privilegio

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Ho sempre pensato che essere amati fosse un privilegio. Mi sbagliavo. Privilegiato è colui che ama: il suo muscolo primario non sarà mai di granito artico. Un danno “in pectore” insanabile. L’unica vera metastasi dell’anima.

Il perduto senso dell’amore

Chi non possiede l’amore,
cancella speranze
rastrellando turbamenti
di splendori andati a male.
Troppi discorsi
saturano le menti
di confuse illazioni.
Solo i silenzi
seminano germogli,
nuove premesse.
Solo la calma serena
restituisce
verità omesse.
Come quando le mani
accarezzano piano
nella notte.
Come quando
nella magia dell’oblio
incolliamo le congiunture rotte,
volano i baci,
le carni,
il sangue nelle vene.

Solo chi non possiede l’amore
si nutre di possessive cancrene,
in quotidiano sciopero col bene.

Emotiva

Emotiva sono, come il rigo di nero mascara che colora le mie guance nel ricordo di te. Un pensiero, che sfuma negli anfratti della mia testa assonnata mentre guido e di nebbia mi nutro. Mentre sogno e di vuoti mi riempio. E’ un otre questo mio sentire mai desertico. Un costante rimbombo arcaico. Troppo vasti i miei lidi per godermi indenne, perché tutto ho concesso all’amore. E in questo tutto un cuore solo… muore.

Random

Avete presente quanto siete talmente pieni di turbamenti, che si crede di implodere? Da non essere in grado di scrivere, parlare o spiegare. Sono in modalità random. Vorrei narrare l’amore, la femminilità che mi pervade, i desideri che reprimo ed i contromano in cui mi applico sopravvivendo. Poi nella memoria si avvicina la cicatrice per mio padre e prevale il disordine. Col suo camminarmi nella testa mi viene bene solo il pianto. Sorvolo l’idea dei tacchi a spillo, le calze velate di nylon, gli abiti di seta… a favore di una tuta verde militare strappata che mi dia calore. Ai piedi le calze antiscivolo di mia figlia, in testa un berretto di cotone modello gnomo che se potessi tirerei fin sotto il naso.
Ed è mentre vago per casa che mi ritrovo a litigare con i pensieri che mi logorano. Palpito per persone che desidero conoscere ed il destino ogni volta m’impedisce di guardare negli occhi, per chi mi vive lontano e mi manca sempre. Per chi mi vive vicino, ma mi manca nello stesso identico modo. In ogni istante. Dentro ho il caos. Emozioni, lacrime, pensieri erotici, gioia, spossatezza, forza, voglia di fare l’amore, pensieri sinistri… in un random instancabile, come flash incalzanti di giorno e di notte. Incredibile come son brava a piangere. Finalmente non ho più gli occhi ingessati. Gli aghi che bloccavano l’uscita del liquido sono saltati. Come il tappo dello champagne Louis Roederer l’Hermès de la Champagne. Come sono bruciati gli equilibri precari. Le persone che mi cingevano a morsa. Gli animi che non mi volevano bene. I jeans che ho buttato dalla finestra. Le maglie di cotone che ho ridipinto. I reggiseni di pizzo a cui ho staccato il ferretto.

Mi manca mio padre, l’ho perduto. Mi manca ciò che sono stata in passato, oggi sono il mistero della deuxième dame. Mi manca il tempo sequenziale, godo a malapena imprigionata nelle ventiquattro ore. Mi manca l’autorità di poter vivere come bramo, le responsabilità mi impongono battiti e debiti che ridurrebbero in polvere chiunque. Ma dentro sono colma di emozioni, tensioni, magie. Indirizzare tutto questo sentire nella scrittura catartica oggi non basta, no che non è sufficiente raccontare… spremere e soffiare. L’urgenza stavolta ha altri connotati che includono la fisicità, gli occhi negli occhi, le mani e gli odori. Gli abbracci, le chiacchiere, le cene in compagnia e le serate al cinema. I viaggi, le passeggiate, i cappotti stretti e la nebbia che avrà da venire. Le castagne cotte ed il vin brûlé, i baci di cui so ben immaginare il sapore, la frenesia che alimenta l’irrequietezza della mia anima.

