…sei mezzo uomo e mezzo pirla… (Littizzetto docet)

adolescenza

Non ho mai avuto la presunzione di dover essere amata per forza, anzi… da piccola tendevo a nascondermi per timidezza tant’è che nel tempo ho acquisito sufficiente esperienza per sapermi bastare. Avevo dodici anni, lo specchio mi rimandava l’immagine di una preadolescente sgraziata, senza mammelle e con le gambe smisuratamente lunghe. Sproporzionate. Uno stambecco, sì… uno stambecco. Così mi chiamavano gli amici di scuola e per un lungo periodo ci ho pure creduto, sottomettendomi alla convinzione che erano ganze unicamente le compagne di classe formose, dagli occhi maliziosi e mini abiti attillati con gli scaldamuscoli rosa. Le ricordo chiuse in bagno a scambiarsi i lucidalabbra al lampone. Le osservavo sempre con ammirazione pensando avessero gambe incantevoli, glutei perfetti chiusi in jeans alla moda, labbra carnose e quel giusto quantitativo di pelo pubico che riempiva morbidamente il body di educazione fisica. I maschi non mi vedevano veramente, probabilmente per loro ero un eccesso. Troppo filiforme, troppo androgina, troppo alta, troppo piatta, troppo sportiva, troppo irraggiungibile. A quattordici anni, innanzi alla panchina dell’oratorio, Luca mi disse senza mezzi termini: <<Sei troppo bella, mi diresti di no>>. Ed io pensai due cose: o i maschi avevano paura di me oppure Luca era rimbambito. Certo che mi sarei lasciata baciare. Lui era più piccolo, ma aveva capelli neri ed occhi sempre un po’ umidi. Mi piacevano le sue maglie a rombi che indossava su Levi’s blu scuro con le Timberland cognac. La mia anima era troppo impegnativa già da allora, accidenti si vedeva così tanto? In questa visione illogica di una disarmonia fisica inesistente, vestivo maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni al ginocchio e portavo una massa di capelli lunghi e mossi sulla schiena, dentro i quali sapevo bene come dissimulare lo sguardo. Sembravo sempre in procinto d’inciampare perché camminavo protesa in avanti saltellando sulle punte dei piedi, in realtà non cadevo mai. Era difficile amarmi, si rischiava di rimanere travolti dalle mie inquietudini, ma se non sono rimasta ammaccata dagli eventi giovanili è stato grazie all’irrequietezza che, come una madre, mi ha salvata da un’identità monolitica. Ancora oggi è facile vedermi camminare discosta, con gli occhi bassi. Ho imparato a bastarmi e forse aveva ragione mio padre quando diceva a mamma:<<Tua figlia è nata già grande>>. Il primo ragazzo che tentò di dirmi che mi desiderava sembrava un guerriero, aveva indossato l’armatura ed era pronto a ricevere una sventola in pieno viso. Io sorrisi con gli occhi e gli diedi appuntamento alla “piramide”. Me lo ricordo avanzare piano, con le mani calate nei jeans ed un improbabile giubbino imbottito color amaranto. Pensai fosse trash e bello, così lo baciai. Ci baciammo tutto il pomeriggio, mentre l’umido del fiume iniziava a creare la condensa che in serata si sarebbe trasformata in nebbia. Quella che abitava nella mia testa, in quella dei miei famigliari e di tutti coloro che vivendo in pianura padana la mangiavano con regolarità a colazione, pranzo e cena. Ho avuto pochi amori nella mia vita perché non mi sono mai posta nella condizione d’esser amata per forza. Aspettavo chi avesse il coraggio di prendermi. Solo chi è inciampato con audacia nel mio cuore era un predestinato, non vedo altra plausibile giustificazione visto che i miei unici amori non riempiono le dita di una mano. A tredici anni ero una ragazzina apparentemente banale, ma ho sempre saputo che di comprensibile e ordinario non avevo nulla. Nemmeno la cartella. Peccato che ad averne cognizione fossi solo io ed il giovane della piramide. E’ solo uno “sgradevole contrattempo” il fatto che quel ragazzo non sia più di questo mondo, lui sì… che aveva l’anima simile alla mia. Irrequieta e fragile. Ancora oggi vado in giro in maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni alle ginocchia. I capelli sono molto corti ed ho imparato a capire la forza del mio sguardo. Ogni tanto qualcuno mi contempla, ma raramente mi vede. Meglio così. La densità che m’invade non possiede parole per esser spiegata. Al mio cospetto o si è audaci o è meglio lasciar perdere. Come Luca. A distanza di quarant’anni l’ho incontrato in città con il figlio, dopo i convenevoli ha detto a a bassa voce:<<Certo che sono stato un cretino>>. Io avrei voluto rispondergli:<<Cretino è poco. Meglio mezzo uomo e mezzo pirla>>, ma l’ho guardato come se fosse un’ameba spaziale e l’ho lasciato crogiolare nel rammarico. Ho invece preso in braccio quel topino di ragazzino e osservandolo con simpatia gli ho detto:<<Hai proprio gli occhi del tuo papà>>. Me ne sono andata serena perché chi non ha mai avuto la pretesa d’essere amata non conosce il rimpianto. I pochi che negli anni a venire hanno saputo amarmi profondamente avevano tutti lo stesso pregio: l’anima di un guerriero. Diversamente giuro, mi sarei fidanzata con un albero di Natale, lui sì che ha le palle.

