La fine

la fine

Nulla è più sintomatico di una resa.

“In conclusione si infranse l’argine
e proruppe tutto ciò che
tenni intrappolato per paura.
Gli itinerari si sdoppiarono
e per forza sacra scorsi il mio.
Nello sforzo scomodo di essere altro
da ciò che fui in origine,
mancai di rispetto a me stessa.
Perdonarmi fu naturale.
Dimenticarlo sarà inverosimile”
.

Un’epoca fa,
nacqui astro inconfutabile,
mi accontentavano la luce ed il calore
che partorivo indipendente.
Oggi sono un’essenza disattivata.
Il chiarore della facciata
è il dozzinale riflesso
di quanto ho incenerito: l’innocenza.
Di quanto non ho potuto sabotare
edificassero: lapidi illuminate di sensi di colpa.
Di quanto ho disperso lasciando
il timone in mani insicure: l’orientamento.
Amare troppo smarrisce l’anima.
E’ la mia imperfezione a rendere
umana la basica logica che mi svela.
L’ansia che brucia le cellule adipose
si riflette nella mia magrezza.
Sintomo di un male oscuro
con un nome maledetto.
Che non posso declamare.
Rivelare.
Scongiurare.

Inaugurare una resa
diventa un luogo di avvio.
Mi accoccolo per non scivolare in retro.
Ora che so piangere per me stessa,
mi è concesso provare ad amarmi?

