Menti labili

malattia

Nella mia semplicità ho sempre concepito le tormente come condizioni meteorologiche fatte di tempeste, bufere di neve e turbini. Con il passare degli anni e l’osservazione delle azioni comportamentali degli uomini, ho riconosciuto in tale sostantivo un’assonanza tragica con la fragilità umana: non esiste status peggiore di un animo costantemente in balìa del mal tempo, della malevolenza, dell’astio, dell’afflizione perenne. Si dice che la ciclicità della vita sopisce le tensioni, che prima o dopo tutto avvizzisce, ma non è per niente vero. Chi si edifica con ostinazione ed accanimento sulla presunta perfezione del passato, non riuscirà mai a tollerare i cambi di programma, le metamorfosi e l’evoluzione del presente che volge al futuro. Quando ci s’innamora perdutamente dei propri dolori la mutazione viene percepita come violenza. Anziché identificare le pene come sofferenze da elaborare e risolvere, assumono in escalation impressionante un solo significato: la giustificazione permanente del proprio modo d’essere e d’esistere. Come fossero una scusante che redime, una colpa da restituire ad ogni impercettibile variazione umorale, una disarmonica cancrena appesa con un cappio all’anima quindi non debellabile. Perchè ciò che importa è avere q u a l c o s a  o qualcuno da colpevolizzare. Senza l’alimentazione continua di tale forza psicologica qualsiasi desiderio recondito di distruzione prima o dopo lascerebbe il posto alla quiete. Che tristezza quel q u a l c o s a aggrappato alle spalle come una gobba storpia. Che siano sberle, pugni, male parole o indifferenza, per chi vive imbullonato ai propri macigni… q u a l c o s a è sempre meglio del nulla, con il risultato spaventoso di una società sovraccarica di malati con gravi squilibri nella personalità. Non ho mai avuto timore degli umani come in questo frangente di vita. Sembra un paradosso, ma siamo la specie con la mente più disarmonica dell’universo.
#mentilabili
#soloperpochi