Oh happy day, oh happy day
When Jesus washed, oh when He washed
When Jesus washed, He washed my sins away

…plurale, femminile…

donne

Chi ha creduto fossimo d’acciaio, non ha mai visto le nostre anime nude. E forse per voi è stato un bene non sapere quanti tagli nascondeva la nostra faccia da sberle.

Vi abbiamo consapevolmente fornito l’alibi dell’assoluzione, liberandovi dalla responsabilità di doverci sostenere.
Si sa che specchiarsi nell’incredibile rafforza, garantendo un’illusione di stabilità.

Chi ha sperato fossimo un approdo, non ha mai visto le nostre radici arse. E anche questo è stato un bene. Mai avremmo risucchiato la vostra linfa per garantirci un futuro, per risanare le riserve del nostro humus.

Specchiarci nel vostro egoismo ha rafforzato il nostro amor proprio, convincendoci che mai avremmo voluto esservi simili, nel bene esattamente come nel male.

Chi ha creduto fossimo il festival delle belle parole, dei gozzovigli intrisi di sesso, alcol e mani tra le cosce, ha con stupore scoperto quanta spiritualità nutre la nostra essenza più vera.

Abbiamo spaccato il mondo per mostrarci come siamo realmente, ma abbiamo perso il conto delle volte che ci siamo fatte male solo per aver detto:<<Eccoci, queste siamo noi>>.

Chi ha creduto di vederci passeggiare sulle rive spoglie del nostro sopravvivervi, non ha saputo cogliere il respiro che ci consentiva di sopportare le male parole, i giudizi, gli inganni fatti di sputi in piatti poc’anzi divorati.

Non ha voluto cogliere nei disparati colori dei nostri occhi… il sogno, la prateria che ci invade dal di dentro, la grandezza di cuori che abbiamo dovuto preservare dalle onde lunghe di terremoti mai finiti.

E non dobbiamo più preoccuparci di chi non conosce la nostra storia, ma come l’ultimo dei gossip rurali stampa con cadenza giornaliera leggende metropolitane, favole sporche per l’umanità frustrata che ancora gode del male altrui.

Oggi conta chi siamo state e chi siamo, con chi vogliamo stare e di chi possiamo benissimo fare a meno. Il resto è merce di scambio per il popolino.

Non ci piegheremo mai ai ricatti. All’anonimato. Agli avulsi tentativi di dipingerci di altri colori. Già possediamo i nostri e sappiatelo: sono indelebili.

