un’urgenza imprevista e devastante, come fossimo amanti frementi nascosti tra i portoni dei palazzi e protetti dai muri scrostati della città.
Mi chiedo cosa ti sei messo in mente dopo aver appreso che far l’amore sarebbe stato un pò come carpirmi l’anima!
Non rimuginare sulle parole sussurrate in quel teatro di provincia, alle confidenze timide dei primi incontri.  Me ne faccio carico io che ne conservo il monopolio. Se desideri le impilo e le trasformo in coreografia per una commedia melodrammatica da lasciare ai posteri.
Ora pretendo solo di sapere chi sei e cosa mi hai fatto.
Non sono quieta se rievoco quel tuo sguardo penetrante sulle mie mani. Non sono obiettiva se come in un’istantanea ti rivedo mordere ripetutamente  il labbro inferiore.
Ti aspetto nuda di preconcetti appoggiata ad un marcapiano denso di respiri e peccati. Sogno un bacio denso. Mi basterebbero le tue labbra per capire quanto son dentro te. Il desiderio di noi, seducente e delicato, ha trasformato la trepidazione dell’aspettativa in un fremito di afflizione. Mi sussultano i pensieri, le sciarpe, le impunture giallo oro del cappotto, mentre m’incendio e mi spengo al ritmo delle luci dei balconi… di un Natale già consumato, che quasi non ho avvertito passare.
Sogno i tuoi capelli ondulati tra le mie dita magiche. Le tue mani lisce tra le mie cosce calde. Il tuo sospiro arrendevole adagiato sui miei piccoli seni. Desidero una notte senza autocontrollo, senso e nome.
Mentre sono in attesa tengo gli occhi socchiusi e bacio l’aria circostante cercando d’immaginare di quale sapore sarai. Gelsomino? Ginepro? Tamarindo e limone?
Quando mi toccherai fa che non ti debba chiedere mai niente, fa che nulla sia scontato, ch’io possa bastarti. Quando mi stringerai tra le braccia, fa che tutto scivoli come pioggia sugli specchi.
Non abbiamo tempo per costruire il senso, non abbiamo una logica tangibile che possa assicurarci l’eternità.
Quand’anche fosse  solo una parentesi d’azzurro, non compromettere con infiniti dubbi l’evidenza di questo mio sussurrare piano il tuo nome, mangiami e tremami addosso, così ch’io possa sentire lo scorrere del tuo sangue dal ventre fin sotto il collo della camicia.
In questo tempo sospeso, tra paradossi e rivendicazioni, ho saputo scorgere solo un sorriso felice danzare dentro i miei occhi: il tuo. I ricordi confusi me li ha spazzati via la tua delicata innocenza, le movenze candide del tuo camminare lieve sulle punte dei piedi.
Baciami senza rimandare a domani ciò che appartiene all’istante. E’ giunto il tempo di un amore nuovo, un amore diverso. Vuoi stare con me per sempre, giorno e notte e senza eccezione… all’estremità dell’universo?

…sei mezzo uomo e mezzo pirla… (Littizzetto docet)

