Il fenomeno del “riunionismo”

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Dopo i fenomeni collettivi che hanno visto coinvolte milioni di persone nell’uso degli smartphone, wazz-up, il consumo di sushi & co, la pratica del wellness, fitness e la scelta delle svariate opzioni alimentari salutari dalla dieta Mozzi a quella dissociata, il 2018 verrà premiato per l’anno top del “riunionismo”. Meeting, working lunch, lync via skype, aperitivi di lavoro, le giornate si stanno rivelando come un infinito sequel di appuntamenti con il risultato finale che si lavora sempre meno e buona parte del tempo viene consumato a parlare sempre delle stesse cose. Questa mania, che chiamerei persecuzione, diventa ancora più assillante quando prende il via già dal lunedì mattina, si infila spesso e volentieri nella pausa pranzo e scatena un vero e proprio malessere fisico quando viene programmata allo scadere delle otto ore lavorative, con conseguente utilizzo del cosiddetto tempo straordinario al 100% non retribuito. La riunione reiterata è psicologicamente disturbante e arreca un grave danno alla continuità lavorativa, soprattutto se indetta con frequenza quotidiana. Vi è mai accaduto di avere un meeting tra un paio d’ore, per esempio, e avete soprasseduto nell’iniziare un progetto impegnativo per mancanza di tempo dedicandovi a fare cose poco produttive in attesa dell’incontro? Si sa che quando abbiamo un impegno il tempo sembra scorrere più in fretta, con il risultato che fare di meno con il tempo che effettivamente abbiamo a disposizione diventa uno stile lavorativo. Il concetto di “pillola informativa” della durata massima di dieci minuti quotidiana è purtroppo utopica, la moda vuole full immersion durante la quale vengono proiettate slide con trend di crescita incomprensibili e una lista infinita di interventi da parte di specialisti rigorosamente suddivisi per ambiti di competenza. Non fa nulla se le platee dormienti con l’orologio in mano hanno come focus il rientro veloce in sede per combinare qualcosa di utile appena riottenuta la libertà. Tutte le aziende hanno una trimestrale, non sarebbe sufficiente fare la conta delle performance alla fine del periodo suddetto? Pesare un trend dieci volte al giorno non migliora il risultato, anzi… origina un’ansia da prestazione negativa e la conseguente insoddisfazione fantozziana che il geniale Paolo Villaggio aveva ben interpretato nelle sue pellicole. Più riunioni indici al giorno e più sei un fichissimo aziendalista, ma non dimentichiamocelo: una persona o fa una riunione o lavora, non può fare entrambe le cose nello stesso momento. Su un blog possiamo dircelo: nulla è più frustrante di un meeting inutile che dopo un certo limite diventa controproducente. Il non sapere quando questa linea viene superata sta diventando un problema molto diffuso. Pensate, le riunioni non indispensabili costano alle aziende una cifra fuori di testa: 37 miliardi di dollari all’anno, e mentre cercate di immaginarvi tutti questi soldi altre ricerche hanno dimostrato che gli impiegati passano più di 60 ore ogni mese in convention del tutto improduttive, la metà delle quali viene dipinta come una completa perdita di tempo. Le grandi aziende dedicano ai convegni più ore di quanto non ne stanzino per la formazione del personale, all’incentivazione, alla ricerca e sviluppo. Che dire! Forse a questi capi, capetti, manager… basterebbe organizzarsi meglio? Incontri che mettano nero su bianco azioni concrete e abbiano un sintetico taglio corto sono una mission impossible o servono a giustificare tutti quei ruoli intermedi di controllo, sorveglianza, vigilanza e potere? Quando la pianificazione diventerà strategica?

Un moleskine che registra riunioni dalle 8.30 del mattino alle 18.00 del pomeriggio può solo dipingerci lo human design di un omicida seriale.

Stefania Diedolo

Milf – la rivincita delle cinquantenni o un termine dispregiativo?