Non saremo mai oggetti da barattare in cambio di omertose minacce e giudizi velati di follia. Quand’anche finisse il mondo saremmo ancora e sempre noi stesse. Non cambieremo i nostri sguardi color trifoglio, glicine, fiordaliso, innanzi a vani e ridicoli tentativi d’incutere paura.

Quando da bambine si diventa donne, la lega di carbonio e ferro che ci palesa d’acciaio agli occhi dei ciechi arroganti, è l’unica salvezza concessaci dalla forza che generiamo… per ingannare la zizzania e salvare il capolavoro che vive in noi.

Buongiorno donne!

Ogni volta che guardandoci nello specchio diciamo a noi stesse:<<Ma chi me l’ha fatto fare!>>, ricordiamolo: siamo semplicemente uno spettacolo!

Fuga

io

Fuggo dalle pressioni emotive e mi siedo lontano.
Se non rido di me stessa,
delle mie fragilità e dei miei paradossi,
di cosa devo ridere?
Ognuno si salva da solo.

Comoradio International

belinda raffaeliCarissimi amici e lettori, vi comunico che domani 6 novembre alle ore 21:30 sarò in diretta radiofonica su Comoradio International, ospite nel salotto di Belinda Raffaeli. Se avete desiderio di ascoltarci, collegatevi dai vostri pc, ipad e iphone su comoradio. Il sito presenta a sinistra un tasto rosso con scritto “ASCOLTA ORA LA RADIO”, et voilà… troverete me e Belinda che tra il serio ed il faceto cercheremo di parlarvi di cosa significa essere oggi donna, mamma e scrittrice. Parleremo ovviamente del mio ultimo romanzo, “Bocca di lupa”, ma non solo. Le tematiche di vita come la sopravvivenza, gli amori difficili, la realtà, la natura e la poesia saranno la struttura portante della nostra chiacchiera. Non sarà nulla di pretenzioso com’è nel mio stile, ma sono certa che sarà come stare tutti insieme nel salotto di casa. Sono particolarmente divertita per questo invito, ma anche un poco ansiosa com’è tipico nel mio carattere. Tra l’altro… devo ammettere di non essere abituata a non guardarvi in faccia, mi auguro mi vengano le parole e se così non sarà…perdonate la mia timidezza. Ho deciso che cercherò d’immaginarvi e già so che non sarà una fatica. Il ricordo indelebile dei vostri visi attenti ed emozionati alle mie presentazioni letterarie mi farà certamente compagnia. Grazie Belinda per il gradito invito e per la donna che sei. A presto on the air… Stefania

Random

Avete presente quanto siete talmente pieni di turbamenti, che si crede di implodere? Da non essere in grado di scrivere, parlare o spiegare. Sono in modalità random. Vorrei narrare l’amore, la femminilità che mi pervade, i desideri che reprimo ed i contromano in cui mi applico sopravvivendo. Poi nella memoria si avvicina la cicatrice per mio padre e prevale il disordine. Col suo camminarmi nella testa mi viene bene solo il pianto. Sorvolo l’idea dei tacchi a spillo, le calze velate di nylon, gli abiti di seta… a favore di una tuta verde militare strappata che mi dia calore. Ai piedi le calze antiscivolo di mia figlia, in testa un berretto di cotone modello gnomo che se potessi tirerei fin sotto il naso.
Ed è mentre vago per casa che mi ritrovo a litigare con i pensieri che mi logorano. Palpito per persone che desidero conoscere ed il destino ogni volta m’impedisce di guardare negli occhi, per chi mi vive lontano e mi manca sempre. Per chi mi vive vicino, ma mi manca nello stesso identico modo. In ogni istante. Dentro ho il caos. Emozioni, lacrime, pensieri erotici, gioia, spossatezza, forza, voglia di fare l’amore, pensieri sinistri… in un random instancabile, come flash incalzanti di giorno e di notte. Incredibile come son brava a piangere. Finalmente non ho più gli occhi ingessati. Gli aghi che bloccavano l’uscita del liquido sono saltati. Come il tappo dello champagne Louis Roederer l’Hermès de la Champagne. Come sono bruciati gli equilibri precari. Le persone che mi cingevano a morsa. Gli animi che non mi volevano bene. I jeans che ho buttato dalla finestra. Le maglie di cotone che ho ridipinto. I reggiseni di pizzo a cui ho staccato il ferretto.

