Vi presento Rocher

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Si chiama Brooklyn Rocher, è un Cocker Spanish Inglese di due mesi e da sabato 19 marzo vive a casa con noi. In famiglia avevamo già Neve, stessa razza, dieci anni, ma dopo qualche mese di riflessione abbiamo aperto le porte ad un nuovo amico. L’idea di allargare la famiglia è stata di Sofia, mia figlia, ma son certa che dietro le sue ottime intenzioni si cela l’energia di mio padre. Lui amava i cani da caccia, ne aveva cinque e se tanti anni fa  Neve è entrato nella nostra vita è stato proprio grazie a papà, che con la scusa di  accompagnarmi in un allevamento a vedere dei cuccioli, mi convinse poi a tornare a casa con il primo cane della mia vita. In questo blog ho dedicato molto spazio alla morte di mio padre, la sua assenza è un dolore che non riesco a superare nonostante tutti i miei sforzi e il tempo che dovrebbe essere complice. Con onestà confesso pubblicamente che la sua dipartita mi ha completamente trasformata, sono diventata meno rigida, meno perfezionista, ho imparato a vivere alla giornata e mi commuovo innanzi a tutto ciò che arriva dalla natura. Ho imparato a distinguere le cose che hanno valore dalle cose superficiali, ho imparato a scegliere, a conservarmi, a difendermi. Avrei voluto vivere di più mio padre. Mi sento in colpa per le volte che la vita mi ha portata lontana da lui, ma in questi giorni sono certa che il suo spirito, ovunque sia, frema di felicità. Rocher è anche un po’ per te papà. Attraverso il ricordo del tuo amore per gli animali, ti cerco in loro e mi sento più serena.

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

r e p o r t a g e di cuore

Il giorno dopo la festa

gab11….tutto è sempre immobile e silenzioso. Sono ancora commossa. Mancavi tu papà. Sei mancato ad ogni giro di sguardo, accanto alla mamma, in un ballo solo nostro. Non mi sono nemmeno avventurata in prossimità dell’orchestra. Non ci sono proprio riuscita. Sin dal mattino, quando sono venuta sulla tomba per raccontarti come si sarebbe svolta la giornata, mi hai vista come stavo. Con gli occhi impantanati in lacrime dure di sale ti ho promesso che mi sarei presa cura di lei. E l’ho fatto, lo sai. Quel giorno ed anche il giorno a venire e tutti i giorni che verranno. Lo farò. Nonostante il grande vuoto ce l’ha fatta, è stata forte, lei ed i suoi quindici chili in meno. Io con lei. I tuoi figli maschi con noi. Ma io non ho ancora smesso un attimo di piangere. Solo stanotte ho dormito con la pace tra le braccia. “Grazie M.R, l’abito mi stava una meraviglia, grandi mani, preziose forbici. Si è solo un po’ accorciato, ma pare che la cosa non abbia disturbato proprio nessuno!”

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M. è uscito fuori dal seminato con balli americani scatenati e grandi bottiglie di champagne. Lo conosci. Lui fa così per mascherare il dolore di un assenza che per lui in special modo è stata a caratteri cubitali. Mi ha fatta stare in pena tutta la sera fino a quando mi ha sollevata in aria, per un abbraccio stretto al suo petto e mi ha detto nell’orecchio: 
<<Faccio festa per mio fratello e per nostro padre, non sono ubriaco come puoi credere, ho la capacità di far evaporare ciò che bevo prima che arrivi nel sangue>>…. e mi ha sorriso con quegli occhi furbi di chi conosce se stesso e sa benissimo cosa nascondo nel cuore. Non cambierà mai: lui è il tuo alterego, una forza della natura, tutto ciò che non oso essere io perchè abituata a vivere nella rinuncia. Così simili, così diversi. Sin da piccolo l’ho sempre protetto e gli abbiamo tutti concesso ciò che per me era impensabile anche solo sperare d’essere. Ora è un gigante buono. Buonissimo.

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“Quando è arrivata l’auto della sposa ed in ordine di apparizione sono scese la rana e mia cognata, tutti siamo scoppiati in una risata infinita. La piccola ha detto c i a o agli ospiti. Io sono scoppiata a piangere. Ho sorriso solo quando lo sposo ha avuto l’ardire di sventagliarsi come una madame accaldata. Quanto sei bello fratello. Tu solo sai… chi sono io”.

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Guardo i miei figli, i miei fratelli, mia madre ed i tuoi nipoti… padre mio…e penso che è vero: te ne sei dovuto andare via per forza di cose. Non avresti sopportato la calura di ieri. Ed è vero: i miei occhi sono spesso tristi, non riesco più a nascondermi, ma se la nostra famiglia è così bella è merito tuo. Grazie papà.  Anche per tutte le volte che non te l’ho detto mai.

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