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Il termine Milf, utilizzato dai giovani di oggi per rivolgersi a determinate tipologie di donna, è diventato di uso comune ma sono in pochi a sapere con esattezza cosa significhi. Alcune signore lo considerano offensivo, altre lo vedono come un complimento, dipende con quale predisposizione d’animo si accoglie l’appellativo e ci si identifica in un processo che non è affatto banale. La traduzione letterale è la seguente “Mother I’d like to Fuck” cioè “La mamma con cui vorrei fare sesso”. Il termine è rivolto a una tipologia specifica di donna che grazie a una serie di requisiti è considerata attraente e sessualmente appetibile: mediamente si tratta di donne con figli o comunque accompagnate, di età compresa tra i 35 e i 50 anni, corpo da pin-up, qualche ritocco estetico, in carriera e con un ottimo status economico. Il termine ha trovato una notevole diffusione nell’ambito della pornografia, ecco perché è sconsigliabile etichettare una donna in tal modo benchè l’ironia personale possa superare in modo esemplare i limiti del linguaggio. Nell’ultimo decennio, grazie all’emancipazione, alle diete e alla tendenza a mantenere il corpo sano e in forma sono moltissime le donne che si possono definire affascinanti e bellissime nonostante l’impietoso trascorrere degli anni. Oggi per fortuna non solo gli uomini migliorano con i primi capelli brizzolati, accade anche che il sesso femminile acquisti charme e interesse. Dev’essere atomico il mix che scatena nelle giovani fantasie maschili il desiderio di farsi sedurre da sguardi adulti che dominano. Ovviamente il termine Milf è solo un’etichetta entrata nello slang comune dei giovanissimi come molti altri modi di dire tipo “mi whazzappi”, “chattiamo”, “mai na gioia”. Dal punto di vista sociale molte donne penseranno che è deprimente essere viste come oggetti sessuali ma non stiamo scoprendo l’acqua calda, stiamo solo fotografando una realtà che esiste e vivrà finché la domanda incontrerà l’offerta. Senza voler connotare il concetto di Milf solo in senso dispregiativo mi vengono in mente un paio di pellicole cult di tematica similare, avete visto “Il laureato” o l’interpretazione magistrale di Kim Basinger in “The door in the floor”? In entrambi i film uomini giovanissimi hanno liaison con donne mature per motivi diversi. Come non capirli? Le donne che arrivano alla soglia degli “anta” hanno pregi che le giovanissime ancora non hanno acquisito, hanno sicurezza e equilibrio, non vogliono sposarsi e fare figli a tutti i costi, hanno finanze solide e diciamolo… una maturità sessuale che potrebbe essere garanzia di complicità. Forse oggi gli uomini cercano appoggio e protezione in un ribaltamento dei vecchi ruoli? Non saprei dire, come non saprei dire come mai se cerco su Google il termine Milf e ne guardo le immagini correlate mi escono solo fotografie  hard. Ma allora “essere una milf” è la rivincita delle cinquantenni innanzi all’avanzare dell’età o solo un termine dispregiativo?

