Il verde, elisir di lunga speranza

verdeNon mi preoccupa il colore del cielo quanto l’influenza drammatica che ha sulla mia serenità psicologica.
Cammino guardandomi le punte delle scarpe evitando che lo sguardo possa inciampare nel grigio scuro dell’asfalto, mentre sulle spalle incombe una densità che stordisce. Lo sanno tutti che il mio colore preferito è il verde.
Verde come l’erba del più bel giardino. Verde come la malachite, il diopside russo e la giada. Verde come i peperoni, gli spinaci ed il tè. Le mele, i dollari, le olive. I cactus, i kiwi, i quadrifogli. I verdoni passeriformi, i sassi di fiume, il muschio del presepe.
Verde come il lago del mio cuore, come il colore dei miei occhi quando si specchiano nei tuoi e ti ricordano che in me vivono maree e arene ove puoi annegare.
Non posso riflettere il grigio cenere quando so che dentro nascondo uno smeraldo. Chi mi dona i colori dello spettro?
Per star bene devo scoprire come rifrangere attraverso la foschia un barlume d’arcobaleno.
#lungoinverno
#vogliadiverdeazzurro

Viaggio astrale

Un giorno, tanto tempo fa, il mio divertimento preferito consisteva nel giocare per strada al salto con l’elastico delle mutande. Senza ingrassare, mangiavo pane e nutella come fossero integratori probiotici ed ero felice. Nella mia innocenza, mi accontentavo di possedere il concetto infantile del tutto: dall’amore incondizionato dei miei genitori, alle semplici verità sull’esistenza. Come tutti i bambini del mondo vivevo con la costante paura dell’abbandono, ma avevo progetti entusiasmanti annotati ovunque che mi rendevano lieta d’appartenere all’universo. Erano anni in fondo semplici, in cui sapevo prevedere con margine d’errore approssimativo allo zero le incombenze giornaliere e tutto era perfettamente sotto controllo. Il mio rigore mentale rifletteva un ordine pratico, preciso e pulito. Ero adeguatamente ubbidiente, ligia al dovere ed alle regole. In estrema sintesi ero la classica brava figlia che ogni genitore desidererebbe avere. Silenziosa, affidabile e fin troppo responsabile. Poi un giorno ho incontrato una macchina da scrivere. Correva l’anno 1977. Senza nemmeno una briciola di coscienza razionale ho iniziato a riordinare i  pensieri, modificando inconsapevolmente la percezione della realtà. Oggi i giovani utilizzano palmari con grande maestrìa; all’epoca mi aggiravo per le strade di campagna del mio paese nativo con la macchina dattilografica sotto il braccio destro e sentivo d’avere un valore. Solo io so dire quanto pesava. Da oltre vent’anni mi sono modernizzata e devo ammettere che l’atterraggio morbido nell’era tecnologica è stato un gran divertimento, benché il rimpianto per quel primo rudimento, che mi approcciò alla scrittura e che considero un cult dei miei anni adolescenziali con la fissa del giornalismo scolastico, non mi abbia mai definitivamente abbandonato. Dall’innocenza, alla comprensione del presente… sono passati circa quarant’anni. Mi rammarico di non aver compreso, sin dall’epoca più incantata, ciò che oggi mi dimensiona. Sarei cresciuta diversamente. Forse avrei conservato la meraviglia ed il sogno, sofferto di meno e intuito di più.

Nove anni fa, contemporaneamente alla nascita delle mie prime opere letterarie, ho iniziato a vivere d’immagini. Raccontarlo farà sorridere i profani e destabilizzare i miscredenti, ma poco importa il giudizio… ciò che conta è il fatto in sé. Io stessa ero comunque troppo razionale per capire il processo che mi stava guidando. Solo nello scorrere del tempo, attraverso dolori emotivi che mi hanno devastata e trasformata, sono maturate le circostanze che mi hanno concesso di comprendere e vedere con gli occhi della mente le differenze esistenti tra ciò che appare e ciò che è. Ovviamente parlo degli esseri umani, di me stessa e della nostra infinita complessità. Parlo di corpi. Corpo fisico, corpo astrale, eterico, mentale e causale. Ancora non avevo avuto il coraggio di parlarne con nessuno, ma avevo iniziato a distinguerli. Era solo il principio di un processo in cui tutto avrebbe iniziato ad evolversi trasformandomi. L’ordine esterno era divenuto caos interno. Le solitudini apparenti erano disturbate da affastellamenti di energie arrivate tutte in una volta sola. Era l’epoca nella quale le prime entità sottili avevano iniziato ad avvicendarsi nel mio mondo fisico. Ciò che prima potevo solo intuire,  stava divenendo certezza assoluta nel sentire. Un vero dramma per il mio consueto modo di gestire la realtà e le persone che mi circondavano. Stavo evolvendo fino al punto d’andare altrove. Ma dove? Indiscutibilmente il mio corpo mentale non stava bene. Fino alla scorsa estate. Fino alla piovosa sera di un Luglio scazzato che mi ha fatto incontrare lui. Magro, nervoso, empatico. Energico, sicuro, visionario. Ha impiegato dieci mesi per spiegarmi il motivo per cui sono tornata tra gli umani. Da tempo avevo supposto fosse troppo banale esser venuta al mondo solo per studiare, lavorare, innamorarmi, fare la mamma e scrivere romanzi. Come avevo potuto non arrivarci da sola? Dopo lui e la sua scienza imperfetta, mi sono improvvisamente vista ed ho iniziato a capire. A guarire. Ad avvicinarmi al mio essere.

