curiosità mordace

scrivere_un_diario

Ma se osassi una domanda tipo:
cosa volete che vi scrivo ?
Sapreste rispondermi con una parola?

#progenie

figli

In mezzo al nulla guardo le fragilità dei miei figli e sorrido delle loro gioie spensierate. Hanno grandi cuori e la luce dei loro volti riflette la gaiezza della gioventù. Ciò che noi abbiamo perso tra rughe e portafogli a fisarmonica, lacrime, imprevisti vestiti di nero. Nelle loro movenze armoniche riconosco il bagliore familiare di ciò che sono stata e mi commuovo. Lacrimano gli occhi. È solo colpa del sole, me ne convinco da sola, ma mi nascondo dalla loro vista e li spio con l’animo fremente di un sentire antico e profondo. Li amo. Saperli colorati, senza aggravi mentali mi rende leggera per similitudine. Mi rende libera.

…sei mezzo uomo e mezzo pirla… (Littizzetto docet)

adolescenza

Non ho mai avuto la presunzione di dover essere amata per forza, anzi… da piccola tendevo a nascondermi per timidezza tant’è che nel tempo ho acquisito sufficiente esperienza per sapermi bastare. Avevo dodici anni, lo specchio mi rimandava l’immagine di una preadolescente sgraziata, senza mammelle e con le gambe smisuratamente lunghe. Sproporzionate. Uno stambecco, sì… uno stambecco. Così mi chiamavano gli amici di scuola e per un lungo periodo ci ho pure creduto, sottomettendomi alla convinzione che erano ganze unicamente le compagne di classe formose, dagli occhi maliziosi e mini abiti attillati con gli scaldamuscoli rosa. Le ricordo chiuse in bagno a scambiarsi i lucidalabbra al lampone. Le osservavo sempre con ammirazione pensando avessero gambe incantevoli, glutei perfetti chiusi in jeans alla moda, labbra carnose e quel giusto quantitativo di pelo pubico che riempiva morbidamente il body di educazione fisica. I maschi non mi vedevano veramente, probabilmente per loro ero un eccesso. Troppo filiforme, troppo androgina, troppo alta, troppo piatta, troppo sportiva, troppo irraggiungibile. A quattordici anni, innanzi alla panchina dell’oratorio, Luca mi disse senza mezzi termini: <<Sei troppo bella, mi diresti di no>>. Ed io pensai due cose: o i maschi avevano paura di me oppure Luca era rimbambito. Certo che mi sarei lasciata baciare. Lui era più piccolo, ma aveva capelli neri ed occhi sempre un po’ umidi. Mi piacevano le sue maglie a rombi che indossava su Levi’s blu scuro con le Timberland cognac. La mia anima era troppo impegnativa già da allora, accidenti si vedeva così tanto? In questa visione illogica di una disarmonia fisica inesistente, vestivo maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni al ginocchio e portavo una massa di capelli lunghi e mossi sulla schiena, dentro i quali sapevo bene come dissimulare lo sguardo. Sembravo sempre in procinto d’inciampare perché camminavo protesa in avanti saltellando sulle punte dei piedi, in realtà non cadevo mai. Era difficile amarmi, si rischiava di rimanere