così sia

morte

Esistono risvegli allucinanti, dove chi era lì… vicino a te, cade a terra all’improvviso e muore. Anche se ha solo quarant’anni e un bambino piccolo da crescere. Questo è il mio ennesimo “ciao Simone” di un triennio che non perdona. Da quando faccio i conti con la morte, il mio amare la vita ogni secondo è quintuplicato. Perché è inutile raccontarcela, siamo mere unità di fragili carni, avvolte in spiriti che profumano l’eternità.
#dolore

Come stai? … s t a n c a

STANCA

Ovunque volgo lo sguardo, osservo visi affaticati e persone grigie. Subiamo il trend di un’epoca ove barcollando corriamo da mattina a sera, travolti da un destino che sembra un treno.È diventato un leit motiv esclamare e sentir pronunciare le parole “sono stanca”, ma pare che ai nostri corpi stiamo tutti chiedendo troppo. Gli orari stretti, il traffico cittadino, gli imprevisti, il bullismo insistente, le delusioni e le preoccupazioni, accompagnano giornate infinite trascorse per raggiungere… cosa? Dove stiamo andando? Arrestare la corsa significa “esser tagliati fuori”, ma quando abbiamo scelto di star dentro? L’infelicità dilaga perché non sappiamo nemmeno in nome di quali valori ci riduciamo a crollare nei divani la sera. È una spinta energetica fortissima, arginarla è quasi impossibile. O scegli di vivere, o scegli di morire. Come chi ieri pomeriggio si è impiccato ad un albero dietro casa. Non tutti resistono, c’è chi ha fatto della fragilità la sua sponda morbida. Non tutti tirano di cocaina per essere dei supereroi di carta. Dovremmo imparare a fare retromarcia e iniziare a dire di no. No, ai ricatti affettivi. No, ai budget irraggiungibili. No, alla ricerca della perfezione. No, al vivere sempre al limite. No, alle pretese. No, al branco. No, a tutto ciò che ci costringe a vivere una vita robotizzata. Le pressioni sono sempre più massive, arrivano da ogni ambiente e ritagliarci un angolo per respirare la vita sembra egoistico.

È chieder troppo essere accettati solo perché siamo umani?

Lo chiedo ai giovani adolescenti che non sanno cos’è il rispetto e vivono la vita deridendo i più deboli, isolandoli e sentendosi dei Re del Nulla. Dovreste vergognarvi. Lo chiedo ai potenti della terra, ai capi di Stato, alle Istituzioni, alla Chiesa, al mio vicino di casa che urla dalla mattina alla sera perché non gli è stato insegnato a parlare con un tono normale. Lo chiedo agli educatori che con fatica aiutano i nostri figli a diventar grandi.

Era questa la vita che avevate immaginato? Io sono sincera, vi rispondo ora e sempre NO. NO. NO. NO.

in ogni t e M p o

mamma e papà

“Niente è smarrito madre. Tutto è intatto. Guardatevi.  È il silenzio del tuo uomo a nutrire d’amore il tempo. Con gocce di rugiada ti semina di polline… quando il vento soffierà partorirai stelle”.

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

Di bianco vestito. India 1969

Ci penso sempre. E’ un meccanismo più forte della mia volontà: non mi limito ai ricordi degli ultimi anni, sono persa nel passato. Rimugino a tutte le volte che dopo mesi di assenza… ritornava a casa da noi. Le valigie nere colme di abiti da lavoro, la sua mano grande ad accarezzare le nostre teste giovani. La stanchezza che gli falciava di rughe gli occhi. Quei suoi occhi… così belli. Ridevano senza voce. Mia madre non sapeva più cosa cucinare, la villa era invasa dagli zii, cugini, vicini di casa.

<<C’è Modesto, c’è Modesto!>>.

Era ritornato. L’ennesimo rientro a casa. Nel frattempo si era consumata un’altra estate calda ed anche l’autunno piovoso volgeva all’inverno. Eravamo in tre, eravamo troppo piccoli. Ma l’altalena dell’andare e tornare, dall’anno della mia nascita, è durata ben venticinque anni.