Innamorarsi

Avete presente quando, tutto ad un tratto, vi rendete conto che siete andati dall’altra parte? Talora basta un attimo, un bagliore di sole che squarcia di traverso la tovaglia di carta a quel bar d’angolo dove vi siete fermati per un pranzo frugale o un vela che ondeggia al vento sul lago di Desenzano del Garda. A me è capitato così. Un abbaglio fulmineo, mentre pranzavo durante una pausa di lavoro, mi ha dato la dimensione reale di quanto stava accadendo, dove mi trovassi a tal proposito, dove avrei dovuto invece essere e cosa potessi fare per arginare l’invasione. Premetto che sono una donna normale, il mio elettroencefalogramma è normo regolare senza sinapsi particolari. Ma verso l’oltre, ti ci possono pure sbattere violentemente, non è necessario andarci con le proprie gambe. Ero a Desenzano. Attorno a me solo stranieri e bambini in short e canottiere. Pensavo che erano quasi nudi, considerato il vento fresco che ripetutamente ha tradito l’estate artificiale riservataci quest’anno dalla natura. I nordici han sempre caldo anche quando si gela. Il cane del mio vicino di tavolo latrava da un pezzo, aveva sete povero. Ma il suo padrone, borchiato finanche nelle mutande, rasato e dotato di Ray ban fumé, ha continuato a bere il suo Aperol spritz ignorando il richiamo ripetutamente. Ecco, fossi stata la sua donna gli avrei dato una sberla dritta sul faccione rovinato dall’acne. E’ stato un pensiero istantaneo, come il lievito chimico. Zero elaborazioni. Come un “fanculo” slabbrato uscito dritto dall’intestino. Che poi, il minimo che fai è andartene dritta a casa perché a quel punto chi se ne frega. Già. Dovete sapere…, perché lo sto ammettendo pubblicamente, che anche a me ad un tratto può arrivare il chicazzosenefrega. Pure quando non te lo aspetteresti mai perchè ho il marchio impresso negli occhi della crocerossina. Ma vi garantisco che arriva. Arriva, perbacco. Irrefrenabile, come un orgasmo. Mica son mai stata una Santa. E dopo averlo sperimentato, capisci che farsi le seghe mentali continuamente per gli altri non serve a niente. A niente. C’è un punto, quel punto lì… ove salta qualcosa. Un tappo. Una crosta. Una piccola bombetta di Capodanno dimenticata in una scatola in soffitta. La caldaia da cinquemila euro. La moka Bialetti con tutto il caffè che ti colora il muro ed imprechi, ma nel contempo ringrazi Dio che potevi morire se ti centrava in piena fronte. Accade che la buona educazione si allontana quel minimo. Il buon senso va a fottersi una puttana di colore. Il rispetto si dimentica di svegliarsi alle 6.45 del mattino. La stima è in ferie giusto il tempo di qualche ora. Ed il cervello è più connesso al culo che non ai neuroni ed alle loro sinapsi. Si incrina definitivamente ciò che già era precario e nel lacerarsi lascia cadere tutto negli inferi della miseria. Avviene una sorta di risucchio verso il basso come un tornado demolitore, il vento freddo della potenza. E’ il gelo dell’esasperazione e del dolore che ci trasforma in animali. Io lo posso raccontare. Sono testimone. Il luogo ove cresce e si nutre il male esiste. Quello che si legge sui quotidiani o si vede su skytg24, non è così lontano dalle nostre case, dai nostri figli, dal nostro vivere quieto di borghesi benpensanti, blogger pseudo filosofi, onorati cittadini di una società che fa talmente disgusto che è diventato raccapricciante assistere all’impotenza di chi non riesce a riesumarla. Che se uno in Italia ha un problema di carattere relazionare, è diventata la prassi non riuscire ad evitare ricatti e se ti va bene o finisci in carcere senza prove o al cimitero perché l’ex-amore passionale è passato dalle lettere d’amore al coltello da cucina. L’ho detto: sono testimone. E nemmeno così tanto muta. Poi, l’altro ieri. Beh, era il 2 settembre, un giorno maledettamente normale, con la gente ancora in vacanza, io incastrata in luoghi dei quali per motivi professionali non posso raccontarvi proprio nulla. Ecco, dicevo… l’altro ieri mi è piovuto addosso tutto insieme il firmamento. La terra mi ha fatto inciampare nei ceppi delle sue radici madri e sono andata semplicemente nell’altrove. Era già da qualche giorno, diciamo pure un centinaio per essere metodica, che sentivo abbassarsi la volta celeste e percepivo l’innalzamento della crosta terrestre. I sintomi li avevo tutti quanti. Un terremoto emotivo in arrivo. In questo sono un’ottima sensitiva somatizzante. Metà di me alla regia, l’altra metà a non crederci fino all’ultimo micro istante. Ma così è stato e sarà.
Già lo so, che è un andare senza ritorno. Perché nella mia vita è sempre stata questa la modalità, che le cose che realizzo veramente: sono sempre state quelle che ho deciso io.
Qualcuno ieri sera mi ha detto che essere maturi ed autonomi non significa essere autarchici, ma saper chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno perché da soli si fa molta fatica.
Non so che dire rispetto a questa affermazione, perché nessuno può aiutarti quando sei veramente dall’altra parte del vetro e vedi nuotare in un acquario con meduse e pescecani chi ti ci ha spedito. Men che meno aiutano le troppe parole. Tutta questa circumnavigazione di pensieri, suggerimenti, consigli, infiniti ragionamenti. Ognuno con la propria personale visione della realtà, del meglio, del subconscio. Ma chi se ne frega? Il consiglio perde valore se chi lo elargisce non sa cosa significa ricevere continuamente fucilate. Sentirsi dire “spostati” o “fingi che non stanno detonando” equivale ad un banale: “Oh piove, suvvia tesorino…prendiamo l’ombrellino rosso della nonna”.
Chi in realtà ti può aiutare quando sei solo? “Aiutati che il ciel ti aiuta”. “Chi ha tempo non aspetti tempo”. Mia madre li sostiene sempre con grande imbarazzo di mia figlia, che poi mi sussurra di nascosto:
<<Madonna quanto è invecchiata la nonna, dice continuamente proverbi e li sbaglia pure>>.
<<Stai zitta, irriconoscente!>>. La redarguisco! Almeno fingo di essere seria.
Poi la guardo e muoio dal ridere per la sua adolescenza sbocciante, ma mia madre ha ragione. Dopo la folgore di Desenzano, ho finalmente scelto la strada dell’assenteismo giustificato. Delle non parole. Del non detto. Del ridi che ti passa. Del nulla è più insondabile della superficialità della donna. Del non c’è luogo profondo che l’intelligenza non possa rendere superficiale. Del deglutisci e vai oltre. Del cogli l’attimo. Del basta. Del B come bastardadentro oppure belladonnamanonscema. Mi son semplicemente rotta le tette. Non posso dire palle che altrimenti rischio di esser ammonita e poi su una cosa non si discute: io le palle le ho sempre avute, ma essendo virtuali si scassano solo nella teoria. Sono ancora una femmina, ci tengo a precisarlo. Lo sbrindellamento delle tette è più armonioso, femmineo e meno inflazionato.
Chiudiamo la messinscena, cerchiamo di essere unici e cambiamo la direzione dello sguardo, avviamoci con le mani in tasca verso una nuova dimensione più umana ed iniziamo a vivere… che di sopravvissuti siamo colmi come uova marce.
Per esempio agogno ad un hamburger con patate fritte, buttare l’Iphone dal finestrino della macchina, aver terminato la stesura di “Memorie di una donna”, avere una piscina sul terrazzo di casa ove allenarmi tutte le sere e mangiare Nutella.
Per ora mi accontento di aver preso una decisione.
L’ho presa.
Dio fa che io riesca a portarla a compimento.
Dio fa che nel week end ci sia il sole ed io possa prendermi una cotta solenne per me stessa.

