Innamorarsi

Avete presente quando, tutto ad un tratto, vi rendete conto che siete andati dall’altra parte? Talora basta un attimo, un bagliore di sole che squarcia di traverso la tovaglia di carta a quel bar d’angolo dove vi siete fermati per un pranzo frugale o un vela che ondeggia al vento sul lago di Desenzano del Garda. A me è capitato così. Un abbaglio fulmineo, mentre pranzavo durante una pausa di lavoro, mi ha dato la dimensione reale di quanto stava accadendo, dove mi trovassi a tal proposito, dove avrei dovuto invece essere e cosa potessi fare per arginare l’invasione. Premetto che sono una donna normale, il mio elettroencefalogramma è normo regolare senza sinapsi particolari. Ma verso l’oltre, ti ci possono pure sbattere violentemente, non è necessario andarci con le proprie gambe. Ero a Desenzano. Attorno a me solo stranieri e bambini in short e canottiere. Pensavo che erano quasi nudi, considerato il vento fresco che ripetutamente ha tradito l’estate artificiale riservataci quest’anno dalla natura. I nordici han sempre caldo anche quando si gela. Il cane del mio vicino di tavolo latrava da un pezzo, aveva sete povero. Ma il suo padrone, borchiato finanche nelle mutande, rasato e dotato di Ray ban fumé, ha continuato a bere il suo Aperol spritz ignorando il richiamo ripetutamente. Ecco, fossi stata la sua donna gli avrei dato una sberla dritta sul faccione rovinato dall’acne. E’ stato un pensiero istantaneo, come il lievito chimico. Zero elaborazioni. Come un “fanculo” slabbrato uscito dritto dall’intestino. Che poi, il minimo che fai è andartene dritta a casa perché a quel punto chi se ne frega. Già. Dovete sapere…, perché lo sto ammettendo pubblicamente, che anche a me ad un tratto può arrivare il chicazzosenefrega. Pure quando non te lo aspetteresti mai perchè ho il marchio impresso negli occhi della crocerossina. Ma vi garantisco che arriva. Arriva, perbacco. Irrefrenabile, come un orgasmo. Mica son mai stata una Santa. E dopo averlo sperimentato, capisci che farsi le seghe mentali continuamente per gli altri non serve a niente. A niente. C’è un punto, quel punto lì… ove salta qualcosa. Un tappo. Una crosta. Una piccola bombetta di Capodanno dimenticata in una scatola in soffitta. La caldaia da cinquemila euro. La moka Bialetti con tutto il caffè che ti colora il muro ed imprechi, ma nel contempo ringrazi Dio che potevi morire se ti centrava in piena fronte. Accade che la buona educazione si allontana quel minimo. Il buon senso va a fottersi una puttana di colore. Il rispetto si dimentica di svegliarsi alle 6.45 del mattino. La stima è in ferie giusto il tempo di qualche ora. Ed il cervello è più connesso al culo che non ai neuroni ed alle loro sinapsi. Si incrina definitivamente ciò che già era precario e nel lacerarsi lascia cadere tutto negli inferi della miseria. Avviene una sorta di risucchio verso il basso come un tornado demolitore, il vento freddo della potenza. E’ il gelo dell’esasperazione e del dolore che ci trasforma in animali. Io lo posso raccontare. Sono testimone. Il luogo ove cresce e si nutre il male esiste. Quello che si legge sui quotidiani o si vede su skytg24, non è così lontano dalle nostre case, dai nostri figli, dal nostro vivere quieto di borghesi benpensanti, blogger pseudo filosofi, onorati cittadini di una società che fa talmente disgusto che è diventato raccapricciante assistere all’impotenza di chi non riesce a riesumarla. Che se uno in Italia ha un problema di carattere relazionare, è diventata la prassi non riuscire ad evitare ricatti e se ti va bene o finisci in carcere senza prove o al cimitero perché l’ex-amore passionale è passato dalle lettere d’amore al coltello da cucina. L’ho detto: sono testimone. E nemmeno così tanto muta. Poi, l’altro ieri. Beh, era il 2 settembre, un giorno maledettamente normale, con la gente ancora in vacanza, io incastrata in luoghi dei quali per motivi professionali non posso raccontarvi proprio nulla. Ecco, dicevo… l’altro ieri mi è piovuto addosso tutto insieme il firmamento. La terra mi ha fatto inciampare nei ceppi delle sue radici madri e sono andata semplicemente nell’altrove. Era già da qualche giorno, diciamo pure un centinaio per essere metodica, che sentivo abbassarsi la volta celeste e percepivo l’innalzamento della crosta terrestre. I sintomi li avevo tutti quanti. Un terremoto emotivo in arrivo. In questo sono un’ottima sensitiva somatizzante. Metà di me alla regia, l’altra metà a non crederci fino all’ultimo micro istante. Ma così è stato e sarà.
Già lo so, che è un andare senza ritorno. Perché nella mia vita è sempre stata questa la modalità, che le cose che realizzo veramente: sono sempre state quelle che ho deciso io.
Qualcuno ieri sera mi ha detto che essere maturi ed autonomi non significa essere autarchici, ma saper chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno perché da soli si fa molta fatica.
Non so che dire rispetto a questa affermazione, perché nessuno può aiutarti quando sei veramente dall’altra parte del vetro e vedi nuotare in un acquario con meduse e pescecani chi ti ci ha spedito. Men che meno aiutano le troppe parole. Tutta questa circumnavigazione di pensieri, suggerimenti, consigli, infiniti ragionamenti. Ognuno con la propria personale visione della realtà, del meglio, del subconscio. Ma chi se ne frega? Il consiglio perde valore se chi lo elargisce non sa cosa significa ricevere continuamente fucilate. Sentirsi dire “spostati” o “fingi che non stanno detonando” equivale ad un banale: “Oh piove, suvvia tesorino…prendiamo l’ombrellino rosso della nonna”.
Chi in realtà ti può aiutare quando sei solo? “Aiutati che il ciel ti aiuta”. “Chi ha tempo non aspetti tempo”. Mia madre li sostiene sempre con grande imbarazzo di mia figlia, che poi mi sussurra di nascosto:
<<Madonna quanto è invecchiata la nonna, dice continuamente proverbi e li sbaglia pure>>.
<<Stai zitta, irriconoscente!>>. La redarguisco! Almeno fingo di essere seria.
Poi la guardo e muoio dal ridere per la sua adolescenza sbocciante, ma mia madre ha ragione. Dopo la folgore di Desenzano, ho finalmente scelto la strada dell’assenteismo giustificato. Delle non parole. Del non detto. Del ridi che ti passa. Del nulla è più insondabile della superficialità della donna. Del non c’è luogo profondo che l’intelligenza non possa rendere superficiale. Del deglutisci e vai oltre. Del cogli l’attimo. Del basta. Del B come bastardadentro oppure belladonnamanonscema. Mi son semplicemente rotta le tette. Non posso dire palle che altrimenti rischio di esser ammonita e poi su una cosa non si discute: io le palle le ho sempre avute, ma essendo virtuali si scassano solo nella teoria. Sono ancora una femmina, ci tengo a precisarlo. Lo sbrindellamento delle tette è più armonioso, femmineo e meno inflazionato.
Chiudiamo la messinscena, cerchiamo di essere unici e cambiamo la direzione dello sguardo, avviamoci con le mani in tasca verso una nuova dimensione più umana ed iniziamo a vivere… che di sopravvissuti siamo colmi come uova marce.
Per esempio agogno ad un hamburger con patate fritte, buttare l’Iphone dal finestrino della macchina, aver terminato la stesura di “Memorie di una donna”, avere una piscina sul terrazzo di casa ove allenarmi tutte le sere e mangiare Nutella.
Per ora mi accontento di aver preso una decisione.
L’ho presa.
Dio fa che io riesca a portarla a compimento.
Dio fa che nel week end ci sia il sole ed io possa prendermi una cotta solenne per me stessa.

