Bonsoir stronzesse, je suis désorienté…

stronza

Possiedo la capacità congenita di fare diecimila cose simultaneamente. Non lo scrivo per vantarmene, anzi. Lo scrivo perché,  quella che in origine sembrava una condizione naturale, ormai è divenuto un modus vivendi che mi deprime. Da qualche settimana sono più confusa del solito. L’agenda straborda, le telefonate si susseguono a ritmi insopportabili, non riesco ad evadere le consegne di lavoro e gli impegni sono sempre più pressanti. Il lavoro nobilita l’uomo fintanto che è umano, quando inizia a divenire incalzante in modo animale, c’è qualcosa che non va. In passato, ho frequentemente coperto la mia naturale indole malinconica colmando ogni spazio con attività più o meno impegnative. Se da un lato tale propensione mi fu utile per mantenermi sveglia e vitale, dall’altro lato ha accumulato in me sufficiente esperienza da trasformarmi in un vero e proprio generatore di efficienza. Dico… in passato, perché ora non è più così. Oggi viaggio sul filo del rasoio e fatico a normalizzare una vita che è divenuta una perpetua rincorsa. Inutile insistere, mi sono arresa alla realtà: sono un essere umano. Non che prima non lo sapessi, ma è evidente che, nel mio desiderio di seguire tutto nel minimo dettaglio, ho esageratamente trascurato i miei limiti, concedendomi il privilegio di credermi insostituibile. E’ ovviamente stata una pessima idea, che detto in parole povere significa esser stata stolta, quasi superba. Me lo dico da sola, senza esser eccessivamente severa con me stessa, ma con quel pizzico di onestà intellettuale che non dovrebbe mai mancare a nessuno.
Un bel giorno d’autunno delle scorse settimane ho notato che, se a casa non sono presente, improvvisamente tutti sono perfettamente autonomi. A partire dai minori fino a quelli che la maggiore età l’hanno superata da mezzo secolo. Per una casualità temporale, ho altresì constatato che, se in ufficio sono assente, i colleghi dimostrano di avere il dono dell’attesa e le pretese si tramutano in cose che si possono risolvere anche molto dopo l’attimo fuggente.
Quando ero giovane pensavo che la vita meritasse attenzione ed impegno in ogni ambito, pur essendo stancante proporsi in tal modo continuativamente. Ero convinta che le cose non mi fossero dovute, ma che la conquista me le facesse meritare. Che è sempre meglio non lamentarsi troppo, non recriminare, evitare le discussioni sterili. Ma da qualche mese, complice il comportamento di taluni soggetti, ho intuito che forse era giunta l’ora di lasciarmi andare, che ogni tanto un vaffa ben assestato ritempra l’anima (la Litizzetto dice che “ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo” ed io una come lei me la sposerei), che mi merito un sacco di cose, anche senza dovermi necessariamente arrampicare sulle vette con i tacchi a spillo per godermele e che ho diritto di fare solo ciò che condivido. Detto questo, affinché fosse chiaro alla moltitudine che mi circonda che non sono Robocop in gonnella a pois e non devo giustificare ogni mia mancanza,  ho deciso di calarmi nel ruolo della neo stronza confusa. Confusa, perché l’etichetta della brava persona che mi porto manifesta sulla faccia… è una truffa colossale. Un marchio indelebile che mi ha rovinato la  vita come una cicatrice rugosa sulla fronte. Se nasci testa di cammello la vita è più facile. Sei cammelluto e la gente da te si aspetta comunque il peggio. Si prodiga in complimenti quando dai il minimo e te la fa passare liscia, quando fai lo stronzo, con la scusa che sei irrecuperabile. Al contrario, essere per bene… ti obbliga ad una vita impalata tra doveri e responsabilità. Una vera e propria palma d’oro conficcata dove ben sapete immaginare. Lavorare su me stessa per divenire una bad girl, una cattiva ragazza, non mi è semplice da digerire, ma ci sto provando con discreti risultati. Sto apprendendo l’arte dell’essere stronza e confusa. bad girlStronza al venticinque percento, confusa per tutto il resto della mia poliedrica personalità. D’altronde, non saprei immaginarmi più fetente di quello che sto cercando d’essere. Non sono abituata a dire di no. A non rispondere al telefono. A sforzarmi di pensare esclusivamente ai miei bisogni e fare principalmente le cose che mi fanno stare bene. Ad ignorare chi, in un modo o nell’altro, pretende la mia costante attenzione. Ad ogni modo, nonostante la mia reticenza e mi scocci anche ammetterlo, da quando uso il termine vaffa a casa mi prestano attenzione e mi portano più rispetto. Mia madre mi sorride sempre, mi chiede come sto e non invade più i miei spazi personali. Gli amici che non erano amici, si sono letteralmente volatilizzati con mia immensa soddisfazione. Chi mi ama ha continuato ad amarmi. Chi decide di pestarmi i piedi, ci pensa qualche istante in più e poi ultimamente cambia rotta. Sono, mio malgrado, costretta a dire che lo stronzo è un vincente, mentre il buono merita la beatificazione e la vita eterna solo dopo la sua dipartita. Caspita, ma fa veramente così schifo il mondo degli umani…? Parrebbe tutto così reale… la questione non nobilita e non rende felice. Esser stronza e confusa, per me, è il minimo del minimo, ma chi nasce testina e riesce ad esserlo per tutta la vita, si rende conto di perpetrarlo e si piace così o ambisce ad essere una brava persona? Al loro cospetto io mi sento comunque un idiota, perché nonostante i miei sforzi godo sempre a metà. La gente non nasce stronza, ma lo diventa dopo aver dato tutto e ricevuto niente. Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12. Sarà vero? Gli stronzi sono esseri adulti dotati di un grande fascino, ecco perché prima o poi tutti ce ne ritroviamo qualcuno tra le palle. Ma io, che tipo di donna sto diventando? Per gli uomini che incontro sulla mia strada è facile rispondere: non gliela do e questo basta per far di me una stronza patentata. Ed allora: bonsoir stronzesse! Je suis désorienté… necessito di lezioni immediate e senza riserve.  Ormai mi è tutto chiaro, signora si nasce, ma stronza si diventa.