Mi manca mio padre, l’ho perduto. Mi manca ciò che sono stata in passato, oggi sono il mistero della deuxième dame. Mi manca il tempo sequenziale, godo a malapena imprigionata nelle ventiquattro ore. Mi manca l’autorità di poter vivere come bramo, le responsabilità mi impongono battiti e debiti che ridurrebbero in polvere chiunque. Ma dentro sono colma di emozioni, tensioni, magie. Indirizzare tutto questo sentire nella scrittura catartica oggi non basta, no che non è sufficiente raccontare… spremere e soffiare. L’urgenza stavolta ha altri connotati che includono la fisicità, gli occhi negli occhi, le mani e gli odori. Gli abbracci, le chiacchiere, le cene in compagnia e le serate al cinema. I viaggi, le passeggiate, i cappotti stretti e la nebbia che avrà da venire. Le castagne cotte ed il vin brûlé, i baci di cui so ben immaginare il sapore, la frenesia che alimenta l’irrequietezza della mia anima.

Tempo fa una donna mi disse:<<Il giorno che assaggerai le tue lacrime ti verrà di nuovo desiderio di assaporare il mondo>>. Mangio sale da mesi, forse è per questo motivo che invece di andare incontro all’autunno, dentro lo stomaco sento un movimento circolare come fosse primavera? Forse una volta sarò anche stata bellissima, avrò amato perdutamente e compiuto gesta eroiche. Forse in origine sarò anche stata disincantata e nobile, governata com’ero dall’innocenza. Ma oggi, se mi guardo nuda nello specchio, non mi sento un’illusione. Sono sempre io. Le rughe solo un poco più spesse, il corpo un pò meno autostrada da percorrere in lungo ed in largo, la memoria di buchi fioriti.
Ma il sorriso… ah, il sorriso… quello è rimasto identico a se stesso. Come gli occhi che si fanno “ricci” anche quando cerco d’esser seria. Sono random. Un bottone da schiacciare per un film ogni giorno diverso, ogni attimo mai uguale a se stesso. Intrisa. Densa. Ridotta in poltiglia. Rinata nell’humus del mio stesso utero, mai più indispensabile, mai scontata, per sempre fragile. Come il vetro soffiato ancora caldo.

Ieri ho visto il trailer di un film in uscita proprio in questi giorni. Un professore chiede ad un suo alunno:

<<Che significa random?>>.
<<Alla cazzo di cane, prof>>.

Ed io mi son ritrovata a ridere nonostante la frase fosse volgare, perché un poco mi ci sento….in quel modo. Giro a vuoto, come capita. Nervosa più del dovuto, fatico a respirare a causa ansia da vendere e nel frattempo staziono in ogni anfratto emozionata. E’ l’anima. Tutta colpa dell’anima. O forse delle cose che m’invento per non fermarmi troppo a pensare, non saprei raccontare. Ma una cosa è definita: mi sto innamorando della mia imprevedibilità. Un’epoca a credermi solida e attendibile, gettata nel water. Che senso di compiutezza, che meravigliosa pulsione mentale, quasi erotica, da vento caldo tra le cosce. Tracimo i miei stessi argini e ramifico su più piani. Ho demoltiplicato le mie terminazioni nervose. Ho aperto i vasi lacrimali e la mente. A quando il chakra del cuore?

Me lo chiedo spesso, ultimamente. Sto in fissa. Apriti. Apriti. Apriti. Apriti.

Giro random.
Girata sto.
Giro le mani,
oriGami d’autunno.
E girami… che godo meglio, sotto di te.

