la bellezza, il dolore e la sopravvivenza

mia figlia Sofia a 5 anni e Neve 8 mesi

Quando penso alla bellezza vedo solo due immagini: i bambini che giocano e gli animali. La natura per eccellenza in tutto il suo splendore.
Nient’altro attira con tanta attenzione il mio sguardo. In loro mi rifletto illudendomi d’essere di nuovo innocente. Come quando da piccola correvo tra le gambe di mio padre per farmi prendere in braccio.
Il tempo m’ha rubato l’ingenuità, lasciandomi in eredità il peso mortale di scelte sbagliate. Ma è nella bellezza, che ogni giorno osservo tra le ferite della vita, che sento germogliare pensieri densi di speranza.
Verde è il mio sguardo, nel cuore non ho catene, l’anima è trasparente e il corpo mentale è integro. Non temo più il danno delle parole dette per ferire. Sono lontana, in un mondo pulito dove la solitudine non esiste, l’invidia è emarginata e io sono libera d’essere una persona semplice.
Non ho mai amato gli eccessi, le droghe, gli strepiti, l’alcol… nel mio campo gravitazionale, sin dalla mia venuta al mondo, lievita un sano equilibrio che profuma di buono.
Sono solo troppo stanca, lo ammetto. Annegare negli impegni quotidiani da lunghi anni, metterebbe a dura prova chiunque, ma i miei occhi sono rimasti limpidi, la voce è pacata e sorridere è ancora un automatismo senza forzature.
Oggi so cosa significa essere roccia. Mi guardo i piedi e rido al ricordo di quando sprofondavo nelle sabbie mobili. Senza saperlo credevo d’esser felice.
Esistono sogni e illusioni che non si possono rifare nemmeno se chiudi gli occhi. Una volta liberata puoi fuggire il più possibile vicino alla vera bellezza; è in quel frangente che impari a parlare con i cani e ti trovi in lacrime al cospetto della forza degli anziani.
Come ieri, tre anni fa restavo orfana di un genitore. La mia radice padre è stata recisa e non mi è stato più possibile essere me stessa. Quando si sopravvive al dolore, si cambia. Io sono letteralmente trasformata. Per chi non mi ha compresa, non fa nulla.
La verità è che sono solo migliore.
(nell’immagine mia figlia Sofia a 5 anni con Neve 6 mesi)

