Nel nome tuo

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Oggi è il 1 Dicembre, inizia un mese denso di ricordi. Partendo da Santa Lucia fino all’Epifania, passando dal Natale, San Silvestro e quel calore famigliare che le festività natalizie trasmettono, ci attendono solennità particolari che non tutti amano e avvertono con la medesima intensità. Da sempre affronto questo periodo dell’anno con un misto di mestizia alternata a incanto infantile, benché la carta d’identità mi ricordi che della “bambina che son stata” mi restano giusto i dati anagrafici. Tutto è iniziato ieri mattina. Mentre andavo ad un appuntamento, mi sono scoperta con gli occhi lucidi di lacrime senza quasi capire il perché. Poi è stato semplice mettere a fuoco la realtà. So che in tempi di crisi nessuno ha desiderio di leggere lagne troppo nostalgiche, ma come tutti coloro che scrivono anch’io vivo intimamente i miei dolorosi trascorsi. Tentare di dare voce ad una pena è un po’ come cospargerla di baci lievi e delicati per ricordarle che sappiamo averne cura. Così è per me e sempre lo sarà, a prescindere da chi mi vorrebbe da tempo “oltre” me stessa. Quindi, dopo qualche post sui generis e di impronta vagamente sociale, consentitemi un riverbero intimista. Devo andare “altrove” per qualche minuto, poi ritorniamo a salvarci a vicenda con le nostre considerazioni mensili sul “globale” che ci circonda. Quanto segue è per me, per Lui e per chi come me ha bisogno di proteggersi da se stesso:

“Ora che con tutta sincerità sei andato via, posso immaginarti ancora accanto con me. Prima non era concepibile. Solo pensarti mi faceva star male. Nessun altro ha mai potuto colmare la mia esistenza senza parlare come sapevi far tu. Sei stato un vuoto che ha riempito ogni arteria anche quando non ci sei potuto essere. Oggi, che dilaghi tra un sorriso e l’abbandono di me che invecchio attraverso il tuo specchio, ricordo malinconica il nostro vivere senza tempo… abitudini semplici, famigliari. Di nuovo mi riscopro a pregare perché le tue membra riposino quiete, mentre queste mani che hanno il tuo stesso sangue si aggrappano a desideri segreti, alle spalle di chi onora il mio esserci, al tuo maglione blu che ho rubato dall’armadio di mamma e come stamattina indosso per sentire il tuo odore. Ora che sei nuvola, stringimi senza necessità di allargare le braccia, amami senza rinunce e guidami con quei tuoi occhi scuri, profondi. Vivo ogni minuto che mi separa dal tuo spirito come fosse ogni momento e mi abbandono al bisogno di niente… perché non c’è nessun’altra intensità che ti assomiglia. Quanto vorrei tu ci fossi ancora per dirti quelle cose che mi accadono nelle giornate disperate, di quando piango con gli occhi asciutti o mi trattengo, scarto e poi scappo… ma il senso del viaggio sta proprio in questo mio non poterci fare niente e accettare che ora mi guardi dall’altra parte. Tu che mi hai resa migliore senza dover mai alzare la voce, ricordati di me come io non mi dimentico mai di te e lasciati ancora chiamare padre. Nel tuo nome riluce la mia identità, nella tua dolorosa assenza danza la lotta giornaliera di questo sopravvivermi nel nome tuo”.

Voi come vi salvate dalle vostre ferite? Io faccio sempre tutto da sola.