Tempo fa una donna mi disse:<<Il giorno che assaggerai le tue lacrime ti verrà di nuovo desiderio di assaporare il mondo>>. Mangio sale da mesi, forse è per questo motivo che invece di andare incontro all’autunno, dentro lo stomaco sento un movimento circolare come fosse primavera? Forse una volta sarò anche stata bellissima, avrò amato perdutamente e compiuto gesta eroiche. Forse in origine sarò anche stata disincantata e nobile, governata com’ero dall’innocenza. Ma oggi, se mi guardo nuda nello specchio, non mi sento un’illusione. Sono sempre io. Le rughe solo un poco più spesse, il corpo un pò meno autostrada da percorrere in lungo ed in largo, la memoria di buchi fioriti.
Ma il sorriso… ah, il sorriso… quello è rimasto identico a se stesso. Come gli occhi che si fanno “ricci” anche quando cerco d’esser seria. Sono random. Un bottone da schiacciare per un film ogni giorno diverso, ogni attimo mai uguale a se stesso. Intrisa. Densa. Ridotta in poltiglia. Rinata nell’humus del mio stesso utero, mai più indispensabile, mai scontata, per sempre fragile. Come il vetro soffiato ancora caldo.

Ieri ho visto il trailer di un film in uscita proprio in questi giorni. Un professore chiede ad un suo alunno:

<<Che significa random?>>.
<<Alla cazzo di cane, prof>>.

Ed io mi son ritrovata a ridere nonostante la frase fosse volgare, perché un poco mi ci sento….in quel modo. Giro a vuoto, come capita. Nervosa più del dovuto, fatico a respirare a causa ansia da vendere e nel frattempo staziono in ogni anfratto emozionata. E’ l’anima. Tutta colpa dell’anima. O forse delle cose che m’invento per non fermarmi troppo a pensare, non saprei raccontare. Ma una cosa è definita: mi sto innamorando della mia imprevedibilità. Un’epoca a credermi solida e attendibile, gettata nel water. Che senso di compiutezza, che meravigliosa pulsione mentale, quasi erotica, da vento caldo tra le cosce. Tracimo i miei stessi argini e ramifico su più piani. Ho demoltiplicato le mie terminazioni nervose. Ho aperto i vasi lacrimali e la mente. A quando il chakra del cuore?

Me lo chiedo spesso, ultimamente. Sto in fissa. Apriti. Apriti. Apriti. Apriti.

Giro random.
Girata sto.
Giro le mani,
oriGami d’autunno.
E girami… che godo meglio, sotto di te.

La fine

la fine

Nulla è più sintomatico di una resa.

“In conclusione si infranse l’argine
e proruppe tutto ciò che
tenni intrappolato per paura.
Gli itinerari si sdoppiarono
e per forza sacra scorsi il mio.
Nello sforzo scomodo di essere altro
da ciò che fui in origine,
mancai di rispetto a me stessa.
Perdonarmi fu naturale.
Dimenticarlo sarà inverosimile”
.

Un’epoca fa,
nacqui astro inconfutabile,
mi accontentavano la luce ed il calore
che partorivo indipendente.
Oggi sono un’essenza disattivata.
Il chiarore della facciata
è il dozzinale riflesso
di quanto ho incenerito: l’innocenza.
Di quanto non ho potuto sabotare
edificassero: lapidi illuminate di sensi di colpa.
Di quanto ho disperso lasciando
il timone in mani insicure: l’orientamento.
Amare troppo smarrisce l’anima.
E’ la mia imperfezione a rendere
umana la basica logica che mi svela.
L’ansia che brucia le cellule adipose
si riflette nella mia magrezza.
Sintomo di un male oscuro
con un nome maledetto.
Che non posso declamare.
Rivelare.
Scongiurare.

Inaugurare una resa
diventa un luogo di avvio.
Mi accoccolo per non scivolare in retro.
Ora che so piangere per me stessa,
mi è concesso provare ad amarmi?

