O mi baci… o andiamo via

love

Sei così, un sollievo per l’ansia. Quel tuo sorriso acceso, i capelli bruni, gli occhi profondi persi nei miei. Mi hai chiesto se potevi tenermi la mano. Sorridendo ti ho detto che potevi tenermi dove desideravi. Imbarazzante quel luccichio nei tuoi occhi umidi fissi sul mio seno. Mi hai chiuso il bottone della camicia di pizzo e poi lo hai fatto girare tra le tue dita abbronzate indeciso da dove cominciare.  Con gli occhi chiusi ti ho sentito stringermi la mano nella tua. Un calore nascosto mi ha preso fuoco il polso, l’avambraccio, la spalla…fino al collo.
O mi baci o andiamo via. Lo abbiamo detto insieme.
E allora siamo scoppiati a ridere. Mentre mormoravamo parole immature le nuvole scrosciavano applausi al loro passare. L’inizio di un amore è come un fotogramma che lascia il segno e non cambia mai. Tu Sei così, un’impronta permanente cicatrizzata sotto la pelle dei ricordi.

Monteisola

Monteisola

Il richiamo dell’Isola inizia a farsi sentire. Mi vedo passeggiare sulle rive spoglie di un lago che amo con tutta me stessa e cerco l’abbraccio della natura. Gli ulivi e i rododendri mi narrano di una terra invasa da piedi umani inconsapevoli di calpestare un’eredità incontaminata, antica e pregevole. Togliersi le scarpe sarebbe il minimo, ma non per sentire cosa significa camminare sulle sue acque. L’Isola merita il rispetto per ciò che ci regala in termini di bellezza, silenzio e tradizioni. La montagna piange. Quando la mano dell’uomo modifica la visione della realtà, accade che superi i limiti stessi del territorio. Manca poco terra amata e ti verranno restituiti libertà e silenzio. Solo il vento potrà soffiare forte il suo canto, mentre la corrente mi ricorderà che posso respirare sotto la sua energia finché non tornerà la quiete del sogno.
‪#‎monteisola‬
‪#‎mylife‬

#progenie

figli

In mezzo al nulla guardo le fragilità dei miei figli e sorrido delle loro gioie spensierate. Hanno grandi cuori e la luce dei loro volti riflette la gaiezza della gioventù. Ciò che noi abbiamo perso tra rughe e portafogli a fisarmonica, lacrime, imprevisti vestiti di nero. Nelle loro movenze armoniche riconosco il bagliore familiare di ciò che sono stata e mi commuovo. Lacrimano gli occhi. È solo colpa del sole, me ne convinco da sola, ma mi nascondo dalla loro vista e li spio con l’animo fremente di un sentire antico e profondo. Li amo. Saperli colorati, senza aggravi mentali mi rende leggera per similitudine. Mi rende libera.

#vacanze, buona la prima

stefy

I sogni non si possono rifare. Tutto ciò che è stato appartiene inesorabile alla realtà. Sento profumo di conchiglie e alghe, il mio cuore ha assunto la forma di un fiore. Tutta questa quiete avrà un senso quando tornerò dove appartengo? Vibra il sangue che scorre a fiotti, ossigenate le arterie, idratati di iodio gli occhi stanchi. I denti battono al ritmo delle onde, mi stringo in sciarpe colorate e chiudo il fiore in una scatola di velluto blu. Desiderare il mio bene significa non consumarmi in memoria di. Senza decidere mi riempio di tutto questo silenzio e godo seduta nel mio film muto.