Mio padre non svolgeva un lavoro. Mio padre si trasferiva. Un anno in Messico, tre anni in India, quattro anni in Nigeria, quattro anni in Libia, tre anni ad Aruba, cinque anni a Taranto, tre anni in Spagna, due anni in Grecia. Ogni quattro mesi rientrava in Italia quindici giorni e poi ripartiva.

La villa dei miei genitori è ricolma di oggettistica che giunge da ogni angolo della terra. Ogni suo ritorno combaciava perfettamente con l’arrivo del corriere. Sotto il porticato ricordo un uomo vestito di blu che scaricava casse, tappeti, quadri, soprammobili, tendaggi, monili, orologi, avorio. Mio padre aveva uno spiccato senso del bello. Ricordo poncho messicani, radio con incorporate le televisioni, collane africane di pietre dure che indosso tutt’oggi. E poi pelli di serpenti da riporre in una teca, teste d’ebano, zanne, budda in avorio intarsiato, vasellame africano, tappeti indiani, cinture e portafogli di pelle di pitone, orologi. Tanti orologi. Uno per ogni fratello di mia madre. Era obbligato a spendere le diarie e lui comprava di tutto, manteneva intere famiglie di locali e lo stipendio lo spediva a mamma.

Gli anni più duri furono quelli che lo videro impegnato in India ed in Nigeria. Erano anni di piombo, io ero appena nata e le nazioni in questione erano invivibili per un europeo.

Sopravvisse in India grazie ad uomo altissimo e magro che, dopo qualche settimana vissuta allo sbando, riuscì a portarsi nel villino che aveva affittato. Una sera andò nel miglior ristorante di Calcutta ed attese che dalla porta sul retro uscisse il cuoco. Individuato il soggetto gli chiese:

<<Quanto guadagni al mese?>>.
<<Dieci rupie>>.
<<Io te ne darò cento. Vieni con me>>.

L’uomo ritornò nelle cucine dell’albergo, prese un piccolo fagotto di vestiario e poco altro, si incamminò con mio padre e visse con lui tre anni. Aveva sei figli in età scolare al villaggio. Con il guadagno del lavoro svolto riuscì a mantenere tutto il suo parentado per molti anni a venire. Quando già ero adulta e mio padre capì che poteva permettersi di dirmi di più, un giorno mi raccontò che durante quei lunghi anni in India morì un collega tedesco con il quale condivideva la gestione del cantiere e la quotidianità. L’ingegnere investì un dromedario con la macchina e restò schiacciato dal peso dell’animale. Ma io sapevo già tutto sin dal giorno che accade la tragedia. Parlavo poco all’epoca, ma sentivo bene.

Si occupò mio padre del rientro del corpo in Germania e di avvisare la sua famiglia. Poco dopo la disgrazia chiese di rientrare in Italia e firmò affinché l’attività in corso venisse conclusa da tecnici inglesi a cui diedero in conto lavorazione il progetto. Con l’India aveva chiuso. Non ci volle tornare mai più.

Mio padre parlava tutte le lingue del mondo, ma, salvo l’italiano, non ne sapeva scrivere una. L’ho sentito dialogare in tedesco, spagnolo e greco. L’ho sentito litigare in dialetto nigeriano. L’ho sentito parlare in inglese ed in portoghese. Quando era arrabbiato bestemmiava in veneto, ma mia madre lo difendeva sempre dicendo che era un intercalare. L’unica lingua che disconosceva completamente nonostante i cinquant’anni vissuti in terra lombarda, era il dialetto di mamma, il cremasco. A casa nessuno lo parlava e le poche volte che era con noi eravamo come soldatini: ci si esprimeva solo in italiano.

In Nigeria alcuni dei suoi collaboratori andavano con le prostitute del luogo. Mio padre mi raccontò che, in quei lunghi anni, sopravvisse alla cruda realtà della povertà africana, evitando di frequentare i villaggi dove per due soldi ti buttavano addosso le loro mogli e restando sempre nei cantieri dove avevano anche gli alloggi.

