Usciamo? Ti porto al centro commerciale…

Un paio di settimane fa, sono stata invitata a visitare un centro commerciale aperto in zona ospedaliera. Spinta dalla curiosità e dalle parole lusinghiere spese a favore del nuovo monumento al consumismo, l’ho girovagato in pausa pranzo. I prezzi, più bassi della media della piazza del 50%, mi hanno dapprima fatta impallidire e poi sorgere una domanda: se la concorrenza porta ad una diminuzione dei prezzi, la concorrenza sleale può distruggere l’occupazione? Domandina scomoda, me ne rendo conto. Da anni, grandi catene di distribuzione stanno coprendo il territorio italiano con strutture sempre più imponenti, ove per i consumatori sono evidenti i vantaggi, dai prezzi aggressivi alla comodità d’avere tutto a portata di mano, ma in che misura e per quanto tempo la società ne potrà trarre un beneficio concreto? Ci stiamo abituando ad acquistare nello stesso luogo di tutto, dai calzini ai pomodori. A socializzare nello spazio Mc Donald, a fare passeggiate lungo le corsie ove i bambini giocano senza pericoli. D’inverno godiamo di un riscaldamento autonomo a quaranta gradi che cammineresti in mutande, mentre d’estate ci regalano l’aria condizionata modello tornado tropicale, che ci fa implorare la maglina di cashmere riposta nell’armadio invernale. Sinceramente non v’è nulla di gran qualità che si possa distinguere nei negozi perchè mediamente sono in franchising. Salvo rari casi, il rapporto di fiducia tra cliente e negoziante è inesistente e per esperienza diretta di molti miei conoscenti… i lavoratori sono gravemente sottopagati e sfruttati a vario titolo. Come avrete capito non amo particolarmente gli agglomerati del consumismo sfrenato. Dubito anche che la grande distribuzione sia risolutiva per il problema occupazionale, ma è un mio libero pensiero che scaturisce dalla disamina della realtà. Sapete quanti negozi storici dei centri abitati hanno chiuso nell’ultimo decennio? A migliaia. D’altronde la dignità, in tutta questa speculazione edilizia e globalizzazione alla ricchezza, non esiste. Le Istituzioni, come i Comuni e i Sindacati, sono totalmente assenti sull’argomento, nel senso che sono bravissimi a concedere autorizzazioni per realizzare parcheggi di migliaia metri quadri a più piani con vista ferrame e barre d’acciaio. Evidentemente, messi sulla bilancia i benefici per le famiglie e quelli del sistema economico, vale sempre la pena non rischiare il business e l’indotto, demandando la responsabilità delle proprie scelte al consumatore finale. Ed è qui che si apre la vera ferita di questa basica quanto discutibile riflessione, perchè se vai contro corrente come sto facendo io in questo momento, è scontato che qualche “pappina” rischi di prenderla, dicevo… quanti sono coloro che si rivolgono alla piccola distribuzione o ai negozi specializzati per trovare qualità ed esperienza? Ormai siamo tutti in possesso di una buona informazione per scegliere quali sono i prodotti migliori per la nostra salute e l’alimentazione. Nonostante lo shopping on-line stia prendendo piede alla velocità della luce e presumo che tra una decina d’anni potrà mettere i centri commerciali in grande crisi (negli USA è già iniziata), per quanto mi è possibile preferisco comprare frutta e verdura alla bottega del paese, il pollame dal contadino tramite mia madre e gli alimentari da Natura Sì o alle gastronomie del centro. Definitemi pure una signora demodé, ma ho sempre preferito il rapporto col singolo alla fusione per incorporazione con la massa vociante. Soffro di acufeni, sono allergica alle luci al neon e mi imbruttisco da matti innanzi al rumore sintetico. Se volete conquistarmi, non portatemi mai in un centro commerciale.
#silenziamoci

 

DEMISESSUALITA’ – fenomeno sociale o essenza?