Stefania Diedolo

Ciao settembre

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Anche settembre è tornato a bussare alle nostre case, per molti in stretta concomitanza con il termine delle tanto agognate ferie, volatilizzate in un soffio tra notizie di cronaca degne di un serial killer e un caldo folle che ha piegato anche i rettili. Questo è un mese carico di aspettative e riorganizzazione pratica e mentale, la fine di una stagione dove ancora fa caldo ma non si boccheggia, le giornate sono piacevolmente lunghe ma non più di tanto, gli impegni scolastici vengono affrontati a spizzichi e bocconi e il rientro in ufficio è sincronizzato a una ballata lenta che quasi addormenta. Se dovessi trovare un verbo che ben rappresenti questo periodo dell’anno penso solo a “ricominciare” ciò che abbiamo messo in pausa più o meno forzatamente e che dovrebbe avere il sapore di un nuovo avvio, un punto di partenza in cui siamo noi a decidere cosa portare avanti e cosa lasciare indietro. Ecco perché si dice che le ferie estive hanno anche il compito di depurare le cellule “emozionali” perché è adesso, in questi giorni… che capiremo quanto siamo propensi a iniziare il cambiamento di quelle piccole o grandi cose che abbiamo messo in fila come la lista della spesa o è preferibile rimandare tutto al nuovo anno e accontentarsi della solita routine. Settembre è da sempre il mese dei buoni propositi, chi ha bisogno di perdere peso si concentra sulle nuove diete e si iscrive in palestra, chi fa della prevenzione un must programma tutti gli esami medici di controllo e chi si prepara con ansia all’inizio del nuovo anno scolastico termina i compiti e ripassa le materie deficitarie, il tutto condito da quella segreta nostalgia per l’estate appena vissuta e tra qualche settimana non ricorderemo più perché la pubblicità, le vetrine e la cultura social inizierà a ricordarci che mancano pochi mesi al Natale, anzi… già che ci siamo: sapete dirmi dove trascorrerete il Capodanno? Ovviamente sto ironizzando ma sorridere di quanto siamo lobotomizzati allevia questo strano turbamento che accompagna lo scorrere del tempo. Settembre è il nono mese dell’anno ma porta con sé quel vento di programmazione che meriterebbe il podio del calendario. Sarà per questo motivo che ne detesto le intenzioni intrinseche e da oltre un ventennio lo utilizzo per andarmene in vacanza su spiagge ormai deserte dal turismo di massa? Certamente lo vivo come ultimissimo scampolo d’estate prima di lanciarmi a tuffo carpiato nelle metropoli dei colletti bianchi e negli avvicendamenti che mi condurranno in giro per l’Italia a fare promo letterarie (KARMEL mi attende). Settembre è il mese della felicità silenziosa, le felpe di cotone, le tute colorate, i calzini antiscivolo su divani morbidi e copertine di mezzo peso. È un mese che ci dona la dolcezza dei suoi frutti: la vendemmia, le prime castagne, ma siccome tutto ciò che è dolce porta con sé anche malinconia ecco che le foglie che ingialliscono, le folate di vento e l’imbrunire denso delle serate in famiglia ci preparano all’arrivo dell’autunno con un lontano senso di inquietudine che sin dall’infanzia impariamo a capire quanto sia tagliente e ineluttabile. Per me settembre è sempre fermo al  1980, se chiudo gli occhi mi rivedo giovane che vado a scuola con la cartella gialla, la gonna a portafoglio e gli stivali marroni, una buffa berretta di cotone arancio e nelle orecchie un walk men datato con Augusto Daolio dei Nomandi che cantava: “Pooooooiiii, una notte di settembre me ne andaiiii”.

Settembre scusami,
non sono mai stata pronta.

 

 

 

 

 

 

Se la sabbia potesse parlare…

Prova costume

Come ad ogni inizio estate il web impazza di consigli, moda e diete detossinanti “fai da te” per affrontare la famigerata prova costume, roba che se dovessimo applicarle alla lettera il terzo giorno ci ritroveremmo disidratate in una bara. La forma fisica è prima di tutto una “forma mentis” non certamente un approdo momentaneo, inizia da piccole e si protrae tutta la vita, sarebbe sufficiente un’alimentazione salutista e una camminata veloce di un’ora al giorno per abbassare il colesterolo e bruciare le calorie di troppo.

Sono reduce da una settimana in Salento, terra meravigliosa di sapori e colori ma ciò che hanno visto i miei occhi non è facilmente raccontabile, per fortuna la sabbia non può parlare. Evitando considerazioni sulle persone anziane che il loro look mediamente resta dignitoso, ho riscontrato che tra i venti e i cinquantacinque anni si è totalmente perso il senso del pudore e del bello.

Osservando l’umanità che si muoveva sulla spiaggia, ho distinto la massa in due gruppi: chi scimmiottava la “modernità” e chi rincorreva un’idea di “antichità” indipendente dall’età del soggetto coinvolto. Credetemi, la battigia a qualunque latitudine é invasa da umani mediamente tatuati per 2/3 del corpo, donne comprese. Diavoli alati e teschi imperano più dei costumi che quest’anno sono talmente minimal da obbligare l’utenza a una depilazione totale. Purtroppo vedere maschi aitanti con le cosce e il pube liscio come quello di una femmina avrebbe azzerato gli ormoni anche a un’adolescente ingrifata. Parallelamente la gioventù femminile si è profusa in look anni sessanta con mutande ascellari firmate Golden Lady, costumi interi dotati di spalle alate che ricordano i dolcevita della mia infanzia, fasce colorate per i capelli modello Greta Garbo e tacchi infradito da spiaggia. Prendere il sole così vestiti o con addosso un burka “c’est la meme chose”. Mentre osservavo mi sono chiesta… ma non hanno caldo? Come faranno a farsi un bagno? Ma io a qualche fazione appartengo? Sì, perché a un certo punto ti guardi e comprendi di esserti persa volentieri qualcosa per strada. 

