Un errore bellissimo

giovinezza
Che bella la giovinezza! Senza pudore facevo a pezzi le regole sociali inventando un micro cosmo dove sentirmi libera, provocante, indisciplinata. Disubbidire era un’affermazione d’identità. Rompere gli schemi una sfida intrinseca per spostare più in là… quella maledetta linea che costringeva l’infinito e delimitava i muri della mia camera. Se ripenso a noi, alle tue mani che mi toccavano di nascosto all’ombra dei glicini, a quella volta che mi accarezzasti sotto la gonna in chiesa, sorrido incosciente. L’innocenza mi ha perdonata più delle persone e nella riconoscenza verso la vita non ho mai regalato nulla alle fauci del destino, nemmeno le briciole di una fetta di torta al cioccolato. Prendere a morsi le tue labbra è stato come accendere il buio, che sensazione rumorosa la giovinezza! Il rullare dei nostri cuori abbatteva le notti dove non sapevamo nemmeno far l’amore. Ci siamo bastati per un tempo breve ma infinito. Non è stato il tempo a dividerci, solo la maledetta paura di pensare che eravamo il più bell’errore ci potesse capitare.

Stefania Diedolo

Il libro ” KARMEL” è in vendita in tutte le librerie d’Italia e sugli store on-line.

 

E’ difficile o impossibile?

voto-nel-vuoto

Stamane, mentre mi avventuravo nella giungla cittadina, pensavo che tutto è diventato difficile, guidare nel traffico caotico, fare la spesa al supermarket negli orari diurni, trovare un tavolino d’angolo per mangiare un panino al volo, addirittura convolare a nozze. Non credo manchi la volontà o l’entusiasmo, è oggettivamente difficile vivere una vita semplice e pacifica. Uno scherzo non da poco arrivare con qualche soldo in tasca a fine mese per chi ha uno stipendio, figuriamoci per chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo. Si fa fatica a credere che in trent’anni il mondo abbia indossato il “turbo” come fosse un abito, ignorando chi, a causa di questa frenesia collettiva, si perde per strada e non riesce a ritrovare la bussola dell’esistenza. È una sensazione devastante che coinvolge tutti a ogni livello. Anneghiamo in leggi che cammin facendo si complicano a piacimento di chi le crea, nei problemi di salute, nelle preoccupazioni per i figli, nei vaffanculo liberi che piovono torrenziali per qualsiasi motivo e poi … guardiamoci, siamo sempre più soli. Accantonando un attimo l’amore e l’amicizia che nel mio cuore sono salvi a prescindere perché resto una donna d’altri tempi, ciò che percuote questo nostro vivere rendendolo drammatico è la pressione che il contesto esercita e ci incunea nella sensazione claustrofobica che siamo in perenne ritardo. Si comincia a correre appena desti, si va a dormire divelti e passiamo il week end a mettere insieme i cocci. Che cazzo di vita stiamo vivendo? Quella che hai voluto, mi potrebbe rispondere qualcuno ma quando ho scelto… il perimetro era ben diverso, risponderei piccata, poi sono arrivati i nuovi yuppies, le norme che modificano le cose che andavano bene riempiendole di parole inutili e di carta. Sono arrivati quelli che credono di sapere tutto e invece sanno solo riconoscere il profumo dei soldi, si inventano la new economy, cosa comprare, come comprare, ciò che è buono da ciò che non lo è, massacrando a più non posso se non cammini nella direzione che impongono. Non volevo citare in questo post i tagliatori di teste ma vogliamo dirlo che oggi sono di gran moda i super-capi che se non sei performante fino al non-sense… non vali più niente e in 48 ore ti ritrovi segato e sostituito con il collega che non sa un cazzo ma è immensamente più stronzo? È diventato complesso fare qualsiasi cosa, l’imprenditore, l’insegnante, l’allevatore, il genitore e anche il prete. Tanti anni fa si faticava perché sulle tavole mancava il pane, sbarcare il lunario significava avere la garanzia di una cena calda ma poi la sera si stava tutti insieme a parlare, le nonne facevano le trecce alle nipoti, i bimbi ascoltavano i ricordi della guerra degli anziani e tutto era calmo mentre il torpore dei camini accesi confortava e leniva. Oggi la solitudine corre sui Wi-Fi delle interconnessioni, in chat di maschere artefatte necessarie per sopravvivere al riflesso degli specchi dove ci facciamo i selfie. Oggi è difficile anche alzarsi dal letto se non hai una motivazione forte. Sono una guerriera, l’ho sempre detto e state certi che morirò sul campo di battaglia ma se in passato per avanzare bastava l’entusiasmo oggi non è più sufficiente. Devi avere l’appoggio di chi conta, le ali ai piedi, il portafoglio a fisarmonica, un garage colmo di integratori per aiutarti a sostenere i ritmi e soprattutto devi avere lui… il culo. Un grandissimo benedetto culo, di quelli che la sfortuna quando lo vede cade a terra tramortita e ci resta. Ricordo che alle elementari “difficile” era fare un bel disegno come quello di Emanuela (terza fila a destra), lei sì che colorava come se stesse danzando sulle punte. Alle medie “difficile” era risultare gnocca ai ragazzi di terza consapevole che non avevi né tette né curve acchiappanti. Al liceo “difficile” era superare il compito in classe della professoressa Premoli, anche se ti faceva ripetizione era garantito che prendevi 3 periodico, ma erano difficoltà che non toglievano il sorriso, il colore del viso, il peso, la luce negli occhi. Oggi la “fatica” è diventata una costante che non trova conforto nemmeno nella gratificazione, perché la meritocrazia si è persa agli albori dello stato italiano e tutto converge verso il successo di pochi e la crisi di tutti gli altri. Le difficoltà si chiamano tali perché con stimolo e intelligenza si potrebbero superare ma quando cronicizzano non appartengono al concetto di normalità, sono uno stato sociale, un dramma, un alert di grave condizione generalizzata che sta strozzando. Stamane mentre pensavo a tutto questo c’era il sole e i campi mi dicevano: “Scendi da quella cazzo di macchina che ti sta rubando la vita e siediti sulla terra fredda e dura, ascolta il battito della crosta terrestre e comportati come il fiore che sei” ma ero in ritardo, ho nascosto i petali nel cappuccio del cappotto e mi sono messa a correre insieme agli altri verso non si sa cosa e per quale motivo, con un sogno in tasca grande come il mare e la paura vera di non vederlo realizzare mai.