…baci d’altri tempi…

bacio

Quando hai deciso di darmi quel bacio… ho capito che stavo per prendere un’autostrada appena asfaltata e che non sarei più potuta tornare a quell’attimo prima che esiste tra la tensione emotiva e l’abbandono. Un bacio lieve, il tuo, come quelli dei film in bianco e nero nelle pellicole degli anni cinquanta.  In un angolo di mondo remoto, dove fuori da noi tutto andava veloce, hai scelto di fermare il tempo sulle mie labbra e di lasciarci la tua impronta sconosciuta.
Ancora oggi non riesco a non ricordare l’imbarazzo per la “situation comedy” in cui siamo riusciti, senza previsioni alchemiche, ad infilarci. Io, che pensavo a tutto tranne che alla possibilità della tua bocca sulla mia. Tu, che stavi in ansia da tempo e non avevi parole, perché pensavi solo se era il caso di osare. Io, che tutto credevo fuorché d’essere il tuo tipo. Tu, che immaginando ti avrei mollato un cazzotto in pieno volto, hai quasi ondeggiato nel vento prima di porgere la piega naturale del tuo viso verso me. Io, che ho sempre creduto d’essere rigida ed invece non lo sono. Tu che, in un caleidoscopico cielo di emozioni, mi hai fatto perdere il sonno con un bacio vintage da scuola media, modello: Cary Grant e Greta Garbo. Ancora mi vergogno. Per l’ingenuità. La follia. L’urgenza… che tutto pareva essere, tranne il senso comune di “fretta”, bensì un lento danzare fuori tempo, fuori luogo, fuori stagione, fuori dalle case, fuori come i fiori sulle balconate.
Dio che vergogna per l’inconcludenza. L’irresponsabilità. L’imbarazzo del tempo andato per un bacio che invece è rimasto. Tra le pieghe del tuo sorriso. Sulla mia sciarpa di lana.
Siamo anime senza confini. Viviamo alla giornata perché non abbiamo necessità di rassicurarci che ci sarà un domani. Esiste l’oggi. Che è tanto. Che è tutto. Un bacio, per suggellare un patto. Che tutto sarà semplice. Quasi normale. Come camminare vicini. Fare la spesa. Ballare danze latine alla luce della luna. Un bacio alla francese, alla spagnola, alla russa. Un bacio americano. Un bacio made in Italy in una Venezia da bere che mi ha ubriacata prima ancora di arrivare a prendere in mano  il primo bicchiere. Un bacio tra “conosciuti semi-sconosciuti”, con una forma nella mente simile ai palloncini colorati che poi volano via. Alla gaiezza di quando la musica distrae le volontà, il troppo parlare nasconde la timidezza, le lacrime confondono gli stati d’animo, il gianduia si fonde con la crema pasticcera e trasforma una torta speciale in un substrato di crema a delinquere per il colesterolo.
Che bacio inenarrabile. Forte della timidezza che ha permeato il suo sviluppo, ha invaso senza chiedere perché e per come. E mentre nel dopo,  abbiamo continuato a vivere come personaggi di un fumetto, la vita ci ha regalato ore buie e spaventose o nuovi capitoli di avventure e giochi da reinventare. Perchè ciò che conta è l’essere, non l’apparire. Perchè la commedia di maschere ed abiti d’epoca è giusto lasciarla ai teatranti.
Il primo bacio è un furto, dice Ramón Gómez de la Serna, Greguerías, 1917/60
Io dico che il primo bacio è “un numero primo“. Di una lunga serie che ti rallegrerà la vita fino al matrimonio. Quelli che vengono dopo sono tutta un’altra storia. Ora, se dobbiamo parlare dei baci di quando ci si sposa, la mia storia potrebbe iniziare così: è stato quando hai deciso di darmi quell’ultimo bacio… che son tornata finalmente a vivere