…sei mezzo uomo e mezzo pirla… (Littizzetto docet)

adolescenza

Non ho mai avuto la presunzione di dover essere amata per forza, anzi… da piccola tendevo a nascondermi per timidezza tant’è che nel tempo ho acquisito sufficiente esperienza per sapermi bastare. Avevo dodici anni, lo specchio mi rimandava l’immagine di una preadolescente sgraziata, senza mammelle e con le gambe smisuratamente lunghe. Sproporzionate. Uno stambecco, sì… uno stambecco. Così mi chiamavano gli amici di scuola e per un lungo periodo ci ho pure creduto, sottomettendomi alla convinzione che erano ganze unicamente le compagne di classe formose, dagli occhi maliziosi e mini abiti attillati con gli scaldamuscoli rosa. Le ricordo chiuse in bagno a scambiarsi i lucidalabbra al lampone. Le osservavo sempre con ammirazione pensando avessero gambe incantevoli, glutei perfetti chiusi in jeans alla moda, labbra carnose e quel giusto quantitativo di pelo pubico che riempiva morbidamente il body di educazione fisica. I maschi non mi vedevano veramente, probabilmente per loro ero un eccesso. Troppo filiforme, troppo androgina, troppo alta, troppo piatta, troppo sportiva, troppo irraggiungibile. A quattordici anni, innanzi alla panchina dell’oratorio, Luca mi disse senza mezzi termini: <<Sei troppo bella, mi diresti di no>>. Ed io pensai due cose: o i maschi avevano paura di me oppure Luca era rimbambito. Certo che mi sarei lasciata baciare. Lui era più piccolo, ma aveva capelli neri ed occhi sempre un po’ umidi. Mi piacevano le sue maglie a rombi che indossava su Levi’s blu scuro con le Timberland cognac. La mia anima era troppo impegnativa già da allora, accidenti si vedeva così tanto? In questa visione illogica di una disarmonia fisica inesistente, vestivo maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni al ginocchio e portavo una massa di capelli lunghi e mossi sulla schiena, dentro i quali sapevo bene come dissimulare lo sguardo. Sembravo sempre in procinto d’inciampare perché camminavo protesa in avanti saltellando sulle punte dei piedi, in realtà non cadevo mai. Era difficile amarmi, si rischiava di rimanere travolti dalle mie inquietudini, ma se non sono rimasta ammaccata dagli eventi giovanili è stato grazie all’irrequietezza che, come una madre, mi ha salvata da un’identità monolitica. Ancora oggi è facile vedermi camminare discosta, con gli occhi bassi. Ho imparato a bastarmi e forse aveva ragione mio padre quando diceva a mamma:<<Tua figlia è nata già grande>>. Il primo ragazzo che tentò di dirmi che mi desiderava sembrava un guerriero, aveva indossato l’armatura ed era pronto a ricevere una sventola in pieno viso. Io sorrisi con gli occhi e gli diedi appuntamento alla “piramide”. Me lo ricordo avanzare piano, con le mani calate nei jeans ed un improbabile giubbino imbottito color amaranto. Pensai fosse trash e bello, così lo baciai. Ci baciammo tutto il pomeriggio, mentre l’umido del fiume iniziava a creare la condensa che in serata si sarebbe trasformata in nebbia. Quella che abitava nella mia testa, in quella dei miei famigliari e di tutti coloro che vivendo in pianura padana la mangiavano con regolarità a colazione, pranzo e cena. Ho avuto pochi amori nella mia vita perché non mi sono mai posta nella condizione d’esser amata per forza. Aspettavo chi avesse il coraggio di prendermi. Solo chi è inciampato con audacia nel mio cuore era un predestinato, non vedo altra plausibile giustificazione visto che i miei unici amori non riempiono le dita di una mano. A tredici anni ero una ragazzina apparentemente banale, ma ho sempre saputo che di comprensibile e ordinario non avevo nulla. Nemmeno la cartella. Peccato che ad averne cognizione fossi solo io ed il giovane della piramide. E’ solo uno “sgradevole contrattempo” il fatto che quel ragazzo non sia più di questo mondo, lui sì… che aveva l’anima simile alla mia. Irrequieta e fragile. Ancora oggi vado in giro in maglie XXL su jeans attillati infilati in stivali marroni alle ginocchia. I capelli sono molto corti ed ho imparato a capire la forza del mio sguardo. Ogni tanto qualcuno mi contempla, ma raramente mi vede. Meglio così. La densità che m’invade non possiede parole per esser spiegata. Al mio cospetto o si è audaci o è meglio lasciar perdere. Come Luca. A distanza di quarant’anni l’ho incontrato in città con il figlio, dopo i convenevoli ha detto a a bassa voce:<<Certo che sono stato un cretino>>. Io avrei voluto rispondergli:<<Cretino è poco. Meglio mezzo uomo e mezzo pirla>>, ma l’ho guardato come se fosse un’ameba spaziale e l’ho lasciato crogiolare nel rammarico. Ho invece preso in braccio quel topino di ragazzino e osservandolo con simpatia gli ho detto:<<Hai proprio gli occhi del tuo papà>>. Me ne sono andata serena perché chi non ha mai avuto la pretesa d’essere amata non conosce il rimpianto. I pochi che negli anni a venire hanno saputo amarmi profondamente avevano tutti lo stesso pregio: l’anima di un guerriero. Diversamente giuro, mi sarei fidanzata con un albero di Natale, lui sì che ha le palle.

