in ogni t e M p o

mamma e papà

“Niente è smarrito madre. Tutto è intatto. Guardatevi.  È il silenzio del tuo uomo a nutrire d’amore il tempo. Con gocce di rugiada ti semina di polline… quando il vento soffierà partorirai stelle”.

Il sacrificio

Infanzia

Quando ero una ragazzina, non avevo idea di cosa significasse il termine sacrificio. Vivevo la mia vita come un cartoons e nulla più. Le cose credevo mi fossero dovute, avevo alcuni punti di riferimento e non c’era nulla che potesse mandarmi in crisi. Tranne le malattie di mamma.  Ricordo che quando restava immobilizzata a letto, a causa delle forti emicranie, non andavamo nemmeno a scuola.
Più che altro nessuno ci svegliava e quindi si perdeva il pullman.
È stato in quel mentre che ho conosciuto l’ansia che ancora oggi mi è compagna, ma questa è un’altra storia.  Non so dirvi se più o meno triste. Certamente diversa da quella che voglio narrare.
All’epoca mia madre era spesso stanca, credo non fosse così fantastico accudire da sola tre bambini piccoli –ma lei non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura-. Mio padre era assente giustificato. Affinché in casa non mancasse il cibo, girava il mondo lugubre e fosco delle ciminiere. India, Africa, Sud America, nord Europa.
Sono le stesse ciminiere, che per lunghi anni lo hanno tenuto lontano da noi, ad averlo ucciso quest’anno. Tutto quanto ha respirato, per far sì che noi andassimo a scuola ed avessimo abiti decorosi, si è trasformato nel tempo in una morsa spaventosa che lentamente gli ha tolto il fiato.
Negli anni ’70-’80 tutto era ovattato: la scuola, la nebbia, la mamma sempre presente, lo zio Romolo, la nebbia, i giochi nel cortile, io che volevo imparare i rebus, la Messa la domenica mattina, il “pronto soccorso”, appuntamento fisso di ogni settimana, la nebbia, le torte di compleanno, le lezioni di cucito dalle suore, il catechismo, la slitta fatta con il cellophane nero dell’immondizia, i cinema di nascosto all’Albergo, il primo bacio ricevuto da Fabiano. La nebbia.

bambiniPoi un giorno comunicai a mia madre che volevo fare e disfare da sola, uscire, scegliere come vestirmi, lasciare a casa l’orologio, passeggiare per Crema, andare dovunque con l’Espace blu scuro di Giovanna, dormire fuori, andare fuori, stare fuori, essere fuori: dagli schemi di casa, dai pensieri di chi mi amava troppo. Essere fuori di testa.  In coincidenza con questo improvviso bisogno di affermazione, ho capito per la prima volta cosa fosse il sacrificio. Era l’inverno del 1985, avevo all’incirca  sedici anni, a scuola andavo  bene, non mancavo ad un solo allenamento di volley dove primeggiavo da anni ed ero dolcemente innamorata come potrebbe esserlo un’adolescente del passato. Non certamente come consumano l’amore i giovani di oggi. Rinunciare all’amore, a quell’amore, fu il mio primo sacrificio. Non lo comprese nessuno. Nessuno. In verità fu l’inizio di una rinuncia ben più grande che poi durò tutta la vita e che riassumo in questa espressione: <<Fare le scelte per accontentare gli altri. Io sono stata impostata con questo moto direzionale. E questo è il mio sacrificio. E questo è il mio danno>>. Mamma dice che si fanno enormi rinunce per i figli. Come non capirla? Io mi distruggo per la ragazzina che mi gira per casa, ma mia madre non ha mai capito che il vero sacrificio è rinunciare ad essere se stessi.  Sopportare la qualunque per il bene dei propri pargoli è un dovere genitoriale, ma immolarsi per accontentare gli altri cos’è? Una maledetta, intollerabile, orribile fregatura dalle proporzioni mostruose. Ecco cosa c a s p i t a  è. Due anni fa ho stabilito, a norma di legge famigliare, che il mio sacrificio era troppo anche per me stessa ed ho iniziato a dire che non lo volevo più perpetrare. Altro che Siria & Company, ho innescato la terza guerra mondiale dei poveri. Ho rilasciato nell’etere gas tossico emozionale ed inodore. Dilaniato con bombe atomiche sentimentali fatte negli scantinati. Lanciato parole ansiose come pugnali. Sbattuto porte come fossero ante di carrarmati.
Ma bisognava proprio scatenare una guerra? Si.
Il sacrificio è una perversione umana che se protratta nel tempo può rendere il cuore di pietra; io invece desideravo che il mio cuore fosse di burro fuso al profumo di salvia e gelsomino esattamente come mi venne donato alla nascita.
E così facendo, nello scorrere del tempo, ho modificato le traiettorie e cessato le battaglie. Oggi vago disarmata ed un pò spaventata con la coscienza che la mia gioia di oggi, è il mio dolore di sempre…ma finalmente senza più maschere imposte.