libera

Lei: “Penso sempre a te”. Lui: “Io mai, per questo ci compensiamo”.

Quell’attimo che precede la consapevolezza è stato come precipitare

timidezza

Credimi, non avevo capito niente. E’ stato solo nell’istante in cui ho percepito la tensione della tua voce che ho compreso che avresti potuto amarmi da sempre. Sin da quel primo viaggio casuale. Dove si ruppe il cambio. Dove si credeva di essere grandi. Guardo il calendario che segna il tempo passato e le memorie non tardano a farmi compagnia. Mi passavi accanto e non mi rendevo nemmeno conto di cos’eri e dove stavi andando. Vivevo la mia vita rotolando in strade di fango,  mentre tu scalavi le tue montagne irte di sassi aguzzi senza guardarmi mai. Due estranei conoscenti che si salutavano appena, forse due risate ogni tanto, uno sfioramento casuale al bar del biondo, un ciao un po’ più accennato, un passo lento per non arrivare dove avresti dovuto di nuovo dirmi:<<Ciao, a presto>>. Gli anni sono corsi via nelle nostre scarpe consunte a rincorrere la vita e mentre abbiamo cambiato jeans, moto ed appartamenti, i nostri visi hanno perso per strada colore, rimmel e risa. Così vicini e così distanti non lo potremo essere mai più. Eppure lo siamo stati sempre. Per tutta una lunghissima ed ormai consunta esistenza. Mi chiedo se lo sai che di nascosto osservavo quel tuo camminare deciso con le mani sprofondate nel piumino rosso. Con tutta quella stupida paura d’incrociare il tuo sguardo. Mi tremavano la voce, i denti, gli occhi, il collo della camicia, l’orlo dei calzoni. Troppo timida. Troppo stupita. Troppo giovane. Mi chiedo se lo sai che di nascosto ti cercavo tra la gente e dopo averti trovato tornavo indietro e mi nascondevo nei portoni dei palazzi. Il fiato corto, le mani sudate, quel calore tra le cosce che non andava via. Non andava mai via. Poi, senza preannuncio, quell’inclinazione nella tua voce, dopo tanti anni a perderci. Quel rimasuglio di volontà a nasconderci, è stato sorpreso da un fa stonato. Un’emozione indolente sfuggita al controllo rigido di chi si è negato da sempre. Non avevo capito niente. Non avevi capito niente. L’attimo che ha preceduto questa nuova consapevolezza è stato come precipitare. Volare. Sospendere il tempo, le frasi, il movimento circolare dei tuoi occhi a scavare i miei. Le bocche di nuovo serrate hanno poi trattenuto sorrisi imbarazzati. Che bella la tua voce stonata. <<Se sbandi ancora posso sbandare con te?>>. Te l’ho detto seria. Mi hai fissata immobile, non hai saputo bene cosa inventare. Io faccio i conti con le emozioni e guardo la luna piena. E’ stato bello aspettare. 

