Di bianco vestito. India 1969

Ci penso sempre. E’ un meccanismo più forte della mia volontà: non mi limito ai ricordi degli ultimi anni, sono persa nel passato. Rimugino a tutte le volte che dopo mesi di assenza… ritornava a casa da noi. Le valigie nere colme di abiti da lavoro, la sua mano grande ad accarezzare le nostre teste giovani. La stanchezza che gli falciava di rughe gli occhi. Quei suoi occhi… così belli. Ridevano senza voce. Mia madre non sapeva più cosa cucinare, la villa era invasa dagli zii, cugini, vicini di casa.

<<C’è Modesto, c’è Modesto!>>.

Era ritornato. L’ennesimo rientro a casa. Nel frattempo si era consumata un’altra estate calda ed anche l’autunno piovoso volgeva all’inverno. Eravamo in tre, eravamo troppo piccoli. Ma l’altalena dell’andare e tornare, dall’anno della mia nascita, è durata ben venticinque anni.

Mio padre non svolgeva un lavoro. Mio padre si trasferiva. Un anno in Messico, tre anni in India, quattro anni in Nigeria, quattro anni in Libia, tre anni ad Aruba, cinque anni a Taranto, tre anni in Spagna, due anni in Grecia. Ogni quattro mesi rientrava in Italia quindici giorni e poi ripartiva.

La villa dei miei genitori è ricolma di oggettistica che giunge da ogni angolo della terra. Ogni suo ritorno combaciava perfettamente con l’arrivo del corriere. Sotto il porticato ricordo un uomo vestito di blu che scaricava casse, tappeti, quadri, soprammobili, tendaggi, monili, orologi, avorio. Mio padre aveva uno spiccato senso del bello. Ricordo poncho messicani, radio con incorporate le televisioni, collane africane di pietre dure che indosso tutt’oggi. E poi pelli di serpenti da riporre in una teca, teste d’ebano, zanne, budda in avorio intarsiato, vasellame africano, tappeti indiani, cinture e portafogli di pelle di pitone, orologi. Tanti orologi. Uno per ogni fratello di mia madre. Era obbligato a spendere le diarie e lui comprava di tutto, manteneva intere famiglie di locali e lo stipendio lo spediva a mamma.

Gli anni più duri furono quelli che lo videro impegnato in India ed in Nigeria. Erano anni di piombo, io ero appena nata e le nazioni in questione erano invivibili per un europeo.

Sopravvisse in India grazie ad uomo altissimo e magro che, dopo qualche settimana vissuta allo sbando, riuscì a portarsi nel villino che aveva affittato. Una sera andò nel miglior ristorante di Calcutta ed attese che dalla porta sul retro uscisse il cuoco. Individuato il soggetto gli chiese:

<<Quanto guadagni al mese?>>.
<<Dieci rupie>>.
<<Io te ne darò cento. Vieni con me>>.

L’uomo ritornò nelle cucine dell’albergo, prese un piccolo fagotto di vestiario e poco altro, si incamminò con mio padre e visse con lui tre anni. Aveva sei figli in età scolare al villaggio. Con il guadagno del lavoro svolto riuscì a mantenere tutto il suo parentado per molti anni a venire. Quando già ero adulta e mio padre capì che poteva permettersi di dirmi di più, un giorno mi raccontò che durante quei lunghi anni in India morì un collega tedesco con il quale condivideva la gestione del cantiere e la quotidianità. L’ingegnere investì un dromedario con la macchina e restò schiacciato dal peso dell’animale. Ma io sapevo già tutto sin dal giorno che accade la tragedia. Parlavo poco all’epoca, ma sentivo bene.

Si occupò mio padre del rientro del corpo in Germania e di avvisare la sua famiglia. Poco dopo la disgrazia chiese di rientrare in Italia e firmò affinché l’attività in corso venisse conclusa da tecnici inglesi a cui diedero in conto lavorazione il progetto. Con l’India aveva chiuso. Non ci volle tornare mai più.

Mio padre parlava tutte le lingue del mondo, ma, salvo l’italiano, non ne sapeva scrivere una. L’ho sentito dialogare in tedesco, spagnolo e greco. L’ho sentito litigare in dialetto nigeriano. L’ho sentito parlare in inglese ed in portoghese. Quando era arrabbiato bestemmiava in veneto, ma mia madre lo difendeva sempre dicendo che era un intercalare. L’unica lingua che disconosceva completamente nonostante i cinquant’anni vissuti in terra lombarda, era il dialetto di mamma, il cremasco. A casa nessuno lo parlava e le poche volte che era con noi eravamo come soldatini: ci si esprimeva solo in italiano.

In Nigeria alcuni dei suoi collaboratori andavano con le prostitute del luogo. Mio padre mi raccontò che, in quei lunghi anni, sopravvisse alla cruda realtà della povertà africana, evitando di frequentare i villaggi dove per due soldi ti buttavano addosso le loro mogli e restando sempre nei cantieri dove avevano anche gli alloggi.

