La forza del coraggio

Domani parto per Catania. Sono parecchi mesi che non prendo un aereo e l’idea del volo non mi da il sottile piacere di quando ho come prospettiva una vacanza vera. Ciò nonostante, il frangente di vita che sto per vivere, mi crea trepidazione ed emozione.  Meteo.it dice che pioverà fino a sabato… il decollo da Bergamo si prevede umido. Come i miei occhi. Gli ultimi mesi sono stati infernali. Raccontarli non avrebbe significato ed onestamente faccio fatica a ripescare nei meandri della mia memoria tutto il sequel di immagini, emozioni, dolori ed infinite parole che hanno condito il mio annaspare dentro la vita. Ma in tanto sfacelo qualcosa di vivo è rimasto: il mio coraggio.
Se qualche settimana fa mi avessero chiesto quale fosse la mia peculiarità primaria, avrei risposto senza esitare: la determinazione. Ero convinta di muovermi sull’onda di una spinta caratteriale, ma mi sbagliavo. Mi guardo nello specchio ed il riflesso del mio volto così stanco… è imbarazzante. Non mi riconosco. Le rughe che mi circondano gli occhi sono divenute solchi, fatico a riposare e le scadenze hanno preso il sopravvento sul tempo che quasi è divenuto un nemico. Ma il mio coraggio… non ha nemmeno una cicatrice. E’ solido come le fondamenta di un antico monastero. Stasera voglio salutarvi così, con un video che in due minuti nasconde e rivela tanto di me. Più di quanto pensate di aver mai immaginato e più di quanto io stessa sia disposta ad ammettere. Mi assenterò per qualche giorno. Quando torno da Catania… vi racconto tutto.

Stefania

 

r e p o r t a g e di cuore

Il giorno dopo la festa

gab11….tutto è sempre immobile e silenzioso. Sono ancora commossa. Mancavi tu papà. Sei mancato ad ogni giro di sguardo, accanto alla mamma, in un ballo solo nostro. Non mi sono nemmeno avventurata in prossimità dell’orchestra. Non ci sono proprio riuscita. Sin dal mattino, quando sono venuta sulla tomba per raccontarti come si sarebbe svolta la giornata, mi hai vista come stavo. Con gli occhi impantanati in lacrime dure di sale ti ho promesso che mi sarei presa cura di lei. E l’ho fatto, lo sai. Quel giorno ed anche il giorno a venire e tutti i giorni che verranno. Lo farò. Nonostante il grande vuoto ce l’ha fatta, è stata forte, lei ed i suoi quindici chili in meno. Io con lei. I tuoi figli maschi con noi. Ma io non ho ancora smesso un attimo di piangere. Solo stanotte ho dormito con la pace tra le braccia. “Grazie M.R, l’abito mi stava una meraviglia, grandi mani, preziose forbici. Si è solo un po’ accorciato, ma pare che la cosa non abbia disturbato proprio nessuno!”

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M. è uscito fuori dal seminato con balli americani scatenati e grandi bottiglie di champagne. Lo conosci. Lui fa così per mascherare il dolore di un assenza che per lui in special modo è stata a caratteri cubitali. Mi ha fatta stare in pena tutta la sera fino a quando mi ha sollevata in aria, per un abbraccio stretto al suo petto e mi ha detto nell’orecchio: 
<<Faccio festa per mio fratello e per nostro padre, non sono ubriaco come puoi credere, ho la capacità di far evaporare ciò che bevo prima che arrivi nel sangue>>…. e mi ha sorriso con quegli occhi furbi di chi conosce se stesso e sa benissimo cosa nascondo nel cuore. Non cambierà mai: lui è il tuo alterego, una forza della natura, tutto ciò che non oso essere io perchè abituata a vivere nella rinuncia. Così simili, così diversi. Sin da piccolo l’ho sempre protetto e gli abbiamo tutti concesso ciò che per me era impensabile anche solo sperare d’essere. Ora è un gigante buono. Buonissimo.

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“Quando è arrivata l’auto della sposa ed in ordine di apparizione sono scese la rana e mia cognata, tutti siamo scoppiati in una risata infinita. La piccola ha detto c i a o agli ospiti. Io sono scoppiata a piangere. Ho sorriso solo quando lo sposo ha avuto l’ardire di sventagliarsi come una madame accaldata. Quanto sei bello fratello. Tu solo sai… chi sono io”.

