… la comprensione

smack

Non sapevo immaginarmi con te, finché un giorno mi hai detto che non avresti mai smesso d’aspettarmi.

Son trascorsi molti inverni prima che iniziassi ad avvicinarmi a piccoli passi. Quel tuo profumo di limone confondeva le mie percezioni; non sapevo cosa fare. Non volevo illuderti, ma nello stato in cui stavo non potevo vederti.

Avevo il cuore bendato, l’anima lesa, la pelle un campo di battaglia, l’olfatto intasato e le mani protese altrove in un ultimo perenne danno verso la mia dignità.

Quel pomeriggio che siamo incespicati in un bacio al contrario e ti ho sentito dentro, ho creduto di non essere io. Lentamente mi stavi conducendo verso un porto sicuro chiamato –rinascita-.

Ed io, che credevo d’esser sbagliata, ho dovuto convincermi di non esserlo mai stata. Mi hai obbligata a guardarmi allo specchio sussurrandomi che le mie imperfezioni erano solo fili d’oro e argento, i miei difetti… diamanti rari.

Chi ti ama veramente non ci pensa proprio di volerti cambiare… pensa ad amarti e basta.

questo ho fatto

stefania-diedolo

Quando necessito del buio significa che sono serena, che la luce interiore mi basta e so orientarmi seguendo l’istinto. Vedo senza occhi e sento senza orecchie. Una conquista immensa ottenuta dopo lunghi anni di sofferenza e duro lavoro. “Ritrovarmi” in mezzo al tutto che mi circonda è stato come cercare una rosa nel deserto, ma ora che sono nuovamente innanzi al mio specchio ciò che osservo mi piace. Finalmente ho accettato limiti, le cicatrizzate imperfezioni, la mia incapacità d’esser migliore. Ieri una mia amica mi ha scritto:<<Ti ho trovata così pacata, così tranquilla. Come hai fatto? Voglio diventare come te>>. Non lo so cos’è accaduto, ho superato la soglia delle domande senza risposta. Da quando ho compreso con l’anima perché son tornata in questo mondo, tutto improvvisamente si è fatto chiaro. Ciò che cercavo annaspando era sempre stato al suo posto. Ciò che mi creava dolore era quel che io per prima avevo arrecato. Ciò che chiamavo irrequietezza era un disagio che chiedeva d’essere ascoltato. Il vuoto che mi ostinavo a riempire era già enormemente pieno: una condizione naturale. Come ho fatto? Ho avuto il coraggio di guardare in faccia la morte mentre si portava via le persone che amavo… promettendo ai loro spiriti che avrei vissuto anche per loro. Questo ho fatto. Ho iniziato a scrivere libri quando nessuno accettava questa mia nuova veste e, fregandomene del giudizio della gente che non sa vedere oltre i propri piedi, ho proseguito ad oltranza. Perché se tutto ciò è accaduto ad una “bancaria per caso” che vive in una terra di nessuno, è evidente che si tratta di una missione. Che piaccia o meno ero predestinata. Ho lottato per vivere al centro del mio microcosmo evitando d’essere carro o bue. Da me si viaggia a piedi nudi uno vicino all’altro. Ho scelto la natura come mia seconda madre ed ho lasciato che guidasse la mia energia. Questo ho fatto. Ho accettato la solitudine come bene prezioso.
<<Come hai fatto?>>.
Non lo so Amica mia, l’uragano che viveva in me si è canalizzato ed ho iniziato a vedermi le rughe, gli occhi stanchi. Chiamala saggezza, io posso dire che finalmente sono una Donna.

il prodigio

stefania diedolo

Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Come questo mio amarti a testa bassa,
rapita dai silenzi del cuore.
Ricordi la luce di quell’estate?
Chiudevo timida gli occhi per non cadere nei tuoi.
Nascondevo le mani nei polsi delle camicie,
per paura potessi vedermi le cicatrici.
Il treno del tempo
ci ha poi condotti nella medesima direzione,
mentre le ore meste
han consumato l’attesa senza esitazione.
Ricordi il freddo di quella notte?
Coprendomi piano le spalle,
mi hai cosparsa di stelle la pelle.
Avevo il cuore pieno di noi.
Avevo la testa vuota d’antiquati supereroi.
Se percorro i ricordi dell’amore,
tu rimani un ineguagliabile fiore.
Il tulipano blu immobile della vita mia,
la vita, la morte, l’ultima poesia.
Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Amarti di nascosto,
l’unica salvezza da un passato
che ogni giorno muore.