È notte, tutti dormono ma io non posso riposare, da quando il sinonimo di “difficile” è diventato “impossibile”?

Stefania Diedolo

Niente

niente

Giorni fa avevo chiesto ai miei amici blogger di quale argomento avessero piacere io scrivessi. Sono rimasta stupita delle svariate risposte e dei suggerimenti utili che mi sono stati regalati. Tra le tematiche che più mi hanno colpita c’è quella di TADS:”Scrivi del Niente, guarda che non è facile”. Sul momento pensai: “che vuoi che sia parlare di un qualcosa che non-è”.

Poi mi sono accorta che l’invito dell’amico nascondeva qualcosa d’insolito.

Parlare del niente, descriverlo come “qualcosa” avrebbe significato trasformare l’oggetto della domanda nel suo contrario. Con la conseguenza che anche ogni risposta sarebbe risultata per principio impossibile.

Eppure rispetto al Niente qualsiasi sua definizione mi risultava essere un controsenso.

Se per logica non posso fare del Niente un oggetto, avrei già terminato di scrivere l’articolo, salvo io non faccia a brandelli la logica e inizi a filosofeggiare senza intelletto.

Nel mio tentativo di capire e argomentare mi limiterò quindi a scardinare i preconcetti osando asserire che è bello come ognuno di noi colori il Niente della sua soggettività. Chi di dolore o assenza di dolore, chi di viola o arancio, chi di vuoto o pieno, di ferite o assenza di ferite. Perché si sà, alla fine chi vive ancorato alla realtà trasforma tutto in proiezioni psicologiche.