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

Nel vortice di immagini e ricordi

Mi sono trasferita a Monte Isola per un periodo. Sto cercando di riprendermi dall’affaticamento abissale in cui sono ruzzolata da quando nella mia vita è capitato di tutto ed il suo contrario. Il lago è quasi sempre calmo. Complici centinaia di ulivi a farmi da protezione, mi sento difesa e coccolata dalla natura. Non faccio nulla di eclatante, trascorro la maggior parte del tempo a nuotare o poltrire. Passo con facilità dal letto al divano, dalla sedia a sdraio al prato, dalla piscina alla spiaggia, senza necessità di intrattenermi con nessuno. Avevo urgenza di questo oblio assoluto. Troppi doveri aggrappati al mio coraggio mi hanno devastata più del dovuto. Più di quanto avrei dovuto consentire a me stessa. Il vociare della gente mi urta. La loro curiosità. Tutte quelle parole…inutili, a tratti oscene. Fendenti tirati a caso, solo per l’esigenza egoistica di manifestare per forza, osare per necessità, rinfacciare per perfidia. La mia curiosità verso la specie umana si sta estinguendo, come la mia voglia di novità. Assaporo il limbo del fermo immagine e non sono mai stata così tranquilla. Vivo le cose come mi avvicinano. Senza aspettativa. Intanto, per quanto io possa andare in affanno, la realtà si snoda come da destino. In passato è stato facile fagocitarmi, afferrarmi, sbattermi psicologicamente fino a far di me un mattatoio. Oggi, in questa ricercata e scoperta chiusura, ho imparato a sopravvivere agli attacchi dei parassiti. La mia energia è preziosa, non tanto per il suo valore estrinseco, ma perché necessaria per gestire la mia sopravvivenza. Questo periodo storico mi riflette più vecchia di oltre quindici anni rispetto alla mia reale età anagrafica. Non credo siano gli ormoni, ma certamente ha preso piede la paura che, nell’età dell’incoscienza, non avevo mai sperimentato. A partire da mio padre, chiunque negli anni abbia avuto un trasporto di cuore nei miei riguardi è stato solito chiamarmi con un nomignolo: “Teti”. Secondo il vecchio poeta Omero, all’origine degli dei e all’origine di tutto: c’era Oceano. Egli era una divinità fluviale ed aveva una inesauribile potenza generatrice. Pensate che anche quando il mondo stava sotto il dominio di Zeus, egli solo poté restare al suo posto primitivo. Ad Oceano era legata la dea Teti, che giustamente veniva chiamata “madre”. Infatti, come avrebbe potuto essere Oceano l’origine di tutto, se nella sua persona vi fosse stato unicamente un flusso primordiale maschile e non anche una primordiale dea dell’acqua pronta a concepire? Quindi Oceano e Teti rappresentano, secondo Omero, l’origine del mondo. Con questa fantastica ed immaginaria visione mi perdo nella memoria di mio padre e mi rendo conto che di lui mi mancano soprattutto i silenzi. Erano pieni di tutto quello che avrebbe voluto dirmi, ma non ne era capace per riserbo. Oppure per un’innata forma di pudore. Egli era insuperabile nel regalare sorrisi. In questo siamo simili. Non c’è nulla di più incantevole di un sorriso spontaneo che sgorga senza alcuna esitazione. Nei silenzi di Monte Isola ritrovo la mancata voce di mio padre, tra i rami degli ulivi le sue mani sulla mia testa, nel sibilo del vento il suo mormorare:<<Vieni qui, Teti>>. Non me lo sono mai saputa spiegare da dove mi arriva tutta questa malinconia, profonda come gli antri segreti del lago che amo, densa e palpabile nei miei occhi. Ne sono intrisa: come il miele d’acacia sulle dita dei bambini. Vivo le cose senza tempo, in ogni tazza di camomilla, ogni lenzuolo appeso al sole, nelle mani che lavano i capelli a mia figlia, lo sento d’essere senza sequenze. Ho lasciato l’orologio in ufficio. Quello biologico è saltato. Dormo di giorno perché la notte è diventata una sposa bianca, densa di bagliori che non mi lasciano riposare e mi chiamano. Sono smagrita. Mangio quanto basta per un piccolo problema di stomaco che mi sta togliendo tutte le vivande che adoro. Ho ripreso a leggere. Avidamente. Cerco brani crudi, voglio farmi male. Ho bisogno di spostare il dolore che mi àncora al sottosuolo, lobotizzare quelle parti del mio cervello sensibilizzate dal danno. Non mi scandalizzo. Nulla mi impressiona più di tanto, salvo i cigni che salendo dal lago vengono a piluccare l’erba sul prato a mezzo metro dal mio sguardo. La loro madre mi fischia allargando le grandi ali, vuole farmi paura e ci riesce, ma io non le cedo il posto. Restiamo così, a sfidarci per un tempo dilatato, poi capisce di non aver possibilità. Si placa ed io con lei. Conviviamo. Finché non porta i piccoli al bordo di cemento e con un battito d’ali li invita a ritornare nelle acque verdi che incorniciano l’Isola. Questo è il mio vivere. Penso e non penso. Sto bene e sto male. Attendo di fretta. A tratti calma, nel mio gelo personale. Se penso all’amore fremo nel recondito. Potrebbe anche girarsi il cielo e le acque tramutarsi in terre emerse, ma se fremo, son sempre io. Lo sento. Impudica attraverso la mia nuova vita avvolta da lastre di vetro, ma nel cuore e tra le gambe il calore è sempre il medesimo: d’Africa Nera. Sono un essere vivente. Sopravvissuto. Caldo quando necessario. Teso. L’amore non ha limiti nemmeno in letti stretti. Guardo un volo di gabbiani attraversare il lago, un uomo baciare la sua donna, un bimbo succhiare latte dal capezzolo nero di sua madre. Avrai cura di me? Occhi negli occhi ti lascio andare. Come sono cambiata! Non vedevo i sogni danzare da un secolo. I miei fan baldoria da soli, mentre sulle onde del lago nascono fiori al passaggio dell’amore che mi porta via nel ricordo di te. Rimuginando… concedo vita ad una nuova alchimia. Silenzio. Sguardi. Acque. Ulivi e venti. Ricompongo pezzi. Fiducia. Precipitare. Rinascere. Temporali ed equilibri. Ho tutto ciò che mi occorre per ritornare a battere il tempo con le mani del cuore. Che belli i balconi rivestiti di bouganville. Le rive luccicanti. Le mani di mio padre nei sogni all’alba. Che bello il tuo sorriso semplice. Tornerò a casa meno fragile. L’ho promesso in silenzio innanzi alla statua della Madonna mentre fingevi di pregare ed io incorniciavo in un flash di memorie mai perdute le tue curiose espressioni. Non cercarmi tra la gente. Sono su quell’Isola in mezzo ad un lago che mi ha restituito la voglia d’innamorarmi, in cambio della promessa che sarei sempre andata dove mi avrebbe portato il cuore. E lui mi porta ancora, di nuovo, inesorabile verso te.