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Alle calende greche

Sono alle calende greche, puntellata ad un momento che non arriverà mai. E’ inutile aspettarmi. E’ stata una scelta: rinascere lontana. Da una posizione di vigilanza. Fuori dal cerchio dei tessuti stretti e delle corde orticanti chiamate sensi di colpa. Asserire che quaggiù la vita sia più trasparente è illusorio, nonostante il sorriso che mi incendia il viso ed il color verde dell’abito e dell’habitat a cui affido la mia bellezza interiore. 

stefania diedoloEppure tale luogo mi ha sgravato di qualche fardello divenuto un lenzuolo soffocante, mi ha reso le spalle meno austere e le scelte di vita più libere, individualistiche. Tenere in conto ininterrottamente delle urgenze altrui aveva accorciato pericolosamente la mia coperta. Fino a quando non si è strappata ho resistito, poi è diventato improbabile continuare a sostenere tutto quel gelo e me ne sono andata. Oggi sono in un luogo dove ognuno basta a se stesso e se ci si incrocia è solo perché ci si ama, un luogo dove gli obblighi sono mere convenzioni e vengono presi come tali, senza giudizi ed imposizioni di verosimili mutazioni. Sono in un frangente dove il calore e l’armonia sono gli aghi di una bilancia che gestisco solo io. Una bilancia ben posata ed in equilibrio. Sono ad kalendas graecas. Rimando al mittente ogni avanzata armata o disarmata. Non si marcia nella mia direzione per prendere. Ci si limita alla comunicazione. Al contatto. Ci si dona senza pretendere nulla in cambio, ma non si afferra più niente, non si tira, non si ordina, non si pretende. Il mai può divenire salvezza quando il sempre si è trasformato in abuso e ci si è accorti di aver perso tutto.  Non è troppo tardi per essere ciò che vogliamo essere. Io sto bene solo quando sono nuda innanzi a me. Alcune mattine faccio fatica a sopportare i miei abiti, figuriamoci se devo indossare ed annusare anche quelli degli altri. Se voglio continuare a sorridere è proprio il caso che io insista nell’osservazione a debita distanza. Circostanziando, l’emotività non domina e la mente impara a comprendere quando trattasi di pippa o di realtà. Alle calende greche non esistono seghe mentali e tutto appartiene ad una parola lunghissima: al mai.

Eau de merde

Non mi capacito di ciò che sta accadendo, ma nella testa ho un turbine. Un tutto strapieno che da la nausea, ingolfa e mi porta con i pensieri altrove. Verso direzioni libere dove non sono nessuno e posso vivere sopra le righe, sopra le responsabilità, lontano da quella sensazione di pressione che avanza e mi schiaccia contro il muro della disfatta, nel letto sudato di lenzuola troppo calde, all’angolo chiuso di strade vuote dove respirare la polvere è un dovere, dove le situazioni non si analizzano più col buonsenso. In natura solo l’umano tende ad affermare che per tutto ci deve essere una ragione. Quando non la si trova si parla di sfortuna, il destino, il karma o più efficacemente: della temibile sfiga.

Gli animali vivono la loro realtà basandosi sull’istinto che difficilmente sbaglia. Il senso invece, è talmente soggettivo che non solo sbaglia: può rivelarsi personalizzante, discriminante, umiliante e paradossale, al punto che da qualche settimana preferirei essere un fenicottero. Tutto ciò che vedo e sento è per definizione allucinante. Tra l’altro, per motivi di un concetto di privacy che ormai fa ridere anche i neonati, non posso nemmeno sfogarmi qui sul mio blog perchè ormai è pubblico. Rischierei denunce. Ma mi rode il culo. Questo posso scriverlo. Che mi rode.

Viviamo una vita dove la forma ha lasciato il posto alla sostanza, dove l’apparire funziona meglio dell’essere, dove il proverbio “il lupo di mala coscienza, come opera pensa” non è mai stato così tanto inflazionato. Nessuno si fida più di nessuno. E’ diventato uno scempio. A tutti i livelli sociali. E’ normale che io mi chieda cosa stia succedendo, che non voglia starci dentro e desideri fuggire dal cerchio per guardare gli altri che si ammazzano. Ancora si crede che sia sparando a vista che ci si può salvare? Mi guardo nelle immagini della serata appena vissuta ad Asti e quasi non riconosco il mio sorriso, la complicità con chi mi ha realizzato la serata. Ero io, ma non c’ero. Sono sempre altrove. Altrove. In luoghi abbandonati dove non esistono porte per entrare o uscire. Dove non esiste quel senso di pugno allo stomaco che mi attanaglia togliendomi il sonno. Nelle fotografie della serata in Biblioteca a Crema già sono più sofferente ed inizia anche a vedersi fisicamente. Sei chili in meno da dicembre cominciano ad essere troppi.

Ad ottobre compio 46 anni. Ho passato più della metà della mia vita in luoghi che non posso ancora raccontare, ma un giorno, non appena al mattino potrò gustarmi il mio tè con i frollini tranquillamente sotto il porticato di casa e terminata la colazione le mie uniche preoccupazioni saranno se annaffiare i fiori che amo tanto o prima andare al mercatino della frutta, io scriverò il romanzo della mia vita. Certo che lo scrivo. E’ tutto qui: nella mia testa. C’è tanto che devo rivelare, cose che voi umani… nemmeno potreste credere d’immaginare.

