Accade quando dici che ti manco

accade

Accade che ti ascolto e mi sento svenire, tutto si dilata e so che non ci sto dentro, che le cose muoiono ma l’amore non si spegne mai. Lui si rinnova, demoltiplica le ragioni, accarezza come un piccolo spirito ribelle l’impossibile e lo rende cartastraccia, roba da ridere e piangere in contemporanea. Roba da matti. Sì, perché noi lo siamo sempre stati folli, un po’ spostati rispetto alla gente che ci giudicava, sempre scapigliati nel nostro tuffarci mani tra i capelli, dentro bocche che non si saziavano mai. Ti manco tanto. Me lo dici come se mi stessi chiedendo l’ora e io non commento perché non ci sono risposte che possano di nuovo incollare i nostri corpi come quando facevamo l’amore e l’Universo si fermava stupito, riconoscente. Accade ancora che mi sento morire nonostante siano trascorsi anni, poi mi asciugo gli occhi e fingendo d’essere innanzi al mare allargo le braccia e mi stringo da sola. Che non si finisce mai di crescere e non si finirà mai d’amarsi ancora un altro po’.

Stefania Diedolo

 

padre

stef

È puerile cercarti tra le nubi.
Com’è arduo scoprirsi
privi di contraddizioni,
se l’assenza brucia.
Se non fossi volato via in altri mondi
sarei stata una donna straordinaria?
I dispiaceri accumulati
hanno sottomesso il cuore che,
velato da un cielo plumbeo,
non può commuoversi di noi.
Ho il lucchetto ai dotti lacrimali.
Solo nel riflesso di un momento,
in questo mio sguardo stanco,
riluce il bagliore di un instancabile
tormento.

Uno sguardo al cielo, uno sguardo dentro me

SGUARDO AL CIELO

Un giorno smetterò di guardare il cielo per leggere una risposta o sperare di vederti passare col giaccone blu dei ricordi lontani. Cerco sempre qualcosa di te, soprattutto quando le tracce sono chiare e le forze non sono di polistirolo ammuffito. I giorni non corrono realmente e non ho dimenticato di chi sono figlia, anche quando i rimorsi non sono più un dolore ed ho cessato di obnubilare le ferite mentali barcollando in pillole rosa. Per ora ho solo ali di carta velina, ma nel giorno più dolce mi rivedrai in volo, padre. In bilico, diventerò il respiro che ti ha ingannato e sarò di nuovo all’altezza di quel nome che traduceva la modestia del tuo vivere. Se con la tua dipartita mi hai salvata da me stessa, ti restituisco la vita mantenendomi integra. Ultimo baluardo concessomi dal destino per onorare il calore di quella mano che, accarezzandomi piano la testa, sapeva intuire e lenire ciò che mai ho ammesso d’essere: fragile come foglie d’autunno.

Proprietà immagine Stefania Diedolo

Rimpianto

BambinaSe la vita mi restituisse lo sguardo di un bambino sarei felice.
Non avrei occhi amari per vedere la cattiveria.
Non avrei occhi esausti di leggere oscenità.
Se la vita mi restituisse la bambina che sono stata
sarei… troppo felice.
L’unico amore vero sarebbe il bacio di mio padre,
l’unico odio possibile: il minestrone di verdure di mia madre.

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

mami

DONNE

Ieri era lunedì. Il primo lunedì di lavoro dopo qualche giornata di ferie. Sono rientrata tardi la sera ed ho chiesto a mamma se potevo fermarmi a cena da lei. Giunta in cucina l’ho osservata di sottecchi mentre mi cucinava un risotto. È così invecchiata. Si muove a tentoni.
Cambia continuamente argomento nel tentativo di raccontarmi qualcosa. Si vede che si lascia mangiare dai pensieri. E’ confusa.

Da quando è rimasta sola, senza papà intendo, la vedo sempre avvolta in grembiuli neri o blu.
Gli occhi sono opachi, mentre le rughe, che le increspano il volto, ormai non si contano.

Mamma non è mai andata dall’estetista, non sa cosa significa fare un massaggio, un bagno turco, una sauna. È completamente glabra, senza necessità alcuna di cerette o “silk epil”, ma più di tutto: è senza un etto di cellulite.

La pelle del suo corpo è bianca come il latte e liscia come l’olio. Solo il volto tradisce il suo stato psicologico. L’espressione del suo volto e la voce sembrano trasfigurati. Come se col funerale e la sepoltura di mio padre, avesse assistito “all’ascensione” al cielo del Cristo.

Con mia madre puoi parlare di tutto.
Le racconti di come va il lavoro, di quanta crisi dilaga, delle famiglie sul lastrico e lei ti risponde che il vicino è rientrato dall’ospedale, ma non sta molto bene.