VIGNETTA

Navigando in rete ho appreso un nuovo termine che identifica coloro che provano attrazione sessuale verso una persona esclusivamente in un contesto di conoscenza profonda e trasporto emotivo: i demisessuali. Dopo gli omosessuali, gli eterosessuali, i bisessuali ecco apparire la demisessualità che, a differenza delle altre casistiche, può appartenere a tutti indistintamente perché il legame affettivo prescinde il genere, mentre ha priorità assoluta la solidità affettiva del rapportoFatico a comprendere la necessità imperante di catalogare l’umanità, ma pare che questo secolo si sia specializzato nell’attribuzione di genere, colore e bandiera. Forse il bisogno di sicurezza ci impone di dare un nome a tutto, di rendere ogni cosa il più concreta possibile per poterla studiare, quasi toccare? I social definiscono la tendenza come un fenomeno, ma non è abbastanza conosciuta per poterla identificare come un’ideologia conservatrice o religiosa in quanto non svaluta l’atto sessuale, bensì lo rivaluta solo all’interno di una relazione. Innanzi all’invasione degli “amici di letto” o “tromba-amici” dell’ultimo decennio, i quali fanno sesso senza implicazioni sentimentali né obblighi di sorta, ecco che la condizione dei demisessuali sembra emergere come un paradosso. Sebbene la società viva una dimensione oggettivamente sessuocentrica, perchè dev’ essere considerata atipica l’esigenza del tutto umana di dare un senso all’attrazione? Quando vedo una persona, ma pur trovandola bella finisce lì… significa che sono demisessuale? Il sapere che non sarò mai attratta da nessuno finché non saremo in confidenza… mi identifica come demisessuale? Il movimento si è attribuito una bandiera composta da quattro bande orizzontali di uguale misura di quattro colori diversi e un emblema che è l’asso delle carte da gioco col seme di quadri. Mentre il simbolo che aiuta i soggetti ad individuarsi tra loro è un anello di ematite nera portato al dito medio della mano destra.  In un mondo senza alcun alibi per gli eccessi, ove l’overdose d’informazione ha superato ogni limite, mi chiedo: <<Può la solitudine dilagante aver reso necessario attribuirsi un termine per sopravvivere al confronto con un numero impressionante di alternative?>>. La natura umana è l’insieme delle caratteristiche, compresi i modi di pensare, di sentire e di agire, che gli esseri umani tendono ad avere, indipendentemente dall’influenza della cultura. Eppure sento che era più facile quando tutto sembrava difficile:
<<Tu sei?>>.
<<Umano>>.
E finiva con una pacca sulla spalla e una stretta di mano.
#vogliadicosesemplici

Basta confessionale, i peccati si dicono on-line.

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Per lo sconcerto che mi ha agguantata, sarò breve e concisa:

nei mesi scorsi  una nota testata giornalistica ha narrato che  due sacerdoti di Pavia hanno creato un sistema innovativo di confessione on-line. Nella mia ingenua formazione da cattolica poco praticante, ma fedele alla tradizione,  ho sempre  ritenuto che la confessione fosse un momento di raccoglimento e pentimento. Mi sono forse sbagliata?  Parrebbe che anche i Ministri di Dio stiano cedendo alla tentazione comoda di poter confessare 24 ore su 24 tramite mail, senza necessariamente essere vincolati alla presenza fisica nella casa del Padre. Un po’ come il trend in ascesa del web shopping grazie ad Amazon e simili.

Stante la penuria di fedeli, mi chiedo: non sarà grazie agli inginocchiatoi scomodi out ed alle grate dei confessionali bandite, che gli apostoli della Madre Chiesa pensano di aumentare il numero dei followers del Maestro Gesù?

I fedeli, seduti innanzi a schermi asettici, hanno la possibilità di regolare le pendenze con il Paradiso direttamente da casa propria in ciabatte e mutande. Non sarà nemmeno necessario iniziare il rito con il segno della croce, basterà inserire login e password. Il programma consentirà di scegliere tra svariate tipologie di peccati, da quelli mortali a quelli veniali e per chi non conoscesse la definizione tecnica della trasgressione compiuta, esiste anche un elenco delle colpe. La chiusura della confessione non sarà di rito con la recita di una decina di Ave Maria e altrettanti Padre Nostro, bisognerà cliccare sulla scritta lampeggiante rossa «Amen» e aspettare che sullo schermo compaia il segno della confessione con indicato il giorno e l’ora fissati per passare in Chiesa a «ritirare» l’assoluzione. Addio quindi alle formule di rito ed anche alla sostanza di una confessione che negherà al fedele devoto il conforto della parola, il contatto umano, lo sguardo che non giudica, il sorriso che consola.