travolti dalle mie inquietudini, ma se non sono rimasta ammaccata dagli eventi giovanili è stato grazie all’irrequietezza che, come una madre, mi ha salvata da un’identità monolitica. Ancora oggi è facile vedermi camminare discosta, con gli occhi bassi. Ho imparato a bastarmi e forse aveva ragione mio padre quando diceva a mamma:<<Tua figlia è nata già grande>>. Il primo ragazzo che tentò di dirmi che mi desiderava sembrava un guerriero, aveva indossato l’armatura ed era pronto a ricevere una sventola in pieno viso. Io sorrisi con gli occhi e gli diedi appuntamento alla “piramide”. Me lo ricordo avanzare piano, con le mani calate nei jeans ed un improbabile giubbino imbottito color amaranto. Pensai fosse trash e bello, così lo baciai. Ci baciammo tutto il pomeriggio, mentre l’umido del fiume iniziava a creare la condensa che in serata si sarebbe trasformata in nebbia. Quella che abitava nella mia testa, in quella dei miei famigliari e di tutti coloro che vivendo in pianura padana la mangiavano con regolarità a colazione, pranzo e cena. Ho avuto pochi amori nella mia vita perché non mi sono mai posta nella condizione d’esser amata per forza. Aspettavo chi avesse il coraggio di prendermi. Solo chi è inciampato con audacia nel mio cuore era un predestinato, non vedo altra plausibile giustificazione visto che i miei unici amori non riempiono le dita di una mano. A tredici anni ero una ragazzina apparentemente banale, ma ho sempre saputo che di comprensibile e ordinario non avevo nulla. Nemmeno la cartella. Peccato che ad averne cognizione fossi solo io ed il giovane della piramide. E’ solo uno “sgradevole contrattempo” il fatto che quel ragazzo non sia più di questo mondo, lui sì… che aveva l’anima simile alla mia. Irrequieta e fragile. Ancora oggi vado in giro in maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni alle ginocchia. I capelli sono molto corti ed ho imparato a capire la forza del mio sguardo. Ogni tanto qualcuno mi contempla, ma raramente mi vede. Meglio così. La densità che m’invade non possiede parole per esser spiegata. Al mio cospetto o si è audaci o è meglio lasciar perdere. Come Luca. A distanza di quarant’anni l’ho incontrato in città con il figlio, dopo i convenevoli ha detto a a bassa voce:<<Certo che sono stato un cretino>>. Io avrei voluto rispondergli:<<Cretino è poco. Meglio mezzo uomo e mezzo pirla>>, ma l’ho guardato come se fosse un’ameba spaziale e l’ho lasciato crogiolare nel rammarico. Ho invece preso in braccio quel topino di ragazzino e osservandolo con simpatia gli ho detto:<<Hai proprio gli occhi del tuo papà>>. Me ne sono andata serena perché chi non ha mai avuto la pretesa d’essere amata non conosce il rimpianto. I pochi che negli anni a venire hanno saputo amarmi profondamente avevano tutti lo stesso pregio: l’anima di un guerriero. Diversamente giuro, mi sarei fidanzata con un albero di Natale, lui sì che ha le palle.