Oh happy day, oh happy day
When Jesus washed, oh when He washed
When Jesus washed, He washed my sins away

Cuore attento

panchina

Stamane ti rivedo su quella panchina.
Sorridente avresti voluto di più,
ma gli sguardi della gente
ci hanno trattenuto le mani.
Languido il momento,
denso di umidità rurale.
Ti avrei  morso il cuore con le labbra,
succhiato il brillio di sudore
all’attaccatura del collo.
Che ho accarezzato segretamente,
sul crepuscolo della notte.
Laddove il mondo va al contrario
io sono dritta e calma innanzi a te.
Non tremare, non mi sposto.
Sei un campo di gravità inesauribile.
Trascorsa l’ora convenuta
siamo andati nella stessa direzione,
con quel nostro incedere lento.
La testa sempre più lieve.
Il cuore sempre più attento.

Le contraddizioni del cuore, fanno male!

stefania diedolo
Guardo l’infinito e penso solo che mi manchi. Nemmeno la salsedine, il rumore delle onde e questa sabbia fine possono sostituire il tuo volto amato. È una questione di luce. Se ci sei tutto riverbera. Se manchi, il vuoto di questa vita diventa il sorriso bugiardo di chi è povero, ma vuole sembrare ricco. Ho sempre pensato fosse un miracolo il giorno che sgomitando ti sei fatto strada sino a me, ma ho sbagliato nel crederti un bene divino. La tua concreta presenza è umana gioia, talvolta scontata, spesso ignorata. Scusami se non riesco ad amarti come vorrei, le ferite dell’anima mi riportano sempre i medesimi specchi infranti e l’unica alternativa che possiedo per donarti il mio cuore non appartiene a questo mondo. Ma credimi quando ti dico che mi manchi. La tua assenza apparentemente scontata mi ribalta lo stomaco, mentre gli occhi umidi fingono di soffrire per i riverberi del sole caldo. I grandi amori sono spesso silenziosi, non chiedono mai niente e lasciano liberi di andare. Per tornare. Quelli che ti volti e sono sempre lì, anche quando tutto odora di andato a male e le croci sulla schiena sono tatuaggi fatti con aghi infetti. I grandi amori sopravvivono alle passioni bruciate, ai corpi consunti, alle malattie dell’anima, alle menzogne senza margine d’assoluzione. Stamane sono nel tuo sogno dove non saremo mai un errore, dove non mi pento d’esser tempesta e vento se tu sei l’abbraccio dolce che mi tiene forte. Prendimi e lasciami e parlami e ignorami e soccorrimi. Quando ti volto le spalle e inizio a correre… non sono mai troppo lontana. Vado via per odorare la tua assenza come pena e sentirmi consumare dal bisogno di tornare. Guardo questo infinito e penso che meritavi molto più di una donna sognatrice, ma il mio meglio l’ho dato a te. Oggi mi resta solo il coraggio di vivere fuori da ciò che rincorre chi è banale, la moda del momento: l’amore globale. E ti cerco in questa lontananza, ma se so che mi stai amando tutto è sopportabile, anche ogni mia più dolente incoerenza.