Sarà il progresso che avanza, ma in tutto questo io ravvedo lo zampino del demonio; sono improvvisamente diventata una donna  antiquata e poco avvezza alle modernità? Probabilmente è solo più facile confessare un omicidio davanti ad un monitor che di fronte a una giuria, mi avrebbe risposto Friedrich Dürrenmatt.

Perchè allora mi sento a disagio?

Semplice: è una fake news😂😂 scoperta stasera grazie all’aiuto di Primula che ringrazio. 

C’è chi vorrebbe cavalcare una Ferrari e chi indossare un pannolino…

le-iene

Meno di un mese fa, durante la proiezione del programma Le Iene, sono passati due speciali dedicati agli Adult Baby. Per chi non avesse visto il format e non sapesse di cosa sto parlando, si tratta di esseri umani denominati “adulti bambini” che trovano serenità e conforto quando possono regredire all’infanzia, frequentare un asilo ove utilizzare ciucci e biberon al cospetto di maestre che li imboccano trattandoli come se veramente avessero pochi anni di vita, ma soprattutto poter indossare e utilizzare il pannolino. La proiezione del primo video, ove si vedono adulti vestiti da infanti che colorano a terra, vengono imboccati, accuditi e coccolati,  ha scatenato nel web una vera e propria battaglia mediatica che non si è limitata alla presa di coscienza di questo mondo parallelo, ma come nel peggior thriller all’italiana ha aperto le fauci dei leoni da tastiera, che improvvisandosi gesù cristo hanno iniziato a tirare madonne senza tregua contro gli amanti del genere. La pratica, molto più conosciuta all’estero che non in Italia, sta prendendo piede anche nel nostro Paese da quando un’associazione ha creato eventi ad hoc tramite una pagina di Facebook. Posso umanamente comprendere che passare dai forum (ove la dimensione era vissuta in assoluta solitudine) alla realizzazione di veri e propri asili con al massimo sei partecipanti, quattro adulti bambini e due maestre, dev’essere stato un sogno realizzato per chi sente il bisogno incessante di questa tipologia di assistenza fisica e psicologica.

La psicopatologia sessuale connota il bisogno di regressione infantile come una forma di parafilia. Il termine definisce una serie di comportamenti sessuali che nulla hanno a che vedere con l’atto canonico della riproduzione. Le persone parafiliche usano espressioni come fantasie, impulsi, perversioni o deviazioni sessuali. Terminologie che danno un’idea immediata sulla gravità del disturbo. All’interno di questa definizione esistono anche le più conosciute caratterizzazioni come il bondage, il masochismo, il sadismo, l’esibizionismo. Quando invece le parafilie arrecano danno ad altre persone entriamo nel campo dell’illecito ove può essere chiamata in causa anche la Giustizia, vedete ad esempio la pedofilia.

Tornando agli Adult Baby… è ovvio che i telespettatori, innanzi alla scoperta, abbiano immediatamente provato una sorta di repulsione e condanna. In tal caso però è utile precisare che coloro che guardando Le Iene hanno confuso l’infantilismo con la pedofilia sono caduti in uno scontato errore di associazione mentale. La pedofilia è la preferenza sessuale dell’adulto per i bambini in età pre-puberale. Contrariamente, gli infantilisti hanno il desiderio di essere dei neonati loro stessi.

Quindi, di cosa stiamo parlando?

Si tratta di una pratica in un contesto innocente ove la parte sessuale è limitata alle carezze e utilizzo del borotalco durante la fase del cambio pannolino o di un desiderio d’indossare il pannolone che in quanto feticcio è quindi caricato di un significato che può concludersi anche col raggiungimento dell’orgasmo?