Nel vortice di immagini e ricordi

Mi sono trasferita a Monte Isola per un periodo. Sto cercando di riprendermi dall’affaticamento abissale in cui sono ruzzolata da quando nella mia vita è capitato di tutto ed il suo contrario. Il lago è quasi sempre calmo. Complici centinaia di ulivi a farmi da protezione, mi sento difesa e coccolata dalla natura. Non faccio nulla di eclatante, trascorro la maggior parte del tempo a nuotare o poltrire. Passo con facilità dal letto al divano, dalla sedia a sdraio al prato, dalla piscina alla spiaggia, senza necessità di intrattenermi con nessuno. Avevo urgenza di questo oblio assoluto. Troppi doveri aggrappati al mio coraggio mi hanno devastata più del dovuto. Più di quanto avrei dovuto consentire a me stessa. Il vociare della gente mi urta. La loro curiosità. Tutte quelle parole…inutili, a tratti oscene. Fendenti tirati a caso, solo per l’esigenza egoistica di manifestare per forza, osare per necessità, rinfacciare per perfidia. La mia curiosità verso la specie umana si sta estinguendo, come la mia voglia di novità. Assaporo il limbo del fermo immagine e non sono mai stata così tranquilla. Vivo le cose come mi avvicinano. Senza aspettativa. Intanto, per quanto io possa andare in affanno, la realtà si snoda come da destino. In passato è stato facile fagocitarmi, afferrarmi, sbattermi psicologicamente fino a far di me un mattatoio. Oggi, in questa ricercata e scoperta chiusura, ho imparato a sopravvivere agli attacchi dei parassiti. La mia energia è preziosa, non tanto per il suo valore estrinseco, ma perché necessaria per gestire la mia sopravvivenza. Questo periodo storico mi riflette più vecchia di oltre quindici anni rispetto alla mia reale età anagrafica. Non credo siano gli ormoni, ma certamente ha preso piede la paura che, nell’età dell’incoscienza, non avevo mai sperimentato. A partire da mio padre, chiunque negli anni abbia avuto un trasporto di cuore nei miei riguardi è stato solito chiamarmi con un nomignolo: “Teti”. Secondo il vecchio poeta Omero, all’origine degli dei e all’origine di tutto: c’era Oceano. Egli era una divinità fluviale ed aveva una inesauribile potenza generatrice. Pensate che anche quando il mondo stava sotto il dominio di Zeus, egli solo poté restare al suo posto primitivo. Ad Oceano era legata la dea Teti, che giustamente veniva chiamata “madre”. Infatti, come avrebbe potuto essere Oceano l’origine di tutto, se nella sua persona vi fosse stato unicamente un flusso primordiale maschile e non anche una primordiale dea dell’acqua pronta a concepire? Quindi Oceano e Teti rappresentano, secondo Omero, l’origine del mondo. Con questa fantastica ed immaginaria visione mi perdo nella memoria di mio padre e mi rendo conto che di lui mi mancano soprattutto i silenzi. Erano pieni di tutto quello che avrebbe voluto dirmi, ma non ne era capace per riserbo. Oppure per un’innata forma di pudore. Egli era insuperabile nel regalare sorrisi. In questo siamo simili. Non c’è nulla di più incantevole di un sorriso spontaneo che sgorga senza alcuna esitazione. Nei silenzi di Monte Isola ritrovo la mancata voce di mio padre, tra i rami degli ulivi le sue mani sulla mia testa, nel sibilo del vento il suo mormorare:<<Vieni qui, Teti>>. Non me lo sono mai saputa spiegare da dove mi arriva tutta questa malinconia, profonda come gli antri segreti del lago che amo, densa e palpabile nei miei occhi. Ne sono intrisa: come il miele d’acacia sulle dita dei bambini. Vivo le cose senza tempo, in ogni tazza di camomilla, ogni lenzuolo appeso al sole, nelle mani che lavano i capelli a mia figlia, lo sento d’essere senza sequenze. Ho lasciato l’orologio in ufficio. Quello biologico è saltato. Dormo di giorno perché la notte è diventata una sposa bianca, densa