E’ evidente che il principio dell’apparire che dilaga sui social ha preso il sopravvento sulle regole standard di bellezza e decoro che dovrebbero influenzare la realtà. Non conta quanto si è alti o belli, quanto si è in forma fisicamente, o quanto si è assolutamente nella media, ciò che urge è non passare inosservati. Quindi via libera alle tinte per capelli astruse, occhiali da sole improbabili, tattoo che invece di marcare ricordi sulla pelle danneggiano la retina di chi guarda. Quand’ero una ragazzetta ed ero in forma strepitosa, per scherzare con le amiche  dicevo che avevo fatto la prova costume e mi stavano bene solo le ciabatte, oggi vi giuro che non si salvano nemmeno quelle. Personalizzate e con pelo in bella vista, hanno reso calda in modo improprio un’estate che fino alla scorsa settimana faticava veramente a decollare. 

Constatato con piacere che le mode continuano a non influenzarmi e che anche quest’anno ho aperto la mia cinquantesima estate da amante ossessiva del mare con la mia solita nonchalance, mi sento di dare un consiglio a chi si sta distruggendo per l’imminente prova costume: “Rilassatevi e statevene tranquilli, intanto tranne qualche sociologo nascosto tra la massa non vi guarderà nessuno, tutti si staranno controllando gli addominali riflessi nel mare o al massimo avranno gli occhi persi dentro l’ultimissimo e modernissimo cellulare”.

Stefania Diedolo

Accade quando dici che ti manco

accade

Accade che ti ascolto e mi sento svenire, tutto si dilata e so che non ci sto dentro, che le cose muoiono ma l’amore non si spegne mai. Lui si rinnova, demoltiplica le ragioni, accarezza come un piccolo spirito ribelle l’impossibile e lo rende cartastraccia, roba da ridere e piangere in contemporanea. Roba da matti. Sì, perché noi lo siamo sempre stati folli, un po’ spostati rispetto alla gente che ci giudicava, sempre scapigliati nel nostro tuffarci mani tra i capelli, dentro bocche che non si saziavano mai. Ti manco tanto. Me lo dici come se mi stessi chiedendo l’ora e io non commento perché non ci sono risposte che possano di nuovo incollare i nostri corpi come quando facevamo l’amore e l’Universo si fermava stupito, riconoscente. Accade ancora che mi sento morire nonostante siano trascorsi anni, poi mi asciugo gli occhi e fingendo d’essere innanzi al mare allargo le braccia e mi stringo da sola. Che non si finisce mai di crescere e non si finirà mai d’amarsi ancora un altro po’.

Stefania Diedolo

 

Un errore bellissimo

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Che bella la giovinezza! Senza pudore facevo a pezzi le regole sociali inventando un micro cosmo dove sentirmi libera, provocante, indisciplinata. Disubbidire era un’affermazione d’identità. Rompere gli schemi una sfida intrinseca per spostare più in là… quella maledetta linea che costringeva l’infinito e delimitava i muri della mia camera. Se ripenso a noi, alle tue mani che mi toccavano di nascosto all’ombra dei glicini, a quella volta che mi accarezzasti sotto la gonna in chiesa, sorrido incosciente. L’innocenza mi ha perdonata più delle persone e nella riconoscenza verso la vita non ho mai regalato nulla alle fauci del destino, nemmeno le briciole di una fetta di torta al cioccolato. Prendere a morsi le tue labbra è stato come accendere il buio, che sensazione rumorosa la giovinezza! Il rullare dei nostri cuori abbatteva le notti dove non sapevamo nemmeno far l’amore. Ci siamo bastati per un tempo breve ma infinito. Non è stato il tempo a dividerci, solo la maledetta paura di pensare che eravamo il più bell’errore ci potesse capitare.

Stefania Diedolo

Il libro ” KARMEL” è in vendita in tutte le librerie d’Italia e sugli store on-line.