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

Nuoto libero

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Undici  anni fa, dopo aver abbandonato il volley, una lesione al tendine del sotto spinoso della scapola destra mi ridusse dell’ottanta percento l’utilizzo del braccio corrispondente.
L’ortopedico disse che per come si svolsero i fatti si trattava quasi certamente di un danno di origine virale e che avrei potuto tentare di recuperare con l’elettrostimolazione, un farmaco, di cui ora non rammento il nome ed il nuoto. Tra le tante opportunità di scelta avevo anche quella dell’intervento chirurgico, ma era un rischio, oltre che un danno estetico di importanza rilevante.
Tutto dipendeva dalla fretta che avevo di ritornare a lavarmi i denti, pulire i vetri di casa, portare un litro di latte, tenere in braccio mia figlia.
Il braccio destro era seriamente compromesso.
Dopo aver riflettuto sulla fortuna che avevo avuto – in fondo questo virus avrebbe potuto causarmi una paresi del trigemino facciale (paralisi di Bell) – ho scelto l’elettrostimolazione ed il nuoto.
Per un recupero base ho impiegato circa ventiquattro mesi. Furono anni tenaci dove non avevo molto tempo per me stessa, dovermi ritagliare nuovi angoli di vita per forza di cose fu complicato. Ciò nonostante, nel lento passare delle settimane,  la mia mente riuscì a modificare  il concetto del termine p r i o r i t à… perché dovete sapere che alla fine di tutta questa storia è stata proprio l’acqua ad avermi cambiato la vita. Nuotare non ha niente in comune con nessun’altro sport perché tutto quello che fai da immersa, non è replicabile sulla terra ferma.
Mi sono approcciata a questa disciplina in modo indisciplinato perché quando d’inverno le temperature minime sfiorano i -10, ci vuole un esorcismo per infilarsi costume, cuffia, occhialini e immergersi in un liquido dai riflessi azzurri che sembra un ghiacciolo color anice. Ciò nonostante l’ho fatto e continuo a farlo tutt’oggi.donna-in-piscina
Il perchè è presto detto: dopo aver traspirato tutti i sali possibili, negli anni folli del volley, quando nuoti, anche se vai velocissimo e non ti fermi nemmeno per respirare:  non sudi.
Odiavo sudare in palestra. La sensazione di sporco, i capelli appiccicati, le maglie intrise, i calzoncini fin dentro le natiche, le ginocchiere puzzolenti  e tutta quella sete da togliermi il fiato.
In acqua non sudi, non cadi, non ti sbucci le ginocchia, non rischi fratture – salvo qualcuno non ti dia un pugno in pieno viso sull’incrocio della vasca – ma dopo anni di esperienza so sempre in quale fila è meglio mettersi.
Mentre nuoti puoi pensare a qualsiasi cosa, nessuno mai ti dirà che sei deconcentrato o dove stai guardando.
In acqua puoi anche piangere – salvo l’annebbiamento immediato degli occhialini – certa che nessuno mai ti dirà cos’hai, se hai bisogno di qualcosa, qualcuno, una carezza, acqua, fazzoletti.
Ecco,  in acqua anche se ti pisci addosso, non se ne accorge nessuno, ma questo non si fa.
Dicevo … che le prime volte ero indisciplinata. Avevo sempre qualcosa che non andava:  la cuffia troppo larga o troppo stretta, gli occhialini che mi segnavano sotto gli occhi in modo eccessivo a prescindere dalla regolazione – era proprio una questione di pelle del viso troppo delicata –  e se non dimenticavo a casa le ciabatte, era la volta che non avevo con me l’accappatoio.
Un disastro. E la scapola stava sempre peggio. Essendosi scollata dalla cassa toracica, poteva incagliare nel tessuto epidermico sottostante qualsiasi cosa e sempre nei momenti sbagliati.
Il bordo della maglietta intima giusto mentre stavo per chiudere un contratto di lavoro, il reggiseno ad una riunione d’Area, lo spallino del costume durante allenamento, il lenzuolo se dormivo a pancia sopra.
La consapevolezza del dramma che stavo vivendo mi fu più chiara quando ripresi l’utilizzo dell’auto, perchè mi accorsi che allungando le braccia sul volante, sentivo la scapola fuori uscire dalla mia schiena di un bel palmo ed appoggiarsi in modo preoccupante sul sedile della macchina come fosse la punta di un iceberg.
Non mi restava che piangere. Avevo perduto la mia autonomia in molteplici attività domestiche e non, ma dal di fuori non si vedeva niente. Quindi oltre il danno, la beffa. A parte il medico, solo chi mi viveva accanto aveva intuito quanto la situazione fosse pesante.
Poi un giorno, non ricordo se piovesse o se fosse Natale, se ero felice oppure no, stavo dicendo:  quel giorno, dopo essermi segnata prima di iniziare l’allenamento nell’acqua gelida – il segno della croce è fatto d’obbligo quando ancora non nuoti benissimo ed in vasca vedi avanzare uomini squalo –  quello fu il giorno in cui le mie bracciate si rivelarono improvvisamente dolci come una gita fuori porta sulle rive di un fiume.
Nuotavo, ma in verità sentivo che stavo passeggiando. Allora è questo che prova un pesce?
Non avevo necessità di pensare a come respirare, era automatico. Avrei tanto desiderato avere le branchie.
Non sentivo più così feddo alla base della nuca e non volevo uscire all’aria aperta. Avrei voluto fondermi in quel fluido ondulare. Avevo rotto il fiato, le abitudini, i preconcetti, le ansie e lo stress. acqua

Lì iniziò il mio viaggio lunghissimo verso la guarigione e stavo diventando, se non proprio una sirenetta, certamente una “piscinara”.
Qui da noi, in Lombardia, dove il mare te lo puoi solo sognare, se vuoi immergerti ed avere la sensazione di ritornare nel liquido amniotico di mamma, puoi farlo solo presso i centri sportivi.
Siamo pieni di piscine. Abbiamo più piscine noi di tutto il resto dell’Italia messo insieme.
Ecco, da parecchi anni, tra le tante cose che posso essere, sono anche una piscinara. Appena posso scappo in vasca, dove immergere la testa e lavare i pensieri sono un tutt’uno. Dove entro scarica ed esco carica e viva. Dove nel contatto con l’acqua ritorno alle origini ed ogni volta riscopro me stessa: il piacere di sentire la leggerezza del corpo per la mancanza di peso, la libertà nella testa che si svuota di pensieri e preoccupazioni, quel fresco liquido che mi avvolge e senza pretese mi abbraccia innamorato. Sono una donna per il nuoto libero. La libera circolazione. La libera professione. Il libero amore. Il pensiero libero… ed i liberi pensatori.

Un tutto così intero, che mi ha strappata

 onbed

Fatica.
Sfinimento da rigetto. 
Troppe sentenze.
Troppo di tutto.

Un tutto così intero, che mi ha strappata. Di conseguenza non parlo più. 

Mi siedo nell’erba del giardino di mio padre e lo rivedo potare le rose, raccogliere le pesche.