Vi presento Rocher

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ROCHER 1

Si chiama Brooklyn Rocher, è un Cocker Spanish Inglese di due mesi e da sabato 19 marzo vive a casa con noi. In famiglia avevamo già Neve, stessa razza, dieci anni, ma dopo qualche mese di riflessione abbiamo aperto le porte ad un nuovo amico. L’idea di allargare la famiglia è stata di Sofia, mia figlia, ma son certa che dietro le sue ottime intenzioni si cela l’energia di mio padre. Lui amava i cani da caccia, ne aveva cinque e se tanti anni fa  Neve è entrato nella nostra vita è stato proprio grazie a papà, che con la scusa di  accompagnarmi in un allevamento a vedere dei cuccioli, mi convinse poi a tornare a casa con il primo cane della mia vita. In questo blog ho dedicato molto spazio alla morte di mio padre, la sua assenza è un dolore che non riesco a superare nonostante tutti i miei sforzi e il tempo che dovrebbe essere complice. Con onestà confesso pubblicamente che la sua dipartita mi ha completamente trasformata, sono diventata meno rigida, meno perfezionista, ho imparato a vivere alla giornata e mi commuovo innanzi a tutto ciò che arriva dalla natura. Ho imparato a distinguere le cose che hanno valore dalle cose superficiali, ho imparato a scegliere, a conservarmi, a difendermi. Avrei voluto vivere di più mio padre. Mi sento in colpa per le volte che la vita mi ha portata lontana da lui, ma in questi giorni sono certa che il suo spirito, ovunque sia, frema di felicità. Rocher è anche un po’ per te papà. Attraverso il ricordo del tuo amore per gli animali, ti cerco in loro e mi sento più serena.

in ogni t e M p o

mamma e papà

“Niente è smarrito madre. Tutto è intatto. Guardatevi.  È il silenzio del tuo uomo a nutrire d’amore il tempo. Con gocce di rugiada ti semina di polline… quando il vento soffierà partorirai stelle”.

Uno sguardo al cielo, uno sguardo dentro me

SGUARDO AL CIELO

Un giorno smetterò di guardare il cielo per leggere una risposta o sperare di vederti passare col giaccone blu dei ricordi lontani. Cerco sempre qualcosa di te, soprattutto quando le tracce sono chiare e le forze non sono di polistirolo ammuffito. I giorni non corrono realmente e non ho dimenticato di chi sono figlia, anche quando i rimorsi non sono più un dolore ed ho cessato di obnubilare le ferite mentali barcollando in pillole rosa. Per ora ho solo ali di carta velina, ma nel giorno più dolce mi rivedrai in volo, padre. In bilico, diventerò il respiro che ti ha ingannato e sarò di nuovo all’altezza di quel nome che traduceva la modestia del tuo vivere. Se con la tua dipartita mi hai salvata da me stessa, ti restituisco la vita mantenendomi integra. Ultimo baluardo concessomi dal destino per onorare il calore di quella mano che, accarezzandomi piano la testa, sapeva intuire e lenire ciò che mai ho ammesso d’essere: fragile come foglie d’autunno.

Proprietà immagine Stefania Diedolo

Il risveglio

stefania diedoloNon so se è una questione anagrafica, ma sto sperimentando il pianto. Esistono occhi che parlano e bocche che lacrimano. Mani che odono, paure che ricordano e donne che implodono. Io ero così, prima che il fiume arrestasse la sua corsa verso gli abissi decidendo di stanziarsi presso i miei ostacoli. La prudenza m’ha implorata d’indossare due braccioli arancione anche se galleggio con sicurezza. Il rischio prevalente è riscontrabile in fase rem, dove la necessità d’esser tratta in salvo dalle mie stesse voragini diventa improrogabile. Ed io li ho indossati con eleganza. Non so se era peggio quando stavo meglio, ma l’oggi è madido come l’inverno più nuvoloso della mia esistenza. Le ossa stridono ed anche la forza traballa, appesa com’è con semplici molle di plastica al vento freddo della sensibilità. Ora che so piangere di tutto e di nulla, ho messo a nudo l’aridità depredandola del suo perenne ombrello color nebbia. Ho abbattuto gli eremi arsi dal sole e guardando passare l’opinione pubblica seduta sulla riva del mio torrente, sorrido alla donna bruna che son stata. Oggi i miei capelli nascondono filari argentei che ancora copro per pudore, ma dall’umido degli occhi che mi regalano squarci di film rubati in giro per la vita, finalmente nascono corolle. Dovevo ritornare liquida alla madre terra per rinascere figlia di colui che da padre, è finalmente divenuto il mio più splendido girasole.

