Il risveglio

stefania diedoloNon so se è una questione anagrafica, ma sto sperimentando il pianto. Esistono occhi che parlano e bocche che lacrimano. Mani che odono, paure che ricordano e donne che implodono. Io ero così, prima che il fiume arrestasse la sua corsa verso gli abissi decidendo di stanziarsi presso i miei ostacoli. La prudenza m’ha implorata d’indossare due braccioli arancione anche se galleggio con sicurezza. Il rischio prevalente è riscontrabile in fase rem, dove la necessità d’esser tratta in salvo dalle mie stesse voragini diventa improrogabile. Ed io li ho indossati con eleganza. Non so se era peggio quando stavo meglio, ma l’oggi è madido come l’inverno più nuvoloso della mia esistenza. Le ossa stridono ed anche la forza traballa, appesa com’è con semplici molle di plastica al vento freddo della sensibilità. Ora che so piangere di tutto e di nulla, ho messo a nudo l’aridità depredandola del suo perenne ombrello color nebbia. Ho abbattuto gli eremi arsi dal sole e guardando passare l’opinione pubblica seduta sulla riva del mio torrente, sorrido alla donna bruna che son stata. Oggi i miei capelli nascondono filari argentei che ancora copro per pudore, ma dall’umido degli occhi che mi regalano squarci di film rubati in giro per la vita, finalmente nascono corolle. Dovevo ritornare liquida alla madre terra per rinascere figlia di colui che da padre, è finalmente divenuto il mio più splendido girasole.

Fiori dalle unghie delle mani

fiore dalle mani

Dopo la rabbia, le unghie rosicchiate per l’impotenza,  la musica classica ascoltata a volume non raccontabile per lenire l’impeto ed il furore, finalmente piango. Un pianto inarrestabile che non si ferma più. Dovessi dire o raccontare cosa piango non lo saprei argomentare. Piango la fine di un altro inverno, di canzoni cantate a squarciagola, di emozioni infinite che stanno sorvolando i resti di me stessa, piango le belle parole dell’amore quando nasce pian piano e si nasconde, gioca a rimpiattino, non si lascia afferrare e poi crolla in abbracci profondi ed infiniti. Piango la tristezza di parole ricevute che hanno scavato disorientamento e confusione, nemmeno se mi lavo gli occhi con il sapone di marsiglia riesco a non vederle scritte nella memoria della mia mente. Sono una forma di groviera dove nei buchi hanno nidificato ortiche e polvere. Chiunque tenta di infilarmi minimo si fa male. Mi spiace. Ho alzato un filo spinato di dimensioni altissime per proteggere, ma i più arditi non si rendono nemmeno conto del pericolo.  Statevene dove potete vedermi zoppicare e non portatemi bastoni o unguenti medicamentosi, la mia lebbra è contagiosa e verreste con me giù fin dove è deciso che io debba arrivare. Le constatazioni di fatto non sono il vittimismo di chi cerca conforto negli altri. Io non voglio niente, solo la solitudine come primo emendamento e le note di un pianoforte che intona melodie al ritmo del mio sconforto. Ho raccolto a piene mani poesie, ali di farfalle e humus argentei per sanare la lunga fila di disgrazie  che come carri funebri  hanno invaso i miei selciati personali.  Ma quelle “iniziali” sono state un di troppo anche per tutta la mia forza interiore, non perché io debba credere che sia vero, ma perché è stato uno sparo inaspettato ed ora il dubbio che tutta questa vita sia solo un marciapiede colmo di immondizia distrugge la mia innocente percezione della quiete e serena voglia che ho di andare avanti. Dov’è il disincanto? Non riesco più a smettere di piangere, le note di Einaudi mi entrano nel cervello e mi accarezzano l’anima. Sono onde che non so fermare, scorrono le mie dita sulla tastiera e so che non ci sarà tempo per rileggermi. Tutto viaggia veloce e domani sarò già in un’altra vita dove i fiori spunteranno  lo stesso ed il sole tornerà a splendere. Dalle unghie mi nasceranno radici di fiori di lillà con fili verdi  di menta piperita a rafforzare il profumo della mia pelle. Mani di foresta equatoriale battono il tempo, le consonanti, gli aggettivi e le vocali. Sarà così che verrà un istante di calore nel profondo del cuore. Sarà così che tornerò a scrivere di fate ed indiani, bambini e giochi di un  tempo nuovo chiamato domani.