bambina

Diffidate di coloro che predicano l’idea del sacrificio. Ciò che in realtà vogliono è che qualcuno si sacrifichi per loro.
Joan Fuster, Giudizi finali, 1960/68

…bersaglio emozionale…

energia

ore 08.30 – 19/12/2012

Voglia di calore. Mani. Cuore.
Dal gelo, spunta un soffio di caldo tropicale.
Mi nascono palme nane sui bordi delle mani.
Sabbia bruna a lambire le cosce.
Nella testa, il mare calmo,
scalda sogni e  pensieri.
Mi picchietto le labbra rosso sangue,
mentre trascino questa magrezza
per le strade.
Non sono mai stata così quieta,
nonostante sono a pezzi.
Ovattato e silenzioso è il nulla che avanza.
Sono immersa nella mia energia.
Genero sopravvivenza. 

11:15 – 19/12/2012
… una telefonata, il giudizio.
Mi ha piegata in ginocchio.
 Dolore.
Resto un bersaglio facile.

Però mi ama…

 

adolescenza4

Ti voglio bene, però mi vesto da sola. Vattene. Tu non mi fai mai le coccole. Stai con me cinque minuti? Guarda col Nintendo Ds ho battuto Supermario. Mi cambi tutte le schedine? Mi cambi il Nintendo. Odio il telegiornale. Non ho mai fame. Ho la pancia. Mi tirano le ascelle, staranno crescendo le tette? Io non voglio il ciclo. Non voglio sposarmi. Non voglio fare figli. Tu non sarai mai nonna. Tu sei infelice. Io mi voglio divertire. Viaggiamo insieme? Mi anticipi la paghetta? Voglio le cento lire con le tre caravelle d’argento, telefona al numero verde della Zecca dello Stato. Sono allergica alla polvere  ed alle graminacee minori. Quella stordita di prof. ha detto che disegno da schifo, ma io avevo un dono. L’ho smarrito? Hai chiamato la Zecca dello Stato? E’ uscito l’ultimo dvd di Diario di una Schiappa. Mi fa male il mignolo. Il naso. La gola. Il braccio. Stringe la scarpa. I nuovi stivaletti si sono allargati. Le calze pungono, le voglio lisce. Ora sfondo la casa con la batteria. Ascolta. Veramente sono usciti due nuovi dvd di Diario di una Schiappa. Ti piace la musica del Titanic versione concerto? Prendo il flauto traverso: ascolta. Mi metti la musica col pc? Real time è fico.  Balliamo? Ho perso il flauto dolce. Grazie che me lo hai ricomprato, ma l’ho ritrovato. Era nel bagno della nonna. Va bè hai speso solo dodici euro. Depiliamo il coniglio? Mi compri un altro cane? Non voglio che i miei amici abbiano il mio numero di cellulare. Sono immaturi. Da grande vorrei essere chiamata dottoressa, ma io voglio recitare. Il nostro coniglio è senza sesso. Hanno già inventato la bicicletta volante? No? Davvero? Che idea, diventerò ricca. Mamma ho impilato quaranta carte da briscola ed il nonno con uno starnuto ha buttato giù tutto. Che vuoi farci è malato ed è sordo. Non mi sente. Voglio cambiare classe. Ho preso 4 in grammatica. Ho preso 8 in storia. Non voglio alzarmi nemmeno se è mezzogiorno. Vado a caccia con papà. Non voglio più andare a caccia con papà. Ha sparato e mi è tremato il cervello. Ho imboccato Ines e lei mangiava sul serio. Faccio la baby sitter. Lo zio mi ha dato cinque euro, ho comprato i Pokemon. Mamma scusami, sono un po’ agitata. Giochiamo a nascondino in casa? Il disegno sulla pace di arte è il più brutto disegno mai realizzato al mondo. Faccio schifo. Voglio i capelli a caschetto. Secondo te mi cresceranno le tette come le tue? Al mattino non mi devi parlare, toccare i capelli. Lascia la luce spenta. Mi lavo al buio. Odio la felpa che amavo. Al mattino sono un orso, mamma ho sonno. Un mese in colonia nel 2013. Ballo per trenta giorni di fila. Se m’innamoro mi accorgo? New York arrivo. Mamma, ti amo.

Equilibrio tra nastri di seta, femminilità acerba, discussioni e dissapori giovanili.
Mi aggrappo a maglie invisibili e mi tengo a galla.
Tranne quando sono sott’acqua e bevo.
Ammazza, quanto bevo.