Random

Avete presente quanto siete talmente pieni di turbamenti, che si crede di implodere? Da non essere in grado di scrivere, parlare o spiegare. Sono in modalità random. Vorrei narrare l’amore, la femminilità che mi pervade, i desideri che reprimo ed i contromano in cui mi applico sopravvivendo. Poi nella memoria si avvicina la cicatrice per mio padre e prevale il disordine. Col suo camminarmi nella testa mi viene bene solo il pianto. Sorvolo l’idea dei tacchi a spillo, le calze velate di nylon, gli abiti di seta… a favore di una tuta verde militare strappata che mi dia calore. Ai piedi le calze antiscivolo di mia figlia, in testa un berretto di cotone modello gnomo che se potessi tirerei fin sotto il naso.
Ed è mentre vago per casa che mi ritrovo a litigare con i pensieri che mi logorano. Palpito per persone che desidero conoscere ed il destino ogni volta m’impedisce di guardare negli occhi, per chi mi vive lontano e mi manca sempre. Per chi mi vive vicino, ma mi manca nello stesso identico modo. In ogni istante. Dentro ho il caos. Emozioni, lacrime, pensieri erotici, gioia, spossatezza, forza, voglia di fare l’amore, pensieri sinistri… in un random instancabile, come flash incalzanti di giorno e di notte. Incredibile come son brava a piangere. Finalmente non ho più gli occhi ingessati. Gli aghi che bloccavano l’uscita del liquido sono saltati. Come il tappo dello champagne Louis Roederer l’Hermès de la Champagne. Come sono bruciati gli equilibri precari. Le persone che mi cingevano a morsa. Gli animi che non mi volevano bene. I jeans che ho buttato dalla finestra. Le maglie di cotone che ho ridipinto. I reggiseni di pizzo a cui ho staccato il ferretto.

Mi manca mio padre, l’ho perduto. Mi manca ciò che sono stata in passato, oggi sono il mistero della deuxième dame. Mi manca il tempo sequenziale, godo a malapena imprigionata nelle ventiquattro ore. Mi manca l’autorità di poter vivere come bramo, le responsabilità mi impongono battiti e debiti che ridurrebbero in polvere chiunque. Ma dentro sono colma di emozioni, tensioni, magie. Indirizzare tutto questo sentire nella scrittura catartica oggi non basta, no che non è sufficiente raccontare… spremere e soffiare. L’urgenza stavolta ha altri connotati che includono la fisicità, gli occhi negli occhi, le mani e gli odori. Gli abbracci, le chiacchiere, le cene in compagnia e le serate al cinema. I viaggi, le passeggiate, i cappotti stretti e la nebbia che avrà da venire. Le castagne cotte ed il vin brûlé, i baci di cui so ben immaginare il sapore, la frenesia che alimenta l’irrequietezza della mia anima.

Tempo fa una donna mi disse:<<Il giorno che assaggerai le tue lacrime ti verrà di nuovo desiderio di assaporare il mondo>>. Mangio sale da mesi, forse è per questo motivo che invece di andare incontro all’autunno, dentro lo stomaco sento un movimento circolare come fosse primavera? Forse una volta sarò anche stata bellissima, avrò amato perdutamente e compiuto gesta eroiche. Forse in origine sarò anche stata disincantata e nobile, governata com’ero dall’innocenza. Ma oggi, se mi guardo nuda nello specchio, non mi sento un’illusione. Sono sempre io. Le rughe solo un poco più spesse, il corpo un pò meno autostrada da percorrere in lungo ed in largo, la memoria di buchi fioriti.
Ma il sorriso… ah, il sorriso… quello è rimasto identico a se stesso. Come gli occhi che si fanno “ricci” anche quando cerco d’esser seria. Sono random. Un bottone da schiacciare per un film ogni giorno diverso, ogni attimo mai uguale a se stesso. Intrisa. Densa. Ridotta in poltiglia. Rinata nell’humus del mio stesso utero, mai più indispensabile, mai scontata, per sempre fragile. Come il vetro soffiato ancora caldo.

