sproloqui

Di umane fatiche periamo,
invischiati in giorni ventosi.
Elettrici.
Arido, il deserto che conquista.
Rasenta i confini
di labbra spolpate
di baci e saliva.

Sottrae l’aggettivo soave
la poesia abortita,
appiattendo nell’affanno
ogni forma d’estasi.
L’ultimo anelato sentire cerebrale.

Umanamente fragili,
preserviamo le piaghe dei piedi
scegliendo di sederci.
Questa stanchezza cronica,
è sintomo esacerbato
di primavere in anticipo
o l’infezione perenne
da encefalomielite mialgica?
Per resuscitare,
sarebbe utile
saper morire.

La sopravvivenza,
nel duello…
è un bisturi
perennemente stanziale
nelle natiche.

Penso ed attraverso queste mie dita mi svuoto…

 

suicidio

Vorrei non scrivere, ma è più forte di me e dei miei istinti.

Sarebbe uno sforzo titanico non farlo proprio ora che in modo così urgente il bisogno mi chiama, la testa mi chiama, il cuore mi chiama.

Negli ultimi mesi mi sono costretta a tante cose, soprattutto ad accondiscendere, mentre sentivo che per la tensione arrivava il reflusso gastrico accompagnato dal mal di testa.

Somatizzavo in ogni modo possibile ed immaginabile.

Ora basta. Non ce la faccio più. E’ finita l’epoca che devo dire di per forza, è finita. Quella parte di me è stata seppellita insieme a mio padre ed al mio amore per lui.

Ma nello stesso identico modo, sono anche stanca di dovermi mettere costantemente la pelle di un lupo  quando di base sono un essere che vive e lascia vivere. 

Il mio basta nasce da molto lontano ed è divenuto un urlo, un’urgenza lecita, il bisogno atavico di chi ha dovuto imparare a mettere paletti enormi tra sè stesso ed il mondo circostante; questo b a s t a è diventato un vomito pieno delle cose peggiori di me.

Sopporto una guerra che non desidero, mi sfinisce e mi fa morire dentro. Più mi sento obbligata alle armi e più mi armo, più mi si fanno pressioni e più reagisco colpendo, più mi si oppone resistenza e più tendo a distruggerla.

Che fatica immensa e quanto tempo perso. Esistono dei  limiti che, nelle relazioni umane,  non andrebbero mai valicati per tutta una questione legata al rispetto ed al concetto che la  libertà degli altri finisce quando inizia la propria. Perché essere liberi non  sta nello scegliere  tra il rosso od il nero, tra il vedersi o il non vedersi, tra l’andare o il restare, tra l’amare o il non amare, ma nel sottrarsi a queste scelte prescritte.

Ed io rifuggo, mi contorco, mi nego, mi massacro, mordo, mi difendo.

Basta.
Bastare a se stessi.

Basta.
Bastoni tra i denti.

Basta.
Bastardi dentro.

Necessito di un tempo immobile dove le cose che ho messo dentro mi facciano desiderare di vivere per lunghi anni a venire: serenamente. Tutto il resto che è rimasto fuori, è fuori.

C’è stata una stagione, non molto lontana, in cui nel mio tempo entrava di tutto: le paure degli altri, i dolori degli altri, i bisogni degli altri, i sentimenti degli altri, le pippe degli altri, le rotture degli altri, le urgenze degli altri, i piagnistei degli altri, i malcontenti degli altri, ma la serratura si è rotta ed io l’ho sostituita con un lucchetto d’acciaio del quale non posseggo più le chiavi.

Ho chiuso con i sensi di colpa, con il mio essere crocerossina tutto-fare, con il bisogno costante di dimostrare che sono buona, che sono proprio una bravissima persona, che sono una splendida figlia, moglie, madre, che sono, che sono, che sono, che sono, che sono. Che sono un b e l  n i e n t e.

Io non sono nessuno, nemmeno da giudicare. Punto.

Ed anche se sto imparando a dire di no e mi impegno a dirlo e ridirlo, resto io. E lo dirò urlandolo finchè gli altri non impareranno ad ascoltarmi.

Questo mio no è la negazione seria di una persona adulta che ha imparato a fare i conti col dolore vero. Quello che come un vento adirato sposta i confini delle responsabilità verso se stessi.

Ognuno si rammendi da solo le proprie cicatrici,  poi se ne riparla. Del cielo, del mare, dei viaggi, del sole, dei figli, della vita, degli aperitivi, dei sogni, canzoni, nuvole, gelati, strade vuote, piene, fiumi, sangue e sassi nella testa.

Il tempo va impiegato a guarire, non a distruggere.