Alle calende greche

Sono alle calende greche, puntellata ad un momento che non arriverà mai. E’ inutile aspettarmi. E’ stata una scelta: rinascere lontana. Da una posizione di vigilanza. Fuori dal cerchio dei tessuti stretti e delle corde orticanti chiamate sensi di colpa. Asserire che quaggiù la vita sia più trasparente è illusorio, nonostante il sorriso che mi incendia il viso ed il color verde dell’abito e dell’habitat a cui affido la mia bellezza interiore. 

stefania diedoloEppure tale luogo mi ha sgravato di qualche fardello divenuto un lenzuolo soffocante, mi ha reso le spalle meno austere e le scelte di vita più libere, individualistiche. Tenere in conto ininterrottamente delle urgenze altrui aveva accorciato pericolosamente la mia coperta. Fino a quando non si è strappata ho resistito, poi è diventato improbabile continuare a sostenere tutto quel gelo e me ne sono andata. Oggi sono in un luogo dove ognuno basta a se stesso e se ci si incrocia è solo perché ci si ama, un luogo dove gli obblighi sono mere convenzioni e vengono presi come tali, senza giudizi ed imposizioni di verosimili mutazioni. Sono in un frangente dove il calore e l’armonia sono gli aghi di una bilancia che gestisco solo io. Una bilancia ben posata ed in equilibrio. Sono ad kalendas graecas. Rimando al mittente ogni avanzata armata o disarmata. Non si marcia nella mia direzione per prendere. Ci si limita alla comunicazione. Al contatto. Ci si dona senza pretendere nulla in cambio, ma non si afferra più niente, non si tira, non si ordina, non si pretende. Il mai può divenire salvezza quando il sempre si è trasformato in abuso e ci si è accorti di aver perso tutto.  Non è troppo tardi per essere ciò che vogliamo essere. Io sto bene solo quando sono nuda innanzi a me. Alcune mattine faccio fatica a sopportare i miei abiti, figuriamoci se devo indossare ed annusare anche quelli degli altri. Se voglio continuare a sorridere è proprio il caso che io insista nell’osservazione a debita distanza. Circostanziando, l’emotività non domina e la mente impara a comprendere quando trattasi di pippa o di realtà. Alle calende greche non esistono seghe mentali e tutto appartiene ad una parola lunghissima: al mai.

“Bocca di lupa” – Intervista per Teletutto e presentazioni in programma per il mese di febbraio 2014

Mi rendo conto che ci vuole un bel coraggio a postare questo video perchè mi riprende al peggio della mia forma fisica: mi ero affettata l’anulare solo qualche giorno prima e non ero solo dolorante… di più, ma quando ieri sera io e mia figlia lo abbiamo visto… abbiamo pianto per le risate che ci siamo fatte. A questo punto accantono il pensiero del mio esser poco telegenica e lo mostro anche a voi che siete i miei amici di parole. Vi giuro che dal vivo rendo meglio. Qui sono pallida come un cencio lavato. A tratti affetta da strabismo rotuleo o divergente. E poi, accidenti papà me lo dicevi sempre, parlo alla velocità di un raggio missile. Oh dear!

Intervista Stefania Diedolo – Teletutto

Visto che ci siamo vi anticipo, per chi fosse interessato, che sabato 15 febbraio alle ore 17:30/18:00 presenterò “Bocca di Lupa” presso la libreria Mondadori di Bergamo – Conca d’Oro – via Santa Caterina 19/c (a breve la locandina con l’evento).

Stefania

…tra impegni e cotechini…

festa_in_palestra_locandina

Il prossimo 5 gennaio sarò ospite presso il Comune di Monte Isola. Durante una rassegna annuale di premiazione di presepi e alunni meritevoli, mi sarà data la possibilità di raccontare agli isolani del mio amore per la loro terra e del perchè ho scelto di ambientare il mio romanzo “Bocca di Lupa” tra gli ulivi ed il verde lago che ospita la loro incredibile Isola. Ringraziando pubblicamente il signor Sindaco, Gian Pietro Ziliani e tutta la giunta comunale per il gradito invito, colgo l’occasione per augurare a tutti i viandanti un buon inizio d’anno nuovo. Stasera, con pochi intimi e da buona lombarda, mi gusterò:  polenta, cotechino e dell’ottimo vino rosso. Outfit: pigiama rosso e ciabatte pelose coordinate.