Personalmente il dilemma non mi sfiora, nel senso che proprio non sono affari miei; ciò che mi ha attratta dell’argomento è stato scoprire come un disturbo estremamente grave dell’area affettiva, originatosi probabilmente a causa di violenze subite, traumi psicologici devastanti o mancanze primordiali, possa ridurre l’essere umano in tali condizioni. L’esperienza narrata dalle Iene si limita a definire l’infantilismo un vero e proprio bisogno psicologico di ricevere coccole, affetto, attenzioni, con la finalità di dimenticare i problemi quotidiani e colmare un vuoto esistenziale formatosi sin dalla prima infanzia. Sfortunatamente non esistono studi scientifici abbastanza ampi condotti sulle cause che portano adulti single o in coppia a nutrire tale bisogno, ma la questione  è molto più diffusa di quanto si possa credere considerato che i siti specializzati nella vendita di ciucci, pannolini, giochini e pigiamini per adulti fatturano centinaia di dollari l’anno.

La maggior parte degli Adult Baby non cerca aiuto nella psicoterapia e potrebbe non voler praticare attività sessuali mentre gioca il ruolo del bebè, dal momento che non è un’attività tipica di un neonato. Purtroppo nel video trasmesso dalle Iene… c’era una coppia (ufficialmente tale anche nella vita quotidiana) che durante il cambio pannolino si è lasciata andare ad effusioni sessuali. Il programma, non avendolo chiarito subito, ha incentivato l’accanimento della rete che, sotto shock per le immagini, si è rivelata essere terribile, cattiva e ignorante innanzi a tutto ciò che è considerato “diverso”. Come il mercato insegna: se c’è un’offerta significa che c’è una domanda. Nel momento che le due attività si incontrano: nascono gli asili per adulti e noi cosiddetti normali, dovremmo farci un titillo di cazzi nostri.

Se esiste un mondo che gli umani non possono neanche immaginare, quello è il mondo delle parafilie. Comprensibile lo stupore, ma sinceramente innanzi alla visione del primo video… ho provato dolore. L’infantilismo non è una trasgressione ove la gente infrange consapevolmente delle regole personali o sociali, è una fissazione irrazionale in cui la persona coinvolta prova dei bisogni che non riesce a controllare perché non sta bene. Ritengo inoltre… che aver filmato all’insaputa dei diretti interessati ciò che è accaduto in quell’asilo per adulti, sia stata una vera violazione della loro privacy. Le persone coinvolte, oltre a non aver ammazzato nessuno, hanno subito la beffa di ritrovarsi in seconda serata su Italia 1 e successivamente a dover scendere in campo per un arringa difensiva in un secondo video (stavolta concordato) perchè minacciati di morte dagli stessi italiani che non credo siano tutti senza fantasie e dediti al giardinaggio. Sarò onesta: ho provato svilimento innanzi allo zoo di persone che invece di mettersi in gioco e studiare il fenomeno per quello che è, ha iniziato a scavare con la sola smania di trovarci qualcosa di sporco. Continuiamo pure ad essere uno spaccato di mediocrità ed odio gratuito; finché ci acconteremo di commentare il gossip come se fossimo al mercato del pesce, non capiremo mai che se l’Italia è un cumulo di paradossi è soprattutto grazie alla nostra dirompente superficialità.

Testamento Biologico: l’Italia è finalmente pronta per una legge?

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Premetto che non ho un buon rapporto con la morte. Avendola vista distruggere le persone che amo, tendo a ignorarla. Ciò nonostante sono da sempre una  sostenitrice della libertà di scelta nella cura dei malati. Qualche giorno fa ho letto una articolo sul Testamento Biologico che se da un lato mi ha fatto ben sperare, dall’altro mi ha creato non poche preoccupazioni.

Dopo il caso Englaro… i partiti avevano promesso una norma sul fine vita entro pochi giorni. Purtroppo son passati anni e siamo ancora al palo. In Italia è sempre complicato legiferare. E’ impensabile riuscire a stilare una legge che conceda il diritto di rinunciare lucidamente alle cure e spegnersi come da decorso naturale della malattia?