<<Non esco mai>>, mi diceva.
<<Ho fatto arrivare da Milano e Napoli duecento libri che poi intendo lasciare al cantiere come piccola biblioteca per gli operai italiani. La sera leggo,  imparo, scrivo le lettere a tua madre e segno sul calendario accanto al mio letto i giorni che mi separano dal prossimo volo aereo che mi riporterà a Malpensa, quindi da te>>.

Da me. Io non ero così grande, ma sapevo già tante cose. I miei fratelli erano più piccoli e maschi. Pensavano solo a correre e non capivano niente. Io ho sempre capito tutto. Ho sempre sentito troppo.

Nel 1974, quando morì il tedesco e mio padre avvisò mamma della tragedia, rimasi convinta per un lungo periodo che il cadavere che doveva rimpatriare fosse quello di mio padre. L’angoscia mi aveva tolto le domande. Mi aggiravo per casa atterrita, osservavo gli adulti che confabulavano a bassa voce, ma nessuno mi ha tenuta tra le braccia per chiedermi come mi sentissi. Ero già una brava attrice sin d’allora. Seppi che mio padre era vivo qualche settimana dopo perché la mamma aveva smesso di piangere  all’improvviso e dalla mattina indossava un abito rosa antico un pò scollato. Stava ritornando il suo uomo ed anche il mio. Eravamo tutti di nuovo felici.
Ho amato perdutamente mio padre, ma l’ho capito troppo tardi. Negli anni novanta ero arrabbiata con lui perché a causa del suo lavoro maledetto mi aveva lasciata sola tutta la vita.
La riscoperta della sua persona risale al 2008, quando la malattia contratta all’Ilva di Taranto quarant’anni prima stava cominciando a rubargli l’ossigeno.
Come oggi, un anno fa, mi ha lasciata veramente ed io non sono più me stessa. Da adolescente, quando sapevo che era atterrato e stava arrivando dall’aeroporto, lo aspettavo in fondo al viale di casa per vederlo spuntare dal provinciale. Lui si fermava, mi faceva salire sulla sua Alfa Romeo e percorrevamo insieme i trecento metri che mancavano per giungere dalla mamma, che già ci salutava con la mano dal cancello. Appena prendevo possesso del sedile urlavo:

<<Papà ma sei abbronzatissimo>>.
Lui mormorava sempre la stessa frase:
<<Ciao ceti, ma quanto sei bella!>>.

Stanotte lo voglio ricordare così:  di bianco vestito, India 1969.
Ovunque sei… ciao amore mio.
Ciao papà.

India 1969. A destra mio padre di bianco vestito, a sinistra il collega tedesco.

India 1969. A destra mio padre di bianco vestito, a sinistra il collega tedesco.

L’ansia. Una compagna di vita.