Ieri ho visto il trailer di un film in uscita proprio in questi giorni. Un professore chiede ad un suo alunno:

<<Che significa random?>>.
<<Alla cazzo di cane, prof>>.

Ed io mi son ritrovata a ridere nonostante la frase fosse volgare, perché un poco mi ci sento….in quel modo. Giro a vuoto, come capita. Nervosa più del dovuto, fatico a respirare a causa ansia da vendere e nel frattempo staziono in ogni anfratto emozionata. E’ l’anima. Tutta colpa dell’anima. O forse delle cose che m’invento per non fermarmi troppo a pensare, non saprei raccontare. Ma una cosa è definita: mi sto innamorando della mia imprevedibilità. Un’epoca a credermi solida e attendibile, gettata nel water. Che senso di compiutezza, che meravigliosa pulsione mentale, quasi erotica, da vento caldo tra le cosce. Tracimo i miei stessi argini e ramifico su più piani. Ho demoltiplicato le mie terminazioni nervose. Ho aperto i vasi lacrimali e la mente. A quando il chakra del cuore?

Me lo chiedo spesso, ultimamente. Sto in fissa. Apriti. Apriti. Apriti. Apriti.

Giro random.
Girata sto.
Giro le mani,
oriGami d’autunno.
E girami… che godo meglio, sotto di te.

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

Le mezze stagioni di un cuore in gola

campi di girasoli

Era la primavera. Avevo l’inverno dentro al cuore quando mi hai scorta seduta tra sbiaditi campi di girasole. Giocavo con i cani da caccia di mio padre. Le rughe avevano reso un inferno la mia giovinezza; l’inquietudine dava pugni in faccia ad ogni mio possibile coraggio. Ti ho pregato di lasciarmi morire, mentre osservandoti di sottecchi mi impressionò la tua bicicletta: sgangherata, con pedali color ruggine, era un tutt’uno con la tua semplicità. Indossavi abiti dimessi sopra uno sguardo denso di parole appena accennate. Hai sorriso al mio dire ed hai scelto di fermarti e farmi compagnia. Mangiavi semi di lino, mentre i cani ululavano il mio dolore e le calatidi dei girasoli stavano iniziando a ruotare verso ovest in attesa del tramonto. Da quella sera sei venuto tutti i giorni e tutti i giorni ti ho mandato via.

Era l’autunno. I girasoli avevano cessato il loro ciclo vegetativo. Avevo deciso di liberare il terreno per consentire ai cani di correre più liberi. Ho tagliato i dischi dei capolini ed infilandoli con uno spago uno ad uno, li ho appesi sulla lapide soleggiata dove avevo scelto di far riposare mio padre. Quando sarebbero stati ben secchi li avrei posti in vasi di cotto per gli uccelli selvatici. Tu eri sempre lo stesso, ma mai identico al giorno precedente. Mi stavo abituando al tuo odore, al paesaggio con la tua figura dipinta. Ogni tanto mi portavi dei biscotti di grano saraceno che tua madre sfornava il sabato mattina, io non avevo mai fame, ma li mangiavo perché così eri felice. Oltre le lastre del mio dolore avevo iniziato a vederti. Sapevo a che ora saresti arrivato e sapevo che non volevo mai vederti andar via.