Allora le racconti delle vacanze estive e dei programmi che hai per l’autunno, evitando troppi dettagli per non tediarla e lei ti risponde che devo chiamare il marmista perché la vaschetta dei fiori della tomba di papà non scarica l’acqua piovana.

Puoi pure provare a narrarle che con i saldi hai svaligiato l’outlet di Rodengo Saiano, ma dopo un timido: <<…se ne valeva la pena, hai fatto bene…>>, risponde narrandomi nel dettaglio le pene che cova per il suo terzo figlio maschio: <<Lavora troppo, è affaticato, non ha chiuso il negozio un sol giorno>>.

Allora mi dico: mica gliel’ha ordinato il medico a mio fratello di far lo stacanovista. Se penso a me mi viene da vomitare. Io solo se dico che vado via  per un week end sono quasi certamente: <<Un’aliena pessima madre sempre in giro>>.

La mamma è di origine italiana, parla la mia stessa lingua e vive in provincia di Cremona dalla nascita. Ciò nonostante mi sconvolge il fatto che sa perfettamente come non ascoltarmi quando narro del mio vivere, seguendo imperterrita il suo pensiero qualsiasi cosa io dica.

Ovviamente tranne quando si parla di sesso.

Con il sesso è tutta un’altra cosa. In questo caso è attentissima. Non le sfugge un sol aggettivo. Ma negli anni ho capito che la sua non è curiosità atta alla sperimentazione, bensì necessità di apprendere ogni singolo dettaglio dei fatti perché  la sua unica preoccupazione, senza far domande, è capire se sto discorrendo in generale o se tra le righe tento di parlare di me.

Appena avverte dal mio timbro vocale un misero cenno d’interessamento, un barlume d’entusiasmo, dalle sua bocca partono, come fiumi, sequele di  affermazioni negative, modello “santissima annunziata”:

<<non vorrai dire che …>>
<<non è il tuo vissuto vero?>>
<<stai scherzando?>>
<<Ah, io preferisco non dire niente, però stai attenta>>
<<non é il caso che tu dica certe cose, non ti ho insegnato che la vita…>>

La vita VA VISSUTA, mamma!

Vivere, Godere, Divertirsi, Sognare, Amare, Osare.
Sono verbi che mamma disconosce in abbinamento alla mia persona.
In fondo la capisco, proprio lei, che ha trascorso tutta la sua vita ad insegnarmene altri, tipo:
Pregare, Lavorare, Sudare, Sacrificare, Razionalizzare, Normale, è peggio di un’ecatombe IPOTIZZARE che non esistono solo questi concetti.

Lo so che NORMALE non è un verbo, ma se io fossi normalmente suora lei  ne sarebbe proprio felice.

E’ giusto precisare che non mi desidera propriamente suora con il velo ed i voti, troppo impegnativo, ma un po’ suorina nella vita, modello alcune mie vicine di casa che escono solo per andare all’oratorio, trascorrono i pomeriggi a fare la maglia, la domenica pomeriggio partono con famiglia e le biciclette del Mulino Bianco per andare ai fontanili a fare i pic-nic, si vestono con gli abiti del mercato che giunge al paesino il mercoledì mattina di ogni settimana dell’anno ed affollano i parchi con i figli, nipoti, suocere e soprattutto NON LAVORANO. Non fanno proprio una mazza tutto il santissimo giorno. Stanno a casa ad aspettare che la sera arrivi il marito con la baghette sotto al braccio e trascorrono i pomeriggi in chiacchiere conviviali sparlando di tutto e di niente.

Mia madre non ama andare in vacanza quindi presumo che non ami viaggiare. Preferisce restare nel suo giardino pieno di fiori, cucinare per i nipoti ed uscire di casa unicamente per andare al cimitero, in chiesa o a qualche altra funzione religiosa. Se proprio deve concedersi una distrazione va a vedere il concerto del corpo bandistico dove il suo primo figlio maschio suona la tromba, il nipote piccolo il sax e la nipote grande le percussioni. Ci va perché resta una “questione di famiglia”, altrimenti STI CAZZI che mamma si infiocchetta per andare a teatro.

Mamma mi ama tanto.
Lo so perché è normale che una madre ami i propri figli.
Anche se non sono uscita a sua PERFETTA immagine e somiglianza mi vuole certamente bene.
L’ho capito in questi ultimi due anni, perchè per amore ha imparato a stare zitta ed a chiudere gli occhi (per non vedermi, altrimenti sta proprio male).
Ma almeno ha imparato. Ed io quando vedo che si sforza E CI RIESCE so anche esserne felice.

