il prodigio

stefania diedolo

Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Come questo mio amarti a testa bassa,
rapita dai silenzi del cuore.
Ricordi la luce di quell’estate?
Chiudevo timida gli occhi per non cadere nei tuoi.
Nascondevo le mani nei polsi delle camicie,
per paura potessi vedermi le cicatrici.
Il treno del tempo
ci ha poi condotti nella medesima direzione,
mentre le ore meste
han consumato l’attesa senza esitazione.
Ricordi il freddo di quella notte?
Coprendomi piano le spalle,
mi hai cosparsa di stelle la pelle.
Avevo il cuore pieno di noi.
Avevo la testa vuota d’antiquati supereroi.
Se percorro i ricordi dell’amore,
tu rimani un ineguagliabile fiore.
Il tulipano blu immobile della vita mia,
la vita, la morte, l’ultima poesia.
Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Amarti di nascosto,
l’unica salvezza da un passato
che ogni giorno muore.

Sussurrami

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Sono imprigionata tra le tue braccia, nei tuoi occhi grandi come laghi neri, nel tuo sapermi tenere anche quando non c’eri. Eppure non ho catene al cuore, lacci mentali, cinture di castità. Quando l’amore libero vive di grandi respiri e umili parole, non confonde la carne con l’anima, il sesso col dono, l’età anagrafica con lo scorrere delle stagioni, la gelosia con l’acidità. Non lamenta i giorni rubati, le umane miserie, le rose e le sue spine.
Sono imprigionata nella grande bellezza che è la tua onestà. Chiamami pure Amore, il turbamento che mi porta verso il tuo respiro  mi fa sentire l’eternità. Tienimi dentro le tasche della tua mente, mormora il mio nome e ascoltami parlare: sono l’uragano migliore che ti poteva capitare. Mi vedi ferma innanzi al tuo viso? Tu che non lo sapevi nemmeno sperare,  sussurrami sempre… che sono il tuo unico grande Amore. 

Dono

INCONTRO

Che regalo sei stato, incantevole sorpresa! Mentre la notte foderava il buio dell’anima e le paure giocavano a mosca cieca con il coraggio, sei arrivato scalzo ed improvvisamente si è sciolto il gelo nella tua stretta premurosa.

Ed io, che credevo di bastarmi. Di non aver bisogno di miracoli. Io che mi facevo così male per sentire che ero viva. Mi spaccavo il cuore nel ricordo di quando un altro lui planava come un dio minore sopra me e senza capacitarmi… perdevo il senso, i capelli, le unghie delle mani.

È stata grande ed inattesa la tua venuta. Un piacevole dono. Il mio candore sopito si è risvegliato con capriole danzanti, come volteggiano i ragazzini d’estate sulle dune sabbiose del Senegal. Vorrei afferrarmi, ma sei dolcemente insistente nel dirigermi le ali e farmi volare.

Non avverto più il richiamo malato del recente passato e come una magia dai contorni sfuocati, si sciolgono i nodi che nella mia mente si tramutano in destini cadenti. Lascito ormai incancrenito di antiche ferite rimarginate. Ed improvvisamente rivivo la giostra della mia giovinezza. I palpiti e le emozioni di venti brucianti tra le gambe. E nuovamente m’innamoro.

Grazie agli occhi che hanno imparato a vedere l’oltre, ho scorto l’inganno eterno sotto la coltre del nulla, per ridonare un senso a ciò che era rimasto di me. Grazie ad un cuore nuovo, in un tumulto di rose e lacrime, ho perso lui… ma ho trovato te.

Pennellate di vita

libera

Da qualche settimana sto ritornando a galla e nuove gemme stanno spuntando nei rami recisi della mia anima.
Ho chiuso in una scatola di legno tutti i ricordi drammatici del mio passato ed ho rispolverato la capacità che possiedo di sorridere.
Era troppo tempo che non sapevo più divertirmi.
Ora riesco a farlo quasi in ogni circostanza e non intendo lasciare nulla al caso.

Il sole primaverile riaccende la mia proverbiale voglia di viaggiare.
Un piacere mai sopito.
Un’urgenza lecita, mai compresa da chi mi vorrebbe stanziale.

Non sono stati attimi semplici.
Saturno contro e dolori come laghi abissali mi hanno tormentata per lunghissimi mesi… ma anche gli alberi, pur se piantati assieme, crescono in modo individuale ed i loro rami a tratti si intersecano, a tratti sono molto distanti.

Come me.

Sono allungata verso un cielo indefinito, ma che mi ha restituito la libertà di essere me stessa.
E’ stato un processo irreversibile, non calcolato o prevedibile.

Sono sconcertata da sola.

Le trasformazioni sono il movimento della storia, non conosco dimensione che sia stata identicamente tale per tutta la vita e di certo io non potevo continuare ad entrare in conflitto con me stessa per salvaguardare gli altri.

Vado dove mi portano le suole delle scarpe.
O forse dovrei scrivere il motore del cuore.
In verità io vado proprio dove mi porta via la testa.
E’ lei che genera la mia energia positiva e che decide sempre cosa voglio, come, quando e perché.

La spiegazione potrebbe essere una sola: il mio cervello dev’ essere composto da battiti cardiaci e la corteccia cerebrale un evidente prolungamento dell’anima che pulsa.

Tutta la mia vitalità sta lì: nell’encefalo.

Lunedì scorso ero al Forum di Assago ad ascoltare i Modà.
Ha ragione Kekko quando canta:

“…come un pittore,
farò in modo di arrivare dritto al cuore
con la forza del colore”.

Ho bisogno di una marea di pennelli nuovi. Sto andando via, ma proprio via. Nella testa sta finalmente ritornando il bagliore dell’arcobaleno e non posso perdermi una sola sfumatura.