Oh happy day, oh happy day
When Jesus washed, oh when He washed
When Jesus washed, He washed my sins away

Come diamine fate?

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Tra il serio e il faceto me lo chiedo ripetutamente: come diamine fate ad essere così presenti sui SOCIAL? Intendo dire: come riuscite a leggere e commentare tutti? Lo fate di professione o siete semplicemente spettatori attenti? Buon Dio, io non sono all’altezza. Sì, ci ho provato. In principio leggevo tutti i post dei BLOGGER che seguo, poi prima di dormire davo una sbirciata a FACE, rispondevo ai messaggi, ai commenti e scorrevo la HOME per un breve aggiornamento. Mio malgrado devo riconoscere che da qualche mese non riesco più a rincorrere le migliaia di riflessioni che impazzano. Sono implosa arrivando al punto di silenziare le notifiche di twitter, di facebook, dei gruppi di wazzup, le mail ed anche gli sms ordinari. Le spiegazioni si contano su tre dita: o sono invecchiata, o le giornate si sono ristrette, o questo mondo virtuale non ci sta nelle ventiquattro ore ordinarie di una persona mediocre e comune che lavora, scrive, fa la mamma, la moglie, la figlia, la sorella e l’amica. Stare sui SOCIAL è diventata una maratona che mi sfinisce, che se mi perdo un invito o dimentico di mettere il mio LIKE giust’appunto rischio di essere ritenuta misantropa dalle donne e selvatica dai maschietti permalosi. So cosa significa POSTARE, lo faccio anch’io quando ho qualcosa da dire, so cosa vuole dire creare un evento sperando che gli inviti arrivino a destinazione e qualcuno rimanga coinvolto, ma non ho mai imposto agli utenti una presenza “per forza” di cose. Io invece… mi sento molto disagiata, quasi diversamente abile non avendo il dono dell’ubiquità. Perché sono arrivata ad affermare questo? Due giorni fa un contatto ha risposto ad un mio commento in questo modo: <<Oh, guarda… due frasi in croce della Diedolo. Miracolo!>>. Se al momento mi è venuto da ridere, un secondo dopo ho pensato: ma tu scrivi per sporcare un muro o per avere affetto virtuale? Perché io attraverso l’APP di un Iphone non so se sei un uomo, una donna, un fake, un misogino, un prete o un depresso visto che non sei nemmeno loggato con nome e cognome e come profilo hai giusto una bella foto con delle margherite in una tazza di ceramica bianca. Abbello, devi sapere che io arrivo casualmente, sempre casualmente leggo e se l’anima mi solletica il neurone che non dorme lascio un pensiero libero. Il fatto che sia libero è fondamentale per il mio benessere. Non scrivo e non metto like per dovere. Mi rifiuto. WordPress invita gli utenti a navigare, seguire e commentare per allargare la cerchia dei followers. E’ spiegato benissimo nelle note operative come ottenere una piattaforma seguita e famosa. Eccellente, pensai anni fa. Bene. Ormai è chiaro che per essere nell’Olimpo dei Web Influencers… nella vita devi fare solo quello. Quello del blogger è un lavoro vero e proprio, ci vuole passione e competenza per catturare il pubblico con i propri post. Diversamente… ciao. Sono nella blogosfera da oltre dieci anni, non sono nemmeno tanto conosciuta considerato il lungo periodo che sono in rete. Su facebook la storia è diversa perché mi entrano in massa, ma quello non è un salotto virtuale, è una piazza pubblica dove si fa mercato e accetto tutti perché moltissimi sono lettori. Ritengo sia doveroso concedere l’amicizia virtuale a chi spende anche solo 2,50 euro per acquistare un mio ebook. Tornando a me, mi sbatto dalla mattina alla sera per vivere dignitosamente e… mio malgrado ho accettato che non riesco a seguire tutti. Mi scuso se sono latitante, mi manca il tempo ed anche la filosofia probabilmente. Da circa un anno sto scrivendo un romanzo che mi sta togliendo la vita. Quando ho del tempo libero la mia testa è lì, con i miei personaggi. Detto questo, sono al punto di partenza. Qualcuno mi spiega come riuscite a tessere una maglia di contatti così fitta e duratura? Quante ore dormite per notte? Lavorate? Siete dipendenti, liberi professionisti o pensionati? Me lo chiedo… perché siete in molti ad essere super attivi. Perbacco, dove trovate il tempo? Dite la verità siete la Banda Bassotti del secolo e vi siete presi anche i miei intervalli? Se mi confronto con la forza virtuale di alcuni di voi sono perfetta per interpretare la battuta della Litizzetto: “non so ballare, non so cantare, sono stonata come un rutto”. Sarà anche troppo poco, ma di più gna posso fa.

…tra impegni e cotechini…

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Il prossimo 5 gennaio sarò ospite presso il Comune di Monte Isola. Durante una rassegna annuale di premiazione di presepi e alunni meritevoli, mi sarà data la possibilità di raccontare agli isolani del mio amore per la loro terra e del perchè ho scelto di ambientare il mio romanzo “Bocca di Lupa” tra gli ulivi ed il verde lago che ospita la loro incredibile Isola. Ringraziando pubblicamente il signor Sindaco, Gian Pietro Ziliani e tutta la giunta comunale per il gradito invito, colgo l’occasione per augurare a tutti i viandanti un buon inizio d’anno nuovo. Stasera, con pochi intimi e da buona lombarda, mi gusterò:  polenta, cotechino e dell’ottimo vino rosso. Outfit: pigiama rosso e ciabatte pelose coordinate.

