padre

stef

È puerile cercarti tra le nubi.
Com’è arduo scoprirsi
privi di contraddizioni,
se l’assenza brucia.
Se non fossi volato via in altri mondi
sarei stata una donna straordinaria?
I dispiaceri accumulati
hanno sottomesso il cuore che,
velato da un cielo plumbeo,
non può commuoversi di noi.
Ho il lucchetto ai dotti lacrimali.
Solo nel riflesso di un momento,
in questo mio sguardo stanco,
riluce il bagliore di un instancabile
tormento.

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

Quando si ama…

lenzuola stropicciate

 

Le lenzuola fresche non bastavano a ripristinare la mia temperatura corporea. L’aria era satura di un calore mai avvertito prima. L’umido mi aveva reso fradicia l’attaccatura dei capelli sul collo. L’unico modo per respirare era restare perfettamente immobile.
Condizione difficile, con te accanto.
Piano mi cercavi la mano nello scorrere delle ore, come a sincerarti che ero sempre sdraiata nuda vicina a te, ma l’afa della stanza rendeva appiccicoso ogni nostro piccolo gesto. Restavamo incollati a tutto. Alla pelle, alle lenzuola, al coprimaterasso, a noi medesimi nel tentativo goffo di abbracciarci. Ridevo piano per non svegliarti del tutto. Ma ridevo. Perché è bello averti vicino, più bello di quanto potessi immaginare. Come in ogni situazione non ordinaria sono stata capace di non chiudere occhio tutta la notte.
Meglio! Così non mi sono persa un solo istante di te. Il tuo respiro a tratti lieve, a tratti più profondo mi ha fatto compagnia. Come il rintocco ad ogni ora delle campane della chiesa. Il richiamo alla Santa Messa delle sette del mattino. Il borbottio del mio vicino di casa. I passeri cantare alla finestra che avevo lasciato spalancata sul cielo di una notte che non avrei voluto finisse mai.
All’alba, per non vederti andare via… avrei fatto un patto con Lucifero, ma così non è potuto essere. Non hai nemmeno fatto colazione. Il caffè è restato nella moka. Lo yogurt ed  i cereali, che ti avevo comprato, sono integri.
Ti ho scrutato mentre di corsa ti allontanavi, la tua camicia bianca stropicciata di lino mascherava il mio dolore (grande come la capocchia di uno spillo a perforarmi il lato destro del cuore).  

<<Non lasciarmi sola>>.
Come a leggere i miei pensieri mi hai sorriso dal finestrino aperto ed hai sussurrato:
<<Ti chiamo dopo>>.
<<Ti aspetto>>.
<<Ciao>>.
<<Ciao>>.

Io ti amo. Ti aspetto.
Oggi la capocchia di quello spillo sta diventando un cacciavite.


da “Memorie di una donna, C.M” – Stefania Diedolo

m a n c h i

mancanza

Ieri sono venuta a trovarti al cimitero.
Lo so, non lo faccio spesso, ma mi fa stare male l’idea che stai chiuso lì sotto.
Mi sono seduta sul nostro cognome,  impresso nella pietra,  ed accarezzandone le prime lettere mi è arrivato sul palmo della mano tutto il calore del sole.
Come un bagliore ho intuito che forse stai al caldo anche tu, che non puoi sentire così freddo, come temo, come dispero.
Per la prima volta in quattro mesi ho sorriso al tuo amato viso stampato sulla ceramica e mi sarei sdraiata volentieri sulla pietra dura, accanto a te.
Forse comincio a capire la mamma.
E forse comincio a capire me.
Mi manchi papà.mancanza-foto

Auguri anche a chi non mi sa voler bene…

Merry_Christmas_by_lilhyperbabe

… è come credere alle favole, poi un giorno ti svegli e scopri che sono tutte inventate. Che i vampiri psico-energetici esistono da sempre, mentre le fate turchine no.

“Ho 8 anni, siamo alla vigilia di Natale del 1976 e mio padre mi sta spiegando la questione relativa a Babbo Natale, Santa Lucia e la Befana. E’ tornato dalla Nigeria da poche ore, dall’ennesimo viaggio di lavoro. Il colore della sua pelle abbronzata crea un contrasto quasi fastidioso con il pallore efebico di mamma. A casa è un andirivieni di persone:  fratelli, sorelle ed amici che vogliono riabbracciarlo dopo quasi dodici mesi lontano da casa (troppi per qualsiasi adulto e per qualunque bambino). Ovunque regali, statue d’ebano, tappeti, avorio. I miei fratelli sono piccoli, sono preoccupata perchè non li sta curando nessuno e Mirko piange da un pò. Io vorrei essere felice perché papà mi tiene sulle gambe ed il suo dopo barba sa di buono, di un profumo che avevo scordato, ma piango perchè Babbo Natale non esiste. Aveva ragione la mia compagna di banco G. (aggressiva vampira infante) e mio padre non sa dire bugie. Non posso crederci.  Non festeggio a dovere il ritorno dall’Africa dell’unico uomo che mi è mancato tutta la vita e non faccio gli auguri a nessuno”.

Come allora… anche oggi, fatico a fare gli auguri. Ho sempre questi pensieri freccia che bucano la mia presunta serenità. Succede all’improvviso: mi scarico con una velocità mortale, come sotto mira da un tiratore scelto e cado come una stella al primo colpo. A fare da proiettile qualunque situazione: troppe parole o troppo poche, l’indifferenza e la volontà di farmi male. Resto il solito bersaglio facile o la solita cretina, non saprei. “Non dovrebbe dare gusto, mi dico, non alla vigilia di Natale”.
 