Parmenide (filosofo greco) asseriva che le verità assolute esistono anche quando non ne siamo a conoscenza e per assurdo potrebbero essere Tutto come Niente. Nell’ipotesi quindi che una verità assoluta fosse un bellissimo Niente, la verità tornerebbe subito all’Essere, perché il Niente nel contempo sarebbe la Verità che diventa “quel qualcosa”.

Troppo complicato? Non preoccupatevi stiamo parlando di niente quindi è normale la mancata comprensione di ciò che non-è. Io stessa sono consapevole che, nonostante credo d’aver capito, domani ricorderò ben poco e lo affermo con la stessa determinazione con cui dichiaro che mai dimenticherò quanto amo mangiare le lasagne.

Quando mi avventuro nei miei romanzi spesso mi viene ricordato che la mente non può immaginare di più di quel che vede. Nella tristezza del dato di fatto, anni fa ho osato pensare “A questo punto meglio essere una scrittrice mediocre che essere niente”.

Non so se tutti sarebbero d’accordo con questa asserzione, perché in una vita di speranze disilluse e sconfitte il Niente potrebbe apparire davvero meglio dell’essere sfigati e falliti, addirittura un colpo di fortuna.

Ecco, credo che questo sarebbe l’unico caso  in cui vorrei che il niente fosse veramente niente.

Citando Oscar Wilde, ho amato molto parlare di tutto questo niente. E’ l’unico argomento in cui ho compreso di sapere veramente tutto.

Intolleranza consapevole

parole
Fatico ad esternare i disagi. Non per riservatezza, ma perché i pensieri si annodano e le parole vanno all’indietro.

Come quando il sole brucia le fronde degli alberi ed i punti fermi dei mondi perfetti castigano i miei sogni alternativi.

Se scivolo in questa dimensione, un sola cosa so fare bene: restare in silenzio. Persa in miliardi di parole che non hanno scuse per uscire, penso che non è vero che i giorni scivolano.

Ieri non è passato, è ancora qui.

Non è vero che sognare è l’ultimo anelito di libertà, se i desideri si schiantano sulla dura roccia del reale. Le bollette aumentano. Le teste rotolano. Le verità sulle vite degli altri sono un bene o la scusa per darsi una giustificazione? Un treno di parole anche se pacate può fare male? È preferibile sciogliere i nodi delicatamente o utilizzare l’inquietudine di un’accetta? È peccato alleggerire tutto questo grigio Londra?

Io non sono luce, favola o acqua chiara. Sono un gomitolo di lana che può scaldare in inverno, ma d’estate… se non si comprende come tessere la mia densità, può rivelarsi un rogo incendiario. Non c’è nulla che mi dia più fastidio delle parole in eccesso.

Quando ho sposato l’arte dello scrivere ho scoperto d’esserne allergica. Ogni palcoscenico a fine serata chiude il sipario, perché esistono anime che non riescono a cucirsi le labbra nemmeno innanzi al destino? Il silenzio è un’arte. Spesso banalizzato, criticato o considerato una forma malsana di astensionismo.

Eppure, nel suo eco vuoto, odo più risposte che in centomila sorde affermazioni.

La necessità di vita
porta via lontano,
a contar buche
per  strada.
Poso i piedi barcollando.
Perdo peso.
Uno spiraglio di cielo
è questo silenzio muto.
Non resisto più
ai coltelli nella gola,
alle parole pungenti
come lame nel cuore.
E’ calato il sipario,
dritto sulla testa.
Un lenzuolo a coprire,
mi vergogno.
Son tutta rotta.
Stare zitti innanzi al dolore
è un atto dovuto.
Tutte queste parole
sono un vuoto a perdere.
Inservibili.
Impossibili.
Inguaribili.
Meglio il silenzio
dei troppi
bla bla bla.
Blasfema.
Blanda.
Blasonata.
Che orrore la morte.
La vita,
quando meschina
bacia lo sfacelo
dell’anima,
insultando il dolore.