mamma che stanchezza

Ho vissuto un attimo eterno non raccontabile.
Come un bacio tanto desiderato,
ricevuto all’improvviso.
stanchezza1

Venerdì sera ho conosciuto una sorta di stanchezza indescrivibile che non mi ha più abbandonata. Ho dolori un pò ovunque e sento di pesare un quintale nonostante con grande sforzo mi trascino in giro per il mondo sperando di ritrovare l’energia smarrita. Il nodo più grande di questo “immenso bacio” è che per il momento non mi sento affatto bene. Sembro un anima che trascina un cadavere.
Qualche mese fa mi era capitato di non avere nulla da fare, essere perfettamente riposata e ciò nonostante sentirmi in sofferenza per la stanchezza di tutto quel nulla.  
Oggi vivo una stanchezza astratta che non si vede. Il mio colorito è sano, il corpo florido non sembra appartenere alla donna gracile ed esile che son sempre stata, ma sono emozionalmente al tappeto. Portare il peso della mia coscienza e degli impegni che mi gravano è la stanchezza più spaventosa che potevo conoscere.
Da qualche giornata la mia energia vitale chiede di essere ascoltata, come se una zecca energetica si fosse attaccata a succhiarmi vitamine.
Forse la frase di Emil Cioran ne Il funesto demiurgo, 1969 – “la sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione”, è vera anche al contrario.
In questo istante mi sento di affermare che “la sorte di chi si è impegnato troppo è di non aver più energie ad avvenuto raggiungimento dell’obiettivo”.
Sì, che posso dirlo,
perché io mi sento dannatamente a brandelli. Stesa sulla  meta, senza più fiato per rialzarmi e camminare. Mi devo riprendere. Smettere di friggere, manco fossi una patatina al forno. Respirare a pieni polmoni. Ritrovare le mani che stanno al posto dei piedi.

ad maioraForza… Signorastanca… ad maiora semper.

non è nemmeno cioccolata

Sono Nutella dipendente. bagno nutella

Lo affermo subito, prima di cominciare a scrivere,  perché non voglio far la parte di quella che finge che potrebbe anche farne a meno. È una sorta di malattia, lo so. Altrimenti non saprei giustificare il mio essere compulsiva, soprattutto quando mi ritrovo in mano il barattolo. Nel 2012 mi ero disintossicata. 9 mesi senza nemmeno incrociarla al supermercato. Cambiavo corsia. Poi il tracollo e di nuovo l’assuefazione. Non so spiegare cosa sia peggio: se il pensarla sul ripiano alto del mobile della cucina o il dubbio che il barattolo possa essere vuoto. In ogni caso soffro. La mia è una battaglia persa che inizia a colazione e termina prima di andare a dormire.
“La voglio, ma mi pento subito di volerla così tanto. La vorrei ed il pensiero mi tortura finché non cedo al bisogno di un cucchiaio da minestra ricolmo. La vorrò… perché ne sono certa che lei, Nutella, resterà una passione da combattere fin quando avrò vita”.
Quando ero una bimbetta delle elementari,  la merenda consisteva in tre michette all’olio – quelle tonde della fornaia Emma, quella che stava dietro un bancone altissimo color verde bottiglia – ripiene di Nutella cremosa e mezzo litro di latte freddo della “Galbani vuol dire fiducia”,  che bevevo direttamente dal tetra pack con la cannuccia che conservavo la domenica dopo esser stata al bar degli Alpini a bere la spuma con mio zio (dal punto di vista sintattico questo pensiero è lunghissimo, lo so, ma quando ripenso a me da piccola non riesco a mettere punti, togliere congiunzioni ed accorciare i periodi,  forse perchè in un attimo mi son ritrovata già grande?).spot nutella

In quei meravigliosi anni dove non possedevo niente, tranne una bici da cross, mangiavo senza sensi di colpa e pace amen. Stavo in petto a Cristo per la serenità.