Devo ritrovare un minimo di silenzio, un adeguato momento che sia così individuale da riuscire a convincere gli altri che non esisto. 

Gli altri. 
Chi sono gli altri? 

Le formiche roditrici allentano la presa ai danni della mia testa e sigillo i miei occhi. 
Sciolgo tutto. 
Ho finalmente gettato la spugna. 

Le mani, le idee, i pensieri vagabondi, le calze, gli sfinteri.
Il mio sangue è andato in acqua, il presente può anche andare in merde per quanto poco mi concerne. 

Sapete che m’importa di chi parla e non conosce, di chi sputa sui fiori colorati fingendo sia gramigna e mangia i cadaveri a colazione?
M’importa tanto quanto una bazzecola. 

Dopo questo troppo di tutto: non vedo, non sento e non parlo più. 

Sono il buco più piccolo dello scolapasta d’acciaio di mia suocera.
Sono la cimice più verde e più lenta del pianeta. 
Sono un’ inezia fatta donna perché sono scassata di solfe, lagne, lamentele e tristezze!
Di conseguenza facciamo che sia un …basta, un fine, stop, alt, chiuso.

Rotta di palle, d’orecchie, di occhi e di cuore.
Basto ed avanzo per i collezionisti di ossa .

Non facciamo calcoli.
Non investiamo soldi.
Non viviamo in attesa.
Facciamo come se io scomparissi.

Siccome sono una che proprio non è nessuno, non posso urtarvi, ledere i sentimenti, alterare il vostro stato umorale. Passandomi accanto andate oltre, non guardatemi: vorrei esser trasparente.

Il residuato bellico di uno scontro tra lombrichi. Le unghie dei piedi tagliate e gettate nel water. L’acqua sozza di quella pozzanghera perenne dietro casa. Un meteorite spento. Un buco nero. Il cespuglio nano sempreverde ed insignificante del parco Tarenzi. Quello che d’estate puzza di cacca. Sì, proprio di cacca. Anche i bambini lo sanno. 

Che diamine vi aspettate da una caccola?

Perché investire tempo a chiedere e cercar risposte.
Non c’è più il tempo delle domande e non esiste più nemmeno il tempo delle mele rosse come risposte. 

La donna che aveva il potere di influenzare gli umori altrui. La donna del meteo mentale… non esiste.

L’ho sempre detto sin da piccola che Bernacca era mio zio. Sono stata l’imbarazzo sottile di mia madre che smentiva di continuo dicendo che avevo molta fantasia. Comincio a credere che, nonostante la giovane età, avevo già capito tutto della vita.

Essere il fulcro delle considerazioni altrui è una fottutissima fregatura.
Molto meglio interpretare la potenza.
Ancor meglio la resistenza.

Se resisto e nessuno si accorge che son rimasta viva, magari mi lasciano risorgere?
Se resisto e sopravvivo alle pressioni, magari ritorno ad essere normale?
Se resisto e mangio tanto, forse la smetto di dimagrire?

Ieri sera, per fregare la bilancia, ho mangiato un intero uovo di Pasqua di mia figlia. Gusto stracciatella.
Era dannatamente stracciato, ma fondamentalmente buono… un pò come me…

La vita mi ha cambiata

stepiccola

La vita mi ha cambiata.
Ora vedo anche ciò che non ho saputo vedere mai.
L’ultima goccia di birra che scivola nel bicchiere.
La ruga che a mia madre taglia il viso di netto.
L’occhio lucido di chi mi vuol bene e trattiene il pianto.
I granelli di polvere che intasano il mio cuore.

Ho iniziato a spostarli uno ad uno.
Sono granelli appuntiti.
Mi fa paura sapere che un giorno potrei tornare a sentirlo battere libero.
Perché anche il cuore si è contratto e possiede una velocità che disconosco.

Il dolore mi ha consumata viva.
Sono l’ombra di un roseto sfiorito.
Ora mi mancano tutte le cose che non avrei creduto mai.

La sua grande mano sulla mia testa.
Quel suo chiamarmi ceti piano.
Il grappolo d’uva da due chili e passa,
le pere william, i fiori che amava.

A tratti mi chiedo se quanto iniziato è il principio di un finale
o la messa in scena di una partenza.

Tutto questo scomparire è dannoso: non può far bene.

Si è smarrito anche il principio dell’orrore.
Ho così temuto la sua dipartita e per così tanti mesi,
che non ricordo più i giorni felici in cui ho pensato:
sarà splendido farmi un bagno con lui al mare.

