Fiori dalle unghie delle mani

fiore dalle mani

Dopo la rabbia, le unghie rosicchiate per l’impotenza,  la musica classica ascoltata a volume non raccontabile per lenire l’impeto ed il furore, finalmente piango. Un pianto inarrestabile che non si ferma più. Dovessi dire o raccontare cosa piango non lo saprei argomentare. Piango la fine di un altro inverno, di canzoni cantate a squarciagola, di emozioni infinite che stanno sorvolando i resti di me stessa, piango le belle parole dell’amore quando nasce pian piano e si nasconde, gioca a rimpiattino, non si lascia afferrare e poi crolla in abbracci profondi ed infiniti. Piango la tristezza di parole ricevute che hanno scavato disorientamento e confusione, nemmeno se mi lavo gli occhi con il sapone di marsiglia riesco a non vederle scritte nella memoria della mia mente. Sono una forma di groviera dove nei buchi hanno nidificato ortiche e polvere. Chiunque tenta di infilarmi minimo si fa male. Mi spiace. Ho alzato un filo spinato di dimensioni altissime per proteggere, ma i più arditi non si rendono nemmeno conto del pericolo.  Statevene dove potete vedermi zoppicare e non portatemi bastoni o unguenti medicamentosi, la mia lebbra è contagiosa e verreste con me giù fin dove è deciso che io debba arrivare. Le constatazioni di fatto non sono il vittimismo di chi cerca conforto negli altri. Io non voglio niente, solo la solitudine come primo emendamento e le note di un pianoforte che intona melodie al ritmo del mio sconforto. Ho raccolto a piene mani poesie, ali di farfalle e humus argentei per sanare la lunga fila di disgrazie  che come carri funebri  hanno invaso i miei selciati personali.  Ma quelle “iniziali” sono state un di troppo anche per tutta la mia forza interiore, non perché io debba credere che sia vero, ma perché è stato uno sparo inaspettato ed ora il dubbio che tutta questa vita sia solo un marciapiede colmo di immondizia distrugge la mia innocente percezione della quiete e serena voglia che ho di andare avanti. Dov’è il disincanto? Non riesco più a smettere di piangere, le note di Einaudi mi entrano nel cervello e mi accarezzano l’anima. Sono onde che non so fermare, scorrono le mie dita sulla tastiera e so che non ci sarà tempo per rileggermi. Tutto viaggia veloce e domani sarò già in un’altra vita dove i fiori spunteranno  lo stesso ed il sole tornerà a splendere. Dalle unghie mi nasceranno radici di fiori di lillà con fili verdi  di menta piperita a rafforzare il profumo della mia pelle. Mani di foresta equatoriale battono il tempo, le consonanti, gli aggettivi e le vocali. Sarà così che verrà un istante di calore nel profondo del cuore. Sarà così che tornerò a scrivere di fate ed indiani, bambini e giochi di un  tempo nuovo chiamato domani.

Demoni e degrado

violenza psicologica

Passaggio di nuvole nere .
Agglomerato di pensieri
contorti come rami d’ulivo.
Le viscere soffrono di 
maledizioni e tribunali.
Da oggi solo biscotti secchi,
che odio.
Il té sa di zenzero e l’aria
brucia incensi scambiati per
aria ossigenata.
Una volta possedevo l’oltre.
Oggi possiedo il ricordo che una volta
mi vergognavo di essere fragile
e confusa.
Brucia il danno.
L’insulto acido di mandarino rancido.
Chi non capisce muore senza sapere.
Chi sa,  stende veli,
danzando tra amuleti magici
e riti iniziatici.
Il congelamento
è arrivato ad essere artico.
Irreversibile.
Come una stella cadente
senza più luce
senza più calore.
Spaccherei facce
vomitando lo schifo.
…ma me ne ne vado di spalle.
Le voci son sempre più lontane.
Le celle sempre più fredde.
I tribunali sempre più vuoti.
Le anime sempre più sole.

(Perchè la vita, quando gira il vento, 
non è come la barzelletta di “miciu miciu, bau bau”.
Non perdona…)

Voglio andare via in bicicletta

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Sarà questa tristezza infinita che finalmente sta affiorando, sarà la pioggia, ma nel mio sentirmi sconsolata stasera sono tutta un dolore. Mi fa male il sangue per quanto udito e quel vuoto che solitamente non sento, scava buche nella maglia di lana. Vorrei dimenticare le parole, ma è meglio averle sentite. Se mi hanno creato questo tarlo allora significa che non sono una lapide di granito.
Ho vissuto mesi ustionata senza mettermi mai veramente al riparo dalle fiamme alte, senza unguenti per le ferite. Non avevo previsto un infezione.
Invece mi scopro macilenta.
Vago per casa vestita come se dovessi uscire, il freddo che sento scalfisce le ossa. La carne si è già consumata cammin facendo. Lo specchio non inganna: mancano i guanti e sarei perfetta per l’interpretazione di uno spaventapasseri di legno travestito da donna. Quella che sono. Perché il ricordo di quella che sono stata è stato buttato con le fotografie da un ponte nuovo. Mi cadono i pantaloni e le maglie sono larghe. Scivolo fuori dalle camicie, non mi afferra nulla. L’avevo detto che sarebbe stato un volo fatale.
Mi siedo per terra per sentire se il pavimento freddo mi riverbera un brivido sulla schiena, un’emozione indolente, un pizzicore di vitalità. Mi preoccupo.
Dovrei vivere come se non avessi udito nulla, ma il pensiero è un generale che non va mai in pensione e lavora ininterrottamente giorno e notte. Anche quando non parlo, non scrivo, non mormoro parole, non vivo, non sono, non esisto. Le apparenze ingannano ancor più delle distanze perchè ognuno si convince di ciò che serve per sopravvivere ed andare avanti. Io, senza maschere e senza mani, ascolto il freddo caldo torrido doloroso infinito misurato scellerato bastardo amato scorrere del dolore nel mio stomaco e mi nascondo nel letto.

“Non so più nemmeno cosa provo per te che sei la storia peggiore della mia vita”.

Vorrei solo dimenticare ed invece mi risvegliano le parole. Doccia, sapone di marsiglia, scrub al cervello, musica alta a scopare la memoria, di altre melodie, altre vite, altre metafore. Ma come si fa? Le lacrime stanno sulle punte come ballerine oscene e mi tendono l’ennesimo agguato. Ancora una volta piango per me. 
Quante bugie, contraddizioni, sceneggiate e amori… amori passati, mai risolti, amori presenti capovolti, amori posseduti, dileggiati, amori infiniti, sputati, perdutamente amati, dimenticati.
Bugie. Mi ritornano in mente anche nei sogni. Ho bisogno di un ormeggio, tutto questo oscillare mi fa venire la nausea. Non riesco a stare in alto mare, soffro di stomaco. Non posso andare su e giù continuamente, mi devo fermare, va bene un qualsiasi luogo basta che sia fermo, banale,  immobile, scontato, prevedibile e sano.
Un ti voglio bene sussurrato potrebbe bastarmi per un’intero semestre. 
Poi vedrò. Come dire. Fare. Baciare. Lettera. Testamento.
Poi saprò come trasformare in un fiore il terremoto di un tormento…
Poi la smetterò di piangere per tutto e per niente.
Poi la ritrovo una strada dritta nella mente.
Per ora voglio andare via in bicicletta.
Con un bicchiere d’acqua calda rovesciato nello stomaco… posso anche  superare l’inverno pungente di parole che fanno male, male, male.
Fanno male da morire.
Non le potrò mai più scordare…