adolescenza

Non ho mai avuto la presunzione di dover essere amata per forza, anzi… da piccola tendevo a nascondermi per timidezza tant’è che nel tempo ho acquisito sufficiente esperienza per sapermi bastare. Avevo dodici anni, lo specchio mi rimandava l’immagine di una preadolescente sgraziata, senza mammelle e con le gambe smisuratamente lunghe. Sproporzionate. Uno stambecco, sì… uno stambecco. Così mi chiamavano gli amici di scuola e per un lungo periodo ci ho pure creduto, sottomettendomi alla convinzione che erano ganze unicamente le compagne di classe formose, dagli occhi maliziosi e mini abiti attillati con gli scaldamuscoli rosa. Le ricordo chiuse in bagno a scambiarsi i lucidalabbra al lampone. Le osservavo sempre con ammirazione pensando avessero gambe incantevoli, glutei perfetti chiusi in jeans alla moda, labbra carnose e quel giusto quantitativo di pelo pubico che riempiva morbidamente il body di educazione fisica. I maschi non mi vedevano veramente, probabilmente per loro ero un eccesso. Troppo filiforme, troppo androgina, troppo alta, troppo piatta, troppo sportiva, troppo irraggiungibile. A quattordici anni, innanzi alla panchina dell’oratorio, Luca mi disse senza mezzi termini: <<Sei troppo bella, mi diresti di no>>. Ed io pensai due cose: o i maschi avevano paura di me oppure Luca era rimbambito. Certo che mi sarei lasciata baciare. Lui era più piccolo, ma aveva capelli neri ed occhi sempre un po’ umidi. Mi piacevano le sue maglie a rombi che indossava su Levi’s blu scuro con le Timberland cognac. La mia anima era troppo impegnativa già da allora, accidenti si vedeva così tanto? In questa visione illogica di una disarmonia fisica inesistente, vestivo maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni al ginocchio e portavo una massa di capelli lunghi e mossi sulla schiena, dentro i quali sapevo bene come dissimulare lo sguardo. Sembravo sempre in procinto d’inciampare perché camminavo protesa in avanti saltellando sulle punte dei piedi, in realtà non cadevo mai. Era difficile amarmi, si rischiava di rimanere travolti dalle mie inquietudini, ma se non sono rimasta ammaccata dagli eventi giovanili è stato grazie all’irrequietezza che, come una madre, mi ha salvata da un’identità monolitica. Ancora oggi è facile vedermi camminare discosta, con gli occhi bassi. Ho imparato a bastarmi e forse aveva ragione mio padre quando diceva a mamma:<<Tua figlia è nata già grande>>. Il primo ragazzo che tentò di dirmi che mi desiderava sembrava un guerriero, aveva indossato l’armatura ed era pronto a ricevere una sventola in pieno viso. Io sorrisi con gli occhi e gli diedi appuntamento alla “piramide”. Me lo ricordo avanzare piano, con le mani calate nei jeans ed un improbabile giubbino imbottito color amaranto. Pensai fosse trash e bello, così lo baciai. Ci baciammo tutto il pomeriggio, mentre l’umido del fiume iniziava a creare la condensa che in serata si sarebbe trasformata in nebbia. Quella che abitava nella mia testa, in quella dei miei famigliari e di tutti coloro che vivendo in pianura padana la mangiavano con regolarità a colazione, pranzo e cena. Ho avuto pochi amori nella mia vita perché non mi sono mai posta nella condizione d’esser amata per forza. Aspettavo chi avesse il coraggio di prendermi. Solo chi è inciampato con audacia nel mio cuore era un predestinato, non vedo altra plausibile giustificazione visto che i miei unici amori non riempiono le dita di una mano. A tredici anni ero una ragazzina apparentemente banale, ma ho sempre saputo che di comprensibile e ordinario non avevo nulla. Nemmeno la cartella. Peccato che ad averne cognizione fossi solo io ed il giovane della piramide. E’ solo uno “sgradevole contrattempo” il fatto che quel ragazzo non sia più di questo mondo, lui sì… che aveva l’anima simile alla mia. Irrequieta e fragile. Ancora oggi vado in giro in maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni alle ginocchia. I capelli sono molto corti ed ho imparato a capire la forza del mio sguardo. Ogni tanto qualcuno mi contempla, ma raramente mi vede. Meglio così. La densità che m’invade non possiede parole per esser spiegata. Al mio cospetto o si è audaci o è meglio lasciar perdere. Come Luca. A distanza di quarant’anni l’ho incontrato in città con il figlio, dopo i convenevoli ha detto a a bassa voce:<<Certo che sono stato un cretino>>. Io avrei voluto rispondergli:<<Cretino è poco. Meglio mezzo uomo e mezzo pirla>>, ma l’ho guardato come se fosse un’ameba spaziale e l’ho lasciato crogiolare nel rammarico. Ho invece preso in braccio quel topino di ragazzino e osservandolo con simpatia gli ho detto:<<Hai proprio gli occhi del tuo papà>>. Me ne sono andata serena perché chi non ha mai avuto la pretesa d’essere amata non conosce il rimpianto. I pochi che negli anni a venire hanno saputo amarmi profondamente avevano tutti lo stesso pregio: l’anima di un guerriero. Diversamente giuro, mi sarei fidanzata con un albero di Natale, lui sì che ha le palle.