Bonsoir stronzesse, je suis désorienté…

stronza

Possiedo la capacità congenita di fare diecimila cose simultaneamente. Non lo scrivo per vantarmene, anzi. Lo scrivo perché,  quella che in origine sembrava una condizione naturale, ormai è divenuto un modus vivendi che mi deprime. Da qualche settimana sono più confusa del solito. L’agenda straborda, le telefonate si susseguono a ritmi insopportabili, non riesco ad evadere le consegne di lavoro e gli impegni sono sempre più pressanti. Il lavoro nobilita l’uomo fintanto che è umano, quando inizia a divenire incalzante in modo animale, c’è qualcosa che non va. In passato, ho frequentemente coperto la mia naturale indole malinconica colmando ogni spazio con attività più o meno impegnative. Se da un lato tale propensione mi fu utile per mantenermi sveglia e vitale, dall’altro lato ha accumulato in me sufficiente esperienza da trasformarmi in un vero e proprio generatore di efficienza. Dico… in passato, perché ora non è più così. Oggi viaggio sul filo del rasoio e fatico a normalizzare una vita che è divenuta una perpetua rincorsa. Inutile insistere, mi sono arresa alla realtà: sono un essere umano. Non che prima non lo sapessi, ma è evidente che, nel mio desiderio di seguire tutto nel minimo dettaglio, ho esageratamente trascurato i miei limiti, concedendomi il privilegio di credermi insostituibile. E’ ovviamente stata una pessima idea, che detto in parole povere significa esser stata stolta, quasi superba. Me lo dico da sola, senza esser eccessivamente severa con me stessa, ma con quel pizzico di onestà intellettuale che non dovrebbe mai mancare a nessuno.
Un bel giorno d’autunno delle scorse settimane ho notato che, se a casa non sono presente, improvvisamente tutti sono perfettamente autonomi. A partire dai minori fino a quelli che la maggiore età l’hanno superata da mezzo secolo. Per una casualità temporale, ho altresì constatato che, se in ufficio sono assente, i colleghi dimostrano di avere il dono dell’attesa e le pretese si tramutano in cose che si possono risolvere anche molto dopo l’attimo fuggente.
Quando ero giovane pensavo che la vita meritasse attenzione ed impegno in ogni ambito, pur essendo stancante proporsi in tal modo continuativamente. Ero convinta che le cose non mi fossero dovute, ma che la conquista me le facesse meritare. Che è sempre meglio non lamentarsi troppo, non recriminare, evitare le discussioni sterili. Ma da qualche mese, complice il comportamento di taluni soggetti, ho intuito che forse era giunta l’ora di lasciarmi andare, che ogni tanto un vaffa ben assestato ritempra l’anima (la Litizzetto dice che “ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo” ed io una come lei me la sposerei), che mi merito un sacco di cose, anche senza dovermi necessariamente arrampicare sulle vette con i tacchi a spillo per godermele e che ho diritto di fare solo ciò che condivido. Detto questo, affinché fosse chiaro alla moltitudine che mi circonda che non sono Robocop in gonnella a pois e non devo giustificare ogni mia mancanza,  ho deciso di calarmi nel ruolo della neo stronza confusa. Confusa, perché l’etichetta della brava persona che mi porto manifesta sulla faccia… è una truffa colossale. Un marchio indelebile che mi ha rovinato la  vita come una cicatrice rugosa sulla fronte. Se nasci testa di cammello la vita è più facile. Sei cammelluto e la gente da te si aspetta comunque il peggio. Si prodiga in complimenti quando dai il minimo e te la fa passare liscia, quando fai lo stronzo, con la scusa che sei irrecuperabile. Al contrario, essere per bene… ti obbliga ad una vita impalata tra doveri e responsabilità. Una vera e propria palma d’oro conficcata dove ben sapete immaginare. Lavorare su me stessa per divenire una bad girl, una cattiva ragazza, non mi è semplice da digerire, ma ci sto provando con discreti risultati. Sto apprendendo l’arte dell’essere stronza e confusa. bad girlStronza al venticinque percento, confusa per tutto il resto della mia poliedrica personalità. D’altronde, non saprei immaginarmi più fetente di quello che sto cercando d’essere. Non sono abituata a dire di no. A non rispondere al telefono. A sforzarmi di pensare esclusivamente ai miei bisogni e fare principalmente le cose che mi fanno stare bene. Ad ignorare chi, in un modo o nell’altro, pretende la mia costante attenzione. Ad ogni modo, nonostante la mia reticenza e mi scocci anche ammetterlo, da quando uso il termine vaffa a casa mi prestano attenzione e mi portano più rispetto. Mia madre mi sorride sempre, mi chiede come sto e non invade più i miei spazi personali. Gli amici che non erano amici, si sono letteralmente volatilizzati con mia immensa soddisfazione. Chi mi ama ha continuato ad amarmi. Chi decide di pestarmi i piedi, ci pensa qualche istante in più e poi ultimamente cambia rotta. Sono, mio malgrado, costretta a dire che lo stronzo è un vincente, mentre il buono merita la beatificazione e la vita eterna solo dopo la sua dipartita. Caspita, ma fa veramente così schifo il mondo degli umani…? Parrebbe tutto così reale… la questione non nobilita e non rende felice. Esser stronza e confusa, per me, è il minimo del minimo, ma chi nasce testina e riesce ad esserlo per tutta la vita, si rende conto di perpetrarlo e si piace così o ambisce ad essere una brava persona? Al loro cospetto io mi sento comunque un idiota, perché nonostante i miei sforzi godo sempre a metà. La gente non nasce stronza, ma lo diventa dopo aver dato tutto e ricevuto niente. Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12. Sarà vero? Gli stronzi sono esseri adulti dotati di un grande fascino, ecco perché prima o poi tutti ce ne ritroviamo qualcuno tra le palle. Ma io, che tipo di donna sto diventando? Per gli uomini che incontro sulla mia strada è facile rispondere: non gliela do e questo basta per far di me una stronza patentata. Ed allora: bonsoir stronzesse! Je suis désorienté… necessito di lezioni immediate e senza riserve.  Ormai mi è tutto chiaro, signora si nasce, ma stronza si diventa.