Quando il mondo va al contrario, chi si pone in dirittura di partenza onestamente non può che uscirne perdente. Se invece sei un caga cazzo ti temono e quasi ti fanno la riverenza come agli alti prelati. Io non voglio bacia mani alla Giuda o cose di questo basso livello tipo lecca chiappe, ma è sicuro ormai che non ho capito una cippa lippa della vita e probabilmente ho gettato al vento un sacco di anni a cercare di essere una persona per bene badando sempre solo a ciò che conta veramente. Alla fine di questo mio dire tanto… senza in verità poter dire niente, aggiungo solo un dettaglio profumato: molto meglio me, che so di Christal Noir, di chi al mattino si fa la doccia con l’eau de merde. Chapeau.

Asti spettacoloMani

Galleria immagini presso Centro Culturale San Secondo Asti, presentazione letteraria del 28 Marzo 2014

Galleria immagini serata letteraria in Biblioteca a Crema, 3 aprile 2014

Sulla spinta di un nervosismo che poco mi appartiene mi stavo scordando di scrivere che la settimana prossima presento “Bocca di lupa” a Brescia. Poi mi fermerò per un mese perchè sto dimagrendo a vista d’occhio e devo riposare. Ritorneremo in scena col romanzo da fine Maggio a Milano, Torino, Soncino, Coccaglio, Iseo… Matera. Vi darò di volta in volta i dettagli. Sabato prossimo 12 aprile, dicevo, sarò ospite presso la LIBRERIA RINASCITA di Brescia, in via Calzavellia, 26. Modererà il giornalista e reporter televisivo Diego Trapassi e mi farà da spalla la sempre splendida attrice Lucia Giroletti. Ormai siamo inseparabili. Per chi fosse interessato io ci sarò e come sempre… ci divertiremo. 

invito_Bocca_di_Lupa_Brescia(1)

Poi… ferie.
Stacco la spina.
Fame, sete, sonno, pipì.
L’essenziale.

Le mezze stagioni di un cuore in gola

campi di girasoli

Era la primavera. Avevo l’inverno dentro al cuore quando mi hai scorta seduta tra sbiaditi campi di girasole. Giocavo con i cani da caccia di mio padre. Le rughe avevano reso un inferno la mia giovinezza; l’inquietudine dava pugni in faccia ad ogni mio possibile coraggio. Ti ho pregato di lasciarmi morire, mentre osservandoti di sottecchi mi impressionò la tua bicicletta: sgangherata, con pedali color ruggine, era un tutt’uno con la tua semplicità. Indossavi abiti dimessi sopra uno sguardo denso di parole appena accennate. Hai sorriso al mio dire ed hai scelto di fermarti e farmi compagnia. Mangiavi semi di lino, mentre i cani ululavano il mio dolore e le calatidi dei girasoli stavano iniziando a ruotare verso ovest in attesa del tramonto. Da quella sera sei venuto tutti i giorni e tutti i giorni ti ho mandato via.

Era l’autunno. I girasoli avevano cessato il loro ciclo vegetativo. Avevo deciso di liberare il terreno per consentire ai cani di correre più liberi. Ho tagliato i dischi dei capolini ed infilandoli con uno spago uno ad uno, li ho appesi sulla lapide soleggiata dove avevo scelto di far riposare mio padre. Quando sarebbero stati ben secchi li avrei posti in vasi di cotto per gli uccelli selvatici. Tu eri sempre lo stesso, ma mai identico al giorno precedente. Mi stavo abituando al tuo odore, al paesaggio con la tua figura dipinta. Ogni tanto mi portavi dei biscotti di grano saraceno che tua madre sfornava il sabato mattina, io non avevo mai fame, ma li mangiavo perché così eri felice. Oltre le lastre del mio dolore avevo iniziato a vederti. Sapevo a che ora saresti arrivato e sapevo che non volevo mai vederti andar via.

Era il primo giorno d’inverno, quello che gli astrologi definiscono: la festività solare. I cani non ne sapevano di voler giocare. La terra nera che mi ospitava era ghiacciata, il giallo dei girasoli solo il ricordo sbiadito di un epoca ormai lontana. Quando ti ho visto arrivare, stretto nel cappotto nero e con la bicicletta ridipinta di fresco, ho sentito caldo tra le cosce e nella gola. Come passaggio dalle tenebre alla luce, sei venuto a me per l’ultima volta perché fu la volta che mi portasti via. Senza chiedermi chi fossi e dove volessi andare, hai scelto di bermi per le labbra rosso fuoco ed il pallore che persiste incessantemente sui miei zigomi magri. Senza chiederti chi fossi e dove volessi andare, mi son lasciata bere aggrappata alle tue spalle larghe ed ho pianto per te tutto il sale del mar Morto. Tra i rumori della città nascente, mi hai invitata felice dentro le movenze di un tango argentino e ti ho lasciato fare. Ho amato ballarti come un antico bandoneón, sentire il tuo corpo che mi lambiva ad ogni passo, mentre le mani sui miei fianchi erano sicure ed il tuo alito tra i capelli seminava promesse. Nel mio corpo, desideri da tempo perduti, hanno aperto il varco al destino che, accarezzando le tue labbra, ha ridipinto il mio paesaggio interiore di trifogli, gardenie e tulipani, per una testa ancora diffidente, ancora costretta nella morsa del panico. Ed un sentire rotondo, di erotismo leggero, mi ha trasportata dove al posto dell’ondulato colle era sorto un deserto basso, arso e solitario.