Perché invece oggi vivo il mio rapporto con questo comune alimento conosciuto in tutto il mondo come un senso di colpa?
Non lo so, non l’ho mai capito e non credo riuscirò a farmene una ragione.
Forse è  l’associazione mentale Nutella = Bambino che mi manda in difensiva ed essendo adulta tendo a consumarla di nascosto perché la ritengo una cosa infantile? Eppure, dallo svezzamento, tutti i cibi che ci vengono propinati dai nostri genitori sono consumabili da che si hanno i primi due incisivi fino a quando saremo costretti a mettere la dentiera. Cos’ha di così diverso la Nutella? Si insiste nel definirla “cioccolata” quando di fatto non lo sarà mai:  è solo una crema  di nocciole, zucchero e cacao. E non è nemmeno così ottima al palato, è di produzione industriale e fa tanto, ma tanto ingrassare. Se ci penso proprio bene, ha pure un retrogusto amarognolo. Eppure io la agogno. Si mormora che la ricetta sia segretissima, ma io resto convinta che, come per tutte le cose inspiegabili del nostro pianeta, contenga qualche amido che da dipendenza. Senza presunzione, so che chi mi sta leggendo in questo istante ed è della famiglia dei fans, fa di sì con la testa e mi capisce visceralmente. Perché la dipendenza da Nutella è un fenomeno sociale inspiegabile. Come Facebook. Come Twitter. Come l’ iPhone, iMac,iPad, iPod. Usi comuni per gusti che accomunano le masse. Ma non voglio divagare.
Tornando alla famosa cioccolata trovo che la sua pubblicità sia talmente intrisa nel tessuto delle case italiane, da far credere alle mamme che dare la Nutella ai propri figli sia cosa buona, calda e salutare.spot-nutella-anni-235892_tn 
Io resterò Nutella dipendente in lotta con la mia testa razionale tutta la vita, oramai sono rovinata, ma so che la cioccolata che amo…tanto buona non è.

È solo buona per il “cuore”. Eh sì, è  una coccola da mille calorie a botta per il colesterolo, ed una meravigliosa carezza per l’anima.

 