ansiaLa fedeltà è un lusso per pochi, ma la costanza con cui l’ansia mi è stata devota compagna per anni, non ha rivali. Tutto ha avuto inizio agli albori della mia storia: come una spugna ho iniziato ad assorbire, quando invece avrei dovuto fuggire lontano e starmene fuori… dai cerchi chiusi degli umani.
Se vivi in terra lombarda durante i rigidi mesi invernali, puoi seriamente correre il rischio di mangiare nebbia a colazione, pranzo e cena. Negli anni ’70 mio padre svolgeva un lavoro che lo portava spesso lontano dalla famiglia, ma se le distanze lo permettevano la sera ritornava a casa. Ricordo un lungo periodo in cui lavorò a Livorno e, nonostante i chilometri, aveva l’abitudine di spezzare la settimana con un rientro il mercoledì nel tardo pomeriggio.
Avevo circa otto anni, era fine novembre e quel mercoledì mio padre non tornò. I cellulari ancora non esistevano, ma l’ansia già viveva tra le pieghe dei tessuti di casa. Dietro le tende immacolate del soggiorno. Nello sguardo impietrito di mia madre.
Quella sera la sua tensione correva da noi bambini all’orologio bianco appeso in cucina come mai avevo avvertito prima.<<Andiamo a letto che è tardi. Tra poco anche papà sarà a casa>>. L’ennesimo sguardo  fuggevole all’orologio e la cena frugale rimasta intera nel suo piatto, mi diedero la misura della sua preoccupazione. Mia madre credeva di saper fingere che tutto fosse normale, ma io iniziai a respirare la paura e mentre mi chiedevo perché sentivo quella morsa nello stomaco che mi serrava il respiro e mi costringeva a restare vigile, iniziai a pregare. Nonostante volessi addormentarmi non chiusi occhio per lunghe ore. Attendevo che mio padre varcasse la soglia di casa. Sudata ed in tensione emotiva, rimasi in allerta un tempo eccessivamente dilatato con la speranza di udire qualche movimento che potesse giungermi dal pian terreno. Fu mentre stavo promettendo a me stessa che avrei fatto qualsiasi sacrificio purché mio padre fosse vivo, che vidi distintamente la sagoma di mia madre camminare avanti ed indietro nel corridoio delle camere da letto. Col camice bianco e scalza, pareva un fantasma. Per fugare le sue preoccupazioni, che da troppe ore erano divenute anche le mie, mi alzai e la raggiunsi. Si era fermata e, affacciata alla finestra della cucina, guardava perplessa il muro di nebbia che ricopriva come un manto il giardino di casa:
<<Vai a dormire che domani ti devi alzare presto per la scuola>>.
<<Papà quando torna?>>.
<<A minuti arriva, vai con i tuoi fratelli>>.
Forse una carezza mi avrebbe rassicurata.
Era ormai calata la notte da molte ore e di mio padre non avevamo notizia.
Forse, se mamma mi avesse presa in braccio distraendomi con un bacio, non mi sarei cibata della sua ansia pur di avere qualcosa che le appartenesse.
Mio padre arrivò alle quattro di notte stravolto per il viaggio difficile. Lo sentii dire a mia madre che la nebbia gli aveva reso la guida impossibile. Cenò a quell’ora.
Io mi addormentai poco dopo. La mattina seguente non andai a scuola. Avevo la febbre a quaranta. Nessuno seppe mai nulla di me, della mia notte drammatica, del come un bambino possa amplificare a dismisura l’ansia di un adulto. Il tempo ha poi fatto il resto, marcando come il foro di un tarlo il danno che era stato seminato.
Quella notte fu il principio di un poi che fu inarrestabile: la spugna aveva preso vita ed iniziò a fare assorbenza senza discriminanti. Avrebbe potuto attivarsi come salvagente per il galleggiamento, oppure come cancellino per rimuovere gli errori, ma in me l’ingranaggio fu azionato in quel modo e mai più  nessuno riuscì a modificarne l’influsso.
Fino ad otto mesi fa.
Fino al giorno che mio padre realmente non ha più varcato la soglia di casa perché è morto.
Dalla scorsa primavera faccio le cose come so, vivo senza aspettative e non voglio più essere un punto di riferimento per gli altri. Ho smesso di combattere l’ansia, le ho ceduto. Non desidero più sottostare alla perfezione che in ogni giorno della mia vita passata ho costantemente cercato di raggiungere.
Quella sera di novembre di trentasette fa, avrei dovuto piangere tutte le mie lacrime per la paura che sentivo e dire a mia madre che ero preoccupata per papà al punto da non riuscire a prendere sonno. Avrei dovuto chiederle di prendermi in braccio e rassicurarmi. Avrei dovuto fare la bambina.
Da qualche mese mi sto sforzando di essere me stessa, con tutti i miei limiti e le mie imperfezioni. Non voglio più essere una “figlia modello”.  Dopo aver  imparato a soddisfare i bisogni degli altri, sto tentando con mediocri risultati di soddisfare  i miei. Mia figlia mi fa da specchio e paradossalmente sto imparando molto dal suo modo di porsi così dissimile dal mio. Ieri, dopo il mio ennesimo tentativo di costringerla a fare un dato lavoro, mi ha detto: <<Basta così, mamma… ti prego. Mi fai venire l’ansia!>>.
Ed io oggi mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita se l’ansia non avesse tentato per anni di arrugginirmi l’anima?
Temo non lo saprò mai.

