così sia

morte

Esistono risvegli allucinanti, dove chi era lì… vicino a te, cade a terra all’improvviso e muore. Anche se ha solo quarant’anni e un bambino piccolo da crescere. Questo è il mio ennesimo “ciao Simone” di un triennio che non perdona. Da quando faccio i conti con la morte, il mio amare la vita ogni secondo è quintuplicato. Perché è inutile raccontarcela, siamo mere unità di fragili carni, avvolte in spiriti che profumano l’eternità.
#dolore

Philofobia

Fragile Love

E adesso dimmi: <<Come vuoi essere amato? Sei approdato dov’è sgorgato il mio respiro battezzando primavere fiorite al posto della neve. Hai soppesato il fato? Manifestati… prima che l’apprensione mi porti a nozze con una ritirata. Non sono più la donna che pensava in grande e sapeva conservarsi senza veemenza. Le mie fondamenta sono radicate, i piedi hanno imparato a precipitare verso la dolcezza, dove sento questo piacevole sbocciare di carezze e azzurri pensieri d’amore.

Se il mio concedermi al tuo indomito sbattermi dentro alcove di frutti e arbusti floridi sa di sensuale abbandono, è giunto tassativo il tempo delle tue promesse. Dei “ti desidero, ti amo, sei il mio amore, il mio mondo, l’anima, l’alba ed il tramonto”  di cui necessito, per nutrire la coscienza di certezze che non sei un’utopica allucinazione.

Come potrei amarti forte… se ti concedi come colui il quale ha impresso sul corpo e nel cuore ferite sclerotizzate di antiche guerre? La mia saliva, lenisce e rimargina. Il mio sangue rinnova lo scambio cellulare e ristabilisce equilibrio al battito del tuo muscolo cardiaco. Come desideri essere adorato? Tu che mi contempli come un bambino curioso, soffermandoti timoroso sui miei giovani seni lisci come melograni maturi? Suggeriscimi i tempi, prima che il coraggio di restare si blocchi inesorabile innanzi ai tuoi silenzi carichi di irragionevole ansia. Te lo scrivo, giusto perché non si possa mai dire che siamo caduti in un’impulsiva contraddizione.

Ora che sei arrivato e ti sei specchiato nelle acque segrete del mio intimo profondissimo, dimmelo… che non saprai più partire senza portarmi con te. So farmi essenza liquida per ampolle che berrai in onore di questa nuova bellezza. Ti appartengo. Lo hai accettato o credi che persistere nella finzione possa salvarti dall’innamoramento del secolo? E’ una scontata maliziosa bugia quella che vai raccontando, come quando baciandomi resti esangue ed i tuoi occhi luccicano lacrime.

Come vuoi essere amato, da uomo libero o da uomo legato? Domandamelo, prima che le catene si trasformino in lacci di seta e tutto il male che t’hanno impresso sulla pelle cicatrizzi il fuoco di un miracolo d’amore.

Quando vorrai esser perdonato? Prima del tradimento o dopo che avrai confessato? L’amore negato ha già preso forma nella tua mente, quando saprai tollerarlo sarò infinitamente stanca delle tue incertezze. Non lascerò duri il tempo di un orgasmo quel puerile sbigottimento impresso sul tuo volto stanco.

Innanzi all’incanto del calore, se non apri il cuore per donare, resterai penosamente solo. Smarrito in un mondo parallelo, farai dell’autolesionismo il baluardo splendente della tua immensa paura d’amare>>.

L’ansia. Una compagna di vita.