Declivio di un tradimento

condannaNon sono io.
Quella che ti bacia suadente
in stanze opache
senza freni.

Ti ho desiderato oltre misura,
ma oggi è perduto
l’istante degli orgasmi nervosi.

Non sono più io.
Quell’amore che ti ascoltava
intonare odi…
appeso nell’abisso.

Hai smarrito il buonsenso
quando la mia voce
ti ha scongiurato:
“Sei il mio unico desiderio,
non lasciarmi mai fuggire”.

Non sono io a celebrare
la tua orchestrata sepoltura.
Quella che ha ornato di girasoli,
incensi e candelabri
il rito del tuo bianco funerale.

Non sarò mai la Dama d’Avorio
di un declino annunciato.
Non quando le imposizioni piegano
e come Corone Reali
tagliano teste e santità.

Non sarà più la mia pelle
a sfiorare la tua dolente assenza.
Sei sceso povero dove tutti vanno,
mentre io salivo piano,
ignara del danno.

In stanze opache senza controllo,
consumi nuovi baci e avidi sapori,
ignaro del fato che ti verrà a trovare.

Sarò la lama del tuo tormento.

Un fendente gelido a scalfire,
l’artificiale bisogno
che sempre avrai di me.

“Memorie di una donna”
romanzo in ideazione  di Stefania Diedolo

Quel buco nello stomaco

donne
Mi manca.

Difficile esporre cosa significa dover rinunciare a qualcuno perché tecnicamente è stato chiuso un percorso.

Sei lunghi intensi anni di introspezione dove le ho lasciato prendere il mio Io deframmentato ed ho altresì lasciato che mi aiutasse a ricostruire ciò che rimaneva di me. Ma lei mi manca, maledizione. Mi manca da non poterne più. In due mesi l’ho inseguita il minimo necessario ed ho intenzionalmente evitato di riviverla nella memoria, ma oggi sto male. Si è rotta quella diga e patisco l’assenza della sua ricchezza.

Io, che non verso mai una lacrima perché ho gli occhi ingessati, mi ritrovo a dover circoscrivere un’ inondazione imprevista. Che pessima figura dovermi giustificare con i collaboratori. Ma cosa mi sta capitando?

Tu, dove sei?