 

Il principe

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Quest’oggi il web è tornato normale, direi anche abbastanza spento considerata la flemma che pervade ovunque. Dopo il matrimonio dell’anno, dove tutti hanno potuto pubblicamente esternare la propria opinione come fossero seduti al bar dell’oratorio, si sono spente le luci e finalmente si sono chiuse le bocche. Perché a dar fiato all’ugola son capaci tutti. Sapevo che la popolazione italiana è facilmente preda di virus come dire… modaioli, ma che in modo così ostentato fosse fieramente detentrice del premio “invidia il prossimo tuo” non potevo nemmeno immaginarlo. Nelle ultime 48 ore i social si sono trasformati nella bibbia delle cazzate; se tutta la gente impegnata nel creare battutine, cartelli e foto ironiche avesse dedicato il suo tempo ad amare o aiutare qualcuno, oggi saremmo più ricchi. Henry è un principe in carne ed ossa, bello, aitante e rosso, non come quello biondo slavato delle favole che tanto abbiamo amato da bambine. È un principe vero della famiglia reale britannica, sesto in linea di successione al trono del Regno Unito e dei reami del Commonwealth, duca di Sussex. Che alle casalinghe incazzate perchè il postino non suona più due volte  piaccia o meno, che agli uomini piccoli che hanno tutto piccolo aggrada o meno, è convolato a nozze e il mondo lo ha applaudito da ogni latitudine. Il meglio e il peggio del Royal wedding ha permesso a tutti di fare gossip… non solo ai giornalisti e adesso, mentre noi umani facciamo la spesa all’Ipercoop e ci alziamo alle cinque per andare al prendere il treno che ci porterà in ufficio, lui continuerà a fare il principe.

E che principe. W gli sposi.

Il corteggiamento ai tempi dei social

blog

“Ti ho dedicato i migliori giga della mia vita”.
“Ammazzati”.

Chissà cosa sarebbe successo se Garibaldi e Anita avessero vissuto il loro amore negli anni duemila, anche lui le avrebbe dedicato stories su Instagram e l’avrebbe riempita di messaggi virtuali? Siamo nel campo delle ipotesi impossibili, certo è che il concetto d’amore e corteggiamento si sono talmente evoluti d’aver letteralmente sconvolto le nostre vite. In passato scrivere una lettera al proprio fidanzato era all’ordine del giorno, ricordo che il lunedì mattina, appena salivo sul pullman che mi portava a scuola, consegnavo una busta sigillata alla sorella del mio ragazzo e lei mi dava la sua risposta il mercoledì. Oggi gesti simili sarebbero considerati antichi, da sfigati… i giovani e gli adulti stessi hanno trovato facilmente un rimpiazzo con la messaggistica di Whatsapp e chattate che durano ore. Sono sempre stata una sostenitrice del cambiamento che per natura non considero mai dannoso, la tecnologia che avanza ha positivamente accorciato le distanze rendendo più semplice parlare con la gente, se però l’obiettivo iniziale era quello di avvicinare, tale forma di comunicazione ha raso al suolo i rapporti personali. Quand’ero adolescente per parlare con gli amici ci trovavamo sul piazzale della Cassa Rurale, rammento come fosse ora l’attesa di rivederci, il loro sopraggiungere con i giubbetti colorati a cavallo di PX alla moda. Belli, giovani e con lo sguardo innocente di chi sperava di rubare un bacio. Oggi i giovani si lasciano messaggi vocali sui telefonini, trascorrono i pomeriggi a navigare e comunicare in modo telematico ma soprattutto si danno appuntamento molto tempo dopo che il corteggiamento virtuale ha iniziato a far breccia nel loro cuore e le distanze lo permettono. È ovvio che in tutto questo l’approccio si è evoluto rispetto al passato, dove dopo la lettera arrivava la passeggiata sul corso, un bacio con la mano sotto la maglietta e quel sottile dolore che faceva da cornice al contesto… perché già si sapeva che avremmo dovuto attendere una settimana per rivederci e poterci parlare di nuovo. Oggi i social sono quindi utilizzati anche per trasmettere sentimenti ed emozioni, fare vere e proprie dichiarazioni d’amore, in casi disperati anche fare sesso. Proprio nei giorni scorsi ho scoperto la nascita di un nuovo ruolo sociale totalmente diverso dall’amico, l’amante, il fidanzato e il recente tromba-amico, si tratta dell’uscente. Questa nuova icona dell’amore al tempo del virtuale è colui che esce con te perché interessato, ma non è il tuo ragazzo… lo stai solo conoscendo. Condividendo con lui il tempo di una pizza o un cinema diventa ufficialmente l’uscente della situazione, persona affine con cui chattare, darsi il buongiorno e la buonanotte ma soprattutto… colui che non puoi tradire chattando con qualcun altro perché già che ci esci sei comunque vincolata a lui. Una bella sfiga mi verrebbe da pensare, non sono ancora fidanzata che già ho delle regole di fedeltà così astringenti da farmi venir voglia di fuggire, ma così è e i giovani adolescenti sono molto rigidi sulla questione, soprattutto le ragazze. Non so dire se il corteggiamento è meglio oggi o trent’anni fa, il sentimento più antico del mondo ha sempre un solo modo per farci sentire che è arrivato, le farfalle nello stomaco e la sensazione indefinita che senza il nostro lui/lei non possiamo più vivere. Si tratta di un’alchimia così eterna che non potrà mai essere abbattuta da nessun tipo di progresso tecnologico, per fortuna gli abbracci, le lingue che si cercano e le cosce avvinghiate non sono ancora chattabili.

