… la comprensione

smack

Non sapevo immaginarmi con te, finché un giorno mi hai detto che non avresti mai smesso d’aspettarmi.

Son trascorsi molti inverni prima che iniziassi ad avvicinarmi a piccoli passi. Quel tuo profumo di limone confondeva le mie percezioni; non sapevo cosa fare. Non volevo illuderti, ma nello stato in cui stavo non potevo vederti.

Avevo il cuore bendato, l’anima lesa, la pelle un campo di battaglia, l’olfatto intasato e le mani protese altrove in un ultimo perenne danno verso la mia dignità.

Quel pomeriggio che siamo incespicati in un bacio al contrario e ti ho sentito dentro, ho creduto di non essere io. Lentamente mi stavi conducendo verso un porto sicuro chiamato –rinascita-.

Ed io, che credevo d’esser sbagliata, ho dovuto convincermi di non esserlo mai stata. Mi hai obbligata a guardarmi allo specchio sussurrandomi che le mie imperfezioni erano solo fili d’oro e argento, i miei difetti… diamanti rari.

Chi ti ama veramente non ci pensa proprio di volerti cambiare… pensa ad amarti e basta.

Cosa desideri adesso?

desiderio

Non so spiegarti cosa potrei fare se tu cadessi tra le mie braccia. Tremano anche i pensieri alla sola possibilità. Riflessioni emotive in attesa di un cenno torturano la mia mente. Solo una minuscola parola metterebbe fine a questa attesa densa di pulsioni. Ci potrebbe bastare un “tivoglio” detto piano? Incollerei queste gambe alle tue per stringerti in una danza senza musica. Senza lenzuola. Senza letto. Da molti inverni ti vengo a cercare dietro i portoni delle città, nelle metropolitane in disuso, lungo i viali gelati, sulle alture rocciose, innanzi a laghi che insieme non ci hanno potuto vivere mai. Di te mi riverbera sempre, come una costante senza tempo, il pensiero di un bacio mancato. Astratto come un respiro flebile a spostare la condensa dei nostri ansimi lontani. La voce del cuore, che instancabilmente trattiene il non detto, il non possibile, il non credibile, soccombe innanzi al sopraggiungere dell’oscurità. Nel buio posso immaginare il tuo incedere lento, le braccia allungate sui fianchi, gli occhi socchiusi per trovare i miei. Nella notte profonda posso anche permettermi di sognare la tua lingua. Vorace e instancabile, mi autorizzerebbe a goderne senza dovermi spiegare. Dire. Ammettere che mi hai stuprato la mente. Mentre incauta annego i desideri in un vecchio whisky scozzese, osservo il mondo e piango questo sfacelo chiamato umanità. Se non troviamo il coraggio di dirci che ci vorremmo accarezzare, come possiamo pensare di salvare il mondo dalla rovina più tetra? Il bisogno d’amore è ovunque, dentro le nostre solitudini, per le strade insanguinate, nella carneficina chiamata guerra di cui ci sporchiamo gli occhi, ma mai le mani. Come l’amore in stato sospeso, restiamo a guardare l’inestimabile valore della vita e dei sentimenti scorrere come un vecchio film in bianco e nero. Nessuno fa nulla per colorarlo. Da inebetiti non saremo mai i fautori del nostro tempo, ma vittime colpevoli di non aver capito che quel flebile sentire si è sempre chiamato amore.

Nella vita quante volte avete sfiorato un possibile amore che è rimasto in stato sospeso?

Nel nome tuo

dad

Oggi è il 1 Dicembre, inizia un mese denso di ricordi. Partendo da Santa Lucia fino all’Epifania, passando dal Natale, San Silvestro e quel calore famigliare che le festività natalizie trasmettono, ci attendono solennità particolari che non tutti amano e avvertono con la medesima intensità. Da sempre affronto questo periodo dell’anno con un misto di mestizia alternata a incanto infantile, benché la carta d’identità mi ricordi che della “bambina che son stata” mi restano giusto i dati anagrafici. Tutto è iniziato ieri mattina. Mentre andavo ad un appuntamento, mi sono scoperta con gli occhi lucidi di lacrime senza quasi capire il perché. Poi è stato semplice mettere a fuoco la realtà. So che in tempi di crisi nessuno ha desiderio di leggere lagne troppo nostalgiche, ma come tutti coloro che scrivono anch’io vivo intimamente i miei dolorosi trascorsi. Tentare di dare voce ad una pena è un po’ come cospargerla di baci lievi e delicati per ricordarle che sappiamo averne cura. Così è per me e sempre lo sarà, a prescindere da chi mi vorrebbe da tempo “oltre” me stessa. Quindi, dopo qualche post sui generis e di impronta vagamente sociale, consentitemi un riverbero intimista. Devo andare “altrove” per qualche minuto, poi ritorniamo a salvarci a vicenda con le nostre considerazioni mensili sul “globale” che ci circonda. Quanto segue è per me, per Lui e per chi come me ha bisogno di proteggersi da se stesso:

