così sia

morte

Esistono risvegli allucinanti, dove chi era lì… vicino a te, cade a terra all’improvviso e muore. Anche se ha solo quarant’anni e un bambino piccolo da crescere. Questo è il mio ennesimo “ciao Simone” di un triennio che non perdona. Da quando faccio i conti con la morte, il mio amare la vita ogni secondo è quintuplicato. Perché è inutile raccontarcela, siamo mere unità di fragili carni, avvolte in spiriti che profumano l’eternità.
#dolore

inCHiodATa

DOLORE
Quando nei sogni notturni, ritornano come ombre a creare ansia i rapporti d’amore andati a male, significa che il dolore è più grande della consapevolezza d’esser guariti e la tristezza è il substrato trasparente che riveste il nostro sorriso. Le ferite prima o poi smetteranno di far male? Esiste un limite alla sensibilità? Anche quando siamo certi di star bene, basta un cambio di stagione per ricordarci che siamo in molti ad avere un chiodo arrugginito piantato nel cuore.

Il perduto senso dell’amore

Chi non possiede l’amore,
cancella speranze
rastrellando turbamenti
di splendori andati a male.
Troppi discorsi
saturano le menti
di confuse illazioni.
Solo i silenzi
seminano germogli,
nuove premesse.
Solo la calma serena
restituisce
verità omesse.
Come quando le mani
accarezzano piano
nella notte.
Come quando
nella magia dell’oblio
incolliamo le congiunture rotte,
volano i baci,
le carni,
il sangue nelle vene.

Solo chi non possiede l’amore
si nutre di possessive cancrene,
in quotidiano sciopero col bene.

Stato in luogo

Il giorno che smisi di sognare, fu dopo il lento risveglio da un coma affettivo. Serrai i condotti che dal cuore andavano all’area onirica e dissi fanculo all’utopia. Lasciai in eredità a mia figlia i desideri sopravvissuti, senza idea alcuna se mai le sarebbero serviti, ma nella mia fragilità mi mancò il coraggio di annientarli definitivamente. E fu un errore che sto pagando anche troppo onerosamente. La mia infangata razionalità non è congruente alla moda del momento: la “stronzeria”. E’ solo una scelta forte, uno stato emotivo in luogo, che funziona per onorare gli ultimi lembi di pelle che ho salvato. La parte appetitosa è finita in una fossa comune da tempo immemore. Fatevene una ragione. Sopravvivere, murando d’acciaio l’imbocco del muscolo primario, è stata l’attività razionale più sofisticata ch’io abbia mai realizzato in tanti anni di onorata carriera da intimista. Nulla a che vedere con chi trascorre il suo tempo a farsi i beneamati cazzi miei. Quest’oggi è quasi inutile preoccuparmi che possiate comprendere il mio dire, sto scrivendo unicamente per me stessa. Vivo attorniata da una moltitudine di cerebrolesi (mi scuso con i “diversamente abili” perchè la specie da me indicata è ovviamente di origine animale) che si muovono, guardano e sentenziano. Bene, fate che da domani non si sprechino messaggi del tipo:<<Quel post era per me?>> perchè mi cadessero tutti i capelli: questo dannato post è per me. Spero i naviganti, che casualmente passassero tra queste nere righe, vogliano perdonare il mio slang provinciale, ma in tale luogo io vi lascio il sangue e pure il piscio se serve per non dimenticare chi sono e da dove vengo. Lo so benissimo che si vive male senza energia, ma così è. Ho bisogno di tempo per ricompormi, in fondo sono solo il risultato di ciò che è stato risucchiato e poi sputato. Punto a capo. Il fatto che per ora nessuno abbia capito come aprire varchi degni, non significa ch’io sia un mostro da sbandierare, un insetto, un carro funebre, una falsità. Per quanto è di mio personale interesse, accettarmi è già di per sé un’assoluzione con formula piena. E’ basico. Come l’inappellabile sentenza che declama:<<Il fatto non sussiste>>. Oggi, il moto a luogo va  solo verso una consapevolezza: la mia ragione, di cui posseggo l’esclusività perché mi appartiene in ogni sillaba ed in ogni bestemmia che per amore per me stessa trattengo. Presto cadranno i denti e cadrà la rovina ai piedi degli stolti che, senza invito alcuno, si son troppo avvicinati a sputare presso i miei argini. Dico… guai a voi che, senza conoscere il mio reale stato d’animo, affondate pugnalate verbali gratuite. Bussate e sarete bussati, sfregiate e sarete sfregiati, calcate e sarete calpestati. La crisi economica mi ha tolto la possibilità di mostrare l’altra guancia e sono in dimensioni ove il vostro limite cerebrale potrebbe anche solo credere di supporre. Scannerizzarmi è una emerita perdita di tempo perchè non possedete sufficienti neuroni per arrivarmi. Vedete nero? Non mi aspetto altro. Nemmeno tra le crepe della mia esistenza sapreste veder filtrare la luce, per quanto siete accecati dalla vostra benedetta presunzione. Fate largo, per cortesia, ci sono modi molto eleganti per stare al proprio posto. Le cose lontane che non si possono neppure sognare si devono solo dimenticare (S.Quinzio).

La fine

la fine

Nulla è più sintomatico di una resa.

“In conclusione si infranse l’argine
e proruppe tutto ciò che
tenni intrappolato per paura.
Gli itinerari si sdoppiarono
e per forza sacra scorsi il mio.
Nello sforzo scomodo di essere altro
da ciò che fui in origine,
mancai di rispetto a me stessa.
Perdonarmi fu naturale.
Dimenticarlo sarà inverosimile”
.

Un’epoca fa,
nacqui astro inconfutabile,
mi accontentavano la luce ed il calore
che partorivo indipendente.
Oggi sono un’essenza disattivata.
Il chiarore della facciata
è il dozzinale riflesso
di quanto ho incenerito: l’innocenza.
Di quanto non ho potuto sabotare
edificassero: lapidi illuminate di sensi di colpa.
Di quanto ho disperso lasciando
il timone in mani insicure: l’orientamento.
Amare troppo smarrisce l’anima.
E’ la mia imperfezione a rendere
umana la basica logica che mi svela.
L’ansia che brucia le cellule adipose
si riflette nella mia magrezza.
Sintomo di un male oscuro
con un nome maledetto.
Che non posso declamare.
Rivelare.
Scongiurare.

Inaugurare una resa
diventa un luogo di avvio.
Mi accoccolo per non scivolare in retro.
Ora che so piangere per me stessa,
mi è concesso provare ad amarmi?