di bagliori che non mi lasciano riposare e mi chiamano. Sono smagrita. Mangio quanto basta per un piccolo problema di stomaco che mi sta togliendo tutte le vivande che adoro. Ho ripreso a leggere. Avidamente. Cerco brani crudi, voglio farmi male. Ho bisogno di spostare il dolore che mi àncora al sottosuolo, lobotizzare quelle parti del mio cervello sensibilizzate dal danno. Non mi scandalizzo. Nulla mi impressiona più di tanto, salvo i cigni che salendo dal lago vengono a piluccare l’erba sul prato a mezzo metro dal mio sguardo. La loro madre mi fischia allargando le grandi ali, vuole farmi paura e ci riesce, ma io non le cedo il posto. Restiamo così, a sfidarci per un tempo dilatato, poi capisce di non aver possibilità. Si placa ed io con lei. Conviviamo. Finché non porta i piccoli al bordo di cemento e con un battito d’ali li invita a ritornare nelle acque verdi che incorniciano l’Isola. Questo è il mio vivere. Penso e non penso. Sto bene e sto male. Attendo di fretta. A tratti calma, nel mio gelo personale. Se penso all’amore fremo nel recondito. Potrebbe anche girarsi il cielo e le acque tramutarsi in terre emerse, ma se fremo, son sempre io. Lo sento. Impudica attraverso la mia nuova vita avvolta da lastre di vetro, ma nel cuore e tra le gambe il calore è sempre il medesimo: d’Africa Nera. Sono un essere vivente. Sopravvissuto. Caldo quando necessario. Teso. L’amore non ha limiti nemmeno in letti stretti. Guardo un volo di gabbiani attraversare il lago, un uomo baciare la sua donna, un bimbo succhiare latte dal capezzolo nero di sua madre. Avrai cura di me? Occhi negli occhi ti lascio andare. Come sono cambiata! Non vedevo i sogni danzare da un secolo. I miei fan baldoria da soli, mentre sulle onde del lago nascono fiori al passaggio dell’amore che mi porta via nel ricordo di te. Rimuginando… concedo vita ad una nuova alchimia. Silenzio. Sguardi. Acque. Ulivi e venti. Ricompongo pezzi. Fiducia. Precipitare. Rinascere. Temporali ed equilibri. Ho tutto ciò che mi occorre per ritornare a battere il tempo con le mani del cuore. Che belli i balconi rivestiti di bouganville. Le rive luccicanti. Le mani di mio padre nei sogni all’alba. Che bello il tuo sorriso semplice. Tornerò a casa meno fragile. L’ho promesso in silenzio innanzi alla statua della Madonna mentre fingevi di pregare ed io incorniciavo in un flash di memorie mai perdute le tue curiose espressioni. Non cercarmi tra la gente. Sono su quell’Isola in mezzo ad un lago che mi ha restituito la voglia d’innamorarmi, in cambio della promessa che sarei sempre andata dove mi avrebbe portato il cuore. E lui mi porta ancora, di nuovo, inesorabile verso te.

Quel buco nello stomaco

donne
Mi manca.

Difficile esporre cosa significa dover rinunciare a qualcuno perché tecnicamente è stato chiuso un percorso.

Sei lunghi intensi anni di introspezione dove le ho lasciato prendere il mio Io deframmentato ed ho altresì lasciato che mi aiutasse a ricostruire ciò che rimaneva di me. Ma lei mi manca, maledizione. Mi manca da non poterne più. In due mesi l’ho inseguita il minimo necessario ed ho intenzionalmente evitato di riviverla nella memoria, ma oggi sto male. Si è rotta quella diga e patisco l’assenza della sua ricchezza.

Io, che non verso mai una lacrima perché ho gli occhi ingessati, mi ritrovo a dover circoscrivere un’ inondazione imprevista. Che pessima figura dovermi giustificare con i collaboratori. Ma cosa mi sta capitando?

Tu, dove sei?

Lei era dolce. La donna più deliziosa e amabile ch’io abbia mai avuto la fortuna d’incrociare in questo mondo. Meglio di una madre. Meglio di chiunque abbia mai trapassato la mia realtà.

Lei non parlava: sussurrava. Lei non mi ha mai accarezzata: leniva le mie povertà con lo sguardo.