Di persone come G.,  la mia vicina di banco, è pieno il mondo.

…bersaglio emozionale…

energia

ore 08.30 – 19/12/2012

Voglia di calore. Mani. Cuore.
Dal gelo, spunta un soffio di caldo tropicale.
Mi nascono palme nane sui bordi delle mani.
Sabbia bruna a lambire le cosce.
Nella testa, il mare calmo,
scalda sogni e  pensieri.
Mi picchietto le labbra rosso sangue,
mentre trascino questa magrezza
per le strade.
Non sono mai stata così quieta,
nonostante sono a pezzi.
Ovattato e silenzioso è il nulla che avanza.
Sono immersa nella mia energia.
Genero sopravvivenza. 

11:15 – 19/12/2012
… una telefonata, il giudizio.
Mi ha piegata in ginocchio.
 Dolore.
Resto un bersaglio facile.

Voglio andare via in bicicletta

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Sarà questa tristezza infinita che finalmente sta affiorando, sarà la pioggia, ma nel mio sentirmi sconsolata stasera sono tutta un dolore. Mi fa male il sangue per quanto udito e quel vuoto che solitamente non sento, scava buche nella maglia di lana. Vorrei dimenticare le parole, ma è meglio averle sentite. Se mi hanno creato questo tarlo allora significa che non sono una lapide di granito.
Ho vissuto mesi ustionata senza mettermi mai veramente al riparo dalle fiamme alte, senza unguenti per le ferite. Non avevo previsto un infezione.
Invece mi scopro macilenta.
Vago per casa vestita come se dovessi uscire, il freddo che sento scalfisce le ossa. La carne si è già consumata cammin facendo. Lo specchio non inganna: mancano i guanti e sarei perfetta per l’interpretazione di uno spaventapasseri di legno travestito da donna. Quella che sono. Perché il ricordo di quella che sono stata è stato buttato con le fotografie da un ponte nuovo. Mi cadono i pantaloni e le maglie sono larghe. Scivolo fuori dalle camicie, non mi afferra nulla. L’avevo detto che sarebbe stato un volo fatale.
Mi siedo per terra per sentire se il pavimento freddo mi riverbera un brivido sulla schiena, un’emozione indolente, un pizzicore di vitalità. Mi preoccupo.
Dovrei vivere come se non avessi udito nulla, ma il pensiero è un generale che non va mai in pensione e lavora ininterrottamente giorno e notte. Anche quando non parlo, non scrivo, non mormoro parole, non vivo, non sono, non esisto. Le apparenze ingannano ancor più delle distanze perchè ognuno si convince di ciò che serve per sopravvivere ed andare avanti. Io, senza maschere e senza mani, ascolto il freddo caldo torrido doloroso infinito misurato scellerato bastardo amato scorrere del dolore nel mio stomaco e mi nascondo nel letto.

“Non so più nemmeno cosa provo per te che sei la storia peggiore della mia vita”.

Vorrei solo dimenticare ed invece mi risvegliano le parole. Doccia, sapone di marsiglia, scrub al cervello, musica alta a scopare la memoria, di altre melodie, altre vite, altre metafore. Ma come si fa? Le lacrime stanno sulle punte come ballerine oscene e mi tendono l’ennesimo agguato. Ancora una volta piango per me. 
Quante bugie, contraddizioni, sceneggiate e amori… amori passati, mai risolti, amori presenti capovolti, amori posseduti, dileggiati, amori infiniti, sputati, perdutamente amati, dimenticati.
Bugie. Mi ritornano in mente anche nei sogni. Ho bisogno di un ormeggio, tutto questo oscillare mi fa venire la nausea. Non riesco a stare in alto mare, soffro di stomaco. Non posso andare su e giù continuamente, mi devo fermare, va bene un qualsiasi luogo basta che sia fermo, banale,  immobile, scontato, prevedibile e sano.
Un ti voglio bene sussurrato potrebbe bastarmi per un’intero semestre. 
Poi vedrò. Come dire. Fare. Baciare. Lettera. Testamento.
Poi saprò come trasformare in un fiore il terremoto di un tormento…
Poi la smetterò di piangere per tutto e per niente.
Poi la ritrovo una strada dritta nella mente.
Per ora voglio andare via in bicicletta.
Con un bicchiere d’acqua calda rovesciato nello stomaco… posso anche  superare l’inverno pungente di parole che fanno male, male, male.
Fanno male da morire.
Non le potrò mai più scordare…

Protesi

Oggi ho guardato il cielo. Sono mesi che cammino a testa china scordando tutto questo azzurro. Ho poi allargato le mani e le ho distese nell’aria;  come a voler volare. Scoprendo  le braccia pesanti come l’acciaio  ed i piedi inchiodati all’asfalto;  ho pianto. Me ne farò una ragione? È come essere infermi  ed ancora non crederci. Annuso l’aria che sa d’autunno e m’illudo d’esser bella,  bellissima. Come allora.

Ciò che mi serve  è  solo un abbraccio disinteressato. Un bacio non urlato. Un filo di trucco a coprire le occhiaie. Un tulipano mai ricevuto. Una foto che sia solo per me. Una verità vera. Un sorriso non di circostanza. Un atto di fedeltà. Un risparmio spontaneo”.

Corro. Sulla testa troppo azzurro.
Vado a cercare una protesi per il cuore.