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Guardo i miei figli, i miei fratelli, mia madre ed i tuoi nipoti… padre mio…e penso che è vero: te ne sei dovuto andare via per forza di cose. Non avresti sopportato la calura di ieri. Ed è vero: i miei occhi sono spesso tristi, non riesco più a nascondermi, ma se la nostra famiglia è così bella è merito tuo. Grazie papà.  Anche per tutte le volte che non te l’ho detto mai.

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Nuvole bianche

nuvole di notte

Correvo veloce in tangenziale.
La pioggia fine bagnava l’automobile,
ma la tenuta di strada era perfetta.
L’abitacolo confortevole rendeva ovattato l’ambiente,
mentre la notte densa scorreva sotto le mie mani ed i suoi ricordi.
Ero rimasta sola con dolci pensieri come compagnia.
Nelle narici le essenze di menta fresca confondevano le memorie, 
intanto che il vento proveniente da est spazzava cipressi e fogliame.
Stanotte, non cercando nulla,  ho ritrovato pezzi di me stessa.
Mi nutro di tutte queste nuvole bianche.
Non sono mai stata così affamata.

Seta

DITA DI SETA 1

Sono di seta le dita che,

tremando,

si contendono spazi.

Scapole, fianchi, addome.

Maree, lidi, sabbie brune.

Tra pesche succulente

e velluti barocchi

fluttuo tra sogno e realtà.

Tre passi… o qualcosa di più

 

3passi

Tenera è la notte,
l’incenso bruciava aromi antichi
e mia serenità diventava oro.
Il vento spostava le tende della finestra
mentre i sapori del mare facevano da eco
al mio risveglio sempre agitato.
Teso ed avvolgente.
Come un abbraccio inaspettato.
Come un calice di vino rosso sorseggiato a colazione.

La luna ritorna come ogni estate
a far l’amore nel mare.
Nel buio delle onde e nel verde
dei miei occhi una luce ha sussurrato
“vivi” ed io l’ho seguita. Rapita.
Sono prigioniera della brama di vita.
Faccio l’amore con la felicità e respiro
profumi di ambra e marmellate di fragole.

Generosa è la notte,
le essenze danzano nell’aria tanghi e tamurè.
Io sono solo una melodia.
Suonata senza posa so trasformare
il silenzio delle perdute parole in cori d’archi,
incidere un pentagramma con gocce di saliva.
Incantevole è la notte.
Nessun sogno è troppo lontano.
Nessun bisogno è mai troppo solo.

“tre passi verso le stelle, fino a sfiorarle, tre passi per avvicinarle”.

Pennellate di vita

libera

Da qualche settimana sto ritornando a galla e nuove gemme stanno spuntando nei rami recisi della mia anima.
Ho chiuso in una scatola di legno tutti i ricordi drammatici del mio passato ed ho rispolverato la capacità che possiedo di sorridere.
Era troppo tempo che non sapevo più divertirmi.
Ora riesco a farlo quasi in ogni circostanza e non intendo lasciare nulla al caso.

Il sole primaverile riaccende la mia proverbiale voglia di viaggiare.
Un piacere mai sopito.
Un’urgenza lecita, mai compresa da chi mi vorrebbe stanziale.

Non sono stati attimi semplici.
Saturno contro e dolori come laghi abissali mi hanno tormentata per lunghissimi mesi… ma anche gli alberi, pur se piantati assieme, crescono in modo individuale ed i loro rami a tratti si intersecano, a tratti sono molto distanti.

Come me.

Sono allungata verso un cielo indefinito, ma che mi ha restituito la libertà di essere me stessa.
E’ stato un processo irreversibile, non calcolato o prevedibile.

Sono sconcertata da sola.

Le trasformazioni sono il movimento della storia, non conosco dimensione che sia stata identicamente tale per tutta la vita e di certo io non potevo continuare ad entrare in conflitto con me stessa per salvaguardare gli altri.

Vado dove mi portano le suole delle scarpe.
O forse dovrei scrivere il motore del cuore.
In verità io vado proprio dove mi porta via la testa.
E’ lei che genera la mia energia positiva e che decide sempre cosa voglio, come, quando e perché.

La spiegazione potrebbe essere una sola: il mio cervello dev’ essere composto da battiti cardiaci e la corteccia cerebrale un evidente prolungamento dell’anima che pulsa.

Tutta la mia vitalità sta lì: nell’encefalo.

Lunedì scorso ero al Forum di Assago ad ascoltare i Modà.
Ha ragione Kekko quando canta:

“…come un pittore,
farò in modo di arrivare dritto al cuore
con la forza del colore”.