Era il primo giorno d’inverno, quello che gli astrologi definiscono: la festività solare. I cani non ne sapevano di voler giocare. La terra nera che mi ospitava era ghiacciata, il giallo dei girasoli solo il ricordo sbiadito di un epoca ormai lontana. Quando ti ho visto arrivare, stretto nel cappotto nero e con la bicicletta ridipinta di fresco, ho sentito caldo tra le cosce e nella gola. Come passaggio dalle tenebre alla luce, sei venuto a me per l’ultima volta perché fu la volta che mi portasti via. Senza chiedermi chi fossi e dove volessi andare, hai scelto di bermi per le labbra rosso fuoco ed il pallore che persiste incessantemente sui miei zigomi magri. Senza chiederti chi fossi e dove volessi andare, mi son lasciata bere aggrappata alle tue spalle larghe ed ho pianto per te tutto il sale del mar Morto. Tra i rumori della città nascente, mi hai invitata felice dentro le movenze di un tango argentino e ti ho lasciato fare. Ho amato ballarti come un antico bandoneón, sentire il tuo corpo che mi lambiva ad ogni passo, mentre le mani sui miei fianchi erano sicure ed il tuo alito tra i capelli seminava promesse. Nel mio corpo, desideri da tempo perduti, hanno aperto il varco al destino che, accarezzando le tue labbra, ha ridipinto il mio paesaggio interiore di trifogli, gardenie e tulipani, per una testa ancora diffidente, ancora costretta nella morsa del panico. Ed un sentire rotondo, di erotismo leggero, mi ha trasportata dove al posto dell’ondulato colle era sorto un deserto basso, arso e solitario.

Dopo quella lunga danza, fu di nuovo la primavera ed allora sono ritornata correndo al mio campo di girasoli. Ero preoccupata per i cani. Li avevo lasciati soli troppe giornate e temevo se ne fossero andati. Li ho ritrovati bellissimi. Mi stavano aspettando. Come un gioco d’altre epoche hanno iniziato a corrermi tutt’intorno guaendo per leccarmi le mani. Con grande sorpresa, qualcuno che amava mio padre almeno quanto lo amavo io, aveva provveduto alla risemina dei nostri girasoli. Tutto sembrava uguale a se stesso, tranne la mia persona: avevo compreso che se non fossi più tornata, la vita avrebbe continuato a realizzare i sogni di qualcun’altro.

Da quel giorno vado avanti perché sono in molti a sperare che io lasci perdere, vado avanti perché ora so cosa sono le mezze stagioni di un cuore sempre in gola, nonostante si sia perduto il conto dei decenni in cui si mormora che le mezze stagioni  non esistono più.

Io invece esisto, per me stessa e per chi sostiene il contrario.

Ma soprattutto, non me lo devo più dimenticare che talvolta è meglio fermarsi e tornare indietro, che perdersi irrimediabilmente nel labirinto di un cammino senza luce.

L’ansia. Una compagna di vita.