Dopo quella lunga danza, fu di nuovo la primavera ed allora sono ritornata correndo al mio campo di girasoli. Ero preoccupata per i cani. Li avevo lasciati soli troppe giornate e temevo se ne fossero andati. Li ho ritrovati bellissimi. Mi stavano aspettando. Come un gioco d’altre epoche hanno iniziato a corrermi tutt’intorno guaendo per leccarmi le mani. Con grande sorpresa, qualcuno che amava mio padre almeno quanto lo amavo io, aveva provveduto alla risemina dei nostri girasoli. Tutto sembrava uguale a se stesso, tranne la mia persona: avevo compreso che se non fossi più tornata, la vita avrebbe continuato a realizzare i sogni di qualcun’altro.

Da quel giorno vado avanti perché sono in molti a sperare che io lasci perdere, vado avanti perché ora so cosa sono le mezze stagioni di un cuore sempre in gola, nonostante si sia perduto il conto dei decenni in cui si mormora che le mezze stagioni  non esistono più.

Io invece esisto, per me stessa e per chi sostiene il contrario.

Ma soprattutto, non me lo devo più dimenticare che talvolta è meglio fermarsi e tornare indietro, che perdersi irrimediabilmente nel labirinto di un cammino senza luce.

solitudo et libertas

solitudine

<<Non ho mai realmente sofferto di solitudine, c’è da dire che sto bene anche da sola, sono affermazioni lunatiche, me ne rendo conto… sto ammettendo che sono un po’ selvatica e chi non mi conosce potrebbe giustamente credere di essere al cospetto di una vera donna orsa, in effetti chiusa in casa ad ascoltare i muri mi sento quasi divina, e nemmeno mi nascondo…>>.
Sono giunta ad innamorarmi del vuoto che mi circonda quando ho capito che nella moltitudine erano in tanti a risucchiarmi, mentre da sola al massimo rischiavo di spremermi solo io.
Per un caso del destino sono sempre in viaggio, con l’obbligo intrinseco di relazionare con chiunque incontro sul mio percorso. A causa di questa tendenza innata di starmene un poco a “capperi” miei, accade che la gente mi approccia in punta di piedi e spesso tende alla rinuncia, come se questa mia indole fosse una luce al neon fissa sul mio viso con scritto <<leave me alone>>, <<lasciami perdere>>, <<más sola que mal acompañada>>, <<lassa stà>>. Ma la solitudine è un lusso da ricchi con un valore umano così profondo che solo chi teme di entrare in contatto con sè stesso può aborrire.
Nella mia vita è quasi impraticabile perchè nonostante sia uno concetto molto vasto, ho sempre qualcuno che viene ad invadere i miei spigoli.  
Purtroppo resisto veramente poco alla moltitudine, mi inibisco innanzi alla massa parlante e temo il rumore dell’umanità che mi circonda. Da qualche anno le voci nella testa sono divenute frastuoni che mi collassano.
Odio i centri commerciali, il frastuono delle grandi città, i clacson, l’ assembramento di troppe persone, le discoteche, i locali dove per bere devi stare in piedi e non senti ciò che dice il tuo vicino. Credo che la certezza che io soffro terribilmente il vuoto quando attorno a me ci son troppe persone sia una delle cose più terribili che mi è accaduta in questa vita. Da starci male. Da arrivare ad ammettere che mi annoio e stavo meglio quando stavo peggio. Insomma per farla breve: mi scasso i “macarons”. Che è un modo gentile per non dire in realtà la pesantezza di ciò che mi si scassa.
Nonostante le parole, i sorrisi accattivanti, i pasti consumati bevendo, di fondo ho sempre quel senso di vuoto. Di perdita. Che improvvisamente diventa un bel pieno zero cost non appena mi tuffo negli odori di casa, sul mio divano ultra ventennale, tra i miei libri. Un pieno che lievita fino a rendermi felice della mia scodella calda di zuppa tra le mani, le ciabatte pelose e calde ai piedi –che non mostrerò mai a nessuno– la copertina di pile sulle gambe.  Nel silenzio che rimbomba io mi rigenero. E mentre il tepore silenzioso del nulla rilassa la mia mente ed entra in comunicazione con la mia anima facendola smagrire del sovraffollamento accumulato durante le ore precedenti, io ritrovo me stessa.  
<<…ora so che posso apparire asociale, dico posso perché poi in verità non lo sono, so ascoltare e consigliare, so condividere con pochi intimi, amo andare a cena in piccoli locali con pochi clienti, passeggiare con l’amica del cuore lungo i fiumi, fare due chiacchiere nell’abitacolo della macchina col riscaldamento a palla, stare in amore su un divano rosso e guardare la tv, ma tutto deve essere minimal e sussurrato, dolce, melodico, il tumulto di tante teste, tanti occhi, mani, disturba i miei sensi e mi fa perdere il contatto…>>.
Detto ciò è evidente che mi bastano i molteplici tumulti che genera la mia anima per stare bene. Quindi si ritorna a quel concetto di orsa bruna che tanto mi sta stretto. Sono pochi coloro che comprendono che la solitudine è una meravigliosa conquista. Io sono in perenne ricerca di questo stato d’ebrezza perché la mia libertà sta nell’isolamento che cerco. Quindi la vera verità della mia essenza, non sta nell’affermare che sono orsa.