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

La vita mi ha cambiata

stepiccola

La vita mi ha cambiata.
Ora vedo anche ciò che non ho saputo vedere mai.
L’ultima goccia di birra che scivola nel bicchiere.
La ruga che a mia madre taglia il viso di netto.
L’occhio lucido di chi mi vuol bene e trattiene il pianto.
I granelli di polvere che intasano il mio cuore.

Ho iniziato a spostarli uno ad uno.
Sono granelli appuntiti.
Mi fa paura sapere che un giorno potrei tornare a sentirlo battere libero.
Perché anche il cuore si è contratto e possiede una velocità che disconosco.

Il dolore mi ha consumata viva.
Sono l’ombra di un roseto sfiorito.
Ora mi mancano tutte le cose che non avrei creduto mai.

La sua grande mano sulla mia testa.
Quel suo chiamarmi ceti piano.
Il grappolo d’uva da due chili e passa,
le pere william, i fiori che amava.

A tratti mi chiedo se quanto iniziato è il principio di un finale
o la messa in scena di una partenza.

Tutto questo scomparire è dannoso: non può far bene.

Si è smarrito anche il principio dell’orrore.
Ho così temuto la sua dipartita e per così tanti mesi,
che non ricordo più i giorni felici in cui ho pensato:
sarà splendido farmi un bagno con lui al mare.

Eppure sedici giorni fa mi ha sorriso,
io l’ho accarezzato  e ci siamo dati appuntamento
a Serina per Giugno.

Ti amo papà, perché mi hai lasciata proprio adesso?

La vita mi ha cambiata.
Ora la lascio andare.
Ora la vivo senza contare le ore.
Ora non mi vergogno più di farmi vedere piangere
e farmi abbracciare, dire di no, dire di sì, dire ciò che sono.

Sono senza difese, i muri sono crollati.
Non riesco nemmeno a scendere dal letto.
Tra le mie mani continuo a risentire le sue
e non posso staccarmene.

Non posso.
Non voglio.
Non sento nient’altro.

costellazione zoppa

malattia

Mi spengo in giorni 
che passano lenti,
quando le risposte 
non sanno arrivare.
Paziente l’attesa,
ma i camici bianchi non 
fanno giochi di prestigio.
Scienza imperfetta
che delude;
come la specie umana.
Possiedo bronchi ed alveoli
contaminati dalla vita
che mi sta consumando.
Mi arrovello i centri nervosi,
ma la stanchezza è cronica.
Su e giù.
Di lato e di fianco.
Chilometri di strada,
multe e semafori gialli.
Bevo vino rosso Bonarda
per ridere di nulla.
Allegria bugiarda,
ebbra di tetre paure notturne,
dove urlo sudata
e le sponde del letto
sembrano precipizi pelosi.
L’aria si fa elettrica,
 tutto naviga a rallentatore
quando l’essere figlia
non è scontato.
E non è nemmeno un crampo,
un campo di grano.
Giro dentro
una costellazione
famigliare zoppa
e vado alla velocità 
del niente.

Vorrei essere un bottone del suo pigiama,
il cordone ombelicale di sua madre.

Non riesco più ad aspettare.
Mi cadono anche i capelli.
Cadono i jeans.
Rimpicciolisco.
Sto diventando neonata insieme a lui.

amata

padre e figlia

 

… hai posato la mano
sui miei capelli.
Tu,
incanto breve.
Decenni di attesa
e sono finalmente
nata.
Il vagito adulto
si inchina all’amore
filiale.

Mi hai sempre amata.