la bellezza, il dolore e la sopravvivenza

mia figlia Sofia a 5 anni e Neve 8 mesi

Quando penso alla bellezza vedo solo due immagini: i bambini che giocano e gli animali. La natura per eccellenza in tutto il suo splendore.
Nient’altro attira con tanta attenzione il mio sguardo. In loro mi rifletto illudendomi d’essere di nuovo innocente. Come quando da piccola correvo tra le gambe di mio padre per farmi prendere in braccio.
Il tempo m’ha rubato l’ingenuità, lasciandomi in eredità il peso mortale di scelte sbagliate. Ma è nella bellezza, che ogni giorno osservo tra le ferite della vita, che sento germogliare pensieri densi di speranza.
Verde è il mio sguardo, nel cuore non ho catene, l’anima è trasparente e il corpo mentale è integro. Non temo più il danno delle parole dette per ferire. Sono lontana, in un mondo pulito dove la solitudine non esiste, l’invidia è emarginata e io sono libera d’essere una persona semplice.
Non ho mai amato gli eccessi, le droghe, gli strepiti, l’alcol… nel mio campo gravitazionale, sin dalla mia venuta al mondo, lievita un sano equilibrio che profuma di buono.
Sono solo troppo stanca, lo ammetto. Annegare negli impegni quotidiani da lunghi anni, metterebbe a dura prova chiunque, ma i miei occhi sono rimasti limpidi, la voce è pacata e sorridere è ancora un automatismo senza forzature.
Oggi so cosa significa essere roccia. Mi guardo i piedi e rido al ricordo di quando sprofondavo nelle sabbie mobili. Senza saperlo credevo d’esser felice.
Esistono sogni e illusioni che non si possono rifare nemmeno se chiudi gli occhi. Una volta liberata puoi fuggire il più possibile vicino alla vera bellezza; è in quel frangente che impari a parlare con i cani e ti trovi in lacrime al cospetto della forza degli anziani.
Come ieri, tre anni fa restavo orfana di un genitore. La mia radice padre è stata recisa e non mi è stato più possibile essere me stessa. Quando si sopravvive al dolore, si cambia. Io sono letteralmente trasformata. Per chi non mi ha compresa, non fa nulla.
La verità è che sono solo migliore.
(nell’immagine mia figlia Sofia a 5 anni con Neve 6 mesi)

…sei mezzo uomo e mezzo pirla… (Littizzetto docet)

