Intolleranza consapevole

parole
Fatico ad esternare i disagi. Non per riservatezza, ma perché i pensieri si annodano e le parole vanno all’indietro.

Come quando il sole brucia le fronde degli alberi ed i punti fermi dei mondi perfetti castigano i miei sogni alternativi.

Se scivolo in questa dimensione, un sola cosa so fare bene: restare in silenzio. Persa in miliardi di parole che non hanno scuse per uscire, penso che non è vero che i giorni scivolano.

Ieri non è passato, è ancora qui.

Non è vero che sognare è l’ultimo anelito di libertà, se i desideri si schiantano sulla dura roccia del reale. Le bollette aumentano. Le teste rotolano. Le verità sulle vite degli altri sono un bene o la scusa per darsi una giustificazione? Un treno di parole anche se pacate può fare male? È preferibile sciogliere i nodi delicatamente o utilizzare l’inquietudine di un’accetta? È peccato alleggerire tutto questo grigio Londra?

Io non sono luce, favola o acqua chiara. Sono un gomitolo di lana che può scaldare in inverno, ma d’estate… se non si comprende come tessere la mia densità, può rivelarsi un rogo incendiario. Non c’è nulla che mi dia più fastidio delle parole in eccesso.

Quando ho sposato l’arte dello scrivere ho scoperto d’esserne allergica. Ogni palcoscenico a fine serata chiude il sipario, perché esistono anime che non riescono a cucirsi le labbra nemmeno innanzi al destino? Il silenzio è un’arte. Spesso banalizzato, criticato o considerato una forma malsana di astensionismo.

Eppure, nel suo eco vuoto, odo più risposte che in centomila sorde affermazioni.

L’ansia. Una compagna di vita.

ansiaLa fedeltà è un lusso per pochi, ma la costanza con cui l’ansia mi è stata devota compagna per anni, non ha rivali. Tutto ha avuto inizio agli albori della mia storia: come una spugna ho iniziato ad assorbire, quando invece avrei dovuto fuggire lontano e starmene fuori… dai cerchi chiusi degli umani.
Se vivi in terra lombarda durante i rigidi mesi invernali, puoi seriamente correre il rischio di mangiare nebbia a colazione, pranzo e cena. Negli anni ’70 mio padre svolgeva un lavoro che lo portava spesso lontano dalla famiglia, ma se le distanze lo permettevano la sera ritornava a casa. Ricordo un lungo periodo in cui lavorò a Livorno e, nonostante i chilometri, aveva l’abitudine di spezzare la settimana con un rientro il mercoledì nel tardo pomeriggio.
Avevo circa otto anni, era fine novembre e quel mercoledì mio padre non tornò. I cellulari ancora non esistevano, ma l’ansia già viveva tra le pieghe dei tessuti di casa. Dietro le tende immacolate del soggiorno. Nello sguardo impietrito di mia madre.
Quella sera la sua tensione correva da noi bambini all’orologio bianco appeso in cucina come mai avevo avvertito prima.<<Andiamo a letto che è tardi. Tra poco anche papà sarà a casa>>. L’ennesimo sguardo  fuggevole all’orologio e la cena frugale rimasta intera nel suo piatto, mi diedero la misura della sua preoccupazione. Mia madre credeva di saper fingere che tutto fosse normale, ma io iniziai a respirare la paura e mentre mi chiedevo perché sentivo quella morsa nello stomaco che mi serrava il respiro e mi costringeva a restare vigile, iniziai a pregare. Nonostante volessi addormentarmi non chiusi occhio per lunghe ore. Attendevo che mio padre varcasse la soglia di casa. Sudata ed in tensione emotiva, rimasi in allerta un tempo eccessivamente dilatato con la speranza di udire qualche movimento che potesse giungermi dal pian terreno. Fu mentre stavo promettendo a me stessa che avrei fatto qualsiasi sacrificio purché mio padre fosse vivo, che vidi distintamente la sagoma di mia madre camminare avanti ed indietro nel corridoio delle camere da letto. Col camice bianco e scalza, pareva un fantasma. Per fugare le sue preoccupazioni, che da troppe ore erano divenute anche le mie, mi alzai e la raggiunsi. Si era fermata e, affacciata alla finestra della cucina, guardava perplessa il muro di nebbia che ricopriva come un manto il giardino di casa:
<<Vai a dormire che domani ti devi alzare presto per la scuola>>.
<<Papà quando torna?>>.
<<A minuti arriva, vai con i tuoi fratelli>>.
Forse una carezza mi avrebbe rassicurata.
Era ormai calata la notte da molte ore e di mio padre non avevamo notizia.
Forse, se mamma mi avesse presa in braccio distraendomi con un bacio, non mi sarei cibata della sua ansia pur di avere qualcosa che le appartenesse.
Mio padre arrivò alle quattro di notte stravolto per il viaggio difficile. Lo sentii dire a mia madre che la nebbia gli aveva reso la guida impossibile. Cenò a quell’ora.
Io mi addormentai poco dopo. La mattina seguente non andai a scuola. Avevo la febbre a quaranta. Nessuno seppe mai nulla di me, della mia notte drammatica, del come un bambino possa amplificare a dismisura l’ansia di un adulto. Il tempo ha poi fatto il resto, marcando come il foro di un tarlo il danno che era stato seminato.
Quella notte fu il principio di un poi che fu inarrestabile: la spugna aveva preso vita ed iniziò a fare assorbenza senza discriminanti. Avrebbe potuto attivarsi come salvagente per il galleggiamento, oppure come cancellino per rimuovere gli errori, ma in me l’ingranaggio fu azionato in quel modo e mai più  nessuno riuscì a modificarne l’influsso.
Fino ad otto mesi fa.
Fino al giorno che mio padre realmente non ha più varcato la soglia di casa perché è morto.
Dalla scorsa primavera faccio le cose come so, vivo senza aspettative e non voglio più essere un punto di riferimento per gli altri. Ho smesso di combattere l’ansia, le ho ceduto. Non desidero più sottostare alla perfezione che in ogni giorno della mia vita passata ho costantemente cercato di raggiungere.
Quella sera di novembre di trentasette fa, avrei dovuto piangere tutte le mie lacrime per la paura che sentivo e dire a mia madre che ero preoccupata per papà al punto da non riuscire a prendere sonno. Avrei dovuto chiederle di prendermi in braccio e rassicurarmi. Avrei dovuto fare la bambina.
Da qualche mese mi sto sforzando di essere me stessa, con tutti i miei limiti e le mie imperfezioni. Non voglio più essere una “figlia modello”.  Dopo aver  imparato a soddisfare i bisogni degli altri, sto tentando con mediocri risultati di soddisfare  i miei. Mia figlia mi fa da specchio e paradossalmente sto imparando molto dal suo modo di porsi così dissimile dal mio. Ieri, dopo il mio ennesimo tentativo di costringerla a fare un dato lavoro, mi ha detto: <<Basta così, mamma… ti prego. Mi fai venire l’ansia!>>.
Ed io oggi mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita se l’ansia non avesse tentato per anni di arrugginirmi l’anima?
Temo non lo saprò mai.