Lei sarà certamente una conoscitrice delle dinamiche umane, ma io sentivo che mi voleva bene a prescindere dai suoi titoli. Che in qualche modo avevamo abbattuto le barriere del funzionale ed eravamo arrivate a lambire reciprocamente le nostre fragilità, per nulla consoni al “lei” che, per buona educazione, non abbiamo mai smesso di darci.

Lei è minuta. Uno scricciolo di donna. Eppure possiede una forza straordinaria.

In tanti anni di fatica affrontata sempre insieme è riuscita a carpirmi l’anima e tutta la mia fiducia. Confesso d’averle permesso consapevolmente tutto questo, cosa che rifarei ogni giorno del mio presente e del mio futuro perché, senza alcuna titubanza, lei merita d’avermi. Le appartengo nella misura in cui sono una sua creazione. Possedere l’esclusiva sui miei desideri più reconditi non è mai stata cosa lecita per nessun’altro.

Il nostro è un sodalizio curioso. Un algoritmo.

Nella sua testa di donna estranea, ho realizzato un nido di petali che mi ha accolta e protetta per un tempo veramente lungo.

Nello scorrere degli anni lei è diventata la mia compagna di viaggio. Una stanza con un divano sfondato verde bottiglia ove correre a cercare attenzione. Una sponda accogliente fatta di un ingrediente segreto chiamato cura, dove le parole erano colme di stima e di mancati giudizi laceranti. Dove il calore ha riscaldato i miei freddi dell’anima.

Tra le sue rive ho trovato il giusto approdo ove lasciare gli ormeggi. Nel suo corpo si è consumato per infinite ore un abbraccio amorevole senza braccia.

Lei, la mia luce in fondo al tunnel. Io, il suo successo terapeutico.

Sarà impossibile ritrovarla esattamente come l’ho lasciata, sebbene durante il nostro ultimo incontro, quando già stavo scendendo le scale e me ne stavo andando con le lacrime agli occhi, lei mi abbia raccomandato:
<<Stefania… la prego, non sparisca>>.

Me la ricordo immobile e magra sulla porta aperta del confortevole studio. Indossava dei pantaloni chiari come la sua carnagione.

Ma come posso restare se me ne devo andare da noi?

Stamane le ho scritto in punta di piedi una mail. L’ho fatto mentre guidavo. Un occhio alla strada ed un occhio all’Iphone, una lacrima a bagnare il sedile di pelle dell’autovettura, uno sguardo alle parole con gli occhi talmente velati da non riuscire a vedere lo schermo. Il ciglio erboso. Il nulla.

Ferma in tangenziale, mentre il cielo nero minacciava pioggia, paure e solitudini, mi sono ricomposta ed ho cliccato sul tasto “invia”.

In quella pagina di mail semivuota ho celato tutto il mio amore disincantato e tutto il dolore per non averla ancora al mio fianco, per non poterle raccontare i fatti della vita, dirle che mi manca ed ancora di me, di noi, del mare, dei viaggi, di quanto desiderio ho di poterla incontrare per strada anche solo per stringerle la mano.

Ancora una volta sono obbligata a ricostruire. Ancora una volta faccio i conti con un lutto.

Sono sopravvissuta a mio padre perché la vita me lo ha imposto. Sarebbe da idiota opporre resistenza al rito della morte, ma agli altri lutti… a quelli dei vivi, non riesco a trovare il senso. Non riesco a venirne a capo.

Dottoressa, ma se non devo sparire… dove devo andare per averla ancora con me? Evolvere in altro significa cambiare. Lei ha cambiato il divano verde sfondato?

Sei un buco nello stomaco che non va mai via.
A Natale ti porto a cena con me.

Dimensione parallela

ACROBATA
Sono in fase creativa.
La mia vita scorre piano, attorniata da persone in carne ed ossa che spesso non mi rivolgono nemmeno la parola.
Che meraviglia sono i personaggi che abitano la mia testa?
Non mi lasciano un attimo.
E’ colpa loro se confondo il reale con l’irreale, il fisico con l’astratto.
Se ricerco la solitudine.
Se dormo con mille nomi sul cuscino.
Tutte le loro voci nella testa sono un circo.
L’ho sempre saputo di non essere una vera scrittrice.
Io sono solo un’acrobata.

Il rito della volontà

volontà

Se dovessi dare forma al dolore,
sarebbe un filo spinato
arrugginito e arroccato.
Una fila scontata
di ombrelloni bianchi
inaccessibili agli occhi del cielo.

Solo l’incantesimo
saprebbe
liberare energia,
ma il rituale è smarrito
tra le pieghe
della mia memoria sotterranea.

Sono io la strega
di me stessa.

Io mi lego.
Io mi sciolgo.

Alle calende greche

Sono alle calende greche, puntellata ad un momento che non arriverà mai. E’ inutile aspettarmi. E’ stata una scelta: rinascere lontana. Da una posizione di vigilanza. Fuori dal cerchio dei tessuti stretti e delle corde orticanti chiamate sensi di colpa. Asserire che quaggiù la vita sia più trasparente è illusorio, nonostante il sorriso che mi incendia il viso ed il color verde dell’abito e dell’habitat a cui affido la mia bellezza interiore. 