<<Non esco mai>>, mi diceva.
<<Ho fatto arrivare da Milano e Napoli duecento libri che poi intendo lasciare al cantiere come piccola biblioteca per gli operai italiani. La sera leggo,  imparo, scrivo le lettere a tua madre e segno sul calendario accanto al mio letto i giorni che mi separano dal prossimo volo aereo che mi riporterà a Malpensa, quindi da te>>.

Da me. Io non ero così grande, ma sapevo già tante cose. I miei fratelli erano più piccoli e maschi. Pensavano solo a correre e non capivano niente. Io ho sempre capito tutto. Ho sempre sentito troppo.

Nel 1974, quando morì il tedesco e mio padre avvisò mamma della tragedia, rimasi convinta per un lungo periodo che il cadavere che doveva rimpatriare fosse quello di mio padre. L’angoscia mi aveva tolto le domande. Mi aggiravo per casa atterrita, osservavo gli adulti che confabulavano a bassa voce, ma nessuno mi ha tenuta tra le braccia per chiedermi come mi sentissi. Ero già una brava attrice sin d’allora. Seppi che mio padre era vivo qualche settimana dopo perché la mamma aveva smesso di piangere  all’improvviso e dalla mattina indossava un abito rosa antico un pò scollato. Stava ritornando il suo uomo ed anche il mio. Eravamo tutti di nuovo felici.
Ho amato perdutamente mio padre, ma l’ho capito troppo tardi. Negli anni novanta ero arrabbiata con lui perché a causa del suo lavoro maledetto mi aveva lasciata sola tutta la vita.
La riscoperta della sua persona risale al 2008, quando la malattia contratta all’Ilva di Taranto quarant’anni prima stava cominciando a rubargli l’ossigeno.
Come oggi, un anno fa, mi ha lasciata veramente ed io non sono più me stessa. Da adolescente, quando sapevo che era atterrato e stava arrivando dall’aeroporto, lo aspettavo in fondo al viale di casa per vederlo spuntare dal provinciale. Lui si fermava, mi faceva salire sulla sua Alfa Romeo e percorrevamo insieme i trecento metri che mancavano per giungere dalla mamma, che già ci salutava con la mano dal cancello. Appena prendevo possesso del sedile urlavo:

<<Papà ma sei abbronzatissimo>>.
Lui mormorava sempre la stessa frase:
<<Ciao ceti, ma quanto sei bella!>>.

Stanotte lo voglio ricordare così:  di bianco vestito, India 1969.
Ovunque sei… ciao amore mio.
Ciao papà.

India 1969. A destra mio padre di bianco vestito, a sinistra il collega tedesco.

India 1969. A destra mio padre di bianco vestito, a sinistra il collega tedesco.

T’estimo@nianza

t'estimo

Il nuovo anno è già iniziato da mezzo mese ed io non me ne sono accorta. Non mi rendo conto di niente. Non ho nemmeno acquistato l’agenda per l’ufficio. Venerdì ho segnato gli impegni lavorativi della settimana in corso sull’ultima pagina del moleskine del 2012. Fa nulla se mi sono accorta solo a fine giornata che prendevo appunti sui fogli mobili della rubrica telefonica. Solo dieci mesi fa avrei sclerato per una disattenzione simile.

Ma oggi… che importa del tempo che scorre?

Non ha più valore, i giorni son tutti uguali ed io ho solo desiderio che arrivino le cose belle perché mi sono stancata di tutto, anche delle mie ferite. A costo di metterci il vinavil dovranno ben serrarsi per la primavera, che già sento in lontananza, che immagino dissolvere il gelo, che desidero calda sulla pelle, tra i capelli, sulle labbra rosso ciliegia.

Mare, vento, viaggi, serenità, finestre spalancate sul cielo. Respirare.

In queste ore di vita fondamentalmente mi interesso di cose minimaliste.

Tipo che il prossimo week end nevicherà un’altra volta. Meglio della pioggia, mi dico. La neve ha comunque il suo perché e rende tutto ovattato e lunare. Come me. Mi rasserena guardarla scendere fitta alla luce dei lampioni e pestarla con gli scarponcini, mentre il mio cane fa le piste e mia figlia sembra una ragazzina che non corre da una vita.

Mi interesso degli abbracci caldi delle amiche. Quelli ricevuti senza preavviso. Il calore non lo rifiuto mai, ma non mi sento dipendente. È un bisogno di cui non sono mai stata schiava. Preferisco respirare il gelo, ma sapermi libera ed ogni tanto tuffarmi quasi per caso nel “ti voglio bene” di chi me ne vuole proprio tanto perché sono come sono. Mi sorprende e mi rende felice.