L’amicizia

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“Voglio dirti che non ho mai creduto nella fortuna, che in casa mia non ci ha mai baciato e da sempre lotto per raggiungere i miei obiettivi. Te lo dico perché non vorrei tu pensassi che sono una donna dalle spalle leggere, ti assicuro che il fardello è sempre stato pesantissimo anche se non si vede perché ho un sorriso che copre tutto. Le ferite, le costole rotte e anche i primi capelli bianchi. Voglio dirti che lottare è un verbo che da me si replica all’infinito, non so cosa significhi trovare le porte aperte, gli abbracci gratuiti e le situazioni che filano via lisce come l’olio. Non passo mai dal via completamente vestita, perdo sempre qualcosa perché non mi vengono concessi sconti e il baratto mi denuda, mi impoverisce. Ciò nonostante sono favolosamente ricca dentro di tante cose che non saprei nemmeno descriverti. Tuttalpiù puoi affacciarti e guardare, sempre che tu non abbia paura di vedere e credere che esisto per davvero. Capisco che per te è più facile sapermi quieta nella mia bellezza scomposta, ma ciò che immagini destinato a me non mi è dovuto quindi devi abituarti all’idea che faccio fatica, che a tratti arranco e che non ho scorciatoie. Siamo in molti a vivere con la strada perennemente in salita, non mi sento né fuori luogo né particolarmente disadattata, anzi… sotto alcuni aspetti mi sento privilegiata. Se avessi già realizzato tutti i miei sogni dovrei sognarne altri e non credo di averne ancora nel cassetto delle notti stellate piene di baci e rossetti e corpi vicini e magliette strappate. Devi vedermi per quella che sono se vuoi conoscermi, devi spalancare gli occhi e andare oltre il muro delle apparenze. Non sono mai andata via da chi mi è stato vicino senza volermi cambiare i connotati. Devi sforzarti di leggermi tra le righe colorate del mio maglione preferito, provare a sfiorarmi una mano esile e tenermi per le spalle. Sono fragile e forte come un albero sferzato dal vento, forse posso farti paura ma se saprai ascoltare i miei silenzi e capire come parlare al mio cuore, stanne certo… sarai oggi e finché vorrai il mio più caro amico”.

E’ difficile o impossibile?