Ho solo bisogno di sentirmi libera.

Il dispiacere

dispiacere 3Da quando il dispiacere si è tatuato sul mio cuore, ho compreso che la vita va vissuta così com’è, senza troppe aspettative e programmi a lungo termine. Il rischio, se non avessi sentito almeno con la testa questa mia umana difficoltà di adattamento alla realtà, sarebbe stato quello di una vita vissuta tra nevrosi, psicosi e depressioni. Le Madri Puttane del dispiacere sono di genere cerebrale, sanno come alimentarlo e spesso come farlo vivere in anticipo rispetto ai fatti che ancora devono compiersi. Taluni pensano di affogare i propri dolori nell’alcol senza rendersi conto che  non sanno nuotare. Parlo dei dispiaceri. E’ quindi inutile affogarli nei superalcolici. La loro eliminazione non passa dalla distruzione dell’ umano che li ospita, ma dall’energia che impieghiamo per  far sì che diventino m a t u r i t à. dispiacere infanzia

Non ho voglia di portare nessuno ad esempio, tranne mia figlia:
<<Come va a scuola, amore?>>.
<<Quand’è che arriva il Natale?>>.
<<Scusa, ma la scuola ha aperto i battenti da meno di una settimana e tu già mi chiedi quand’è Natale? Sei scema?>>.
<<A scuola i miei compagni di classe sono dei vandali maleducati, mi viene l’ansia solo a vederli, sono dispiaciuta a dirlo, ma vivo in una situazione di disagio e devo perennemente fingere che non me la prendo quando mi insultano, sgambettano, ricattano, usano quotidianamente>>.
<<Se non sono evoluti in tre estati significa che sono irrecuperabili, me ne dispiaccio enormemente, ma io credo che tu possa trarre da questa esperienza più di uno spunto di riflessione affinchè ti possa rendere più forte innanzi alle difficoltà della vita>>.
<<Ma quale riflessione del flauto? Mamma mi cambi sezione?>>.
<<Hai gli esami quest’anno e poi te lo giuro… non li vedi più, tieni duro! Non credo che nelle altre sezioni la buona educazione sia stata distribuita in modo più equo>>.
<<Quindi, che devo fare?>>.
<<Non lasciare che abbiano la meglio sulla tua emotività, non infelicitarti per la loro scemenza, sono un branco, puoi scegliere di ignorarli o di sfidarli, ma la tua forza sta nella maturità, che nella sofferenza di questo triennio scolastico avrai certamente rafforzato, nel comprendere che valgono talmente poco da non meritare nemmeno la tua innata gentilezza>>.
<<Cioè?>>
<<Mandali a c a g a r e>>.
<<Maaammmma, se lo faccio vanno a dirlo ai professori>>.
<<Potresti raccontare pure tu… ciò che ti fanno, magari trovereste un compromesso>>.
<<Ma io non sono una spia>>.
<<Ok, non lo sei. Allora ti arrangerai da sola usando la lingua che possiedi non solo per leccare il gelato, ma anche per tagliare il ferro quando merita d’essere colpito come un fendente. Quindi rispondendo alle loro provocazioni a tono. Mi sono spiegata? Vedrai che l’indolenza, il dolore ed i dispiaceri che ti attanagliano, si libereranno e diverranno forza. Tanta forza. Anche quella che ora non credi di possedere>>.
<<Mamma tu non li conosci>>.
<<E’ vero, ma conosco te>>.
Ognuno di noi vive quotidianamente dispiaceri di diversa entità e natura, c’è gente che viene licenziata senza motivo, chi si vede rubare ufficio e scrivania dall’ultimo arrivato perché è il nipote del Presidente, chi cerca un lavoro disperatamente e trova solo porte chiuse, chi è costretto a mettere in liquidazione la propria azienda e licenziare ottanta dipendenti perché le banche hanno revocato loro le concessioni di credito, chi si sente una nullità perché nonostante gli sforzi non riesce mai a concretizzare nulla, chi ha perso l’amore della sua vita, chi ha seppellito un figlio.

