Nel nome tuo

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Oggi è il 1 Dicembre, inizia un mese denso di ricordi. Partendo da Santa Lucia fino all’Epifania, passando dal Natale, San Silvestro e quel calore famigliare che le festività natalizie trasmettono, ci attendono solennità particolari che non tutti amano e avvertono con la medesima intensità. Da sempre affronto questo periodo dell’anno con un misto di mestizia alternata a incanto infantile, benché la carta d’identità mi ricordi che della “bambina che son stata” mi restano giusto i dati anagrafici. Tutto è iniziato ieri mattina. Mentre andavo ad un appuntamento, mi sono scoperta con gli occhi lucidi di lacrime senza quasi capire il perché. Poi è stato semplice mettere a fuoco la realtà. So che in tempi di crisi nessuno ha desiderio di leggere lagne troppo nostalgiche, ma come tutti coloro che scrivono anch’io vivo intimamente i miei dolorosi trascorsi. Tentare di dare voce ad una pena è un po’ come cospargerla di baci lievi e delicati per ricordarle che sappiamo averne cura. Così è per me e sempre lo sarà, a prescindere da chi mi vorrebbe da tempo “oltre” me stessa. Quindi, dopo qualche post sui generis e di impronta vagamente sociale, consentitemi un riverbero intimista. Devo andare “altrove” per qualche minuto, poi ritorniamo a salvarci a vicenda con le nostre considerazioni mensili sul “globale” che ci circonda. Quanto segue è per me, per Lui e per chi come me ha bisogno di proteggersi da se stesso:

“Ora che con tutta sincerità sei andato via, posso immaginarti ancora accanto con me. Prima non era concepibile. Solo pensarti mi faceva star male. Nessun altro ha mai potuto colmare la mia esistenza senza parlare come sapevi far tu. Sei stato un vuoto che ha riempito ogni arteria anche quando non ci sei potuto essere. Oggi, che dilaghi tra un sorriso e l’abbandono di me che invecchio attraverso il tuo specchio, ricordo malinconica il nostro vivere senza tempo… abitudini semplici, famigliari. Di nuovo mi riscopro a pregare perché le tue membra riposino quiete, mentre queste mani che hanno il tuo stesso sangue si aggrappano a desideri segreti, alle spalle di chi onora il mio esserci, al tuo maglione blu che ho rubato dall’armadio di mamma e come stamattina indosso per sentire il tuo odore. Ora che sei nuvola, stringimi senza necessità di allargare le braccia, amami senza rinunce e guidami con quei tuoi occhi scuri, profondi. Vivo ogni minuto che mi separa dal tuo spirito come fosse ogni momento e mi abbandono al bisogno di niente… perché non c’è nessun’altra intensità che ti assomiglia. Quanto vorrei tu ci fossi ancora per dirti quelle cose che mi accadono nelle giornate disperate, di quando piango con gli occhi asciutti o mi trattengo, scarto e poi scappo… ma il senso del viaggio sta proprio in questo mio non poterci fare niente e accettare che ora mi guardi dall’altra parte. Tu che mi hai resa migliore senza dover mai alzare la voce, ricordati di me come io non mi dimentico mai di te e lasciati ancora chiamare padre. Nel tuo nome riluce la mia identità, nella tua dolorosa assenza danza la lotta giornaliera di questo sopravvivermi nel nome tuo”.

Voi come vi salvate dalle vostre ferite? Io faccio sempre tutto da sola.

Amore in ogni tempo

AMORE
Manchi sulla pelle, avvolto nel mio istintivo abbraccio di quel mattino incantato. Ricordi? Scivolavo sul tuo corpo madido e avvertivo solo muscoli, nervi tesi e il tuo sguardo affilato. Ti desideravo carnalmente, mentre stringevi gli occhi e con la bocca dischiusa cercavi ossigeno nella mia. Languida, perdevo milioni di parole innanzi al dono del tuo fiore. Tu che sapevi scaldare il cuore della notte, eri abile a condurmi lontana da antiche calamità corrotte.
Da mesi mi chiedo dove sei.
Da ieri vorrei sapere se mi vuoi.
Da domani inizierò a pregare affinché si possa essere di nuovo vicini. Non ho dimenticato le tue forti mani. Mi chiedo se sono lisce come quando mi amavi.  Se sono grandi come quando ungevi il mio corpo di Argan e credevo di saper volare. Mi chiedo se esser stata la tua donna ha significato vincere o scivolare.
L’amore non conosce prospettive quando si nutre di albe ad ogni ora. Dimmi, per me ci sarai ancora? I colori della vita chiedono di noi avvinghiati nel rogo della passione. Chiedono un’altra volta di me, perdutamente in cerca del tuo sapore.