adolescenza

Non ho mai avuto la presunzione di dover essere amata per forza, anzi… da piccola tendevo a nascondermi per timidezza tant’è che nel tempo ho acquisito sufficiente esperienza per sapermi bastare. Avevo dodici anni, lo specchio mi rimandava l’immagine di una preadolescente sgraziata, senza mammelle e con le gambe smisuratamente lunghe. Sproporzionate. Uno stambecco, sì… uno stambecco. Così mi chiamavano gli amici di scuola e per un lungo periodo ci ho pure creduto, sottomettendomi alla convinzione che erano ganze unicamente le compagne di classe formose, dagli occhi maliziosi e mini abiti attillati con gli scaldamuscoli rosa. Le ricordo chiuse in bagno a scambiarsi i lucidalabbra al lampone. Le osservavo sempre con ammirazione pensando avessero gambe incantevoli, glutei perfetti chiusi in jeans alla moda, labbra carnose e quel giusto quantitativo di pelo pubico che riempiva morbidamente il body di educazione fisica. I maschi non mi vedevano veramente, probabilmente per loro ero un eccesso. Troppo filiforme, troppo androgina, troppo alta, troppo piatta, troppo sportiva, troppo irraggiungibile. A quattordici anni, innanzi alla panchina dell’oratorio, Luca mi disse senza mezzi termini: <<Sei troppo bella, mi diresti di no>>. Ed io pensai due cose: o i maschi avevano paura di me oppure Luca era rimbambito. Certo che mi sarei lasciata baciare. Lui era più piccolo, ma aveva capelli neri ed occhi sempre un po’ umidi. Mi piacevano le sue maglie a rombi che indossava su Levi’s blu scuro con le Timberland cognac. La mia anima era troppo impegnativa già da allora, accidenti si vedeva così tanto? In questa visione illogica di una disarmonia fisica inesistente, vestivo maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni al ginocchio e portavo una massa di capelli lunghi e mossi sulla schiena, dentro i quali sapevo bene come dissimulare lo sguardo. Sembravo sempre in procinto d’inciampare perché camminavo protesa in avanti saltellando sulle punte dei piedi, in realtà non cadevo mai. Era difficile amarmi, si rischiava di rimanere travolti dalle mie inquietudini, ma se non sono rimasta ammaccata dagli eventi giovanili è stato grazie all’irrequietezza che, come una madre, mi ha salvata da un’identità monolitica. Ancora oggi è facile vedermi camminare discosta, con gli occhi bassi. Ho imparato a bastarmi e forse aveva ragione mio padre quando diceva a mamma:<<Tua figlia è nata già grande>>. Il primo ragazzo che tentò di dirmi che mi desiderava sembrava un guerriero, aveva indossato l’armatura ed era pronto a ricevere una sventola in pieno viso. Io sorrisi con gli occhi e gli diedi appuntamento alla “piramide”. Me lo ricordo avanzare piano, con le mani calate nei jeans ed un improbabile giubbino imbottito color amaranto. Pensai fosse trash e bello, così lo baciai. Ci baciammo tutto il pomeriggio, mentre l’umido del fiume iniziava a creare la condensa che in serata si sarebbe trasformata in nebbia. Quella che abitava nella mia testa, in quella dei miei famigliari e di tutti coloro che vivendo in pianura padana la mangiavano con regolarità a colazione, pranzo e cena. Ho avuto pochi amori nella mia vita perché non mi sono mai posta nella condizione d’esser amata per forza. Aspettavo chi avesse il coraggio di prendermi. Solo chi è inciampato con audacia nel mio cuore era un predestinato, non vedo altra plausibile giustificazione visto che i miei unici amori non riempiono le dita di una mano. A tredici anni ero una ragazzina apparentemente banale, ma ho sempre saputo che di comprensibile e ordinario non avevo nulla. Nemmeno la cartella. Peccato che ad averne cognizione fossi solo io ed il giovane della piramide. E’ solo uno “sgradevole contrattempo” il fatto che quel ragazzo non sia più di questo mondo, lui sì… che aveva l’anima simile alla mia. Irrequieta e fragile. Ancora oggi vado in giro in maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni alle ginocchia. I capelli sono molto corti ed ho imparato a capire la forza del mio sguardo. Ogni tanto qualcuno mi contempla, ma raramente mi vede. Meglio così. La densità che m’invade non possiede parole per esser spiegata. Al mio cospetto o si è audaci o è meglio lasciar perdere. Come Luca. A distanza di quarant’anni l’ho incontrato in città con il figlio, dopo i convenevoli ha detto a a bassa voce:<<Certo che sono stato un cretino>>. Io avrei voluto rispondergli:<<Cretino è poco. Meglio mezzo uomo e mezzo pirla>>, ma l’ho guardato come se fosse un’ameba spaziale e l’ho lasciato crogiolare nel rammarico. Ho invece preso in braccio quel topino di ragazzino e osservandolo con simpatia gli ho detto:<<Hai proprio gli occhi del tuo papà>>. Me ne sono andata serena perché chi non ha mai avuto la pretesa d’essere amata non conosce il rimpianto. I pochi che negli anni a venire hanno saputo amarmi profondamente avevano tutti lo stesso pregio: l’anima di un guerriero. Diversamente giuro, mi sarei fidanzata con un albero di Natale, lui sì che ha le palle.

Oh happy day, oh happy day
When Jesus washed, oh when He washed
When Jesus washed, He washed my sins away

t r a c c i a

rinascita

Avanzo dentro l’abisso
a minuscoli passi,
ripetendo infantili memorie
e preghiere propiziatorie.
In questo spazio-tempo isolato
riprenderò la mia vita ancestrale?
Embrione
di una nuova avventura,
quando tornero’
avro’ tracce fonde incise.