ansiaLa fedeltà è un lusso per pochi, ma la costanza con cui l’ansia mi è stata devota compagna per anni, non ha rivali. Tutto ha avuto inizio agli albori della mia storia: come una spugna ho iniziato ad assorbire, quando invece avrei dovuto fuggire lontano e starmene fuori… dai cerchi chiusi degli umani.
Se vivi in terra lombarda durante i rigidi mesi invernali, puoi seriamente correre il rischio di mangiare nebbia a colazione, pranzo e cena. Negli anni ’70 mio padre svolgeva un lavoro che lo portava spesso lontano dalla famiglia, ma se le distanze lo permettevano la sera ritornava a casa. Ricordo un lungo periodo in cui lavorò a Livorno e, nonostante i chilometri, aveva l’abitudine di spezzare la settimana con un rientro il mercoledì nel tardo pomeriggio.
Avevo circa otto anni, era fine novembre e quel mercoledì mio padre non tornò. I cellulari ancora non esistevano, ma l’ansia già viveva tra le pieghe dei tessuti di casa. Dietro le tende immacolate del soggiorno. Nello sguardo impietrito di mia madre.
Quella sera la sua tensione correva da noi bambini all’orologio bianco appeso in cucina come mai avevo avvertito prima.<<Andiamo a letto che è tardi. Tra poco anche papà sarà a casa>>. L’ennesimo sguardo  fuggevole all’orologio e la cena frugale rimasta intera nel suo piatto, mi diedero la misura della sua preoccupazione. Mia madre credeva di saper fingere che tutto fosse normale, ma io iniziai a respirare la paura e mentre mi chiedevo perché sentivo quella morsa nello stomaco che mi serrava il respiro e mi costringeva a restare vigile, iniziai a pregare. Nonostante volessi addormentarmi non chiusi occhio per lunghe ore. Attendevo che mio padre varcasse la soglia di casa. Sudata ed in tensione emotiva, rimasi in allerta un tempo eccessivamente dilatato con la speranza di udire qualche movimento che potesse giungermi dal pian terreno. Fu mentre stavo promettendo a me stessa che avrei fatto qualsiasi sacrificio purché mio padre fosse vivo, che vidi distintamente la sagoma di mia madre camminare avanti ed indietro nel corridoio delle camere da letto. Col camice bianco e scalza, pareva un fantasma. Per fugare le sue preoccupazioni, che da troppe ore erano divenute anche le mie, mi alzai e la raggiunsi. Si era fermata e, affacciata alla finestra della cucina, guardava perplessa il muro di nebbia che ricopriva come un manto il giardino di casa:
<<Vai a dormire che domani ti devi alzare presto per la scuola>>.
<<Papà quando torna?>>.
<<A minuti arriva, vai con i tuoi fratelli>>.
Forse una carezza mi avrebbe rassicurata.
Era ormai calata la notte da molte ore e di mio padre non avevamo notizia.
Forse, se mamma mi avesse presa in braccio distraendomi con un bacio, non mi sarei cibata della sua ansia pur di avere qualcosa che le appartenesse.
Mio padre arrivò alle quattro di notte stravolto per il viaggio difficile. Lo sentii dire a mia madre che la nebbia gli aveva reso la guida impossibile. Cenò a quell’ora.
Io mi addormentai poco dopo. La mattina seguente non andai a scuola. Avevo la febbre a quaranta. Nessuno seppe mai nulla di me, della mia notte drammatica, del come un bambino possa amplificare a dismisura l’ansia di un adulto. Il tempo ha poi fatto il resto, marcando come il foro di un tarlo il danno che era stato seminato.
Quella notte fu il principio di un poi che fu inarrestabile: la spugna aveva preso vita ed iniziò a fare assorbenza senza discriminanti. Avrebbe potuto attivarsi come salvagente per il galleggiamento, oppure come cancellino per rimuovere gli errori, ma in me l’ingranaggio fu azionato in quel modo e mai più  nessuno riuscì a modificarne l’influsso.
Fino ad otto mesi fa.
Fino al giorno che mio padre realmente non ha più varcato la soglia di casa perché è morto.
Dalla scorsa primavera faccio le cose come so, vivo senza aspettative e non voglio più essere un punto di riferimento per gli altri. Ho smesso di combattere l’ansia, le ho ceduto. Non desidero più sottostare alla perfezione che in ogni giorno della mia vita passata ho costantemente cercato di raggiungere.
Quella sera di novembre di trentasette fa, avrei dovuto piangere tutte le mie lacrime per la paura che sentivo e dire a mia madre che ero preoccupata per papà al punto da non riuscire a prendere sonno. Avrei dovuto chiederle di prendermi in braccio e rassicurarmi. Avrei dovuto fare la bambina.
Da qualche mese mi sto sforzando di essere me stessa, con tutti i miei limiti e le mie imperfezioni. Non voglio più essere una “figlia modello”.  Dopo aver  imparato a soddisfare i bisogni degli altri, sto tentando con mediocri risultati di soddisfare  i miei. Mia figlia mi fa da specchio e paradossalmente sto imparando molto dal suo modo di porsi così dissimile dal mio. Ieri, dopo il mio ennesimo tentativo di costringerla a fare un dato lavoro, mi ha detto: <<Basta così, mamma… ti prego. Mi fai venire l’ansia!>>.
Ed io oggi mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita se l’ansia non avesse tentato per anni di arrugginirmi l’anima?
Temo non lo saprò mai.

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.