il prodigio

stefania diedolo

Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Come questo mio amarti a testa bassa,
rapita dai silenzi del cuore.
Ricordi la luce di quell’estate?
Chiudevo timida gli occhi per non cadere nei tuoi.
Nascondevo le mani nei polsi delle camicie,
per paura potessi vedermi le cicatrici.
Il treno del tempo
ci ha poi condotti nella medesima direzione,
mentre le ore meste
han consumato l’attesa senza esitazione.
Ricordi il freddo di quella notte?
Coprendomi piano le spalle,
mi hai cosparsa di stelle la pelle.
Avevo il cuore pieno di noi.
Avevo la testa vuota d’antiquati supereroi.
Se percorro i ricordi dell’amore,
tu rimani un ineguagliabile fiore.
Il tulipano blu immobile della vita mia,
la vita, la morte, l’ultima poesia.
Resistere in equilibrio
è il prodigio di ogni fiore.
Amarti di nascosto,
l’unica salvezza da un passato
che ogni giorno muore.

Specchio

specchio

Semplice la tua esistenza.
Come vento lieve,
soffi piano.
Senza rumore.
Non riesco a non guardarti.
Una volta ero come te.

Quell’attimo che precede la consapevolezza è stato come precipitare

timidezza

Credimi, non avevo capito niente. E’ stato solo nell’istante in cui ho percepito la tensione della tua voce che ho compreso che avresti potuto amarmi da sempre. Sin da quel primo viaggio casuale. Dove si ruppe il cambio. Dove si credeva di essere grandi. Guardo il calendario che segna il tempo passato e le memorie non tardano a farmi compagnia. Mi passavi accanto e non mi rendevo nemmeno conto di cos’eri e dove stavi andando. Vivevo la mia vita rotolando in strade di fango,  mentre tu scalavi le tue montagne irte di sassi aguzzi senza guardarmi mai. Due estranei conoscenti che si salutavano appena, forse due risate ogni tanto, uno sfioramento casuale al bar del biondo, un ciao un po’ più accennato, un passo lento per non arrivare dove avresti dovuto di nuovo dirmi:<<Ciao, a presto>>. Gli anni sono corsi via nelle nostre scarpe consunte a rincorrere la vita e mentre abbiamo cambiato jeans, moto ed appartamenti, i nostri visi hanno perso per strada colore, rimmel e risa. Così vicini e così distanti non lo potremo essere mai più. Eppure lo siamo stati sempre. Per tutta una lunghissima ed ormai consunta esistenza. Mi chiedo se lo sai che di nascosto osservavo quel tuo camminare deciso con le mani sprofondate nel piumino rosso. Con tutta quella stupida paura d’incrociare il tuo sguardo. Mi tremavano la voce, i denti, gli occhi, il collo della camicia, l’orlo dei calzoni. Troppo timida. Troppo stupita. Troppo giovane. Mi chiedo se lo sai che di nascosto ti cercavo tra la gente e dopo averti trovato tornavo indietro e mi nascondevo nei portoni dei palazzi. Il fiato corto, le mani sudate, quel calore tra le cosce che non andava via. Non andava mai via. Poi, senza preannuncio, quell’inclinazione nella tua voce, dopo tanti anni a perderci. Quel rimasuglio di volontà a nasconderci, è stato sorpreso da un fa stonato. Un’emozione indolente sfuggita al controllo rigido di chi si è negato da sempre. Non avevo capito niente. Non avevi capito niente. L’attimo che ha preceduto questa nuova consapevolezza è stato come precipitare. Volare. Sospendere il tempo, le frasi, il movimento circolare dei tuoi occhi a scavare i miei. Le bocche di nuovo serrate hanno poi trattenuto sorrisi imbarazzati. Che bella la tua voce stonata. <<Se sbandi ancora posso sbandare con te?>>. Te l’ho detto seria. Mi hai fissata immobile, non hai saputo bene cosa inventare. Io faccio i conti con le emozioni e guardo la luna piena. E’ stato bello aspettare. 