Ero solo muscoli e istinto…

Stefania Diedolo

Avevo perduto la testa. Ero solo muscoli e istinto. Niente ebbe il potere di arginarmi. Mentre le onde incitavano il tuo nome, decisi d’incontrarti.

Chi avrebbe potuto spiegare il come e perché sarebbe morto distratto. Solo ai sassi levigati dalla risacca fu data facoltà d’intuire il tornado emotivo che mi stava trasportando  commossa e libera ai tuoi piedi.

Tremava l’arenile al mio avanzare. Piegai le gambe e ti afferrai per un’ ala. Eri un angelo forte e avevi scelto di volare con me.

L’amore senza aspettative era nato nell’ombra ed aveva atteso d’avermi vicina per mostrarsi nudo. Tutto era semplice. Niente strideva. Potevo amarti e ancora non lo sapevo.

Mentre nel vento si disperdeva il nostro profumo, io che credevo di sognare, dovetti toccarmi il petto. Avevo il battito immaturo di chi ha inalato il primo respiro.

L’avrei appurato in seguito, che tra le tue braccia… ero come appena nata. I baci sapevano di latte e non mi avresti mai ferita. Avevo perduto la testa perché mi avevi ridato il cuore.

Nessuno ebbe possibilità di capire, nemmeno noi, ma nulla aveva più significato. Avevamo cristallizzato un incontro. Rendendo indelebile la nostra amorevole dedizione, scegliemmo d’essere un Noi per l’eternità.

… profumi e illusioni …

ATTESA
Sono accoccolata sul promontorio del verbo aspettare.  Attendo l’istante fatato in cui avrò il coraggio di guardare indietro senza sentire le ginocchia farsi di burro.

Sarà un miracolo da supereroi dei cartoons giapponesi o sarà come guardare il più fantastico tramonto mai visto?

Sono adagiata su un tappeto di vecchie rose senza petali e senza spine. Ogni tanto rido, spesso piango mentre guardo le forme delle nuvole passare, le vecchie mani di mia madre carezzare fotografie in bianco e nero, gli occhi opachi di chi ha trasformato sentimenti onesti in milioni di dolori.

Ogni tanto mi tappo le orecchie per non udire gli schiamazzi allegri degli innocenti, le voci nel vento che mi tolgono stabilità, il timbro di quella voce perfetta che mi sussurrava: << Sei bellissima >>.

E poi mi nutro. Di abbracci larghi, imbarazzati, mai decollati. Mi cibo. Di baci a labbra serrate, salive mischiate con menta e latte di mandorla, anfratti colmi di frutti di stagione, ortiche e ribes.

Aspettare non è mai stato il mio destino.

Io che sprofondavo con le ginocchia sbucciate dentro altalene sgangherate, saltavo in lungo i fossati per spigolare il grano maturo, viaggiavo nella notte scura a bordo di aerei mai atterrati.

Io odiavo aspettare.

Ma le abitudini non mi concedevano di capire le verità, giustificare i limiti, sentire dove fosse finito tutto il mio grande cuore.

Inciampando ho perso l’attimo, ma un giorno, guardando indietro, mi specchierò nei tuoi occhi mai dimenticati e rivedrò l’immagine della donna che hai amato e poi perduto.

Sul promontorio del saper aspettare, c’è il viso innocente di una bambina che attende, come un gioco di prestigio, il f u t u r o del perduto verbo amare.

Le contraddizioni del cuore, fanno male!