Da qualche anno la stessa visione degli italiani sull’argomento è profondamente cambiata. Probabilmente le esperienze vissute a fianco di parenti, ove l’accanimento terapeutico ha reso la morte un evento da procrastinare contro natura… sta risvegliando le coscienze collettive. Non saprei dire.  In ogni caso, se escludiamo i casi più sconcertanti che sono entrati nelle nostre case attraverso i media, in Italia sono a migliaia gli esseri umani che ogni giorno lottano con sofferenza contro malattie inguaribili. Ne conosco alcuni e non sto a spiegarvi lo strazio. Lasciar decidere le persone quali terapie accettare e quando fermare quelle cure che si ritengono sproporzionate se un giorno non potessero più farlo direttamente, non è umano? Da un decennio sono state presentate svariate proposte di legge che puntualmente cadono nel vuoto, nel vizio, nell’ipocrisia. Ma… finalmente da qualche settimana a Montecitorio è approdata una proposta di legge che chiama in causa il TESTAMENTO BIOLOGICO: uno strumento giuridico che ha risvolti sulla vita di ogni persona, ma che ha una valore più ampio relativo alla sfera dei diritti civili.

Nella pratica (così ho letto in quell’articolo), con questa legge si prevede:“ che ogni persona capace di intendere e di volere, in previsione di una futura incapacità di scelta delle cure, possa esprimere il consenso o il rifiuto rispetto ai trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali, attraverso le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Inoltre, ognuno potrà nominare un fiduciario che sia disponibile a parlare con i medici, e per il medico le Dat saranno vincolanti. Ovviamente potranno essere modificate in ogni momento dal paziente e potranno essere disattese dal medico qualora vi siano evidenze scientifiche di progressi non immaginabili al momento della sottoscrizione”.

Mi verrebbe da dire: “eureka”… nonostante un difetto macro: “Se non c’è il testamento chi decide?”.

Il mio è conservato in uno studio legale da oltre dieci anni. Non voglio restare in vita appesa ad un respiratore artificiale nemmeno mezza giornata. Mi auguro, se mai dovesse essere applicato, trovi il consenso della legge… giacché ricordiamocelo: i parlamentari devono rappresentare il volere di noi cittadini e non di loro stessi, delle loro opinioni personali o dei dettami della Chiesa cattolica. Devono soddisfare i bisogni del popolo, le necessità reali e le urgenze di una società che pur avendo dimostrato una pazienza pazzesca, non deve continuamente esser presa a sberle ogni volta che bisogna prendere una decisione per il bene collettivo. Non insistiamo nel toglier dignità a chi sopravvive appeso ad una macchina.  Almeno quella, in un paese che è allo sbando in ogni dove, facciamo uno sforzo e salviamola.

siamo pazzi, arrendetevi

pazzia

Ormai le aziende lavorano con l’obiettivo di raggiungere budget mensili, oserei dire settimanali, per non parlare di quelli che misurano il performer giornalmente. Io mi dissocio da questa follia collettiva che non tiene in conto della realtà, delle variabili, dell’imprevisto, gli umori e pure la sfiga. Dire che mi sono rotta le palle di queste misurazioni espresse in euro non palesa il mio sentire profondo. I veri leader dovrebbero imparare a coordinare e fare una disamina coerente, non sparare nel mucchio e rincorrere l’impossibile. I soldi non si trovano sugli alberi, globalizzare le potenzialità delle aree è come dire che siamo tutti belli, biondi e con gli occhi a raggio laser. E il muro si fa sempre più vicino. Chi si sta per sfracellare è talmente cieco da vedere solo l’egocentrismo che lo guida, ma io ci vedo bene e ancor meglio sento col cuore. Oggi mi accomodo e aspetto l’inizio della fine. Non voglio essere protagonista di uno scempio. Assistere o defilarmi è tutto quello che mi resta da fare. Quando ho detto che non possiamo andare avanti a tirare all’infinito, mi è stato risposto che siamo pagati per fare gli asini. Non sono mai stata un somaro, nemmeno quando da adolescente ho sperimentato il paese dei balocchi. Quando chi istiga capirà che stiamo percorrendo una strada senza via d’uscita, potrà solo impiccarsi. Sto pensando di comprarmi un appezzamento di terreno e dedicarmi all’allevamento di animali da cortile e la produzione di alberi da frutto. Ritorno alle origini. Scelgo di rinascere, perché in una quotidianità come quella che sperimento da troppo mesi… puoi solo morire.
#coscienza
#solocosesane