*** Ogni riferimento è casuale. L’arte chiama e brucia il cuore
Proprietà immagine Stefania Diedolo

La mia anima è diversamente abile

diversamente abileViviamo giorni vuoti, immutabili, in successione a giorni straripanti, intensi e ansiosi. Notti d’insonnia tetra e notti d’amori penetranti. Dicono sia la quotidianità. Poi esistono giorni formalmente ordinari, in cui dal nulla cascano batoste in testa e dici che sei stato proprio insensato a restar inerme sotto un fatiscente palazzo traballante. Spostarsi era imperativo, ma non scontato. Quando accadono i fatti della vita che chiamiamo imprevisti, il più delle volte li abbiamo avvertiti ancor prima del loro manifestarsi. È la fiducia ad alimentare l’attesa che le cose possano migliorare. Ma alcune tegole prese a piombo, possono lacerare mortalmente. Allora ci si rinnova. Cambiano gli umori, le persone a cui dare speranza, la disponibilità, le risorse. Si corregge il cuore. Nonostante i colori filtrino apparentemente uguali, in verità nascono sfumature nuove. Per strada impallidiscono le anime che non ci meritano e decidiamo di non voltarci più. E già sappiamo sarà un moto irreversibile. Un istinto di sopravvivenza. Come il neonato che cerca ad occhi chiusi il capezzolo della madre. Tiriamo dritto perché una volta individuato è il punto di rottura a dare il via alla realtà della sorte. C’è chi sa volare, chi sa amare, chi sa innervosire, chi prega, chi si nutre d’invidia, chi vive e lascia vivere. Chi coltiva fiori, chi distrugge le intenzioni. E chi, come me, sa ancora sognare. Poi c’è chi si vomita sui piedi da solo ed ha l’arroganza di chiedere chi ha osato imbrattarlo. Ognuno è quel che è. La mia anima è differente. Sono diversamente abile.

Emotiva

Emotiva sono, come il rigo di nero mascara che colora le mie guance nel ricordo di te. Un pensiero, che sfuma negli anfratti della mia testa assonnata mentre guido e di nebbia mi nutro. Mentre sogno e di vuoti mi riempio. E’ un otre questo mio sentire mai desertico. Un costante rimbombo arcaico. Troppo vasti i miei lidi per godermi indenne, perché tutto ho concesso all’amore. E in questo tutto un cuore solo… muore.