Ho bisogno di una marea di pennelli nuovi. Sto andando via, ma proprio via. Nella testa sta finalmente ritornando il bagliore dell’arcobaleno e non posso perdermi una sola sfumatura.

…riflessi…

abbracciami

Stanotte tremavano le mani, gli occhi e le gambe.
Sono ancora un reperto fragile.
Perdo le parole dalle tasche della mente.

Il mio sguardo riflette l’immagine di una sedia a rotelle
che amplifica il mio bisogno d’essere abbracciata.

“Stringimi forte e dimmi che mi vuoi bene.
Ti prego stringimi più che puoi.
Dimmelo che se anche non son perfetta
non sono il peggio che ti poteva capitare.
Con la testa ti dicevo che ti amavo, che ti amavo,
che ti amavo, che ti amavo.
Ma tu non lo sai.
Non vado dove tu vai.
Non mi siedo dove tu sei.
Ti cerco con gli occhi
e ti osservo,
da dove non puoi capire.

La mia evanescenza non è un caso.
Il garbo ha preso la maleducazione e le male parole
e ne ha fatto polvere di ruggine amaranto.
Sono un senza senso sparso come polline”.

Non si può vivere per sempre.
Vivere così.
La realtà sarà una sedia a correre per gambe vecchie.
Smagrite e chiazzate di ematomi color vinaccia.
Di quel suo profumo antico.
Di mani grandi.

Non so vivere senza.
Negli occhi il ricordo dei tuoi,
colmi di ogni cosa non detta, 
nei miei.

 

Fiori dalle unghie delle mani

fiore dalle mani

Dopo la rabbia, le unghie rosicchiate per l’impotenza,  la musica classica ascoltata a volume non raccontabile per lenire l’impeto ed il furore, finalmente piango. Un pianto inarrestabile che non si ferma più. Dovessi dire o raccontare cosa piango non lo saprei argomentare. Piango la fine di un altro inverno, di canzoni cantate a squarciagola, di emozioni infinite che stanno sorvolando i resti di me stessa, piango le belle parole dell’amore quando nasce pian piano e si nasconde, gioca a rimpiattino, non si lascia afferrare e poi crolla in abbracci profondi ed infiniti. Piango la tristezza di parole ricevute che hanno scavato disorientamento e confusione, nemmeno se mi lavo gli occhi con il sapone di marsiglia riesco a non vederle scritte nella memoria della mia mente. Sono una forma di groviera dove nei buchi hanno nidificato ortiche e polvere. Chiunque tenta di infilarmi minimo si fa male. Mi spiace. Ho alzato un filo spinato di dimensioni altissime per proteggere, ma i più arditi non si rendono nemmeno conto del pericolo.  Statevene dove potete vedermi zoppicare e non portatemi bastoni o unguenti medicamentosi, la mia lebbra è contagiosa e verreste con me giù fin dove è deciso che io debba arrivare. Le constatazioni di fatto non sono il vittimismo di chi cerca conforto negli altri. Io non voglio niente, solo la solitudine come primo emendamento e le note di un pianoforte che intona melodie al ritmo del mio sconforto. Ho raccolto a piene mani poesie, ali di farfalle e humus argentei per sanare la lunga fila di disgrazie  che come carri funebri  hanno invaso i miei selciati personali.  Ma quelle “iniziali” sono state un di troppo anche per tutta la mia forza interiore, non perché io debba credere che sia vero, ma perché è stato uno sparo inaspettato ed ora il dubbio che tutta questa vita sia solo un marciapiede colmo di immondizia distrugge la mia innocente percezione della quiete e serena voglia che ho di andare avanti. Dov’è il disincanto? Non riesco più a smettere di piangere, le note di Einaudi mi entrano nel cervello e mi accarezzano l’anima. Sono onde che non so fermare, scorrono le mie dita sulla tastiera e so che non ci sarà tempo per rileggermi. Tutto viaggia veloce e domani sarò già in un’altra vita dove i fiori spunteranno  lo stesso ed il sole tornerà a splendere. Dalle unghie mi nasceranno radici di fiori di lillà con fili verdi  di menta piperita a rafforzare il profumo della mia pelle. Mani di foresta equatoriale battono il tempo, le consonanti, gli aggettivi e le vocali. Sarà così che verrà un istante di calore nel profondo del cuore. Sarà così che tornerò a scrivere di fate ed indiani, bambini e giochi di un  tempo nuovo chiamato domani.