“Ora che con tutta sincerità sei andato via, posso immaginarti ancora accanto con me. Prima non era concepibile. Solo pensarti mi faceva star male. Nessun altro ha mai potuto colmare la mia esistenza senza parlare come sapevi far tu. Sei stato un vuoto che ha riempito ogni arteria anche quando non ci sei potuto essere. Oggi, che dilaghi tra un sorriso e l’abbandono di me che invecchio attraverso il tuo specchio, ricordo malinconica il nostro vivere senza tempo… abitudini semplici, famigliari. Di nuovo mi riscopro a pregare perché le tue membra riposino quiete, mentre queste mani che hanno il tuo stesso sangue si aggrappano a desideri segreti, alle spalle di chi onora il mio esserci, al tuo maglione blu che ho rubato dall’armadio di mamma e come stamattina indosso per sentire il tuo odore. Ora che sei nuvola, stringimi senza necessità di allargare le braccia, amami senza rinunce e guidami con quei tuoi occhi scuri, profondi. Vivo ogni minuto che mi separa dal tuo spirito come fosse ogni momento e mi abbandono al bisogno di niente… perché non c’è nessun’altra intensità che ti assomiglia. Quanto vorrei tu ci fossi ancora per dirti quelle cose che mi accadono nelle giornate disperate, di quando piango con gli occhi asciutti o mi trattengo, scarto e poi scappo… ma il senso del viaggio sta proprio in questo mio non poterci fare niente e accettare che ora mi guardi dall’altra parte. Tu che mi hai resa migliore senza dover mai alzare la voce, ricordati di me come io non mi dimentico mai di te e lasciati ancora chiamare padre. Nel tuo nome riluce la mia identità, nella tua dolorosa assenza danza la lotta giornaliera di questo sopravvivermi nel nome tuo”.

Voi come vi salvate dalle vostre ferite? Io faccio sempre tutto da sola.

Esprimi un destino

lampada-di-aladino

Sabato83 mi ha invitata a parlare di desiderio, mentre Pj del destino. Non so il perchè, ma nella mia memoria storica i due termini viaggiano all’unisono. Forse perchè un giorno si sono incontrati ed io li ho legati con una catena di seta?

“Quanto tempo è trascorso da allora? Mezza vita. Ricordo che ti guardavo di nascosto dalla finestra della cucina mentre, senza maglietta, restavi fino a tardi a picconare lo steccato. Mi tremavano le mani e per la tensione facevo cadere i bicchieri. Con mia madre che rideva fingevo d’esser stanca, ma appena mi era possibile insistevo nell’osservare la tua vigorosa prestanza fisica. Una sera d’estate, nel girarti a controllare la legna sotto il portico, mi hai percepita e ti sei bloccato per scrutarmi nell’oscurità. Con lentezza esasperante ti sei acceso una Marlboro ed hai abbozzato un sorriso turbato. Fu in quell’esatto momento che capii cosa fosse il desiderio. Non mossi un muscolo; ero pietrificata, mentre il cuore pompava verso il basso il poco sangue che mi era rimasto. Era evidente che le tue spalle mi attraevano più della vergogna d’esser scoperta. Facevo in modo di non perdere una sola goccia di sudore che t’imperlava la fronte o il bordo cintura allentato che tagliava il mio sguardo indecente ad altezza glutei. Tu sapevi che avrei voluto affondare le mani nelle tasche dei tuoi blue jeans sbiaditi, passarti il dito sul labbro arricciato, parlarti senza fatica, credere che ci stavamo incontrando per caso e che poi tu mi avresti baciata per davvero. Avrei voluto venire a lezione d’amore in un tuo abbraccio stretto, dentro il tempo che non si lascia misurare, nei segreti che nessuno avrebbe avuto l’ardire di svelare. Lo sapevi, ma per un maledetto inganno temporale non è mai avvenuto nulla. Quando oggi ti incrocio ci studiamo con la medesima esitazione, poi ognuno prosegue per la propria strada. Tu col tuo bastone d’argento e la gamba rigida, io col mio cane. A me resta sempre un luccichio nello sguardo e il sorriso inebetito di chi aveva compreso quanto il gioco fosse reale. Ma trent’anni di differenza erano più del dovuto. Ci sarebbe bastato cogliere la sostanza di un solo attimo?

Mai. Io non desidero saperlo mai”.