stefania diedolo
Guardo l’infinito e penso solo che mi manchi. Nemmeno la salsedine, il rumore delle onde e questa sabbia fine possono sostituire il tuo volto amato. È una questione di luce. Se ci sei tutto riverbera. Se manchi, il vuoto di questa vita diventa il sorriso bugiardo di chi è povero, ma vuole sembrare ricco. Ho sempre pensato fosse un miracolo il giorno che sgomitando ti sei fatto strada sino a me, ma ho sbagliato nel crederti un bene divino. La tua concreta presenza è umana gioia, talvolta scontata, spesso ignorata. Scusami se non riesco ad amarti come vorrei, le ferite dell’anima mi riportano sempre i medesimi specchi infranti e l’unica alternativa che possiedo per donarti il mio cuore non appartiene a questo mondo. Ma credimi quando ti dico che mi manchi. La tua assenza apparentemente scontata mi ribalta lo stomaco, mentre gli occhi umidi fingono di soffrire per i riverberi del sole caldo. I grandi amori sono spesso silenziosi, non chiedono mai niente e lasciano liberi di andare. Per tornare. Quelli che ti volti e sono sempre lì, anche quando tutto odora di andato a male e le croci sulla schiena sono tatuaggi fatti con aghi infetti. I grandi amori sopravvivono alle passioni bruciate, ai corpi consunti, alle malattie dell’anima, alle menzogne senza margine d’assoluzione. Stamane sono nel tuo sogno dove non saremo mai un errore, dove non mi pento d’esser tempesta e vento se tu sei l’abbraccio dolce che mi tiene forte. Prendimi e lasciami e parlami e ignorami e soccorrimi. Quando ti volto le spalle e inizio a correre… non sono mai troppo lontana. Vado via per odorare la tua assenza come pena e sentirmi consumare dal bisogno di tornare. Guardo questo infinito e penso che meritavi molto più di una donna sognatrice, ma il mio meglio l’ho dato a te. Oggi mi resta solo il coraggio di vivere fuori da ciò che rincorre chi è banale, la moda del momento: l’amore globale. E ti cerco in questa lontananza, ma se so che mi stai amando tutto è sopportabile, anche ogni mia più dolente incoerenza.