Oh happy day, oh happy day
When Jesus washed, oh when He washed
When Jesus washed, He washed my sins away

Cuore attento

panchina

Stamane ti rivedo su quella panchina.
Sorridente avresti voluto di più,
ma gli sguardi della gente
ci hanno trattenuto le mani.
Languido il momento,
denso di umidità rurale.
Ti avrei  morso il cuore con le labbra,
succhiato il brillio di sudore
all’attaccatura del collo.
Che ho accarezzato segretamente,
sul crepuscolo della notte.
Laddove il mondo va al contrario
io sono dritta e calma innanzi a te.
Non tremare, non mi sposto.
Sei un campo di gravità inesauribile.
Trascorsa l’ora convenuta
siamo andati nella stessa direzione,
con quel nostro incedere lento.
La testa sempre più lieve.
Il cuore sempre più attento.

Dedicato

amore perso

Da pochi giorni mi sei apparso in sogno col tuo giaccone blu della Marina Militare e mi hai chiesto scusa. Eri giovane come allora e nella mano sinistra avevi il mio carillon.

Se l’innamoramento ha mille profumi, il tuo esser vissuto ha un unico odore. Quello che ho tatuato sulle palpebre degli occhi… sin dal primo pomeriggio che abbiam parlato d’amore.

La mia bocca, che vagamente ricorda quel tuo intenso sapore di mandarino, non ha fame di cose da dire. Muta… respiro l’aria e provo a scriverti una risposta, ma è presto per farti riaffiorare. Brucia ancora la gola.

Quattro anni fa, con quel violento gesto inaspettato, mi hai inesorabilmente graffiato il fiato.

Anche se le stagioni migliori mi son costate care, ti ricordo sempre con i bagliori dell’anima e il coraggio che la vita mi ha regalato. Amavo quel tuo sapermi sfiorare piano, quel non lasciarmi far niente. Quello sguardo innocente che cercava pace nella mia innocua, irrequieta vita.  E se sorridevo, era perché ti rivedevo bambino a casa di tua nonna a stringer mani rugose… per la paura di scorgere i topi attraversare la cucina.

Non temevi le sfortune perché sapevi d’esser celato tra lacrime scrostate e tutte quelle cose che mai avresti cercato. Per te il “nonsense” non aveva né forma né ragione. Sapendo che i rami perdono le foglie ad ogni cambio di stagione, non avrei dovuto lasciarti sfiorire in nessun altro luogo che non fossero le mie braccia. Ma avevo smesso d’amarti, contagiata dal tuo deserto razionale.

L’amore della gioventù porta con sé vaghi ricordi, eppure il calco del tuo volto mi è rimasto impresso nel sangue. Quel profilo mediterraneo, molto intimo e poco mondano. Saprei disegnarlo a mani nude, sulla sabbia fine e calda del mare che amavi guardare dal basso delle tue già evidenti fragilità.

Il giorno che hai scelto di non esser più di questo mondo sono stata povera del nostro passato, nonostante il tuo incanto già vivesse tra i ricordi amari della fine. Degli anni che mi hai lasciata andar via sperando invano di vedermi ritornare.

La giovinezza dell’amore non aveva mai avuto bisogno di parole. Tu mi cercavi con gli occhi e nel tuo sguardo greve mi sconvolgevo. Se le farfalle, i fiori ed i motori sono stati i prolungamenti dei tuoi sogni, baciare le tue labbra è stato il mio primo vero, immenso e desiderato urlo di libertà.