resa

io

Ho avuto una notte complicata, condita da incubi rilevanti e premonizioni fastidiose. Il caldo mi opprime più della pretesa delle persone di volermi diversa da ciò che sono. L’umanità si sta schiantando contro un muro ad ogni livello sociale, politico ed economico. Quando capiremo che ci serve l’umiltà di far due passi indietro, sarà sempre troppo tardi. Perché è necessario arrivare all’auto distruzione? Nel mio microcosmo ho iniziato a rallentare da almeno diciotto mesi e probabilmente arriverò a sedermi. Seguo un istinto energetico che non posso combattere. Perché questo è il futuro di chi intende restare: arrestare la corsa e iniziare a guardare bene dove siamo finiti. Non tutti i tunnel hanno un’uscita, nella mia esperienza di vita mi son salvata ogni volta che tornando indietro ho avuto la fortuna di ritrovare la porta d’ingresso aperta.

Come stai? … s t a n c a

STANCA

Ovunque volgo lo sguardo, osservo visi affaticati e persone grigie. Subiamo il trend di un’epoca ove barcollando corriamo da mattina a sera, travolti da un destino che sembra un treno.È diventato un leit motiv esclamare e sentir pronunciare le parole “sono stanca”, ma pare che ai nostri corpi stiamo tutti chiedendo troppo. Gli orari stretti, il traffico cittadino, gli imprevisti, il bullismo insistente, le delusioni e le preoccupazioni, accompagnano giornate infinite trascorse per raggiungere… cosa? Dove stiamo andando? Arrestare la corsa significa “esser tagliati fuori”, ma quando abbiamo scelto di star dentro? L’infelicità dilaga perché non sappiamo nemmeno in nome di quali valori ci riduciamo a crollare nei divani la sera. È una spinta energetica fortissima, arginarla è quasi impossibile. O scegli di vivere, o scegli di morire. Come chi ieri pomeriggio si è impiccato ad un albero dietro casa. Non tutti resistono, c’è chi ha fatto della fragilità la sua sponda morbida. Non tutti tirano di cocaina per essere dei supereroi di carta. Dovremmo imparare a fare retromarcia e iniziare a dire di no. No, ai ricatti affettivi. No, ai budget irraggiungibili. No, alla ricerca della perfezione. No, al vivere sempre al limite. No, alle pretese. No, al branco. No, a tutto ciò che ci costringe a vivere una vita robotizzata. Le pressioni sono sempre più massive, arrivano da ogni ambiente e ritagliarci un angolo per respirare la vita sembra egoistico.

È chieder troppo essere accettati solo perché siamo umani?

Lo chiedo ai giovani adolescenti che non sanno cos’è il rispetto e vivono la vita deridendo i più deboli, isolandoli e sentendosi dei Re del Nulla. Dovreste vergognarvi. Lo chiedo ai potenti della terra, ai capi di Stato, alle Istituzioni, alla Chiesa, al mio vicino di casa che urla dalla mattina alla sera perché non gli è stato insegnato a parlare con un tono normale. Lo chiedo agli educatori che con fatica aiutano i nostri figli a diventar grandi.

Era questa la vita che avevate immaginato? Io sono sincera, vi rispondo ora e sempre NO. NO. NO. NO.

selvatico

IOTi cercavo tra le rive spoglie del verde lago.  Scrutando lontano attendevo il tuo arrivo.  Sapevo che non potevi essere troppo distante. Nell’aria umida sentivo il tuo odore selvatico. Saresti venuto per amarmi o per uccidermi? Conoscevo la risposta, ma le gambe non si decidevano a portarmi al riparo. Da qualunque parte saresti apparso, mi avresti resa vulnerabile e sottomessa. Dovevo mettermi in sicurezza, ma la paura e il freddo avevano messo in ginocchio la mia intelligenza.
#KARMEL

Cit. romanzo in ideazione

Diedolo Stefania

“Perdo bottoni in ogni dove. I capelli, la saliva. Mi ricucio da sola, ma non stringo mai abbastanza. Gli aghi lasciano cicatrici,  l’alopecia s’allarga, le ghiandole salivari s’infiammano. Quando smetterò di farmi strappare ritroverò il volto smarrito? Non ho più labbra per sussurrare “lasciami andare”. 

Stefania Diedolo, cit. romanzo in ideazione