Eppure sedici giorni fa mi ha sorriso,
io l’ho accarezzato  e ci siamo dati appuntamento
a Serina per Giugno.

Ti amo papà, perché mi hai lasciata proprio adesso?

La vita mi ha cambiata.
Ora la lascio andare.
Ora la vivo senza contare le ore.
Ora non mi vergogno più di farmi vedere piangere
e farmi abbracciare, dire di no, dire di sì, dire ciò che sono.

Sono senza difese, i muri sono crollati.
Non riesco nemmeno a scendere dal letto.
Tra le mie mani continuo a risentire le sue
e non posso staccarmene.

Non posso.
Non voglio.
Non sento nient’altro.

…riflessi…

abbracciami

Stanotte tremavano le mani, gli occhi e le gambe.
Sono ancora un reperto fragile.
Perdo le parole dalle tasche della mente.

Il mio sguardo riflette l’immagine di una sedia a rotelle
che amplifica il mio bisogno d’essere abbracciata.

“Stringimi forte e dimmi che mi vuoi bene.
Ti prego stringimi più che puoi.
Dimmelo che se anche non son perfetta
non sono il peggio che ti poteva capitare.
Con la testa ti dicevo che ti amavo, che ti amavo,
che ti amavo, che ti amavo.
Ma tu non lo sai.
Non vado dove tu vai.
Non mi siedo dove tu sei.
Ti cerco con gli occhi
e ti osservo,
da dove non puoi capire.

La mia evanescenza non è un caso.
Il garbo ha preso la maleducazione e le male parole
e ne ha fatto polvere di ruggine amaranto.
Sono un senza senso sparso come polline”.

Non si può vivere per sempre.
Vivere così.
La realtà sarà una sedia a correre per gambe vecchie.
Smagrite e chiazzate di ematomi color vinaccia.
Di quel suo profumo antico.
Di mani grandi.

Non so vivere senza.
Negli occhi il ricordo dei tuoi,
colmi di ogni cosa non detta, 
nei miei.

 

Demoni e degrado

violenza psicologica

Passaggio di nuvole nere .
Agglomerato di pensieri
contorti come rami d’ulivo.
Le viscere soffrono di 
maledizioni e tribunali.
Da oggi solo biscotti secchi,
che odio.
Il té sa di zenzero e l’aria
brucia incensi scambiati per
aria ossigenata.
Una volta possedevo l’oltre.
Oggi possiedo il ricordo che una volta
mi vergognavo di essere fragile
e confusa.
Brucia il danno.
L’insulto acido di mandarino rancido.
Chi non capisce muore senza sapere.
Chi sa,  stende veli,
danzando tra amuleti magici
e riti iniziatici.
Il congelamento
è arrivato ad essere artico.
Irreversibile.
Come una stella cadente
senza più luce
senza più calore.
Spaccherei facce
vomitando lo schifo.
…ma me ne ne vado di spalle.
Le voci son sempre più lontane.
Le celle sempre più fredde.
I tribunali sempre più vuoti.
Le anime sempre più sole.

(Perchè la vita, quando gira il vento, 
non è come la barzelletta di “miciu miciu, bau bau”.
Non perdona…)

amata

padre e figlia

 

… hai posato la mano
sui miei capelli.
Tu,
incanto breve.
Decenni di attesa
e sono finalmente
nata.
Il vagito adulto
si inchina all’amore
filiale.

Mi hai sempre amata.

Edema

 

padre e figlia

L’ennesima corsa contro il tempo. L’ennesimo sgarbo alla mia inquieta ricerca della serenità. Vivo sospesa. Sostenuta da capelli di lana che in pochi minuti hanno perso il poco colore che tentavo di dargli. Ancora un edema. Ancora l’ossigeno che manca. Rantola la notte. Corre l’autoambulanza, corre contro il tempo, contro  il ghiaccio, contro un cielo di neve che mi incrosta la felicità, come quando da bambina mi nascondevano i giochi la mattina di Santa Lucia. I suoi occhi sono uguali ai miei. Umidi. Non ha pianto per non farsi vedere. Io, invece, ho pianto davanti a tutti e chiamavo il suo nome. Non finirà mai oppure finirà presto. Conto lo sfilare dei giorni e guardo una foto di quarant’anni fa dove  mi teneva sulle spalle. Quanti anni smarriti nel cercarlo quando è sempre stato lì ed io non lo sapevo trovare. Il mio regalo di Santa Lucia quest’oggi è stato di carbone. Non sono stata una figlia cattiva, semplicemente non sono stata figlia.