Auguri a tutti, BUON 2014.
Stefania

Galleria immagini presentazione letteraria 24 novembre 2013 Mondadori ex teatro Diana, Catania

Stefania Diedolo e Fonzie Brancato

Stefania Diedolo e Fonzie Brancato

Gaia Montagna, Stefania Diedolo e Paola Platania

Gaia Montagna (giornalista) - intervista Stefania Diedolo

Gaia Montagna (giornalista) – intervista Stefania Diedolo

Romanzo Bocca di Lupa

Romanzo Bocca di Lupa

Pubblico Libreria Mondadori
Pubblico Libreria Mondadori

Eccomi, sono ritornata. Prima di qualsiasi altra considerazione ho pensato bene di donarvi una galleria d’immagini a testimonianza di quanto andrò a dire perchè tutto già traspare dai miei sorrisi, dal mio volto a tratti segnato, ma felice. Amo la Sicilia. Ho fatto un viaggio indimenticabile dove sono certa di aver ricevuto di più di quanto ho donato, dove ho ritrovato parti di me stessa che avevo smarrito ed ho portato a casa, insieme alle paste di mandorla, il denso calore dell’anima che in “patria lombarda” fatico a sentire. L’amorevolezza di questo popolo ha risvegliato nel mio profondo un desiderio di complicità e voglia d’amicizia che non sentivo da tempo, presa come sono a vivere nel mio universo di cartone, di corse infinite, stelle cadenti e solitudini di giornate nere senza fine. Grazie Gaia Montagna, giornalista entusiasta dal grande cuore, grazie a Fonzie Brancato, editore che fa le cose seriamente senza prendersi mai troppo sul serio e grazie a Paola Platania, l’agente-amica che ogni volta sa bene cosa farmi trovare appena varcata la soglia di casa sua: l’abbraccio più grande che c’è. Catania, una terra viva come la montagna che la ospita, calda come la lava dell’Etna, indimenticabile come i sorrisi della sua gente.
Cit. Bocca di Lupa… “i siciliani, gente che sa parlare come gli angeli senza dir parole”. Finalmente mi sento bene. Papà, nei miei occhi sei mancato solo tu.

autografi

autografi

I sorrisi più veri...

I sorrisi più veri…

 

Galleria immagini completa presentazione letteraria “Bocca di Lupa” del 24/11/2013 presso Mondadori Catania ex teatro Diana