Vado via in ascensore

ascensore-lei

Vivo inquieta in un mondo fatto di sinergie dove le onde del bene e del male hanno calcato degne ed indegne il palcoscenico della mia vita. Guardo avanti perché guardare indietro fa ancora male, ma finalmente ogni punto è stato messo, ogni virgola, sassata, viaggio, piuma, gradino, amicizia o conoscenza. Palese il ruolo. Chiusi i portoni, le finestre, le finzioni semestrali. Non esiste un solo spiffero di dubbio. La verità che sento dentro è diventata granitica e l’oltre è finalmente ad un passo dal mio naso. Non sento più niente. Il dolore, lo sdegno e la rabbia hanno lasciato il posto alla consapevolezza che i miei limiti sono stati abbondantemente superati. Sono pronta per un lunghissimo volo lontano dai miei demoni. Quest’onda tirannica ha iniziato il rimbalzo ed il film che la vita sta per proiettare è solo un vizio già  visto e commentato. Per sempre… vado via e non ci sarò mai più come ci sono stata,  perché nemmeno quando ho avuto bisogno di sapere le cose vere mi son state dipinte con i colori della realtà. Fa meno male la verità di una bugia. Fa meno male anche il bacio di Giuda. Un piede di porco a scardinare il cuore. Saltello su un piede e poi sull’altro. Notti lunghe mi hanno vista rotolare tra le lenzuola senza sonno, senza il calore di un abbraccio, di un bacio dato di spalle, mentre la vita fuori scorreva tra locali notturni, altri odori, camere d’albergo, altre mani e vecchi sapori. Le mie mani sono pure e calde, le dita son sempre affusolate. Le labbra rosse, screpolate per il freddo che sento, sono l’unico punto luce del mio viso smunto. Vorrei un bacio piano a labbra chiuse ad aprire un canto, un pegno, l’inizio di un sacrificio che libera energia e scardina fuochi e libertà. Vorrei una mano a stringere la mia, risate e cose semplici: le passeggiate nei prati, la musica nelle orecchie, un sorriso con gli occhi. Vivo inquieta perché la tranquillità mi impegna ancor più del disagio delle ore appena trascorse. Fingere indifferenza è stato un bastone tra denti già scassati. Con la lingua mi tocco i polsi e vibro. Non mi devo scordare in tutto questo freddo inverno che sono viva. Che sono viva. Che sono viva. Che per l’agitazione trascorro le notti in bianco. Che per la stanchezza crollo ai tavolini dei bar del centro. In un ascensore di provincia ho visto il muro anziché l’uscita. Sarei rimasta per sempre in quei due metri quadri se non fosse stato per la paura di non riuscire a respirare. Avevo tutto ciò che desideravo. Mi tocco le braccia, i fianchi, i capezzoli, le cosce e vado avanti.  Me lo sento, che sto andando… che sto andando via. 

Coraggio di neve

neve

Il ghiaccio di queste ultime giornate ha reso il paesaggio che mi circonda lunare. Mi è molto simile… per quanto son pallida e quieta. Disincantata.  Esco a piedi. Il marciapiede adiacente la villa è bianco e luminoso. I rami e le foglie della siepe d’alloro sono  ricoperti di una morbida coltre di nevischio gelido. Respiro forte, fino a sentire gli aghi nei polmoni.

<<È freddo secco>>, mi dico. Quello che sveglia da qualsiasi torpore e impone di accelerare il passo, giusto per non morire assiderata. Meno dieci e non sentire fastidio. Non mi è accaduto mai.

Forse perché siamo alla stessa temperatura, io e la natura.

Mormoriamo gli stessi silenzi e sorridiamo anche senza alcun raggio di sole.

E come un miracolo: mi ritrovo col cuore caldo che batte.

Abbasso il cappello di lana più forte sulla testa e mi stringo tra le braccia. Sento il gelo bucare gli occhi della mente eppur son viva. Cammino veloce. Non mi urtano le luci dei balconi. La strada è vuota di sogni ed illusioni. Poi, per un istante, giusto il micron di un tempo incalcolabile… ho vibrato.

Quasi da confondermi con tutto questo gelo.

Senza curarmi delle tasche vuote, dei bottoni che cadono e dei baci smarriti per strada, ho sentito la felicità che passando… mi ha lasciato un buffo sulle guance. 

Solo quando sei una sopravvissuta puoi imparare ad essere felice di niente.

Coraggio o imprudenza? 

<<Cade la neve ed io non capisco che sento davvero, mi arrendo…. ogni riferimento è andato via>>.