Nuoto libero

piscina-bollente

Undici  anni fa, dopo aver abbandonato il volley, una lesione al tendine del sotto spinoso della scapola destra mi ridusse dell’ottanta percento l’utilizzo del braccio corrispondente.
L’ortopedico disse che per come si svolsero i fatti si trattava quasi certamente di un danno di origine virale e che avrei potuto tentare di recuperare con l’elettrostimolazione, un farmaco, di cui ora non rammento il nome ed il nuoto. Tra le tante opportunità di scelta avevo anche quella dell’intervento chirurgico, ma era un rischio, oltre che un danno estetico di importanza rilevante.
Tutto dipendeva dalla fretta che avevo di ritornare a lavarmi i denti, pulire i vetri di casa, portare un litro di latte, tenere in braccio mia figlia.
Il braccio destro era seriamente compromesso.
Dopo aver riflettuto sulla fortuna che avevo avuto – in fondo questo virus avrebbe potuto causarmi una paresi del trigemino facciale (paralisi di Bell) – ho scelto l’elettrostimolazione ed il nuoto.
Per un recupero base ho impiegato circa ventiquattro mesi. Furono anni tenaci dove non avevo molto tempo per me stessa, dovermi ritagliare nuovi angoli di vita per forza di cose fu complicato. Ciò nonostante, nel lento passare delle settimane,  la mia mente riuscì a modificare  il concetto del termine p r i o r i t à… perché dovete sapere che alla fine di tutta questa storia è stata proprio l’acqua ad avermi cambiato la vita. Nuotare non ha niente in comune con nessun’altro sport perché tutto quello che fai da immersa, non è replicabile sulla terra ferma.
Mi sono approcciata a questa disciplina in modo indisciplinato perché quando d’inverno le temperature minime sfiorano i -10, ci vuole un esorcismo per infilarsi costume, cuffia, occhialini e immergersi in un liquido dai riflessi azzurri che sembra un ghiacciolo color anice. Ciò nonostante l’ho fatto e continuo a farlo tutt’oggi.donna-in-piscina
Il perchè è presto detto: dopo aver traspirato tutti i sali possibili, negli anni folli del volley, quando nuoti, anche se vai velocissimo e non ti fermi nemmeno per respirare:  non sudi.
Odiavo sudare in palestra. La sensazione di sporco, i capelli appiccicati, le maglie intrise, i calzoncini fin dentro le natiche, le ginocchiere puzzolenti  e tutta quella sete da togliermi il fiato.
In acqua non sudi, non cadi, non ti sbucci le ginocchia, non rischi fratture – salvo qualcuno non ti dia un pugno in pieno viso sull’incrocio della vasca – ma dopo anni di esperienza so sempre in quale fila è meglio mettersi.
Mentre nuoti puoi pensare a qualsiasi cosa, nessuno mai ti dirà che sei deconcentrato o dove stai guardando.
In acqua puoi anche piangere – salvo l’annebbiamento immediato degli occhialini – certa che nessuno mai ti dirà cos’hai, se hai bisogno di qualcosa, qualcuno, una carezza, acqua, fazzoletti.
Ecco,  in acqua anche se ti pisci addosso, non se ne accorge nessuno, ma questo non si fa.
Dicevo … che le prime volte ero indisciplinata. Avevo sempre qualcosa che non andava:  la cuffia troppo larga o troppo stretta, gli occhialini che mi segnavano sotto gli occhi in modo eccessivo a prescindere dalla regolazione – era proprio una questione di pelle del viso troppo delicata –  e se non dimenticavo a casa le ciabatte, era la volta che non avevo con me l’accappatoio.
Un disastro. E la scapola stava sempre peggio. Essendosi scollata dalla cassa toracica, poteva incagliare nel tessuto epidermico sottostante qualsiasi cosa e sempre nei momenti sbagliati.
Il bordo della maglietta intima giusto mentre stavo per chiudere un contratto di lavoro, il reggiseno ad una riunione d’Area, lo spallino del costume durante allenamento, il lenzuolo se dormivo a pancia sopra.
La consapevolezza del dramma che stavo vivendo mi fu più chiara quando ripresi l’utilizzo dell’auto, perchè mi accorsi che allungando le braccia sul volante, sentivo la scapola fuori uscire dalla mia schiena di un bel palmo ed appoggiarsi in modo preoccupante sul sedile della macchina come fosse la punta di un iceberg.
Non mi restava che piangere. Avevo perduto la mia autonomia in molteplici attività domestiche e non, ma dal di fuori non si vedeva niente. Quindi oltre il danno, la beffa. A parte il medico, solo chi mi viveva accanto aveva intuito quanto la situazione fosse pesante.
Poi un giorno, non ricordo se piovesse o se fosse Natale, se ero felice oppure no, stavo dicendo:  quel giorno, dopo essermi segnata prima di iniziare l’allenamento nell’acqua gelida – il segno della croce è fatto d’obbligo quando ancora non nuoti benissimo ed in vasca vedi avanzare uomini squalo –  quello fu il giorno in cui le mie bracciate si rivelarono improvvisamente dolci come una gita fuori porta sulle rive di un fiume.
Nuotavo, ma in verità sentivo che stavo passeggiando. Allora è questo che prova un pesce?
Non avevo necessità di pensare a come respirare, era automatico. Avrei tanto desiderato avere le branchie.
Non sentivo più così feddo alla base della nuca e non volevo uscire all’aria aperta. Avrei voluto fondermi in quel fluido ondulare. Avevo rotto il fiato, le abitudini, i preconcetti, le ansie e lo stress. acqua