Auguri a tutti, BUON 2014.
Stefania

Il romanzo “Bocca di Lupa” il 1 dicembre 2013 è sbarcato al ristorante dell’Albero. E’ stata una domenica da ricordare…

Presentazione DiedoloDomenica scorsa ho presentato il romanzo “Bocca di Lupa” ad una platea di 150 ospiti. In tanti anni di presentazioni letterarie forse nel 2007, presentando “ioAmo” alla libreria Babele di Milano, avevo visto così tante persone tutte insieme. E’ stato emozionante e faticoso. Ho perso due anni di vita perchè in fase preparatoria non ne andava dritta mezza, ma alla fine ne è valsa la pena. Ringrazio pubblicamente tutti coloro che sono intervenuti rendendo un pomeriggio d’inverno… un giorno speciale. La serata è stata moderata dall’amico giornalista e scrittore Antonio Grassi, alla presenza della casa editrice rappresentata dalla mia agente-amica Paola Platania e dalla giovanissima Lucia Giroletti che, oltre ad aver condotto la kermesse, ha recitato alcuni brani del romanzo.Felice Sorvolando su tutte le emozioni che ho vissuto, avendo stavolta giocato una partita in casa (la presentazione l’ho organizzata presso un ristorante di famiglia), stasera devo necessariamente soffermarmi su un commento che proprio quest’oggi mi ha lasciato il nostro amato TADS http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/. Tullio Antimo da Scruovolo mi ha scritto le quattro righe di cui sotto, ed io ho capito che con una facilità sbalorditiva mi stava semplicemente leggendo dentro. Non che io sia un enigma incomprensibile o l’obelisco di una piramide da decifrare, ma il suo acume la dice lunga sul genio che lo contraddistingue. Da qualche giornata sono in tilt a causa di un sovraffollamento di situazioni che mi noio da sola di dover spiegare, non possiedo quindi molto tempo per scrivere, ma oggi TADS mi ha completamente spiazzata.

Commento:” ma buongiorno, come butta Stefania?… e allora… ce lo togliamo o no questo velo di tristezza?… apri l’armadio degli stati d’animo e indossa i panni della “tigressa”, QUELLI VERI, prova a ruggire e graffiare con cattiveria pura, pulita, naturale, scapperanno in tanti ma… lo spazio per i “giusti”… code message (ci siamo capiti, vero?) ;)

TADS ha ragione. Su tutta la linea. Dietro i miei sorrisi sono malinconica, sofferente ed in costrizione. Purtroppo nell’armadio non possiedo i panni della “tigressa”, non so ruggire, tanto meno graffiare, eppure lo giuro… avrei tanto desiderio di possedere tutte queste belle doti per scoccare qualche freccia avvelenata. Sto vivendo un periodo difficilissimo dove attorno a me sento il brulicare di tarme fastidiose, vedo occhi che non incrociano i miei, vengono meno i saluti ed il bisogno di stabilità si fa pressante. Un minimo dovrò schermarmi ed altrettanto un minimo dovrò diventare felina per sopravvivere. Ce la farò? Almeno ci provo. Da domani mattina, andando in ufficio, vestirò i panni della signoratigre. Che Dio mi assista…

Dimenticavo: la promozione del romanzo sta procedendo bene, stanno uscendo le prime recensioni… 

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell'Europa

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell’Europa

Recensione a cura del giornalista Antonio Grassi - La Provincia Cremona

Con l'agente-amica: Paola Platania

Con la mitica Mariapia

Non sono seria, solo attenta...

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Tavolata d'eccellenza

Parlavo, quanto parlavo :-)Autografi

Galleria completa immagini presentazione letteraria romanzo Bocca di Lupa il gg 1/12/2013 presso Ristorante dell’Albero – Sergnano