Sono sempre stata terribilmente emotiva e ritardataria con te. Anche oggi non mi smentisco, ma sarebbe un riscatto se stanotte fosse l’ultimo Capodanno, quello datato 1985. Oggi saprei spiegarti perché non potevo più essere il tuo rifugio, invece di negarmi con un secco “no” che a distanza di un secolo risuona ancora come vuoto a perdere.

A te che mi hai insegnato a lottare per le cose che amo, auguro il giusto riposo del guerriero. Ovunque tu abbia scelto d’andare, stasera so che finalmente ti posso perdonare.

Amica

<<Da quando ti ho incontrata, non ho più timore di essere costantemente sbagliata. Mi è concesso ammettere d’esser fragile, senza per questo perdere la tua amorevole devozione. Se mi giro e ti guardo, so che sei semplice come un raggio di sole. Non avrai mai bisogno di vivere di luce riflessa per splendere in ogni cosa che farai>>.

Bocca di lupa ad Orzinuovi

invito presentazione letteraria Orzinuovi (BS)Per chi vivesse ad Orzinuovi, in provincia di Brescia e zone limitrofe, comunico che il giorno 7 novembre alle ore 20.45 presenterò “Bocca di Lupa” presso la Biblioteca Civica del Comune. L’evento, inserito nella rassegna “E adesso sfogliami”, verrà realizzato grazie alla collaborazione del Comune di Orzinuovi e dell’Assessore alla Cultura dott. Michele Scalvenzi, che ringrazio per la gentile collaborazione.

Per tutti coloro che in questi lunghi mesi mi hanno seguita qui sul blog o live, anticipo che con questa serata intendo dire stop all’attività nella mia Regione, salvo inviti particolari o situazioni in cui sarebbe impossibile negare la presenza.

Da fine anno la mia intenzione sarebbe di proseguire col programma in alcune splendide location della nostra magnifica terra. A partire da Lecce, dove il 27 Dicembre p.v alle ore 21:00 sarò presente alla rassegna “Le mani e l’Ascolto” realizzata presso il Fondo Verri da Mauro Marino, fino a giungere a Bologna, Torino, Firenze, Pescara e via discorrendo per buona parte del 2015.

Con grande affetto ringrazio coloro che in questi mesi mi sono stati vicini ed hanno fattivamente collaborato alla buona riuscita delle serate. I vari giornalisti che mi seguono per la Lombardia: Diego Trapassi, Roberta Tosetti, Stefano Mauri, Antonio Grassi.

Ringrazio la mia attrice del cuore: Lucia Giroletti. L’agente-amica Paola Platania per le infinite notti insonni trascorse a lavorare ad un progetto che ci unisce con passione.

E poi devo ringraziare tutte le mie amiche: Roberta, Paola, Anna, Pia … che di volta in volta si sono alternate nella vendita dei libri, nell’immortalare gli eventi con la mia Nikon, caricando e scaricando libri dalle autovetture.

Grazie per aver sopportato le volte che bloccate in autostrada deliravo perchè mi scappava la pipì, o non funzionava il proiettore, si ruppe il tacco della scarpa, il pacco dei libri di ioAmo era rimasto bloccato presso la sede della SDA e noi avevamo l’evento da lì a poche ore.

Grazie per le volte che non mi ricordavo nulla e sono andata a braccio, ma voi dicevate che ero stata perfetta, l’aiuto psicologico per le volte che ho avuto la sfortuna d’incontrare moderatori non adatti alla presentazione di un romanzo, ma più consoni ad un salotto filosofico, dove parlare e distruggere si fa tutto in una volta sola.

Grazie per avermi sostenuta quando qualche ora prima della serata riuscivo a perdere tutte le parole muovendomi a scatti, sembravo “drogata” dall’ansia, mentre in verità mi trasferivo involontariamente a vivere nel limbo.

Grazie per essermi state vicine quando, a causa della mia fragilità emotiva,  dopo aver dato tutto… puntualmente mi ammalo. Grazie. Grazie. Grazie. Di voler bene a me, a mia figlia. Oggi vi voglio ricordare con un repertorio di fotografie divertenti. Io vi amo, sapevatelo.

Stefania.