Il fenomeno del “riunionismo”

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Dopo i fenomeni collettivi che hanno visto coinvolte milioni di persone nell’uso degli smartphone, wazz-up, il consumo di sushi & co, la pratica del wellness, fitness e la scelta delle svariate opzioni alimentari salutari dalla dieta Mozzi a quella dissociata, il 2018 verrà premiato per l’anno top del “riunionismo”. Meeting, working lunch, lync via skype, aperitivi di lavoro, le giornate si stanno rivelando come un infinito sequel di appuntamenti con il risultato finale che si lavora sempre meno e buona parte del tempo viene consumato a parlare sempre delle stesse cose. Questa mania, che chiamerei persecuzione, diventa ancora più assillante quando prende il via già dal lunedì mattina, si infila spesso e volentieri nella pausa pranzo e scatena un vero e proprio malessere fisico quando viene programmata allo scadere delle otto ore lavorative, con conseguente utilizzo del cosiddetto tempo straordinario al 100% non retribuito. La riunione reiterata è psicologicamente disturbante e arreca un grave danno alla continuità lavorativa, soprattutto se indetta con frequenza quotidiana. Vi è mai accaduto di avere un meeting tra un paio d’ore, per esempio, e avete soprasseduto nell’iniziare un progetto impegnativo per mancanza di tempo dedicandovi a fare cose poco produttive in attesa dell’incontro? Si sa che quando abbiamo un impegno il tempo sembra scorrere più in fretta, con il risultato che fare di meno con il tempo che effettivamente abbiamo a disposizione diventa uno stile lavorativo. Il concetto di “pillola informativa” della durata massima di dieci minuti quotidiana è purtroppo utopica, la moda vuole full immersion durante la quale vengono proiettate slide con trend di crescita incomprensibili e una lista infinita di interventi da parte di specialisti rigorosamente suddivisi per ambiti di competenza. Non fa nulla se le platee dormienti con l’orologio in mano hanno come focus il rientro veloce in sede per combinare qualcosa di utile appena riottenuta la libertà. Tutte le aziende hanno una trimestrale, non sarebbe sufficiente fare la conta delle performance alla fine del periodo suddetto? Pesare un trend dieci volte al giorno non migliora il risultato, anzi… origina un’ansia da prestazione negativa e la conseguente insoddisfazione fantozziana che il geniale Paolo Villaggio aveva ben interpretato nelle sue pellicole. Più riunioni indici al giorno e più sei un fichissimo aziendalista, ma non dimentichiamocelo: una persona o fa una riunione o lavora, non può fare entrambe le cose nello stesso momento. Su un blog possiamo dircelo: nulla è più frustrante di un meeting inutile che dopo un certo limite diventa controproducente. Il non sapere quando questa linea viene superata sta diventando un problema molto diffuso. Pensate, le riunioni non indispensabili costano alle aziende una cifra fuori di testa: 37 miliardi di dollari all’anno, e mentre cercate di immaginarvi tutti questi soldi altre ricerche hanno dimostrato che gli impiegati passano più di 60 ore ogni mese in convention del tutto improduttive, la metà delle quali viene dipinta come una completa perdita di tempo. Le grandi aziende dedicano ai convegni più ore di quanto non ne stanzino per la formazione del personale, all’incentivazione, alla ricerca e sviluppo. Che dire! Forse a questi capi, capetti, manager… basterebbe organizzarsi meglio? Incontri che mettano nero su bianco azioni concrete e abbiano un sintetico taglio corto sono una mission impossible o servono a giustificare tutti quei ruoli intermedi di controllo, sorveglianza, vigilanza e potere? Quando la pianificazione diventerà strategica?

Un moleskine che registra riunioni dalle 8.30 del mattino alle 18.00 del pomeriggio può solo dipingerci lo human design di un omicida seriale.

Stefania Diedolo