*** Ogni riferimento è casuale. L’arte chiama e brucia il cuore
Proprietà immagine Stefania Diedolo

Responso: sindrome da stanchezza cronica

stanchezzaQuesto è un blog intimista, così mi è stato detto ed io ci credo. Ma per quanto mi possa reputare intima nell’esposizione, non ho mai realmente descritto la mia quotidianità personale. Penso che raccontarvi di vita reale non sia così interessante, ecco perché scrivo di sogni d’amore, dolore, solitudine e ovviamente della passione che nutro per l’arte della scrittura. Emozioni e sentimenti che tutti conosciamo e sperimentiamo in modo più o meno diretto. Il resto si chiama privacy ed è giusto sia così, ma non posso non mettere nero su bianco che ho trascorso un inverno tormentato. Mi serve per prendere coscienza che l’ho superato. Forse l’aggettivo “tormentato” è poca cosa rispetto a quanto provato. Ma, tornando all’incipit di questo mio post, ho necessità di scarabocchiare un’esperienza. Per chi non fosse interessato a capire una vita normale può anche interrompere la lettura del brano. Catarticamente potrebbe essere per me la sfanculata definitiva, ancorché al momento non ne abbia coscienza alcuna, ma talvolta la realtà è più dura di ciò che riusciamo ad immaginare e digerire. La mia non è da meno rispetto a quella di altri. Era il 12 dicembre 2014 ed io mi apprestavo a fare il vaccino antinfluenzale per dare coraggio a mia figlia, che invece deve farlo obbligatoriamente. Mi sacrifico a tale pratica preventiva da oltre dieci anni pur non avendone necessità, ma per amore faccio questo ed altro. Dopo esattamente sette giorni iniziavo ad avere una lieve febbricola che durò circa quattro settimane. Nel frattempo lavoravo, scrivevo, svolgevo le quotidiane incombenze domestiche, consolavo e studiavo. Passavano i giorni in modo sequenziale ove senza apparente motivo morivo. Zero consapevolezza, ma quelle poche linee di piressia che bruciavano dal di dentro alimentavano l’ansia portandomi lentamente innanzi ad una voragine. La sensazione primaria era quella d’esser perennemente sudata, mentre dentro la testa un’immensa valanga di parole chiedevano d’essere sputate. Presa dall’estasi creativa in poche settimane composi un quarto di romanzo, dopodiché, svuotata d’ogni residuo di forza, un tardo pomeriggio di metà gennaio crollai definitivamente. La febbre scomparve lasciandomi in eredità un fastidisoso herpes ed un senso di spossatezza sterminato. I mesi a venire furono devastanti. Tentare di descrivere il mio stato fisico è un compito ingrato, ma devo farlo. E lo devo fare oggi, che son finalmente tornata indietro dall’orrido e riesco nuovamente a distinguere la donna che sono. E’ chiaro che devo sfangare. Devo ammutinare le circostanze. Il vaccino aveva compromesso in modo pesante il mio sistema immunitario. I giornali di quei giorni parlavano di tredici morti sospette in sette regioni per due lotti di vaccini bloccati dall’Aifa. Io non son certo passata a miglior vita, ma qualcosa d’apparentemente irrimediabile mi stava spingendo sull’orlo di un abisso. Dolori al corpo, alle giunture, fatica a muovermi. Un senso di fatica persistente e inspiegabile. Il senso di afflizione non si attenuava col sonno. Credevo d’impazzire. Ho speso un patrimonio in accertamenti diagnostici di ogni natura. Ho sofferto di deficit di memoria e concentrazione, dolori muscolari senza nessun motivo. Mi sentivo perennemente debilitata e non riuscivo ad alleviare la mia condizione in alcun modo. Peggioravo drasticamente dopo ore alla guida per lavoro, al punto che non ho potuto riprendere gli allenamenti in piscina. La medicina tradizionale non mi era d’aiuto.  A metà Marzo un omeopata di Bergamo mi disse:
<<Stefania, lei è un sacco vuoto perché ha il cervello infiammato>>.
<<Mi scusi?>.
<<Ha sentito parlare dell’encefalite mialgica? Ha un’infiammazione al midollo spinale>>.
Silenzio.
<<E’ difficile da diagnosticare, ma il vega test non sbaglia. Almeno sappiamo perché è così provata>>.
<<Esistono delle cure?>>.
<<Si va a tentativi. Nessuno sin’ora ha mai ben chiarito le cause della sindrome da stanchezza cronica. Le varie ipotesi formulate hanno preso in considerazione le infezioni di tipo virale e lei ha fatto un vaccino in una condizione di stress; l’herpes virus umano, quello che le si è sviluppato sul corpo dopo la febbre persistente; sbilanciamenti ormonali, gli esami dicono che ha la prolattina oltre i limiti concessi>>.
Dire che mi veniva da piangere è poco perché in realtà ho pianto per un giorno intero. Era sabato. Tentai di alzarmi al mattino alle dieci, ma ritornai a letto subito dopo colazione perché non stavo in piedi. Il mio corpo mi stava abbandonando ed io dovevo reagire. Ho iniziato una terapia omeopatica specifica che sto facendo tutt’ora e da un paio di settimane mi sembra di star meglio. Dopo centotrentacinque giorni in cui io non ero più io, mi sembra vagamente di star meglio. Non so se tra voi c’è qualcuno a cui è accaduto tutto questo, ma esser malati senza esserlo realmente è deprimente. Gli altri ti guardano strano, si innervosiscono perché non sei presente come si aspettano e tendi a rovinare i rapporti perchè non hai più desiderio di nulla. Nel durante ho avuto parecchie discussioni ed ho allontanato qualche persona, ma ora mi è chiaro chi ho perso e perché. E’ facile donarsi quando si sta bene, un po’ meno quando non si ha tempo nemmeno per se stessi e le pretese divengono macigni. Nel durante ho preso atto della mia fragilità. Non che non sapessi d’esserlo, ma negli anni tendo a credermi indistruttibile. Nel durante ho fatto i conti con me stessa e le mie scelte di vita di donna impegnata su ogni fronte immaginabile. Nel durante, tra le migliaia di granuli, vitamine, sali ed integratori, ho assunto l’Oligolito Serenum della Pegaso. Non so quante fiale ho fatto: sessanta? Ottanta? Non lo so, non ho finito. Ma sto meglio e per me è la sensazione più rigenerante di questa Primavera. Questo post vuole essere un consiglio per chi teme d’essere afflitto dalla sindrome da stanchezza cronica: andate da un bravo omeopata e affidatevi alla medicina alternativa. Non deprimetevi e reagite. Non esiste cura possibile che possa alleviare i sintomi, bisogna voler star bene. Io ne sono testimone. Con un poco d’imbarazzo ve lo sto confessando, ma sto voltando pagina e sento che sto ritornando. E’ un bellissimo sentire vedere questa primavera in fiore e aver voglia di raccogliere margherite.