Bonsoir stronzesse, je suis désorienté…

stronza

Possiedo la capacità congenita di fare diecimila cose simultaneamente. Non lo scrivo per vantarmene, anzi. Lo scrivo perché,  quella che in origine sembrava una condizione naturale, ormai è divenuto un modus vivendi che mi deprime. Da qualche settimana sono più confusa del solito. L’agenda straborda, le telefonate si susseguono a ritmi insopportabili, non riesco ad evadere le consegne di lavoro e gli impegni sono sempre più pressanti. Il lavoro nobilita l’uomo fintanto che è umano, quando inizia a divenire incalzante in modo animale, c’è qualcosa che non va. In passato, ho frequentemente coperto la mia naturale indole malinconica colmando ogni spazio con attività più o meno impegnative. Se da un lato tale propensione mi fu utile per mantenermi sveglia e vitale, dall’altro lato ha accumulato in me sufficiente esperienza da trasformarmi in un vero e proprio generatore di efficienza. Dico… in passato, perché ora non è più così. Oggi viaggio sul filo del rasoio e fatico a normalizzare una vita che è divenuta una perpetua rincorsa. Inutile insistere, mi sono arresa alla realtà: sono un essere umano. Non che prima non lo sapessi, ma è evidente che, nel mio desiderio di seguire tutto nel minimo dettaglio, ho esageratamente trascurato i miei limiti, concedendomi il privilegio di credermi insostituibile. E’ ovviamente stata una pessima idea, che detto in parole povere significa esser stata stolta, quasi superba. Me lo dico da sola, senza esser eccessivamente severa con me stessa, ma con quel pizzico di onestà intellettuale che non dovrebbe mai mancare a nessuno.
Un bel giorno d’autunno delle scorse settimane ho notato che, se a casa non sono presente, improvvisamente tutti sono perfettamente autonomi. A partire dai minori fino a quelli che la maggiore età l’hanno superata da mezzo secolo. Per una casualità temporale, ho altresì constatato che, se in ufficio sono assente, i colleghi dimostrano di avere il dono dell’attesa e le pretese si tramutano in cose che si possono risolvere anche molto dopo l’attimo fuggente.
Quando ero giovane pensavo che la vita meritasse attenzione ed impegno in ogni ambito, pur essendo stancante proporsi in tal modo continuativamente. Ero convinta che le cose non mi fossero dovute, ma che la conquista me le facesse meritare. Che è sempre meglio non lamentarsi troppo, non recriminare, evitare le discussioni sterili. Ma da qualche mese, complice il comportamento di taluni soggetti, ho intuito che forse era giunta l’ora di lasciarmi andare, che ogni tanto un vaffa ben assestato ritempra l’anima (la Litizzetto dice che “ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo” ed io una come lei me la sposerei), che mi merito un sacco di cose, anche senza dovermi necessariamente arrampicare sulle vette con i tacchi a spillo per godermele e che ho diritto di fare solo ciò che condivido. Detto questo, affinché fosse chiaro alla moltitudine che mi circonda che non sono Robocop in gonnella a pois e non devo giustificare ogni mia mancanza,  ho deciso di calarmi nel ruolo della neo stronza confusa. Confusa, perché l’etichetta della brava persona che mi porto manifesta sulla faccia… è una truffa colossale. Un marchio indelebile che mi ha rovinato la  vita come una cicatrice rugosa sulla fronte. Se nasci testa di cammello la vita è più facile. Sei cammelluto e la gente da te si aspetta comunque il peggio. Si prodiga in complimenti quando dai il minimo e te la fa passare liscia, quando fai lo stronzo, con la scusa che sei irrecuperabile. Al contrario, essere per bene… ti obbliga ad una vita impalata tra doveri e responsabilità. Una vera e propria palma d’oro conficcata dove ben sapete immaginare. Lavorare su me stessa per divenire una bad girl, una cattiva ragazza, non mi è semplice da digerire, ma ci sto provando con discreti risultati. Sto apprendendo l’arte dell’essere stronza e confusa. bad girlStronza al venticinque percento, confusa per tutto il resto della mia poliedrica personalità. D’altronde, non saprei immaginarmi più fetente di quello che sto cercando d’essere. Non sono abituata a dire di no. A non rispondere al telefono. A sforzarmi di pensare esclusivamente ai miei bisogni e fare principalmente le cose che mi fanno stare bene. Ad ignorare chi, in un modo o nell’altro, pretende la mia costante attenzione. Ad ogni modo, nonostante la mia reticenza e mi scocci anche ammetterlo, da quando uso il termine vaffa a casa mi prestano attenzione e mi portano più rispetto. Mia madre mi sorride sempre, mi chiede come sto e non invade più i miei spazi personali. Gli amici che non erano amici, si sono letteralmente volatilizzati con mia immensa soddisfazione. Chi mi ama ha continuato ad amarmi. Chi decide di pestarmi i piedi, ci pensa qualche istante in più e poi ultimamente cambia rotta. Sono, mio malgrado, costretta a dire che lo stronzo è un vincente, mentre il buono merita la beatificazione e la vita eterna solo dopo la sua dipartita. Caspita, ma fa veramente così schifo il mondo degli umani…? Parrebbe tutto così reale… la questione non nobilita e non rende felice. Esser stronza e confusa, per me, è il minimo del minimo, ma chi nasce testina e riesce ad esserlo per tutta la vita, si rende conto di perpetrarlo e si piace così o ambisce ad essere una brava persona? Al loro cospetto io mi sento comunque un idiota, perché nonostante i miei sforzi godo sempre a metà. La gente non nasce stronza, ma lo diventa dopo aver dato tutto e ricevuto niente. Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12. Sarà vero? Gli stronzi sono esseri adulti dotati di un grande fascino, ecco perché prima o poi tutti ce ne ritroviamo qualcuno tra le palle. Ma io, che tipo di donna sto diventando? Per gli uomini che incontro sulla mia strada è facile rispondere: non gliela do e questo basta per far di me una stronza patentata. Ed allora: bonsoir stronzesse! Je suis désorienté… necessito di lezioni immediate e senza riserve.  Ormai mi è tutto chiaro, signora si nasce, ma stronza si diventa.