Lì iniziò il mio viaggio lunghissimo verso la guarigione e stavo diventando, se non proprio una sirenetta, certamente una “piscinara”.
Qui da noi, in Lombardia, dove il mare te lo puoi solo sognare, se vuoi immergerti ed avere la sensazione di ritornare nel liquido amniotico di mamma, puoi farlo solo presso i centri sportivi.
Siamo pieni di piscine. Abbiamo più piscine noi di tutto il resto dell’Italia messo insieme.
Ecco, da parecchi anni, tra le tante cose che posso essere, sono anche una piscinara. Appena posso scappo in vasca, dove immergere la testa e lavare i pensieri sono un tutt’uno. Dove entro scarica ed esco carica e viva. Dove nel contatto con l’acqua ritorno alle origini ed ogni volta riscopro me stessa: il piacere di sentire la leggerezza del corpo per la mancanza di peso, la libertà nella testa che si svuota di pensieri e preoccupazioni, quel fresco liquido che mi avvolge e senza pretese mi abbraccia innamorato. Sono una donna per il nuoto libero. La libera circolazione. La libera professione. Il libero amore. Il pensiero libero… ed i liberi pensatori.

Un Monte e la sua Isola

sulle rive del lago

L’isola che c’è, ha riportato nel mio cuore l’incanto della natura e le sue voci. Non posso più farne a meno. È un dolce sentire che mi restituisce la quiete smarrita in anni su anni a cercare d’essere ciò che non sarò mai. Il silenzio delle ore che sto vivendo mi riporta nella mente un presente da vivere con impeto, colmo di cose nuove, di pace e serenità. Difficile far comprendere agli altri cosa significa aver sofferto la paura, le voci nella testa, il disagio di urtare ogni cosa anche quando non facevo niente. Difficile spiegare il verde di questi ulivi, i loro tronchi centenari, le rive spoglie ed il mio perdermi nel luccichio delle onde argentee di un lago che, senza parole, sa dire tutto ciò di cui necessito per tornare a vivere ed amare. Adoro questo luogo, amo ogni singolo viale, albero, locanda. Le mazurche ed i tanghi di paese, le sarde con la polenta, i percorsi tra i boschi, il santuario della Madonna della Ceriola, le primule di un panna delicato, la spesa alla macelleria dei Mazzucchelli a Siviano. Quest’anno sono ventisei estati che Montisola mi accoglie e mi sconvolge.  Non mi abituerò mai a questo monte in mezzo ad un lago verde come i miei occhi. Le valli circostanti. La gente semplice. I pescatori e le loro reti. carzano, le reti
Ieri, appisolata sul mio sdraio, sotto un ulivo che conosce ogni singolo battito del mio cuore, ho pensato a te, alle cose che abbiamo guardato con gli stessi occhi, al tuo incanto innanzi ai cigni, le anatre, i leprotti, i gatti. Ho immaginato tutte le cose che non abbiamo fatto e quelle che vorrei fare. Ho meditato tanto. Guardavo le persone che mi passavano accanto e con stupore riflettevo sul fatto che nessuno assomiglia a noi. Nessuno ha lo stesso nostro modo di intendere la vita e la libertà. Quella che tu mi hai restituito dopo averla dispersa dietro portoni chiusi. In stanze immense. Dentro
 catene mentali d’acciaio cellulare. Ieri ho pensato a te. Devo dirtelo presto. Devo dirti tante cose, anche quelle che ancora non so. Perchè la solitudine non è sempre una lesione. Complici un Monte ed un Isola, ci si può anche riscoprire vivi. Ed io lo sono. Sono dinamica, attiva, sveglia, volonterosa e piena di energia. Sono nuovamente me stessa. Quella che in fondo sono sempre stata; come il Monte e la sua Isola. Innamorati ed indivisibili per l’eternità. 

carzano64

Una volta ero una tela senza macchia

MUTAZIONE

Che bello sarebbe andar via senza più un ritorno.
Senza orologio, valigia o ricordo.
Percorrerei distese aride pur di ritornare all’essenza.
Densità primordiale del mio essere comunque viva e carnale.
Sarebbe incantevole camminare verso l’oltre, senza scarpe e calze, vesciche e cicatrici antiche come le ombre del mio recente passato.
Bello! Un bellissimo viaggio incantato, ai confini di un presente da vivere con il cuore in mano, ed un futuro che già esiste, mi chiama ed è veramente mio.
Realmente possibile.
Lo so che l’ardire è pericoloso, ma quella che bramo oggi è una necessità di libertà che mi porta a desiderare di sentire tutto sulla pelle e dentro le narici… come gli animali.
Tempo fa sono andata in contromano ed ho fatto del mio Io un macello emotivo.

