sproloqui

Di umane fatiche periamo,
invischiati in giorni ventosi.
Elettrici.
Arido, il deserto che conquista.
Rasenta i confini
di labbra spolpate
di baci e saliva.

Sottrae l’aggettivo soave
la poesia abortita,
appiattendo nell’affanno
ogni forma d’estasi.
L’ultimo anelato sentire cerebrale.

Umanamente fragili,
preserviamo le piaghe dei piedi
scegliendo di sederci.
Questa stanchezza cronica,
è sintomo esacerbato
di primavere in anticipo
o l’infezione perenne
da encefalomielite mialgica?
Per resuscitare,
sarebbe utile
saper morire.

La sopravvivenza,
nel duello…
è un bisturi
perennemente stanziale
nelle natiche.

l’anticamera dell’inferno è già di fuoco

Capire…
E poi?
Sono il geroglifico di un obelisco dimenticato.
Pietrificato.
Impresa  ambiziosa
cogliere il senso pieno di un
dolore che ha disintegrato
Tutto.
Il fiume trascina,
non ho ancore, fari,
porti, bussole.
Non li ho avuti mai,
ma una volta non ero
un ramo secco alla deriva.
Il bisogno d’amore è un orco,
il mio ha sbranato
il senso.
La malattia consuma.
La morte ride.
Le labbra  senza sangue seccano.
I sepolcri intonano.
Trema,
chi mi guarda gattonare.
É meglio stare zitti
che dire la verità.
Stiamo zitti.
Intanto nessuno crederebbe mai
…che ho veduto l’anticamera dell’inferno ed è già di fuoco….