…baci d’altri tempi…

bacio

Quando hai deciso di darmi quel bacio… ho capito che stavo per prendere un’autostrada appena asfaltata e che non sarei più potuta tornare a quell’attimo prima che esiste tra la tensione emotiva e l’abbandono. Un bacio lieve, il tuo, come quelli dei film in bianco e nero nelle pellicole degli anni cinquanta.  In un angolo di mondo remoto, dove fuori da noi tutto andava veloce, hai scelto di fermare il tempo sulle mie labbra e di lasciarci la tua impronta sconosciuta.
Ancora oggi non riesco a non ricordare l’imbarazzo per la “situation comedy” in cui siamo riusciti, senza previsioni alchemiche, ad infilarci. Io, che pensavo a tutto tranne che alla possibilità della tua bocca sulla mia. Tu, che stavi in ansia da tempo e non avevi parole, perché pensavi solo se era il caso di osare. Io, che tutto credevo fuorché d’essere il tuo tipo. Tu, che immaginando ti avrei mollato un cazzotto in pieno volto, hai quasi ondeggiato nel vento prima di porgere la piega naturale del tuo viso verso me. Io, che ho sempre creduto d’essere rigida ed invece non lo sono. Tu che, in un caleidoscopico cielo di emozioni, mi hai fatto perdere il sonno con un bacio vintage da scuola media, modello: Cary Grant e Greta Garbo. Ancora mi vergogno. Per l’ingenuità. La follia. L’urgenza… che tutto pareva essere, tranne il senso comune di “fretta”, bensì un lento danzare fuori tempo, fuori luogo, fuori stagione, fuori dalle case, fuori come i fiori sulle balconate.
Dio che vergogna per l’inconcludenza. L’irresponsabilità. L’imbarazzo del tempo andato per un bacio che invece è rimasto. Tra le pieghe del tuo sorriso. Sulla mia sciarpa di lana.
Siamo anime senza confini. Viviamo alla giornata perché non abbiamo necessità di rassicurarci che ci sarà un domani. Esiste l’oggi. Che è tanto. Che è tutto. Un bacio, per suggellare un patto. Che tutto sarà semplice. Quasi normale. Come camminare vicini. Fare la spesa. Ballare danze latine alla luce della luna. Un bacio alla francese, alla spagnola, alla russa. Un bacio americano. Un bacio made in Italy in una Venezia da bere che mi ha ubriacata prima ancora di arrivare a prendere in mano  il primo bicchiere. Un bacio tra “conosciuti semi-sconosciuti”, con una forma nella mente simile ai palloncini colorati che poi volano via. Alla gaiezza di quando la musica distrae le volontà, il troppo parlare nasconde la timidezza, le lacrime confondono gli stati d’animo, il gianduia si fonde con la crema pasticcera e trasforma una torta speciale in un substrato di crema a delinquere per il colesterolo.
Che bacio inenarrabile. Forte della timidezza che ha permeato il suo sviluppo, ha invaso senza chiedere perché e per come. E mentre nel dopo,  abbiamo continuato a vivere come personaggi di un fumetto, la vita ci ha regalato ore buie e spaventose o nuovi capitoli di avventure e giochi da reinventare. Perchè ciò che conta è l’essere, non l’apparire. Perchè la commedia di maschere ed abiti d’epoca è giusto lasciarla ai teatranti.
Il primo bacio è un furto, dice Ramón Gómez de la Serna, Greguerías, 1917/60
Io dico che il primo bacio è “un numero primo“. Di una lunga serie che ti rallegrerà la vita fino al matrimonio. Quelli che vengono dopo sono tutta un’altra storia. Ora, se dobbiamo parlare dei baci di quando ci si sposa, la mia storia potrebbe iniziare così: è stato quando hai deciso di darmi quell’ultimo bacio… che son tornata finalmente a vivere