stefania diedoloEppure tale luogo mi ha sgravato di qualche fardello divenuto un lenzuolo soffocante, mi ha reso le spalle meno austere e le scelte di vita più libere, individualistiche. Tenere in conto ininterrottamente delle urgenze altrui aveva accorciato pericolosamente la mia coperta. Fino a quando non si è strappata ho resistito, poi è diventato improbabile continuare a sostenere tutto quel gelo e me ne sono andata. Oggi sono in un luogo dove ognuno basta a se stesso e se ci si incrocia è solo perché ci si ama, un luogo dove gli obblighi sono mere convenzioni e vengono presi come tali, senza giudizi ed imposizioni di verosimili mutazioni. Sono in un frangente dove il calore e l’armonia sono gli aghi di una bilancia che gestisco solo io. Una bilancia ben posata ed in equilibrio. Sono ad kalendas graecas. Rimando al mittente ogni avanzata armata o disarmata. Non si marcia nella mia direzione per prendere. Ci si limita alla comunicazione. Al contatto. Ci si dona senza pretendere nulla in cambio, ma non si afferra più niente, non si tira, non si ordina, non si pretende. Il mai può divenire salvezza quando il sempre si è trasformato in abuso e ci si è accorti di aver perso tutto.  Non è troppo tardi per essere ciò che vogliamo essere. Io sto bene solo quando sono nuda innanzi a me. Alcune mattine faccio fatica a sopportare i miei abiti, figuriamoci se devo indossare ed annusare anche quelli degli altri. Se voglio continuare a sorridere è proprio il caso che io insista nell’osservazione a debita distanza. Circostanziando, l’emotività non domina e la mente impara a comprendere quando trattasi di pippa o di realtà. Alle calende greche non esistono seghe mentali e tutto appartiene ad una parola lunghissima: al mai.

Eau de merde

Non mi capacito di ciò che sta accadendo, ma nella testa ho un turbine. Un tutto strapieno che da la nausea, ingolfa e mi porta con i pensieri altrove. Verso direzioni libere dove non sono nessuno e posso vivere sopra le righe, sopra le responsabilità, lontano da quella sensazione di pressione che avanza e mi schiaccia contro il muro della disfatta, nel letto sudato di lenzuola troppo calde, all’angolo chiuso di strade vuote dove respirare la polvere è un dovere, dove le situazioni non si analizzano più col buonsenso. In natura solo l’umano tende ad affermare che per tutto ci deve essere una ragione. Quando non la si trova si parla di sfortuna, il destino, il karma o più efficacemente: della temibile sfiga.

Gli animali vivono la loro realtà basandosi sull’istinto che difficilmente sbaglia. Il senso invece, è talmente soggettivo che non solo sbaglia: può rivelarsi personalizzante, discriminante, umiliante e paradossale, al punto che da qualche settimana preferirei essere un fenicottero. Tutto ciò che vedo e sento è per definizione allucinante. Tra l’altro, per motivi di un concetto di privacy che ormai fa ridere anche i neonati, non posso nemmeno sfogarmi qui sul mio blog perchè ormai è pubblico. Rischierei denunce. Ma mi rode il culo. Questo posso scriverlo. Che mi rode.

Viviamo una vita dove la forma ha lasciato il posto alla sostanza, dove l’apparire funziona meglio dell’essere, dove il proverbio “il lupo di mala coscienza, come opera pensa” non è mai stato così tanto inflazionato. Nessuno si fida più di nessuno. E’ diventato uno scempio. A tutti i livelli sociali. E’ normale che io mi chieda cosa stia succedendo, che non voglia starci dentro e desideri fuggire dal cerchio per guardare gli altri che si ammazzano. Ancora si crede che sia sparando a vista che ci si può salvare? Mi guardo nelle immagini della serata appena vissuta ad Asti e quasi non riconosco il mio sorriso, la complicità con chi mi ha realizzato la serata. Ero io, ma non c’ero. Sono sempre altrove. Altrove. In luoghi abbandonati dove non esistono porte per entrare o uscire. Dove non esiste quel senso di pugno allo stomaco che mi attanaglia togliendomi il sonno. Nelle fotografie della serata in Biblioteca a Crema già sono più sofferente ed inizia anche a vedersi fisicamente. Sei chili in meno da dicembre cominciano ad essere troppi.

Ad ottobre compio 46 anni. Ho passato più della metà della mia vita in luoghi che non posso ancora raccontare, ma un giorno, non appena al mattino potrò gustarmi il mio tè con i frollini tranquillamente sotto il porticato di casa e terminata la colazione le mie uniche preoccupazioni saranno se annaffiare i fiori che amo tanto o prima andare al mercatino della frutta, io scriverò il romanzo della mia vita. Certo che lo scrivo. E’ tutto qui: nella mia testa. C’è tanto che devo rivelare, cose che voi umani… nemmeno potreste credere d’immaginare.

Quando il mondo va al contrario, chi si pone in dirittura di partenza onestamente non può che uscirne perdente. Se invece sei un caga cazzo ti temono e quasi ti fanno la riverenza come agli alti prelati. Io non voglio bacia mani alla Giuda o cose di questo basso livello tipo lecca chiappe, ma è sicuro ormai che non ho capito una cippa lippa della vita e probabilmente ho gettato al vento un sacco di anni a cercare di essere una persona per bene badando sempre solo a ciò che conta veramente. Alla fine di questo mio dire tanto… senza in verità poter dire niente, aggiungo solo un dettaglio profumato: molto meglio me, che so di Christal Noir, di chi al mattino si fa la doccia con l’eau de merde. Chapeau.