Da qualche mese, se non sono impegnata tra lavoro, studio, creazione e attività moderne di madre lavorante, casalinga a tempo perso, vivo nel letto dove leggo, mangio, gioco con lei e guardo la tv. È uno strano piacere, il mio, mai goduto in precedenza, di tepore da piumino svedese, lampada soffusa e muri bianchi, carezze e cioccolata.

Cose così. Con lei che quasi adolescente compone musica e sogna di scrivere canzoni e saltella da una stanza all’altra. Mi sommergo di cuscini e la guardo crescere. E’ bellissima.

Che importa se fuori c’è il sole o il mondo chiama il mio nome, io ho scoperto il bene prezioso che è la solitudine e mi ci crogiolo, mi accoccolo in essa, la godo e mi fa stare bene.

Chi non mi riconosce dice che sembro un’orsa. Io mi piaccio così tanto che quasi mi amo. Sì, mi voglio bene. E da quando mi sono innamorata di me stessa, come per magia, ciò che mi creava ansia si è dissolto lasciando spazio a me ed al mio silenzio. Insinuarsi nella mia mente non è più così facile, come non è più così facile lasciare che io mi beva una bugia. Non sarà più scontato potermi dare soprannomi e  più nessuno cercherà di soddisfare i suoi bisogni personali servendosi di me, anche se questo non esclude un forte legame affettivo.

In passato ho avuto un sacco di nomignoli.

Sin dall’infanzia papà mi chiamava Ceti.
Non ho mai compreso se per un problema di fonetica o per affetto.

Alle scuole elementari mi chiamavano donna papera.
Non mi faceva piacere e devo aver versato qualche ettolitro di lacrime.

Alle medie mi chiamavano coscia lunga.
Posso anche evitare di spiegare il perché.

Alle superiori ero Ladiedolo.
Che significa tutto e nulla.

Fino all’anno 2000 la numero 9.
Con quella maglia sempre addosso, impressa come una seconda pelle per ore, settimane, mesi, anni infiniti di allenamenti estenuanti e dolorosi, quasi avevo scordato come mi chiamavo.

Poi non so come, ma è nata Alice nel paese delle meraviglie.
Credente fino alla morte, anche innanzi alle bugie più clamorose. Un po’ cogliona oserei affermare. Incantata e meravigliata dal mondo. Tonta quanto basta, mai fessa…
ed è ricomparso il Ceti di mio padre, modificato in Teti per altra bocca.
Coniato per amore e non per problemi di fonesi.

Ma oggi, che Alice è defunta, ciò che conta è che io sono sempre stata Stefania. Quella che si è dovuta prendere in braccio e salvare da sola.

Dopo lo scempio degli ultimi mesi… che importa se fuori il cielo è grigio e la terra lombarda non ha il mare; se da me c’è la nebbia e l’aria puzza di vacca perché essendo una terra contadina è pieno di animali di campagna ovunque.

Campagna. Vivo in mezzo al nulla. Cammino su selciati puliti e l’orizzonte è sempre piatto tranne se guardo verso nord dove i monti innevati mi ricordano che sono ai piedi dell’Europa.

Sono testimone di una vita che ha infinite strade e che non so mai quale sarà la mia.

Un giorno un amica scoperta per caso mi ha scritto di avere il cuore con mille stanze, come un casino. Le ho risposto che io invece ho un cuore enorme con una sola stanza. Forse la fortuna o la sfortuna della mia vita sta tutta lì. Nel cuore.

Si entra uno per volta ed uno per volta si esce. La porta è sempre la medesima e non è chiusa a chiave, ma quando mi chiamo solo Stefania,  in pochi restano.

E’ una testimonianza che sottoscrivo, la mia.

Ho sempre dovuto essere ciò che gli altri volevano che io fossi. Per renderli felici, ricevere plausi e consensi. Ora me ne frego se mi giudicano e mi dicono che non sono seria e perbene, paio strana e poco disponibile. Sono stanca di e s s e r e per forza di cose.

Per una come me è stata una grossa umiliazione scoprire di non essere soltanto buona, comprensiva, generosa, controllata e soprattutto priva di esigenze quando la mia autostima si basava esclusivamente su questo.

Da tempo ho abbandonato questo edificio di autoinganno: non sempre sono così colpevole come mi sento e non sempre sono così innocente come mi piacerebbe credere.

Avvolta nel piumino cerco tepore e speranza. Quest’anno è un anno da diecimila cose, bellissime e dolorose, di cui una importantissima che porterà il mio nome. Chissà se entro giugno potrò testimoniare di avercela fatta. Chissà se qualcuno si interesserà a me.

Chissà se papà sarà ancora tra noi e mi chiamerà Ceti col suo accento veneto.

In fondo io sono una benemerita nessuno, ma so già sin da ora che farò tutto ciò che mi sarà consentito fare per non lasciare nulla al caso.

Lo testimonio.

Comunque vada prometto che saprò come raccontarvelo.