ansiaLa fedeltà è un lusso per pochi, ma la costanza con cui l’ansia mi è stata devota compagna per anni, non ha rivali. Tutto ha avuto inizio agli albori della mia storia: come una spugna ho iniziato ad assorbire, quando invece avrei dovuto fuggire lontano e starmene fuori… dai cerchi chiusi degli umani.
Se vivi in terra lombarda durante i rigidi mesi invernali, puoi seriamente correre il rischio di mangiare nebbia a colazione, pranzo e cena. Negli anni ’70 mio padre svolgeva un lavoro che lo portava spesso lontano dalla famiglia, ma se le distanze lo permettevano la sera ritornava a casa. Ricordo un lungo periodo in cui lavorò a Livorno e, nonostante i chilometri, aveva l’abitudine di spezzare la settimana con un rientro il mercoledì nel tardo pomeriggio.
Avevo circa otto anni, era fine novembre e quel mercoledì mio padre non tornò. I cellulari ancora non esistevano, ma l’ansia già viveva tra le pieghe dei tessuti di casa. Dietro le tende immacolate del soggiorno. Nello sguardo impietrito di mia madre.
Quella sera la sua tensione correva da noi bambini all’orologio bianco appeso in cucina come mai avevo avvertito prima.<<Andiamo a letto che è tardi. Tra poco anche papà sarà a casa>>. L’ennesimo sguardo  fuggevole all’orologio e la cena frugale rimasta intera nel suo piatto, mi diedero la misura della sua preoccupazione. Mia madre credeva di saper fingere che tutto fosse normale, ma io iniziai a respirare la paura e mentre mi chiedevo perché sentivo quella morsa nello stomaco che mi serrava il respiro e mi costringeva a restare vigile, iniziai a pregare. Nonostante volessi addormentarmi non chiusi occhio per lunghe ore. Attendevo che mio padre varcasse la soglia di casa. Sudata ed in tensione emotiva, rimasi in allerta un tempo eccessivamente dilatato con la speranza di udire qualche movimento che potesse giungermi dal pian terreno. Fu mentre stavo promettendo a me stessa che avrei fatto qualsiasi sacrificio purché mio padre fosse vivo, che vidi distintamente la sagoma di mia madre camminare avanti ed indietro nel corridoio delle camere da letto. Col camice bianco e scalza, pareva un fantasma. Per fugare le sue preoccupazioni, che da troppe ore erano divenute anche le mie, mi alzai e la raggiunsi. Si era fermata e, affacciata alla finestra della cucina, guardava perplessa il muro di nebbia che ricopriva come un manto il giardino di casa:
<<Vai a dormire che domani ti devi alzare presto per la scuola>>.
<<Papà quando torna?>>.
<<A minuti arriva, vai con i tuoi fratelli>>.
Forse una carezza mi avrebbe rassicurata.
Era ormai calata la notte da molte ore e di mio padre non avevamo notizia.
Forse, se mamma mi avesse presa in braccio distraendomi con un bacio, non mi sarei cibata della sua ansia pur di avere qualcosa che le appartenesse.
Mio padre arrivò alle quattro di notte stravolto per il viaggio difficile. Lo sentii dire a mia madre che la nebbia gli aveva reso la guida impossibile. Cenò a quell’ora.
Io mi addormentai poco dopo. La mattina seguente non andai a scuola. Avevo la febbre a quaranta. Nessuno seppe mai nulla di me, della mia notte drammatica, del come un bambino possa amplificare a dismisura l’ansia di un adulto. Il tempo ha poi fatto il resto, marcando come il foro di un tarlo il danno che era stato seminato.
Quella notte fu il principio di un poi che fu inarrestabile: la spugna aveva preso vita ed iniziò a fare assorbenza senza discriminanti. Avrebbe potuto attivarsi come salvagente per il galleggiamento, oppure come cancellino per rimuovere gli errori, ma in me l’ingranaggio fu azionato in quel modo e mai più  nessuno riuscì a modificarne l’influsso.
Fino ad otto mesi fa.
Fino al giorno che mio padre realmente non ha più varcato la soglia di casa perché è morto.
Dalla scorsa primavera faccio le cose come so, vivo senza aspettative e non voglio più essere un punto di riferimento per gli altri. Ho smesso di combattere l’ansia, le ho ceduto. Non desidero più sottostare alla perfezione che in ogni giorno della mia vita passata ho costantemente cercato di raggiungere.
Quella sera di novembre di trentasette fa, avrei dovuto piangere tutte le mie lacrime per la paura che sentivo e dire a mia madre che ero preoccupata per papà al punto da non riuscire a prendere sonno. Avrei dovuto chiederle di prendermi in braccio e rassicurarmi. Avrei dovuto fare la bambina.
Da qualche mese mi sto sforzando di essere me stessa, con tutti i miei limiti e le mie imperfezioni. Non voglio più essere una “figlia modello”.  Dopo aver  imparato a soddisfare i bisogni degli altri, sto tentando con mediocri risultati di soddisfare  i miei. Mia figlia mi fa da specchio e paradossalmente sto imparando molto dal suo modo di porsi così dissimile dal mio. Ieri, dopo il mio ennesimo tentativo di costringerla a fare un dato lavoro, mi ha detto: <<Basta così, mamma… ti prego. Mi fai venire l’ansia!>>.
Ed io oggi mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita se l’ansia non avesse tentato per anni di arrugginirmi l’anima?
Temo non lo saprò mai.

Protesi

Oggi ho guardato il cielo. Sono mesi che cammino a testa china scordando tutto questo azzurro. Ho poi allargato le mani e le ho distese nell’aria;  come a voler volare. Scoprendo  le braccia pesanti come l’acciaio  ed i piedi inchiodati all’asfalto;  ho pianto. Me ne farò una ragione? È come essere infermi  ed ancora non crederci. Annuso l’aria che sa d’autunno e m’illudo d’esser bella,  bellissima. Come allora.

Ciò che mi serve  è  solo un abbraccio disinteressato. Un bacio non urlato. Un filo di trucco a coprire le occhiaie. Un tulipano mai ricevuto. Una foto che sia solo per me. Una verità vera. Un sorriso non di circostanza. Un atto di fedeltà. Un risparmio spontaneo”.

Corro. Sulla testa troppo azzurro.
Vado a cercare una protesi per il cuore.