Asti spettacoloMani

Galleria immagini presso Centro Culturale San Secondo Asti, presentazione letteraria del 28 Marzo 2014

Galleria immagini serata letteraria in Biblioteca a Crema, 3 aprile 2014

Sulla spinta di un nervosismo che poco mi appartiene mi stavo scordando di scrivere che la settimana prossima presento “Bocca di lupa” a Brescia. Poi mi fermerò per un mese perchè sto dimagrendo a vista d’occhio e devo riposare. Ritorneremo in scena col romanzo da fine Maggio a Milano, Torino, Soncino, Coccaglio, Iseo… Matera. Vi darò di volta in volta i dettagli. Sabato prossimo 12 aprile, dicevo, sarò ospite presso la LIBRERIA RINASCITA di Brescia, in via Calzavellia, 26. Modererà il giornalista e reporter televisivo Diego Trapassi e mi farà da spalla la sempre splendida attrice Lucia Giroletti. Ormai siamo inseparabili. Per chi fosse interessato io ci sarò e come sempre… ci divertiremo. 

invito_Bocca_di_Lupa_Brescia(1)

Poi… ferie.
Stacco la spina.
Fame, sete, sonno, pipì.
L’essenziale.

Le mezze stagioni di un cuore in gola

campi di girasoli

Era la primavera. Avevo l’inverno dentro al cuore quando mi hai scorta seduta tra sbiaditi campi di girasole. Giocavo con i cani da caccia di mio padre. Le rughe avevano reso un inferno la mia giovinezza; l’inquietudine dava pugni in faccia ad ogni mio possibile coraggio. Ti ho pregato di lasciarmi morire, mentre osservandoti di sottecchi mi impressionò la tua bicicletta: sgangherata, con pedali color ruggine, era un tutt’uno con la tua semplicità. Indossavi abiti dimessi sopra uno sguardo denso di parole appena accennate. Hai sorriso al mio dire ed hai scelto di fermarti e farmi compagnia. Mangiavi semi di lino, mentre i cani ululavano il mio dolore e le calatidi dei girasoli stavano iniziando a ruotare verso ovest in attesa del tramonto. Da quella sera sei venuto tutti i giorni e tutti i giorni ti ho mandato via.

Era l’autunno. I girasoli avevano cessato il loro ciclo vegetativo. Avevo deciso di liberare il terreno per consentire ai cani di correre più liberi. Ho tagliato i dischi dei capolini ed infilandoli con uno spago uno ad uno, li ho appesi sulla lapide soleggiata dove avevo scelto di far riposare mio padre. Quando sarebbero stati ben secchi li avrei posti in vasi di cotto per gli uccelli selvatici. Tu eri sempre lo stesso, ma mai identico al giorno precedente. Mi stavo abituando al tuo odore, al paesaggio con la tua figura dipinta. Ogni tanto mi portavi dei biscotti di grano saraceno che tua madre sfornava il sabato mattina, io non avevo mai fame, ma li mangiavo perché così eri felice. Oltre le lastre del mio dolore avevo iniziato a vederti. Sapevo a che ora saresti arrivato e sapevo che non volevo mai vederti andar via.

Era il primo giorno d’inverno, quello che gli astrologi definiscono: la festività solare. I cani non ne sapevano di voler giocare. La terra nera che mi ospitava era ghiacciata, il giallo dei girasoli solo il ricordo sbiadito di un epoca ormai lontana. Quando ti ho visto arrivare, stretto nel cappotto nero e con la bicicletta ridipinta di fresco, ho sentito caldo tra le cosce e nella gola. Come passaggio dalle tenebre alla luce, sei venuto a me per l’ultima volta perché fu la volta che mi portasti via. Senza chiedermi chi fossi e dove volessi andare, hai scelto di bermi per le labbra rosso fuoco ed il pallore che persiste incessantemente sui miei zigomi magri. Senza chiederti chi fossi e dove volessi andare, mi son lasciata bere aggrappata alle tue spalle larghe ed ho pianto per te tutto il sale del mar Morto. Tra i rumori della città nascente, mi hai invitata felice dentro le movenze di un tango argentino e ti ho lasciato fare. Ho amato ballarti come un antico bandoneón, sentire il tuo corpo che mi lambiva ad ogni passo, mentre le mani sui miei fianchi erano sicure ed il tuo alito tra i capelli seminava promesse. Nel mio corpo, desideri da tempo perduti, hanno aperto il varco al destino che, accarezzando le tue labbra, ha ridipinto il mio paesaggio interiore di trifogli, gardenie e tulipani, per una testa ancora diffidente, ancora costretta nella morsa del panico. Ed un sentire rotondo, di erotismo leggero, mi ha trasportata dove al posto dell’ondulato colle era sorto un deserto basso, arso e solitario.

Dopo quella lunga danza, fu di nuovo la primavera ed allora sono ritornata correndo al mio campo di girasoli. Ero preoccupata per i cani. Li avevo lasciati soli troppe giornate e temevo se ne fossero andati. Li ho ritrovati bellissimi. Mi stavano aspettando. Come un gioco d’altre epoche hanno iniziato a corrermi tutt’intorno guaendo per leccarmi le mani. Con grande sorpresa, qualcuno che amava mio padre almeno quanto lo amavo io, aveva provveduto alla risemina dei nostri girasoli. Tutto sembrava uguale a se stesso, tranne la mia persona: avevo compreso che se non fossi più tornata, la vita avrebbe continuato a realizzare i sogni di qualcun’altro.

Da quel giorno vado avanti perché sono in molti a sperare che io lasci perdere, vado avanti perché ora so cosa sono le mezze stagioni di un cuore sempre in gola, nonostante si sia perduto il conto dei decenni in cui si mormora che le mezze stagioni  non esistono più.