Ora vi spiego perchè…

…tratto tematiche che investono la sfera intimistica dell’essere umano. Perché sono una sovversiva contestatrice sotto mentite spoglie. Perché dietro l’aspetto educato e perbene che mi contraddistingue, bruciano l’ansia e l’irrequietezza che mi rendono inafferrabile.
Strappatemi l’abito della bancaria per caso e della scrittrice per avventura e scoprirete cosa resta di me: un cuore pulsante.
Non ho altro da dare. Non sono colta, non sono ricca, non sono geniale, non appartengo a nessuna lobby, non sono nessuno. Ho solo questo muscolo primario che batte intransigente. Energeticamente bloccato sin dalla nascita ed in lotta perenne con il mio super-io.
Un chakra non funzionante può sviare una vita? Si. Ieri ho compiuto quarantasei anni e se il mio karma mi regalasse della nuova esistenza forse potrei fare in tempo ad “imparare” l’amore.
Tutti si invaghiscono credendosi innamorati, perché attratti visceralmente da un altro essere umano. Siamo stati creati per accoppiarci e moltiplicarci. Tutti si baciano, si toccano, godono, fanno petting, sesso, giochi erotici. Amplessi più o meno corposi, più o meno densi, con il condizionamento degli ormoni in circolo e dei desideri. Io ho iniziato a quindici anni e di nascosto, perché le regole di famiglia sull’argomento mi volevano vergine all’altare. Regole che ho disatteso, perché di sacrifici la vita me ne avrebbe imposti a fottere, cercando di salvaguardare le apparenze con il capofamiglia e gestendo come ho potuto la sana e spassionata curiosità di sperimentare.
E così sperimentai. Come ho voluto e sin dove ho potuto. Oggi YouPorn insegna il sesso senza remore anche ai minori; variegate le posizioni, i versi a solfeggio e le modalità. Non è importante il muscolo primario in tali discipline, ciò che conta è avere glutei sodi, gambe allenate ed altri muscoli secondari di interminabile durata. A lungo andare è sempre la medesima cosa. A tratti banale. Come chi ancora confonde il sesso con l’amore.
Oggi, a 46 anni, so che godo di più se mi scopo un cervello.
Tratto tematiche che investono la sfera intimista dell’essere umano perché sto imparando l’amore che nasce dalla riconoscenza e dal rispetto per l’uomo e la sua natura. Senza necessariamente metterci la lingua, gli umori e le mani.
In modo sequenziale e senza premeditazione, mi occupo di amori “socialmente discutibili” perché sono fortemente ostile verso l’autorità stabilita dagli uomini. Disprezzo il sistema sociale che impone formali consuetudini ai sentimenti. Rifuggo il normale in quanto “norma”. Sono sposa legittima delle leggi della natura applicate ai bisogni del singolo. Me ne frego dell’ordine, degli assetti, delle classi, del political correct. Parlo di ciò che esiste e nessuno vuole vedere. E di ciò che una volta visto per imposizione… resta appeso ad un dito giudicante, anziché osservato con gli occhi lucidi della mente aperta per concepire, accettare e chiedere scusa.
Nella mia vita precedente evidentemente non ho “imparato l’amore”, ecco perché sono ritornata in questa dimensione astrale: per apprendere ciò che mi manca per potermi elevare e non ritornare mai più tra gli umani. Come un mantra che mi ossessiona, nei miei libri parlo di entità sottili, veggenza, indigo children, corpi astrali, dimensioni parallele. Una cosa non esiste solo perché non è dimostrabile scientificamente? Quante cose io odoro e amo che non si vedono con gli occhi. Eppure esistono perché abitano  le sinuosità delle mie densità, nascoste a chiunque non sia esattamente come me.
Non ho sempre necessità di osservare analiticamente la realtà che mi circonda. La sento. E’ miseramente superficiale ed innanzi agli occhi di tutti. E’ questa  consapevolezza che mi spinge a scavare, ad andare sempre più in profondità, a scollare, a guardare tra le righe, le pieghe, le variegate sfumature. Qual’è il nome di questo arduo compito che insiste nel mettere a dura prova la mia complessa emotività? L’amorevolezza. Sempre il medesimo fuoco.
Eterosessuale, omossessuale, afflato tra fratelli, bambini, amanti, adolescenti, prelati, politici, animali. L’amore è governato dalle leggi della natura ed ha il dovere di manifestarsi per com’è.
Di socialmente contestabile c’è solo l’ottusità cieca dell’uomo che crede di governare la virilità del creato e gli istinti primordiali tramite l’ignoranza perpetrata ai danni delle minoranze. Il giudizio rigido dei perbenisti. La pedanteria saccente del cattedratico dotato di mente e culo in un sol organo.
Disprezzo le nazioni che mettono ai margini i sentimenti in nome della moralità. Vivo con questa bramosia addosso di scoperchiare il cielo e restituire liceità ad ogni singola forma di emozione che includa riconoscenza e rispetto.
Vocaboli imprescindibili del “sapere” quotidiano, che restituirebbero la dignità persa ai puritani e credibilità ai cuori.