Dolores. A palate. Como la mierda.dispiacere donna

Il mio dolore non è sradicabile. E’ fisso e ci facciamo compagnia. So come governarlo e da qualche tempo non prende più il sopravvento sulla conduzione della mia vita. L’ho addomesticato. Nel contempo mi riscopro ogni giorno più abile. Ogni settimana più grande. Ogni mese che passa meno illusa. Sì, perché se le grandi aspettative sono il preludio delle più grandi delusioni e quindi dei più profondi dispiaceri, l’unico modo per non inciampare costantemente è tentare di vivere in modo lieve giorno dopo giorno.
<<Mamma, comunque me ne frego dei miei compagni, non preoccuparti. Oggi il mio più grande dispiacere non è frequentare la 3E, ma non poter essere qualcun altro>>.
<<Ah sì? E chi vorresti essere scusami? Giusto per saperlo,non per dire…>>.
<<Io da grande voglio fare il Presidente del Consiglio. Peccato non esserlo fin da ora>>.

Temo di avere un problema e sono certa che finirà tutto in peggio prima che io me ne accorga. Carpe Diem, Diedolo.

mami

DONNE

Ieri era lunedì. Il primo lunedì di lavoro dopo qualche giornata di ferie. Sono rientrata tardi la sera ed ho chiesto a mamma se potevo fermarmi a cena da lei. Giunta in cucina l’ho osservata di sottecchi mentre mi cucinava un risotto. È così invecchiata. Si muove a tentoni.
Cambia continuamente argomento nel tentativo di raccontarmi qualcosa. Si vede che si lascia mangiare dai pensieri. E’ confusa.

Da quando è rimasta sola, senza papà intendo, la vedo sempre avvolta in grembiuli neri o blu.
Gli occhi sono opachi, mentre le rughe, che le increspano il volto, ormai non si contano.

Mamma non è mai andata dall’estetista, non sa cosa significa fare un massaggio, un bagno turco, una sauna. È completamente glabra, senza necessità alcuna di cerette o “silk epil”, ma più di tutto: è senza un etto di cellulite.

La pelle del suo corpo è bianca come il latte e liscia come l’olio. Solo il volto tradisce il suo stato psicologico. L’espressione del suo volto e la voce sembrano trasfigurati. Come se col funerale e la sepoltura di mio padre, avesse assistito “all’ascensione” al cielo del Cristo.

Con mia madre puoi parlare di tutto.
Le racconti di come va il lavoro, di quanta crisi dilaga, delle famiglie sul lastrico e lei ti risponde che il vicino è rientrato dall’ospedale, ma non sta molto bene.

Allora le racconti delle vacanze estive e dei programmi che hai per l’autunno, evitando troppi dettagli per non tediarla e lei ti risponde che devo chiamare il marmista perché la vaschetta dei fiori della tomba di papà non scarica l’acqua piovana.

Puoi pure provare a narrarle che con i saldi hai svaligiato l’outlet di Rodengo Saiano, ma dopo un timido: <<…se ne valeva la pena, hai fatto bene…>>, risponde narrandomi nel dettaglio le pene che cova per il suo terzo figlio maschio: <<Lavora troppo, è affaticato, non ha chiuso il negozio un sol giorno>>.

Allora mi dico: mica gliel’ha ordinato il medico a mio fratello di far lo stacanovista. Se penso a me mi viene da vomitare. Io solo se dico che vado via  per un week end sono quasi certamente: <<Un’aliena pessima madre sempre in giro>>.

La mamma è di origine italiana, parla la mia stessa lingua e vive in provincia di Cremona dalla nascita. Ciò nonostante mi sconvolge il fatto che sa perfettamente come non ascoltarmi quando narro del mio vivere, seguendo imperterrita il suo pensiero qualsiasi cosa io dica.

Ovviamente tranne quando si parla di sesso.

Con il sesso è tutta un’altra cosa. In questo caso è attentissima. Non le sfugge un sol aggettivo. Ma negli anni ho capito che la sua non è curiosità atta alla sperimentazione, bensì necessità di apprendere ogni singolo dettaglio dei fatti perché  la sua unica preoccupazione, senza far domande, è capire se sto discorrendo in generale o se tra le righe tento di parlare di me.

Appena avverte dal mio timbro vocale un misero cenno d’interessamento, un barlume d’entusiasmo, dalle sua bocca partono, come fiumi, sequele di  affermazioni negative, modello “santissima annunziata”:

<<non vorrai dire che …>>
<<non è il tuo vissuto vero?>>
<<stai scherzando?>>
<<Ah, io preferisco non dire niente, però stai attenta>>
<<non é il caso che tu dica certe cose, non ti ho insegnato che la vita…>>

La vita VA VISSUTA, mamma!

Vivere, Godere, Divertirsi, Sognare, Amare, Osare.
Sono verbi che mamma disconosce in abbinamento alla mia persona.
In fondo la capisco, proprio lei, che ha trascorso tutta la sua vita ad insegnarmene altri, tipo:
Pregare, Lavorare, Sudare, Sacrificare, Razionalizzare, Normale, è peggio di un’ecatombe IPOTIZZARE che non esistono solo questi concetti.

Lo so che NORMALE non è un verbo, ma se io fossi normalmente suora lei  ne sarebbe proprio felice.