Abbiamo lottato tutta la vita, io e lei, ma ora che la vedo così invecchiata e stanca di guerriglie un po’ mi fa pena, vado meno all’attacco, ho solo imparato a chiederle:

<<Ma tu, mamma, mi vuoi UN po’ bene?>>.

A queste parole, come per la parola SESSO, tutto cambia direzione e ciò che era importante non lo è più. Restiamo io e lei a guardarci fisse. Io con la speranza che mi veda e lei con il senso di colpa di chi sa che non mi sono mai realmente sentita amata per quella che sono perchè lei non me lo sa dimostrare.
Ma come mai troppe mamme dimenticano volentieri che il cordone ombelicale viene tagliato al momento del parto?

mamma e figlio

Più un figlio è costato lacrime agli occhi della madre, e più caro è al suo cuore. Alexandre Dumas (padre)
Le Gentilhomme de la Montagne, 1855

r e p o r t a g e di cuore

Il giorno dopo la festa

gab11….tutto è sempre immobile e silenzioso. Sono ancora commossa. Mancavi tu papà. Sei mancato ad ogni giro di sguardo, accanto alla mamma, in un ballo solo nostro. Non mi sono nemmeno avventurata in prossimità dell’orchestra. Non ci sono proprio riuscita. Sin dal mattino, quando sono venuta sulla tomba per raccontarti come si sarebbe svolta la giornata, mi hai vista come stavo. Con gli occhi impantanati in lacrime dure di sale ti ho promesso che mi sarei presa cura di lei. E l’ho fatto, lo sai. Quel giorno ed anche il giorno a venire e tutti i giorni che verranno. Lo farò. Nonostante il grande vuoto ce l’ha fatta, è stata forte, lei ed i suoi quindici chili in meno. Io con lei. I tuoi figli maschi con noi. Ma io non ho ancora smesso un attimo di piangere. Solo stanotte ho dormito con la pace tra le braccia. “Grazie M.R, l’abito mi stava una meraviglia, grandi mani, preziose forbici. Si è solo un po’ accorciato, ma pare che la cosa non abbia disturbato proprio nessuno!”

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M. è uscito fuori dal seminato con balli americani scatenati e grandi bottiglie di champagne. Lo conosci. Lui fa così per mascherare il dolore di un assenza che per lui in special modo è stata a caratteri cubitali. Mi ha fatta stare in pena tutta la sera fino a quando mi ha sollevata in aria, per un abbraccio stretto al suo petto e mi ha detto nell’orecchio: 
<<Faccio festa per mio fratello e per nostro padre, non sono ubriaco come puoi credere, ho la capacità di far evaporare ciò che bevo prima che arrivi nel sangue>>…. e mi ha sorriso con quegli occhi furbi di chi conosce se stesso e sa benissimo cosa nascondo nel cuore. Non cambierà mai: lui è il tuo alterego, una forza della natura, tutto ciò che non oso essere io perchè abituata a vivere nella rinuncia. Così simili, così diversi. Sin da piccolo l’ho sempre protetto e gli abbiamo tutti concesso ciò che per me era impensabile anche solo sperare d’essere. Ora è un gigante buono. Buonissimo.

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“Quando è arrivata l’auto della sposa ed in ordine di apparizione sono scese la rana e mia cognata, tutti siamo scoppiati in una risata infinita. La piccola ha detto c i a o agli ospiti. Io sono scoppiata a piangere. Ho sorriso solo quando lo sposo ha avuto l’ardire di sventagliarsi come una madame accaldata. Quanto sei bello fratello. Tu solo sai… chi sono io”.

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Guardo i miei figli, i miei fratelli, mia madre ed i tuoi nipoti… padre mio…e penso che è vero: te ne sei dovuto andare via per forza di cose. Non avresti sopportato la calura di ieri. Ed è vero: i miei occhi sono spesso tristi, non riesco più a nascondermi, ma se la nostra famiglia è così bella è merito tuo. Grazie papà.  Anche per tutte le volte che non te l’ho detto mai.

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m a n c h i

mancanza

Ieri sono venuta a trovarti al cimitero.
Lo so, non lo faccio spesso, ma mi fa stare male l’idea che stai chiuso lì sotto.
Mi sono seduta sul nostro cognome,  impresso nella pietra,  ed accarezzandone le prime lettere mi è arrivato sul palmo della mano tutto il calore del sole.
Come un bagliore ho intuito che forse stai al caldo anche tu, che non puoi sentire così freddo, come temo, come dispero.
Per la prima volta in quattro mesi ho sorriso al tuo amato viso stampato sulla ceramica e mi sarei sdraiata volentieri sulla pietra dura, accanto a te.
Forse comincio a capire la mamma.
E forse comincio a capire me.
Mi manchi papà.mancanza-foto

2maggio13

mancanza

 

Esistono giornate, come quella di oggi, in cui il sapore acre della mancanza è più forte del raziocinio. Sarà il cielo plumbeo che promette l’ennesima pioggia, oppure il pensiero del funerale di ieri, a cui non ho voluto partecipare, dove se n’è andata anche la zia Franca: una cugina di mamma, quella che in famiglia ha fatto nascere tutti perché faceva l’ostetrica.