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Stamane, mentre mi avventuravo nella giungla cittadina, pensavo che tutto è diventato difficile, guidare nel traffico caotico, fare la spesa al supermarket negli orari diurni, trovare un tavolino d’angolo per mangiare un panino al volo, addirittura convolare a nozze. Non credo manchi la volontà o l’entusiasmo, è oggettivamente difficile vivere una vita semplice e pacifica. Uno scherzo non da poco arrivare con qualche soldo in tasca a fine mese per chi ha uno stipendio, figuriamoci per chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo. Si fa fatica a credere che in trent’anni il mondo abbia indossato il “turbo” come fosse un abito, ignorando chi, a causa di questa frenesia collettiva, si perde per strada e non riesce a ritrovare la bussola dell’esistenza. È una sensazione devastante che coinvolge tutti a ogni livello. Anneghiamo in leggi che cammin facendo si complicano a piacimento di chi le crea, nei problemi di salute, nelle preoccupazioni per i figli, nei vaffanculo liberi che piovono torrenziali per qualsiasi motivo e poi … guardiamoci, siamo sempre più soli. Accantonando un attimo l’amore e l’amicizia che nel mio cuore sono salvi a prescindere perché resto una donna d’altri tempi, ciò che percuote questo nostro vivere rendendolo drammatico è la pressione che il contesto esercita e ci incunea nella sensazione claustrofobica che siamo in perenne ritardo. Si comincia a correre appena desti, si va a dormire divelti e passiamo il week end a mettere insieme i cocci. Che cazzo di vita stiamo vivendo? Quella che hai voluto, mi potrebbe rispondere qualcuno ma quando ho scelto… il perimetro era ben diverso, risponderei piccata, poi sono arrivati i nuovi yuppies, le norme che modificano le cose che andavano bene riempiendole di parole inutili e di carta. Sono arrivati quelli che credono di sapere tutto e invece sanno solo riconoscere il profumo dei soldi, si inventano la new economy, cosa comprare, come comprare, ciò che è buono da ciò che non lo è, massacrando a più non posso se non cammini nella direzione che impongono. Non volevo citare in questo post i tagliatori di teste ma vogliamo dirlo che oggi sono di gran moda i super-capi che se non sei performante fino al non-sense… non vali più niente e in 48 ore ti ritrovi segato e sostituito con il collega che non sa un cazzo ma è immensamente più stronzo? È diventato complesso fare qualsiasi cosa, l’imprenditore, l’insegnante, l’allevatore, il genitore e anche il prete. Tanti anni fa si faticava perché sulle tavole mancava il pane, sbarcare il lunario significava avere la garanzia di una cena calda ma poi la sera si stava tutti insieme a parlare, le nonne facevano le trecce alle nipoti, i bimbi ascoltavano i ricordi della guerra degli anziani e tutto era calmo mentre il torpore dei camini accesi confortava e leniva. Oggi la solitudine corre sui Wi-Fi delle interconnessioni, in chat di maschere artefatte necessarie per sopravvivere al riflesso degli specchi dove ci facciamo i selfie. Oggi è difficile anche alzarsi dal letto se non hai una motivazione forte. Sono una guerriera, l’ho sempre detto e state certi che morirò sul campo di battaglia ma se in passato per avanzare bastava l’entusiasmo oggi non è più sufficiente. Devi avere l’appoggio di chi conta, le ali ai piedi, il portafoglio a fisarmonica, un garage colmo di integratori per aiutarti a sostenere i ritmi e soprattutto devi avere lui… il culo. Un grandissimo benedetto culo, di quelli che la sfortuna quando lo vede cade a terra tramortita e ci resta. Ricordo che alle elementari “difficile” era fare un bel disegno come quello di Emanuela (terza fila a destra), lei sì che colorava come se stesse danzando sulle punte. Alle medie “difficile” era risultare gnocca ai ragazzi di terza consapevole che non avevi né tette né curve acchiappanti. Al liceo “difficile” era superare il compito in classe della professoressa Premoli, anche se ti faceva ripetizione era garantito che prendevi 3 periodico, ma erano difficoltà che non toglievano il sorriso, il colore del viso, il peso, la luce negli occhi. Oggi la “fatica” è diventata una costante che non trova conforto nemmeno nella gratificazione, perché la meritocrazia si è persa agli albori dello stato italiano e tutto converge verso il successo di pochi e la crisi di tutti gli altri. Le difficoltà si chiamano tali perché con stimolo e intelligenza si potrebbero superare ma quando cronicizzano non appartengono al concetto di normalità, sono uno stato sociale, un dramma, un alert di grave condizione generalizzata che sta strozzando. Stamane mentre pensavo a tutto questo c’era il sole e i campi mi dicevano: “Scendi da quella cazzo di macchina che ti sta rubando la vita e siediti sulla terra fredda e dura, ascolta il battito della crosta terrestre e comportati come il fiore che sei” ma ero in ritardo, ho nascosto i petali nel cappuccio del cappotto e mi sono messa a correre insieme agli altri verso non si sa cosa e per quale motivo, con un sogno in tasca grande come il mare e la paura vera di non vederlo realizzare mai.

È notte, tutti dormono ma io non posso riposare, da quando il sinonimo di “difficile” è diventato “impossibile”?

Stefania Diedolo