E’ giusto precisare che non mi desidera propriamente suora con il velo ed i voti, troppo impegnativo, ma un po’ suorina nella vita, modello alcune mie vicine di casa che escono solo per andare all’oratorio, trascorrono i pomeriggi a fare la maglia, la domenica pomeriggio partono con famiglia e le biciclette del Mulino Bianco per andare ai fontanili a fare i pic-nic, si vestono con gli abiti del mercato che giunge al paesino il mercoledì mattina di ogni settimana dell’anno ed affollano i parchi con i figli, nipoti, suocere e soprattutto NON LAVORANO. Non fanno proprio una mazza tutto il santissimo giorno. Stanno a casa ad aspettare che la sera arrivi il marito con la baghette sotto al braccio e trascorrono i pomeriggi in chiacchiere conviviali sparlando di tutto e di niente.

Mia madre non ama andare in vacanza quindi presumo che non ami viaggiare. Preferisce restare nel suo giardino pieno di fiori, cucinare per i nipoti ed uscire di casa unicamente per andare al cimitero, in chiesa o a qualche altra funzione religiosa. Se proprio deve concedersi una distrazione va a vedere il concerto del corpo bandistico dove il suo primo figlio maschio suona la tromba, il nipote piccolo il sax e la nipote grande le percussioni. Ci va perché resta una “questione di famiglia”, altrimenti STI CAZZI che mamma si infiocchetta per andare a teatro.

Mamma mi ama tanto.
Lo so perché è normale che una madre ami i propri figli.
Anche se non sono uscita a sua PERFETTA immagine e somiglianza mi vuole certamente bene.
L’ho capito in questi ultimi due anni, perchè per amore ha imparato a stare zitta ed a chiudere gli occhi (per non vedermi, altrimenti sta proprio male).
Ma almeno ha imparato. Ed io quando vedo che si sforza E CI RIESCE so anche esserne felice.

Abbiamo lottato tutta la vita, io e lei, ma ora che la vedo così invecchiata e stanca di guerriglie un po’ mi fa pena, vado meno all’attacco, ho solo imparato a chiederle:

<<Ma tu, mamma, mi vuoi UN po’ bene?>>.

A queste parole, come per la parola SESSO, tutto cambia direzione e ciò che era importante non lo è più. Restiamo io e lei a guardarci fisse. Io con la speranza che mi veda e lei con il senso di colpa di chi sa che non mi sono mai realmente sentita amata per quella che sono perchè lei non me lo sa dimostrare.
Ma come mai troppe mamme dimenticano volentieri che il cordone ombelicale viene tagliato al momento del parto?

mamma e figlio

Più un figlio è costato lacrime agli occhi della madre, e più caro è al suo cuore. Alexandre Dumas (padre)
Le Gentilhomme de la Montagne, 1855

Consideravo…

papa

… che non sono credibile. Se dico di no non è mai un vero no. Non è reale. Se dico di nemmeno questo è un vero . Credono sia impossibile.  Allora oggi elucubro questo:  la mia parola non ha un valore! Ognuno insegue i propri film, pulsioni, desideri e paure, facendone risultati che debbono necessariamente andare bene anche per me. Ma non vi rendete conto che non ce n’è più per nessuno? Che sono già oltre la frutta ed il dolce e sto in pennichella da mesi e mesi?
Che c’è un limite al disamore. Al rincorrere. Allo scavare. Allo sbrindellare la coscienza rimasta.

Non ci sono.
Non sono disponibile.
Non sono abbordabile.
Non posso stare con chiunque decide di volermi,
non abito a “zoccola town”.
Non ho le gambe a fisarmonica, non ho il cuore con mille finestre, non ho l’anima di una mistresse.

Sono stanca di dire, spiegare, essere gentile, diretta, meno diretta per non uccidere, stanca di argomentare sull’argomento specifico.

La risposta è no. No come no.
Cerco amici. Ne ho bisogno come l’aria che respiro… perché è complicato volermi solo bene? Se penso che anche mia madre non mi vuole bene a prescindere,  mi viene da vomitare. Va bene che lei è un caso a parte perchè è solita amarmi solo se dimostro di essere perfetta secondo le sue primarie necessità di sopravvivenza, va bene tutto, ma dev’essere il mio destino.

Davanti a me non c’è più la tua ombra… papà. L’asfalto riflette il cielo nero e tutto è densità. Saltello qua e là per non bagnare i piedi, ma il selciato bagnato di lacrime lascia orme al mio passaggio mesto.

Vorrei l’evanescenza.
Che non possiedo.
Vorrei il disincanto.
Che mi hanno rubato.
Vorrei l’ardire.
Che ho raffreddato.
Vorrei essere, ciò che non sono mai stata.

Una donna s t r o n z a.

Pà, tu lo sapevi che quando dico no è no. Perchè devo urlare per farmi capire?  Pà,  perchè non torni un poco da me?
Dalla tua dipartita, intorno a me, si è creato il deserto dei tartari perchè non sono come decidono che mi vogliono.
…mi basterebbe per un attimo la tua mano sulla mia testa stanca, mi basterebbe veramente poco…

no