Il sacrificio

Infanzia

Quando ero una ragazzina, non avevo idea di cosa significasse il termine sacrificio. Vivevo la mia vita come un cartoons e nulla più. Le cose credevo mi fossero dovute, avevo alcuni punti di riferimento e non c’era nulla che potesse mandarmi in crisi. Tranne le malattie di mamma.  Ricordo che quando restava immobilizzata a letto, a causa delle forti emicranie, non andavamo nemmeno a scuola.
Più che altro nessuno ci svegliava e quindi si perdeva il pullman.
È stato in quel mentre che ho conosciuto l’ansia che ancora oggi mi è compagna, ma questa è un’altra storia.  Non so dirvi se più o meno triste. Certamente diversa da quella che voglio narrare.
All’epoca mia madre era spesso stanca, credo non fosse così fantastico accudire da sola tre bambini piccoli –ma lei non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura-. Mio padre era assente giustificato. Affinché in casa non mancasse il cibo, girava il mondo lugubre e fosco delle ciminiere. India, Africa, Sud America, nord Europa.
Sono le stesse ciminiere, che per lunghi anni lo hanno tenuto lontano da noi, ad averlo ucciso quest’anno. Tutto quanto ha respirato, per far sì che noi andassimo a scuola ed avessimo abiti decorosi, si è trasformato nel tempo in una morsa spaventosa che lentamente gli ha tolto il fiato.
Negli anni ’70-’80 tutto era ovattato: la scuola, la nebbia, la mamma sempre presente, lo zio Romolo, la nebbia, i giochi nel cortile, io che volevo imparare i rebus, la Messa la domenica mattina, il “pronto soccorso”, appuntamento fisso di ogni settimana, la nebbia, le torte di compleanno, le lezioni di cucito dalle suore, il catechismo, la slitta fatta con il cellophane nero dell’immondizia, i cinema di nascosto all’Albergo, il primo bacio ricevuto da Fabiano. La nebbia.

bambiniPoi un giorno comunicai a mia madre che volevo fare e disfare da sola, uscire, scegliere come vestirmi, lasciare a casa l’orologio, passeggiare per Crema, andare dovunque con l’Espace blu scuro di Giovanna, dormire fuori, andare fuori, stare fuori, essere fuori: dagli schemi di casa, dai pensieri di chi mi amava troppo. Essere fuori di testa.  In coincidenza con questo improvviso bisogno di affermazione, ho capito per la prima volta cosa fosse il sacrificio. Era l’inverno del 1985, avevo all’incirca  sedici anni, a scuola andavo  bene, non mancavo ad un solo allenamento di volley dove primeggiavo da anni ed ero dolcemente innamorata come potrebbe esserlo un’adolescente del passato. Non certamente come consumano l’amore i giovani di oggi. Rinunciare all’amore, a quell’amore, fu il mio primo sacrificio. Non lo comprese nessuno. Nessuno. In verità fu l’inizio di una rinuncia ben più grande che poi durò tutta la vita e che riassumo in questa espressione: <<Fare le scelte per accontentare gli altri. Io sono stata impostata con questo moto direzionale. E questo è il mio sacrificio. E questo è il mio danno>>. Mamma dice che si fanno enormi rinunce per i figli. Come non capirla? Io mi distruggo per la ragazzina che mi gira per casa, ma mia madre non ha mai capito che il vero sacrificio è rinunciare ad essere se stessi.  Sopportare la qualunque per il bene dei propri pargoli è un dovere genitoriale, ma immolarsi per accontentare gli altri cos’è? Una maledetta, intollerabile, orribile fregatura dalle proporzioni mostruose. Ecco cosa c a s p i t a  è. Due anni fa ho stabilito, a norma di legge famigliare, che il mio sacrificio era troppo anche per me stessa ed ho iniziato a dire che non lo volevo più perpetrare. Altro che Siria & Company, ho innescato la terza guerra mondiale dei poveri. Ho rilasciato nell’etere gas tossico emozionale ed inodore. Dilaniato con bombe atomiche sentimentali fatte negli scantinati. Lanciato parole ansiose come pugnali. Sbattuto porte come fossero ante di carrarmati.
Ma bisognava proprio scatenare una guerra? Si.
Il sacrificio è una perversione umana che se protratta nel tempo può rendere il cuore di pietra; io invece desideravo che il mio cuore fosse di burro fuso al profumo di salvia e gelsomino esattamente come mi venne donato alla nascita.
E così facendo, nello scorrere del tempo, ho modificato le traiettorie e cessato le battaglie. Oggi vago disarmata ed un pò spaventata con la coscienza che la mia gioia di oggi, è il mio dolore di sempre…ma finalmente senza più maschere imposte.

bambina

Diffidate di coloro che predicano l’idea del sacrificio. Ciò che in realtà vogliono è che qualcuno si sacrifichi per loro.
Joan Fuster, Giudizi finali, 1960/68