Lei era dolce. La donna più deliziosa e amabile ch’io abbia mai avuto la fortuna d’incrociare in questo mondo. Meglio di una madre. Meglio di chiunque abbia mai trapassato la mia realtà.

Lei non parlava: sussurrava. Lei non mi ha mai accarezzata: leniva le mie povertà con lo sguardo.

Lei sarà certamente una conoscitrice delle dinamiche umane, ma io sentivo che mi voleva bene a prescindere dai suoi titoli. Che in qualche modo avevamo abbattuto le barriere del funzionale ed eravamo arrivate a lambire reciprocamente le nostre fragilità, per nulla consoni al “lei” che, per buona educazione, non abbiamo mai smesso di darci.

Lei è minuta. Uno scricciolo di donna. Eppure possiede una forza straordinaria.

In tanti anni di fatica affrontata sempre insieme è riuscita a carpirmi l’anima e tutta la mia fiducia. Confesso d’averle permesso consapevolmente tutto questo, cosa che rifarei ogni giorno del mio presente e del mio futuro perché, senza alcuna titubanza, lei merita d’avermi. Le appartengo nella misura in cui sono una sua creazione. Possedere l’esclusiva sui miei desideri più reconditi non è mai stata cosa lecita per nessun’altro.

Il nostro è un sodalizio curioso. Un algoritmo.

Nella sua testa di donna estranea, ho realizzato un nido di petali che mi ha accolta e protetta per un tempo veramente lungo.

Nello scorrere degli anni lei è diventata la mia compagna di viaggio. Una stanza con un divano sfondato verde bottiglia ove correre a cercare attenzione. Una sponda accogliente fatta di un ingrediente segreto chiamato cura, dove le parole erano colme di stima e di mancati giudizi laceranti. Dove il calore ha riscaldato i miei freddi dell’anima.

Tra le sue rive ho trovato il giusto approdo ove lasciare gli ormeggi. Nel suo corpo si è consumato per infinite ore un abbraccio amorevole senza braccia.

Lei, la mia luce in fondo al tunnel. Io, il suo successo terapeutico.

Sarà impossibile ritrovarla esattamente come l’ho lasciata, sebbene durante il nostro ultimo incontro, quando già stavo scendendo le scale e me ne stavo andando con le lacrime agli occhi, lei mi abbia raccomandato:
<<Stefania… la prego, non sparisca>>.

Me la ricordo immobile e magra sulla porta aperta del confortevole studio. Indossava dei pantaloni chiari come la sua carnagione.

Ma come posso restare se me ne devo andare da noi?

Stamane le ho scritto in punta di piedi una mail. L’ho fatto mentre guidavo. Un occhio alla strada ed un occhio all’Iphone, una lacrima a bagnare il sedile di pelle dell’autovettura, uno sguardo alle parole con gli occhi talmente velati da non riuscire a vedere lo schermo. Il ciglio erboso. Il nulla.

Ferma in tangenziale, mentre il cielo nero minacciava pioggia, paure e solitudini, mi sono ricomposta ed ho cliccato sul tasto “invia”.

In quella pagina di mail semivuota ho celato tutto il mio amore disincantato e tutto il dolore per non averla ancora al mio fianco, per non poterle raccontare i fatti della vita, dirle che mi manca ed ancora di me, di noi, del mare, dei viaggi, di quanto desiderio ho di poterla incontrare per strada anche solo per stringerle la mano.

Ancora una volta sono obbligata a ricostruire. Ancora una volta faccio i conti con un lutto.

Sono sopravvissuta a mio padre perché la vita me lo ha imposto. Sarebbe da idiota opporre resistenza al rito della morte, ma agli altri lutti… a quelli dei vivi, non riesco a trovare il senso. Non riesco a venirne a capo.

Dottoressa, ma se non devo sparire… dove devo andare per averla ancora con me? Evolvere in altro significa cambiare. Lei ha cambiato il divano verde sfondato?

Sei un buco nello stomaco che non va mai via.
A Natale ti porto a cena con me.

Eco

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Fuggo.
Dentro è buio
ed io sento paura
per te.

Mi volto un’ultima volta,
avanzi come bufera.
Pensa se stanotte
cambiasse il vento.
Pensa se non fosse
solo tormento.

Ma ho lasciato le tue mani.

Vivo il mio tempo come

se durasse un minuto.
Sono il tuo eco
chiuso in un film muto.