Cit. romanzo in ideazione

Diedolo Stefania

“Perdo bottoni in ogni dove. I capelli, la saliva. Mi ricucio da sola, ma non stringo mai abbastanza. Gli aghi lasciano cicatrici,  l’alopecia s’allarga, le ghiandole salivari s’infiammano. Quando smetterò di farmi strappare ritroverò il volto smarrito? Non ho più labbra per sussurrare “lasciami andare”. 

Stefania Diedolo, cit. romanzo in ideazione

Non ti amo più

soloOgni riferimento a cose, persone o fatti
realmente accaduti:
è puramente casuale.

“Quello che sto per confessarti non è cosa da tutti i giorni, ne sono consapevole, ma non riesco più a offuscarmi dietro chimere o racconti immaginari. Forse è meglio se ti metti seduto. Temo tu possa sentirti male a causa delle mie parole. Fingere di avere una roccia al posto del cuore mi sta appesantendo la vita, l’unica che possiedo e mai avrò. Ti par giusto che io la consumi nell’ombra solo perché il mio cuore ha smesso di amarti? Non l’ho scelto in modo razionale, quando ti ho donato la mia anima avevo sperato fosse un per sempre, ma nell’esatto istante in cui non ti ho più sentito dentro è normale ch’io abbia iniziato ad esitare di me stessa. È necessario tu sappia che il mio volerti bene è integro. Probabilmente poco t’importa, ma è questo tipo di bene che, come un inganno, tende a legarmi alla tua vita e mi trattiene dal ferirti eccessivamente. Sappi che, per come mi hai trattata, meriteresti l’inferno. Poco dopo essermi disinnamorata… ti ho odiato. E’ adulto ammetterlo e non desidero sottintendere la veridicità delle mie emozioni. Avevamo un amore bellissimo che mai avrei voluto perdere, ma la fiamma che ardeva nel mio cuore si è spenta perché di sorpresa hai iniziato a piovermi addosso. Non m’avevi mai confessato che nella tua essenza si annidasse anche un cielo ingombro di nubi nere e stratificate. Ho resistito al pesante diluviare finché mi è stato possibile, ma quando hai iniziato a dilagare in modo scomposto… mi son dovuta salvare. Stavo annegando. È stato quel persistente abusare della mia tolleranza ad aver decretato la morte definitiva di ogni pulsione sana ed innocente che mi portava felice ovunque tu fossi. Raccontata in tal modo pare io ti stia dando la responsabilità di ogni evento che per malaugurata sorte ci ha visti distrutti e perdenti. In verità sono venuta a cercarti per chiederti scusa. Mi assumo responsabilmente le mie colpe giacchè la causa del nostro fallimento è da ricercare nella reciproca mancata accettazione di ciò che siamo e che mai diversi potrà incontrarci, nella tragica consapevolezza che pretendere di modificarci ha inficiato il nostro condividere e le nostre affinità.  Ciò nonostante e soppesata la presa di coscienza che distribuisce in parti eque il principio della fine del nostro ventennale matrimonio, non intendo perdonare la durezza con cui hai reagito al mio non desiderarti più. Mi hai minacciata, perseguitata, ferita e ossessionata. Riesci a rendertene conto anche solo quel minimo che basta, oppure anche queste libere attività del tuo io irrazionale sono il simbolo dell’amore puro che dici di nutrire per me? Nel mio mancato perdono si cela la freddezza con cui ti parlo e non desidero più tu abbia un ruolo nella mia vita. Amare non significa possedere con forza di volontà mentale ogni ambito del vivere altrui, comprese le intenzioni e le scelte quotidiane. Amare significa desiderare la felicità dell’amato. Io ti volevo felice, ma tu non hai saputo apprezzare ciò che avevi perché sei un uomo capriccioso ed insoddisfatto. Non so se in tutti questi anni mi hai mai veramente amata, son trascorsi mesi dal nostro ultimo bacio, ma di te mi è rimasta impressa sulla pelle, come una cicatrice indelebile… la tua malsana gelosia. Avrei dovuto misurarla meglio sin dal principio degli eventi, avrei dovuto calcolarti come fanno i commercianti con i prezzi delle derrate alimentari al mercato, ma ti amavo troppo e perdonare le tua invadente intraprendenza era divenuta un’abitudine che non avrei mai dovuto incoraggiare. Se nel cuore hai sempre avuto un posto privilegiato, nella testa hai iniziato a perdere terreno quando dalla bocca ti sono sfuggite le prime parole funeste, dove la reale volontà di vedermi crollare come una torre ha preso il sopravvento sul controllo dei tuoi tanto sventagliati sentimenti. Attraverso la tua ira ho conosciuto lati oscuri di te che mai avrei creduto potessero appartenerti o ipotizzato tu sapessi gestire e alimentare. Se penso che sei sempre stato il principio dei miei sogni più arditi, mi rammarico di come il raziocinio che governa il mio fare, sia rimasto soggiogato dal tuo charme fino al punto da cessare l’attività di controllo sulle mie gesta ed i miei sensi per così tanti anni. Non ti amo più, Lorenzo. Non ti amo più. Ora l’ho compreso. Un giorno ti renderai conto che l’amore può essere eterno solo se non viene distrutto il principio del suo fluire. Se mai avrà luogo un tempo in cui un’altra donna farà a te ciò che tu hai fatto a me, io tornerò a cercarti perché quello sarà il giusto tempo in cui potremmo tentare d’essere amici. Per adesso non vedo alcuna possibilità per noi. Io non sono più la stessa donna che dici di amare. Tu, al contrario, sei l’uomo che sei sempre stato perché ti manca l’umiltà di saper cambiare”.