<<Cancellami!>> ho urlato alla vita. <<Non vedi che a furia di dipingermi a strati, mi sto scolorando? Mi si stanno sciogliendo tutte le nuance. Se m’inventi di cielo blu, nel dopo, non puoi cospargermi di catrame nero. Non sono mai stata una tela da colorare a caso>>.
Una volta ero senza macchia.
Oggi sono un pasticcio cosparso di trielina. Quella che getto sopra alle pennellate matte che il destino ha lasciato. Senza prospettiva. Di colori scelti a caso. Alla deriva mi son lasciata trascinare in un rosso inferno di gorghi mortali. Ho mormorato parole che non sapevano più di realtà. Ho subito tensioni che non desideravo avvertire.
Questo è il giusto tempo della lontananza.
Vorrei andar via senza più un ritorno.
Con me poche persone e nessuna aspettativa.
Solo il bisogno animale di annusarsi piano.   

Zero parole.
Zero parole.
Zero parole.

p o e t i c a

sensualità

Sfiorami la pelle e portami rispetto.
Sono un frutto sempre maturo.
A tratti appeso, a tratti steso.
Un lenzuolo di seta di panna.
Un alcova fresca e nuova.

Parlami del tempo che non va più via.
Nel buio della notte buia sussurrami che sono tua.
Sotto di te ritorno a casa.
Sei un viaggio lento e lunghissimo.
Tra i tuoi capelli ritrovo l’aria smarrita.
Le chiavi del cuore, una nuova vita.

Toccami piano e portami dei frutti,
una margherita.
Sotto, la pelle, è sempre liscia.
A tratti ferita, a tratti ricucita.
La tua coperta di lana calda per l’inverno.
Acqua di sorgente se ardi di sete.

Cantami le nostre canzoni amate.
Alla luce dell’alba urlami che non vivi senza me.
Sopra di te ritorno a casa.
Sei una sosta desiderata e felice.
Tra i miei capelli brilli come stelle.
Tra le dita sei un diamante nero.
Un sigillo vero.
Amato.
Sincero.

Traiettorie

Senso

Tutto sta andando nella direzione del rimbalzo. Nessuno è escluso dal moto. Ognuno, a modo suo, prosegue il viaggio. Le modalità sono estremamente diversificate, ma è normale.  C’è chi si chiude in cerchi trasparenti. Chi si oppone alla realtà e fugge via per sempre in modo codardo e meschino. Chi cerca di comprendere e non osa spostarsi perchè sa che non può farne a meno, chi accetta le sorprese della vita e nonostante il dolore ha la forza di elaborare orizzonti del tutto nuovi acquistando fascino ed energia rigenerante.
Io, da spettatrice,  mi perdo in una sola domanda: com’è potuto accadere tutto questo? Come? La speranza, che i mesi imperfetti siano lontani dai miei occhi e dal mio cuore, mi da la forza di guardare oltre la giostra impazzita sulla quale ho girato vorticosamente ed iniziare a fare i primi passi da sola. In questo nuovo luogo non esistono voci alterate, tensioni sotto pelle, emotività ammalate. L’acqua mi chiama, sono ritornata al mio ambiente naturale dopo mesi di congelamento epidermico. La vita mi sussurra, mi piace uscire ed incontrare nuove persone. La primavera accende la mia fantasia, sono ritornata a percepire i desideri che avevo inchiodato sotto le suole delle scarpe. Darei molto perchè questa dimensione possa durare tutta la vita. Ho preso 5 chili. Era iniziato un declino senza eguali, ma si mormora io sia oltre il baratro.  Che non ho saltato a piedi pari, ma ho disceso in scorticata libera ed ho risalito a mani nude. Sarò di nuovo io? Non credo. Questa volta è tutto diverso. Finalmente ho iniziato ad andare via senza sensi di colpa. L’ho capito che non esistono. Finalmente l’ho capito anche nella pancia.