Io invece esisto, per me stessa e per chi sostiene il contrario.

Ma soprattutto, non me lo devo più dimenticare che talvolta è meglio fermarsi e tornare indietro, che perdersi irrimediabilmente nel labirinto di un cammino senza luce.

Non ti amo più

soloOgni riferimento a cose, persone o fatti
realmente accaduti:
è puramente casuale.

“Quello che sto per confessarti non è cosa da tutti i giorni, ne sono consapevole, ma non riesco più a offuscarmi dietro chimere o racconti immaginari. Forse è meglio se ti metti seduto. Temo tu possa sentirti male a causa delle mie parole. Fingere di avere una roccia al posto del cuore mi sta appesantendo la vita, l’unica che possiedo e mai avrò. Ti par giusto che io la consumi nell’ombra solo perché il mio cuore ha smesso di amarti? Non l’ho scelto in modo razionale, quando ti ho donato la mia anima avevo sperato fosse un per sempre, ma nell’esatto istante in cui non ti ho più sentito dentro è normale ch’io abbia iniziato ad esitare di me stessa. È necessario tu sappia che il mio volerti bene è integro. Probabilmente poco t’importa, ma è questo tipo di bene che, come un inganno, tende a legarmi alla tua vita e mi trattiene dal ferirti eccessivamente. Sappi che, per come mi hai trattata, meriteresti l’inferno. Poco dopo essermi disinnamorata… ti ho odiato. E’ adulto ammetterlo e non desidero sottintendere la veridicità delle mie emozioni. Avevamo un amore bellissimo che mai avrei voluto perdere, ma la fiamma che ardeva nel mio cuore si è spenta perché di sorpresa hai iniziato a piovermi addosso. Non m’avevi mai confessato che nella tua essenza si annidasse anche un cielo ingombro di nubi nere e stratificate. Ho resistito al pesante diluviare finché mi è stato possibile, ma quando hai iniziato a dilagare in modo scomposto… mi son dovuta salvare. Stavo annegando. È stato quel persistente abusare della mia tolleranza ad aver decretato la morte definitiva di ogni pulsione sana ed innocente che mi portava felice ovunque tu fossi. Raccontata in tal modo pare io ti stia dando la responsabilità di ogni evento che per malaugurata sorte ci ha visti distrutti e perdenti. In verità sono venuta a cercarti per chiederti scusa. Mi assumo responsabilmente le mie colpe giacchè la causa del nostro fallimento è da ricercare nella reciproca mancata accettazione di ciò che siamo e che mai diversi potrà incontrarci, nella tragica consapevolezza che pretendere di modificarci ha inficiato il nostro condividere e le nostre affinità.  Ciò nonostante e soppesata la presa di coscienza che distribuisce in parti eque il principio della fine del nostro ventennale matrimonio, non intendo perdonare la durezza con cui hai reagito al mio non desiderarti più. Mi hai minacciata, perseguitata, ferita e ossessionata. Riesci a rendertene conto anche solo quel minimo che basta, oppure anche queste libere attività del tuo io irrazionale sono il simbolo dell’amore puro che dici di nutrire per me? Nel mio mancato perdono si cela la freddezza con cui ti parlo e non desidero più tu abbia un ruolo nella mia vita. Amare non significa possedere con forza di volontà mentale ogni ambito del vivere altrui, comprese le intenzioni e le scelte quotidiane. Amare significa desiderare la felicità dell’amato. Io ti volevo felice, ma tu non hai saputo apprezzare ciò che avevi perché sei un uomo capriccioso ed insoddisfatto. Non so se in tutti questi anni mi hai mai veramente amata, son trascorsi mesi dal nostro ultimo bacio, ma di te mi è rimasta impressa sulla pelle, come una cicatrice indelebile… la tua malsana gelosia. Avrei dovuto misurarla meglio sin dal principio degli eventi, avrei dovuto calcolarti come fanno i commercianti con i prezzi delle derrate alimentari al mercato, ma ti amavo troppo e perdonare le tua invadente intraprendenza era divenuta un’abitudine che non avrei mai dovuto incoraggiare. Se nel cuore hai sempre avuto un posto privilegiato, nella testa hai iniziato a perdere terreno quando dalla bocca ti sono sfuggite le prime parole funeste, dove la reale volontà di vedermi crollare come una torre ha preso il sopravvento sul controllo dei tuoi tanto sventagliati sentimenti. Attraverso la tua ira ho conosciuto lati oscuri di te che mai avrei creduto potessero appartenerti o ipotizzato tu sapessi gestire e alimentare. Se penso che sei sempre stato il principio dei miei sogni più arditi, mi rammarico di come il raziocinio che governa il mio fare, sia rimasto soggiogato dal tuo charme fino al punto da cessare l’attività di controllo sulle mie gesta ed i miei sensi per così tanti anni. Non ti amo più, Lorenzo. Non ti amo più. Ora l’ho compreso. Un giorno ti renderai conto che l’amore può essere eterno solo se non viene distrutto il principio del suo fluire. Se mai avrà luogo un tempo in cui un’altra donna farà a te ciò che tu hai fatto a me, io tornerò a cercarti perché quello sarà il giusto tempo in cui potremmo tentare d’essere amici. Per adesso non vedo alcuna possibilità per noi. Io non sono più la stessa donna che dici di amare. Tu, al contrario, sei l’uomo che sei sempre stato perché ti manca l’umiltà di saper cambiare”.