Il corpo fisico, quello che giocava con l’elastico, mangia nutella, nuota, lavora e abbraccia mia figlia, è solo il veicolo che mi permette d’esistere, averne consapevolezza e giustificare la mia presenza in questo mondo. In realtà il senso compiuto del mio vivere è racchiuso nel corpo causale: l’archivio dello spirito che mi abita fin dalla sua prima creazione, l’insieme delle esperienze passate e trapassate che dovrebbero consentirmi di procedere nel percorso evolutivo verso la laurea energetica.

Parlo al condizionale perché le variabili del caso sono molteplici ed anche gli agenti disturbanti esterni non sono poca cosa, ma è da quell’istante che parecchi perché hanno iniziato ad avere risposte ed un senso.

L’essenza di prima era troppo ancorata al terreno, al sociale, agli altri, alle norme, alle regole, alle leggi. A tutto fuorché al mio elevato emotivo sentire.

Oggi non possiedo verità eclatanti sull’esistenza. Continuo il mio percorso serena nonostante i limiti oggettivi che mi caratterizzano. Ho pure scoperto che preferisco il disordine vissuto rispetto all’ordine statico, ma ho compreso che nulla accade per caso. Che la morte è solo una rinascita. Che elaboro male e mi disturba ciò che ho già vissuto e mi ha distrutta. Che questa vita è una delle molteplici a cui siamo destinati, che siamo in perenne movimento verso la luce, che non esiste il concetto del “per sempre” a cui sono stata obbligata tutta la vita. Che sono in continua evoluzione, che sto scrivendo un libro che chiuderà un cerchio per poterne aprire un altro. Che…

To be continued

Abbronzami d’oro

arcobaleno

Mi sono levata la pelle mentre tu mi hai abbronzata d’oro.
Come un sole.
Ho guardato il mare attraverso i tuoi occhi.
E mi sono fatta cielo.
Nel colore delle onde il vento ha disperso il mio dolore.
Sono di nuovo un Arcobaleno.

Pennellate di vita

libera

Da qualche settimana sto ritornando a galla e nuove gemme stanno spuntando nei rami recisi della mia anima.
Ho chiuso in una scatola di legno tutti i ricordi drammatici del mio passato ed ho rispolverato la capacità che possiedo di sorridere.
Era troppo tempo che non sapevo più divertirmi.
Ora riesco a farlo quasi in ogni circostanza e non intendo lasciare nulla al caso.

Il sole primaverile riaccende la mia proverbiale voglia di viaggiare.
Un piacere mai sopito.
Un’urgenza lecita, mai compresa da chi mi vorrebbe stanziale.

Non sono stati attimi semplici.
Saturno contro e dolori come laghi abissali mi hanno tormentata per lunghissimi mesi… ma anche gli alberi, pur se piantati assieme, crescono in modo individuale ed i loro rami a tratti si intersecano, a tratti sono molto distanti.

Come me.

Sono allungata verso un cielo indefinito, ma che mi ha restituito la libertà di essere me stessa.
E’ stato un processo irreversibile, non calcolato o prevedibile.

Sono sconcertata da sola.

Le trasformazioni sono il movimento della storia, non conosco dimensione che sia stata identicamente tale per tutta la vita e di certo io non potevo continuare ad entrare in conflitto con me stessa per salvaguardare gli altri.

Vado dove mi portano le suole delle scarpe.
O forse dovrei scrivere il motore del cuore.
In verità io vado proprio dove mi porta via la testa.
E’ lei che genera la mia energia positiva e che decide sempre cosa voglio, come, quando e perché.

La spiegazione potrebbe essere una sola: il mio cervello dev’ essere composto da battiti cardiaci e la corteccia cerebrale un evidente prolungamento dell’anima che pulsa.

Tutta la mia vitalità sta lì: nell’encefalo.

Lunedì scorso ero al Forum di Assago ad ascoltare i Modà.
Ha ragione Kekko quando canta:

“…come un pittore,
farò in modo di arrivare dritto al cuore
con la forza del colore”.

Ho bisogno di una marea di pennelli nuovi. Sto andando via, ma proprio via. Nella testa sta finalmente ritornando il bagliore dell’arcobaleno e non posso perdermi una sola sfumatura.