libera

Lei: “Penso sempre a te”. Lui: “Io mai, per questo ci compensiamo”.

non è nemmeno cioccolata

Sono Nutella dipendente. bagno nutella

Lo affermo subito, prima di cominciare a scrivere,  perché non voglio far la parte di quella che finge che potrebbe anche farne a meno. È una sorta di malattia, lo so. Altrimenti non saprei giustificare il mio essere compulsiva, soprattutto quando mi ritrovo in mano il barattolo. Nel 2012 mi ero disintossicata. 9 mesi senza nemmeno incrociarla al supermercato. Cambiavo corsia. Poi il tracollo e di nuovo l’assuefazione. Non so spiegare cosa sia peggio: se il pensarla sul ripiano alto del mobile della cucina o il dubbio che il barattolo possa essere vuoto. In ogni caso soffro. La mia è una battaglia persa che inizia a colazione e termina prima di andare a dormire.
“La voglio, ma mi pento subito di volerla così tanto. La vorrei ed il pensiero mi tortura finché non cedo al bisogno di un cucchiaio da minestra ricolmo. La vorrò… perché ne sono certa che lei, Nutella, resterà una passione da combattere fin quando avrò vita”.
Quando ero una bimbetta delle elementari,  la merenda consisteva in tre michette all’olio – quelle tonde della fornaia Emma, quella che stava dietro un bancone altissimo color verde bottiglia – ripiene di Nutella cremosa e mezzo litro di latte freddo della “Galbani vuol dire fiducia”,  che bevevo direttamente dal tetra pack con la cannuccia che conservavo la domenica dopo esser stata al bar degli Alpini a bere la spuma con mio zio (dal punto di vista sintattico questo pensiero è lunghissimo, lo so, ma quando ripenso a me da piccola non riesco a mettere punti, togliere congiunzioni ed accorciare i periodi,  forse perchè in un attimo mi son ritrovata già grande?).spot nutella

In quei meravigliosi anni dove non possedevo niente, tranne una bici da cross, mangiavo senza sensi di colpa e pace amen. Stavo in petto a Cristo per la serenità.

Perché invece oggi vivo il mio rapporto con questo comune alimento conosciuto in tutto il mondo come un senso di colpa?
Non lo so, non l’ho mai capito e non credo riuscirò a farmene una ragione.
Forse è  l’associazione mentale Nutella = Bambino che mi manda in difensiva ed essendo adulta tendo a consumarla di nascosto perché la ritengo una cosa infantile? Eppure, dallo svezzamento, tutti i cibi che ci vengono propinati dai nostri genitori sono consumabili da che si hanno i primi due incisivi fino a quando saremo costretti a mettere la dentiera. Cos’ha di così diverso la Nutella? Si insiste nel definirla “cioccolata” quando di fatto non lo sarà mai:  è solo una crema  di nocciole, zucchero e cacao. E non è nemmeno così ottima al palato, è di produzione industriale e fa tanto, ma tanto ingrassare. Se ci penso proprio bene, ha pure un retrogusto amarognolo. Eppure io la agogno. Si mormora che la ricetta sia segretissima, ma io resto convinta che, come per tutte le cose inspiegabili del nostro pianeta, contenga qualche amido che da dipendenza. Senza presunzione, so che chi mi sta leggendo in questo istante ed è della famiglia dei fans, fa di sì con la testa e mi capisce visceralmente. Perché la dipendenza da Nutella è un fenomeno sociale inspiegabile. Come Facebook. Come Twitter. Come l’ iPhone, iMac,iPad, iPod. Usi comuni per gusti che accomunano le masse. Ma non voglio divagare.
Tornando alla famosa cioccolata trovo che la sua pubblicità sia talmente intrisa nel tessuto delle case italiane, da far credere alle mamme che dare la Nutella ai propri figli sia cosa buona, calda e salutare.spot-nutella-anni-235892_tn 
Io resterò Nutella dipendente in lotta con la mia testa razionale tutta la vita, oramai sono rovinata, ma so che la cioccolata che amo…tanto buona non è.