non ti amo più

dal romanzo in ideazione “Carmelita Marchesi: memorie di una donna”

Psicanalizzando l’invisibilità di un dolore

 nascita

<<Mi creda, sto cercando di fare del mio meglio, non oppongo resistenza alle circostanze negative e non mi fisso in modo ostruzionista innanzi al susseguirsi degli eventi. Ciò nonostante il mio stato psicologico insiste nell’instabilità. Sarà che il dolore a tratti è così violento che fatico proprio ad accettare che questa vita si stia rivelando tutto… fuorché ciò che mi sarei mai aspettata>>.
<<Ultimamente la trovo sempre più provata. E’ dimagrita. Qualcuno se n’è accorto in famiglia?>>.
<<Non credo, non mi vede nessuno>>.
<<E’ triste ciò che mi sta dicendo…>>.
<<E’ la verità, dottore. Il loro guardarmi va oltre la mia reale essenza. E’ un osservare se sono ligia alle regole, se non sono assente, se sono disponibile. Tutto ciò che resta di me è un dettaglio. Come una piuma nel vento>>.
<<Ha mai pensato di modificare lo stato di fatto del suo ambiente, per esempio, comunicando a chi la circonda che si sente stanca, fragile ed ha necessità d’aiuto? Io credo che, se qualcuno le vuole bene come possiamo immaginare, sapranno aiutarla ed accoglierla>>.
<<Lei dice?>>.
<<Certo. Provi a pensarci. Per tutta la vita ha mostrato una sola sfaccettatura del suo essere, il lato perfetto, puntuale, disponibile. Fino a divenire indispensabile ed autoconvincersi d’essere insostituibile. Lei si danna dalla mattina alla sera, compie una moltitudine di attività più o meno gravose, spesso assumendosi l’onere e la responsabilità di portare a compimento anche quelle degli altri. Non lo trova… come dire… stancante?>>.
<<Ha ragione, sono sfinita>>.
<<Le costa fatica ammettere di non farcela?>>.
<<Un poco sì. Mi costa ammetterlo>>.
<<Perché? Provi a spiegarmelo con le sue parole>>.
<<Gli altri hanno costantemente  delle aspettative nei miei confronti…non mi sembra giusto disilluderli… se non dimostro ciò che si aspettano come faranno ad amarmi…>>.
<<Se lei non inizia ad amare sé stessa, gli altri non l’ameranno mai>>.
<<In effetti, non mi voglio molto bene>>.
<<Provi a dire ad alta voce: non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Mi vergogno…io non…>>.
<<Si vergogna d’ammettere d’essere incapace? C’è qualcuno che la spinge in modo forzato verso l’eccellenza?>>.
<<Vivo d’obblighi e responsabilità sin dall’infanzia. Se non mi applico, mi sento in colpa. Sono abituata così>>.
<<L’abitudine non trasforma ciò che è male in bene. Consolida il danno. Dica con me ad alta voce:  non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Mi fa piangere, dottore…>>.
<<Crede sia scandaloso piangere? Se lo conceda, ora… con me. Non la giudico e quando avrà terminato ripeta a voce alta ciò che le ho appena chiesto. Mi crede se le anticipo che dopo si sentirà più lieve e meno gravata di responsabilità?>>.
<<Secondo lei, mi è consentito tornare a casa e dire a tutti che sono sul bordo di un baratro?>>.
<<Perchè no? E’ deresponsabilizzante, ne conviene? Immagini di poter uscire da questo studio e non dover svolgere la moltitudine di attività che è solita portare a termine perché è stanca. Sarebbe fantastico, immagino. Impari a delegare, o meglio, faccia in modo che tutti si assumano le proprie incombenze quotidiane. Lo dica ai suoi figli, ai suoi genitori, fratelli, vicini di casa, insegnanti, colleghi. A tutto c’è un limite e lei è stremata. Deve comunicarlo a chi le vive vicino. Mostrando la sua fatica dimostra solo d’essere umana>>.
<<Non riesco a fare ciò che gli altri si aspettano da me, sono un’incapace per certi versi, ma non è fatto d’obbligo esser perfetti. Sono comunque una brava persona e merito d’essere amata per quello che sono>>.
<<Brava. Ed ora mi dica: come si sente?>>.
<<Adesso mi sta facendo ridere, dottore. Un pò meglio>>.
<<Molto bene, ora scrolli le spalle, guardi avanti a sé e prosegua nel discorso…cosa vorrebbe aggiungere?>>.
<<Non saprei…>>.
<<Certo che lo sa, ci pensi bene>>.
<<Io…>>.
<<Lei?>>.
<<Io mi amo e sono una donna libera. Il mio unico desiderio è quello che mai più nessuno si debba permettere di dirmi come devo gestire la mia vita>>.
<<Mi compiaccio con lei. Impara veloce. Vede che ha molte cose da dire? Per la prossima settimana mi porti un elenco di tutto ciò vorrebbe essere o fare. Non importa l’ordine d’importanza, ma si ricordi di non tralasciare nulla al caso>>.
<<Va bene. Grazie dottore>>.
<<Di nulla. Lei è una brava persona>>.

Le scale del palazzo che mi portano verso l’uscita sono nuvole leggere, tutto è improvvisamente senza ingombro mentale. Non era così difficile da capire. Ho 50 anni,  sono appena nata.

da “Memorie di una donna, C.M” – Stefania Diedolo