“Non potevo sopportare un’altra sepoltura. Scusami. Però ti ho pensata…”.

Stamane quando è suonata la sveglia avrei desiderato lanciarla fuori dalla finestra, girarmi sul fianco sinistro, abbracciare la magra schiena di mia figlia e sussurrarle che poteva continuare a riposare. Che poteva continuare a sognare.

Invece la vita mi ha di nuovo chiamata,  imponendomi uno scorrere delle ore che non sempre ha i colori che vorrei. La colazione, tè e brioche Kinder Ferrero, la scuola, l’ufficio, i clienti che mancano. Oggi anche il dentista, che detesto. Per poi chiudere la serata nel mio lettone super morbido, dopo aver cucinato, lavato piatti, giocato con Neve e la sua pallina perennemente in bocca, aver affrontato le diecimila domande della rana che è in piena transizione tra il sono piccola, mi fa schifo baciare, sposarmi, avere figli ed il concetto allucinante del perché non mi racconti i tuoi problemi/segreti. Parliamone.

“Perché se ti racconto chi sono, oltre a colei che ti bacia, ti chiama amore, ti coccola e ti sgrida perché non ti impegni a sufficienza in ciò che fai, potresti non riconoscermi, potresti anche tu non amarmi abbastanza”.

Meglio non rischiare con una dodicenne ribelle, ma che per quanto concerne il suo rapportarsi a me è più quadrata di un cubo.  Già, perché il problema non è solo uno: mia figlia è sveglia, mi giudica senza appello e sembra uscita direttamente dall’utero di mia madre.

Mancanza di libertà.
Era tanto che non la avvertivo,
mi fa stare così maledettamente male.

Non lo scrivo per cattiveria, sono di base una donna mite, ma in una vita precedente devo aver necessariamente vissuto segregata. Tale condizione giustificherebbe la mia attuale smania di fuga ed il mio bisogno vitale di sentirmi costantemente libera, senza doveri e responsabilità che mi pesano come una forma di gruviera da un quintale sulla testa.

Questione di egoismo?

Ma papà sta al cimitero. Devo vivere anche per lui. Gliel’ho promesso sul letto di morte che a Giugno lo avrei portato a Serina.

Bene.

Vado io in montagna per conto suo, poi vado al mare, mi vedo tutti i film in proiezione, esco a cena appena posso e prenoto tanti viaggi perché devo vedere le cose del mondo che insieme non abbiamo veduto mai.

Poi devo amare tanto, comprare i semi per far nascere fiori nel suo bel giardino, sorridere appena possibile e convincere mamma che non sono una depravata che si diverte. Sono a lutto come lei. Ho solo deciso che non voglio lasciarmi morire.

Non riesco ad andare al cimitero, non sono brava come mio fratello. Se ci vado, resisto al massimo quarantadue secondi, poi la consapevolezza che lui sta sotto terra e non è vero che è in garage a preparare il pasto caldo per i cani (illusione costante che mi  procuro quando sto in villa da mamma e che mi regala un senso di quiete) mi porta a versare quelle lacrime che per ora sono ancora troppo dense e vischiose per uscire dai miei occhi.

Sono lacrime impantanate. E’ doloroso piangere denso.

Mi mancano tante cose oggi. Anche quelle che qui non posso dire perché questo post non è firmato da Signorasinasce. L’io narrante stavolta è proprio Stefania in prima persona, femminile, singolare.

E’ diverso discorrere della quotidianità agganciandosi ad un racconto, una poesia, un desiderio, un sogno ed il suo risveglio. Si può far viaggiare la fantasia.

Ma oggi vivo di mancanza e la mia unica fantasia è quella di poter vivere serena.

Nel frattempo ho mangiato mezzo chilo di Vannucci al cioccolato, teneri ed assortiti e darei un pezzo del piede che mi hanno operato l’anno scorso per non sentire lo scavo che il mio capo è riuscito a crearmi con due mezze frasi della serie tu sei meno di nessuno.

Già, non sono nessuno. Tranne per chi sono tutto e non ha esitato a ricordarmelo.

Ho scartato anche i Vannucci al cioccolato ripieni di agrumi. Oggi va così, con gli ormoni premestruali galoppanti ed una mancanza che non si può raccontare.

… che non so nemmeno come si potrebbe riuscire a  raccontare.

S.