È solo buona per il “cuore”. Eh sì, è  una coccola da mille calorie a botta per il colesterolo, ed una meravigliosa carezza per l’anima.

 

r e p o r t a g e di cuore

Il giorno dopo la festa

gab11….tutto è sempre immobile e silenzioso. Sono ancora commossa. Mancavi tu papà. Sei mancato ad ogni giro di sguardo, accanto alla mamma, in un ballo solo nostro. Non mi sono nemmeno avventurata in prossimità dell’orchestra. Non ci sono proprio riuscita. Sin dal mattino, quando sono venuta sulla tomba per raccontarti come si sarebbe svolta la giornata, mi hai vista come stavo. Con gli occhi impantanati in lacrime dure di sale ti ho promesso che mi sarei presa cura di lei. E l’ho fatto, lo sai. Quel giorno ed anche il giorno a venire e tutti i giorni che verranno. Lo farò. Nonostante il grande vuoto ce l’ha fatta, è stata forte, lei ed i suoi quindici chili in meno. Io con lei. I tuoi figli maschi con noi. Ma io non ho ancora smesso un attimo di piangere. Solo stanotte ho dormito con la pace tra le braccia. “Grazie M.R, l’abito mi stava una meraviglia, grandi mani, preziose forbici. Si è solo un po’ accorciato, ma pare che la cosa non abbia disturbato proprio nessuno!”

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M. è uscito fuori dal seminato con balli americani scatenati e grandi bottiglie di champagne. Lo conosci. Lui fa così per mascherare il dolore di un assenza che per lui in special modo è stata a caratteri cubitali. Mi ha fatta stare in pena tutta la sera fino a quando mi ha sollevata in aria, per un abbraccio stretto al suo petto e mi ha detto nell’orecchio: 
<<Faccio festa per mio fratello e per nostro padre, non sono ubriaco come puoi credere, ho la capacità di far evaporare ciò che bevo prima che arrivi nel sangue>>…. e mi ha sorriso con quegli occhi furbi di chi conosce se stesso e sa benissimo cosa nascondo nel cuore. Non cambierà mai: lui è il tuo alterego, una forza della natura, tutto ciò che non oso essere io perchè abituata a vivere nella rinuncia. Così simili, così diversi. Sin da piccolo l’ho sempre protetto e gli abbiamo tutti concesso ciò che per me era impensabile anche solo sperare d’essere. Ora è un gigante buono. Buonissimo.

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“Quando è arrivata l’auto della sposa ed in ordine di apparizione sono scese la rana e mia cognata, tutti siamo scoppiati in una risata infinita. La piccola ha detto c i a o agli ospiti. Io sono scoppiata a piangere. Ho sorriso solo quando lo sposo ha avuto l’ardire di sventagliarsi come una madame accaldata. Quanto sei bello fratello. Tu solo sai… chi sono io”.

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Guardo i miei figli, i miei fratelli, mia madre ed i tuoi nipoti… padre mio…e penso che è vero: te ne sei dovuto andare via per forza di cose. Non avresti sopportato la calura di ieri. Ed è vero: i miei occhi sono spesso tristi, non riesco più a nascondermi, ma se la nostra famiglia è così bella è merito tuo. Grazie papà.  Anche per tutte le volte che non te l’ho detto mai.

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