non ti amo più

dal romanzo in ideazione “Carmelita Marchesi: memorie di una donna”

Psicanalizzando l’invisibilità di un dolore

 nascita

<<Mi creda, sto cercando di fare del mio meglio, non oppongo resistenza alle circostanze negative e non mi fisso in modo ostruzionista innanzi al susseguirsi degli eventi. Ciò nonostante il mio stato psicologico insiste nell’instabilità. Sarà che il dolore a tratti è così violento che fatico proprio ad accettare che questa vita si stia rivelando tutto… fuorché ciò che mi sarei mai aspettata>>.
<<Ultimamente la trovo sempre più provata. E’ dimagrita. Qualcuno se n’è accorto in famiglia?>>.
<<Non credo, non mi vede nessuno>>.
<<E’ triste ciò che mi sta dicendo…>>.
<<E’ la verità, dottore. Il loro guardarmi va oltre la mia reale essenza. E’ un osservare se sono ligia alle regole, se non sono assente, se sono disponibile. Tutto ciò che resta di me è un dettaglio. Come una piuma nel vento>>.
<<Ha mai pensato di modificare lo stato di fatto del suo ambiente, per esempio, comunicando a chi la circonda che si sente stanca, fragile ed ha necessità d’aiuto? Io credo che, se qualcuno le vuole bene come possiamo immaginare, sapranno aiutarla ed accoglierla>>.
<<Lei dice?>>.
<<Certo. Provi a pensarci. Per tutta la vita ha mostrato una sola sfaccettatura del suo essere, il lato perfetto, puntuale, disponibile. Fino a divenire indispensabile ed autoconvincersi d’essere insostituibile. Lei si danna dalla mattina alla sera, compie una moltitudine di attività più o meno gravose, spesso assumendosi l’onere e la responsabilità di portare a compimento anche quelle degli altri. Non lo trova… come dire… stancante?>>.
<<Ha ragione, sono sfinita>>.
<<Le costa fatica ammettere di non farcela?>>.
<<Un poco sì. Mi costa ammetterlo>>.
<<Perché? Provi a spiegarmelo con le sue parole>>.
<<Gli altri hanno costantemente  delle aspettative nei miei confronti…non mi sembra giusto disilluderli… se non dimostro ciò che si aspettano come faranno ad amarmi…>>.
<<Se lei non inizia ad amare sé stessa, gli altri non l’ameranno mai>>.
<<In effetti, non mi voglio molto bene>>.
<<Provi a dire ad alta voce: non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Mi vergogno…io non…>>.
<<Si vergogna d’ammettere d’essere incapace? C’è qualcuno che la spinge in modo forzato verso l’eccellenza?>>.
<<Vivo d’obblighi e responsabilità sin dall’infanzia. Se non mi applico, mi sento in colpa. Sono abituata così>>.
<<L’abitudine non trasforma ciò che è male in bene. Consolida il danno. Dica con me ad alta voce:  non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Mi fa piangere, dottore…>>.
<<Crede sia scandaloso piangere? Se lo conceda, ora… con me. Non la giudico e quando avrà terminato ripeta a voce alta ciò che le ho appena chiesto. Mi crede se le anticipo che dopo si sentirà più lieve e meno gravata di responsabilità?>>.
<<Secondo lei, mi è consentito tornare a casa e dire a tutti che sono sul bordo di un baratro?>>.
<<Perchè no? E’ deresponsabilizzante, ne conviene? Immagini di poter uscire da questo studio e non dover svolgere la moltitudine di attività che è solita portare a termine perché è stanca. Sarebbe fantastico, immagino. Impari a delegare, o meglio, faccia in modo che tutti si assumano le proprie incombenze quotidiane. Lo dica ai suoi figli, ai suoi genitori, fratelli, vicini di casa, insegnanti, colleghi. A tutto c’è un limite e lei è stremata. Deve comunicarlo a chi le vive vicino. Mostrando la sua fatica dimostra solo d’essere umana>>.
<<Non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Brava. Ed ora mi dica: come si sente?>>.
<<Adesso mi sta facendo ridere, dottore. Un pò meglio>>.
<<Molto bene, ora scrolli le spalle, guardi avanti a sé e prosegua nel discorso…cosa vorrebbe aggiungere?>>.
<<Non saprei…>>.
<<Certo che lo sa, ci pensi bene>>.
<<Io…>>.
<<Lei?>>.
<<Io mi amo e sono una donna libera. Il mio unico desiderio è quello che mai più nessuno si debba permettere di dirmi come devo gestire la mia vita>>.
<<Mi compiaccio con lei. Impara veloce. Vede che ha molte cose da dire? Per la prossima settimana mi porti un elenco di tutto ciò vorrebbe essere o fare. Non importa l’ordine d’importanza, ma si ricordi di non tralasciare nulla al caso>>.
<<Va bene. Grazie dottore>>.
<<Di nulla. Lei è una brava persona>>.

Le scale del palazzo che mi portano verso l’uscita sono nuvole leggere, tutto è improvvisamente senza ingombro mentale. Non era così difficile da capire. Ho 50 anni,  sono appena nata.

da “Memorie di una donna, C.M” – Stefania Diedolo