Innamorarsi

Avete presente quando, tutto ad un tratto, vi rendete conto che siete andati dall’altra parte? Talora basta un attimo, un bagliore di sole che squarcia di traverso la tovaglia di carta a quel bar d’angolo dove vi siete fermati per un pranzo frugale o un vela che ondeggia al vento sul lago di Desenzano del Garda. A me è capitato così. Un abbaglio fulmineo, mentre pranzavo durante una pausa di lavoro, mi ha dato la dimensione reale di quanto stava accadendo, dove mi trovassi a tal proposito, dove avrei dovuto invece essere e cosa potessi fare per arginare l’invasione. Premetto che sono una donna normale, il mio elettroencefalogramma è normo regolare senza sinapsi particolari. Ma verso l’oltre, ti ci possono pure sbattere violentemente, non è necessario andarci con le proprie gambe. Ero a Desenzano. Attorno a me solo stranieri e bambini in short e canottiere. Pensavo che erano quasi nudi, considerato il vento fresco che ripetutamente ha tradito l’estate artificiale riservataci quest’anno dalla natura. I nordici han sempre caldo anche quando si gela. Il cane del mio vicino di tavolo latrava da un pezzo, aveva sete povero. Ma il suo padrone, borchiato finanche nelle mutande, rasato e dotato di Ray ban fumé, ha continuato a bere il suo Aperol spritz ignorando il richiamo ripetutamente. Ecco, fossi stata la sua donna gli avrei dato una sberla dritta sul faccione rovinato dall’acne. E’ stato un pensiero istantaneo, come il lievito chimico. Zero elaborazioni. Come un “fanculo” slabbrato uscito dritto dall’intestino. Che poi, il minimo che fai è andartene dritta a casa perché a quel punto chi se ne frega. Già. Dovete sapere…, perché lo sto ammettendo pubblicamente, che anche a me ad un tratto può arrivare il chicazzosenefrega. Pure quando non te lo aspetteresti mai perchè ho il marchio impresso negli occhi della crocerossina. Ma vi garantisco che arriva. Arriva, perbacco. Irrefrenabile, come un orgasmo. Mica son mai stata una Santa. E dopo averlo sperimentato, capisci che farsi le seghe mentali continuamente per gli altri non serve a niente. A niente. C’è un punto, quel punto lì… ove salta qualcosa. Un tappo. Una crosta. Una piccola bombetta di Capodanno dimenticata in una scatola in soffitta. La caldaia da cinquemila euro. La moka Bialetti con tutto il caffè che ti colora il muro ed imprechi, ma nel contempo ringrazi Dio che potevi morire se ti centrava in piena fronte. Accade che la buona educazione si allontana quel minimo. Il buon senso va a fottersi una puttana di colore. Il rispetto si dimentica di svegliarsi alle 6.45 del mattino. La stima è in ferie giusto il tempo di qualche ora. Ed il cervello è più connesso al culo che non ai neuroni ed alle loro sinapsi. Si incrina definitivamente ciò che già era precario e nel lacerarsi lascia cadere tutto negli inferi della miseria. Avviene una sorta di risucchio verso il basso come un tornado demolitore, il vento freddo della potenza. E’ il gelo dell’esasperazione e del dolore che ci trasforma in animali. Io lo posso raccontare. Sono testimone. Il luogo ove cresce e si nutre il male esiste. Quello che si legge sui quotidiani o si vede su skytg24, non è così lontano dalle nostre case, dai nostri figli, dal nostro vivere quieto di borghesi benpensanti, blogger pseudo filosofi, onorati cittadini di una società che fa talmente disgusto che è diventato raccapricciante assistere all’impotenza di chi non riesce a riesumarla. Che se uno in Italia ha un problema di carattere relazionare, è diventata la prassi non riuscire ad evitare ricatti e se ti va bene o finisci in carcere senza prove o al cimitero perché l’ex-amore passionale è passato dalle lettere d’amore al coltello da cucina. L’ho detto: sono testimone. E nemmeno così tanto muta. Poi, l’altro ieri. Beh, era il 2 settembre, un giorno maledettamente normale, con la gente ancora in vacanza, io incastrata in luoghi dei quali per motivi professionali non posso raccontarvi proprio nulla. Ecco, dicevo… l’altro ieri mi è piovuto addosso tutto insieme il firmamento. La terra mi ha fatto inciampare nei ceppi delle sue radici madri e sono andata semplicemente nell’altrove. Era già da qualche giorno, diciamo pure un centinaio per essere metodica, che sentivo abbassarsi la volta celeste e percepivo l’innalzamento della crosta terrestre. I sintomi li avevo tutti quanti. Un terremoto emotivo in arrivo. In questo sono un’ottima sensitiva somatizzante. Metà di me alla regia, l’altra metà a non crederci fino all’ultimo micro istante. Ma così è stato e sarà.
Già lo so, che è un andare senza ritorno. Perché nella mia vita è sempre stata questa la modalità, che le cose che realizzo veramente: sono sempre state quelle che ho deciso io.
Qualcuno ieri sera mi ha detto che essere maturi ed autonomi non significa essere autarchici, ma saper chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno perché da soli si fa molta fatica.
Non so che dire rispetto a questa affermazione, perché nessuno può aiutarti quando sei veramente dall’altra parte del vetro e vedi nuotare in un acquario con meduse e pescecani chi ti ci ha spedito. Men che meno aiutano le troppe parole. Tutta questa circumnavigazione di pensieri, suggerimenti, consigli, infiniti ragionamenti. Ognuno con la propria personale visione della realtà, del meglio, del subconscio. Ma chi se ne frega? Il consiglio perde valore se chi lo elargisce non sa cosa significa ricevere continuamente fucilate. Sentirsi dire “spostati” o “fingi che non stanno detonando” equivale ad un banale: “Oh piove, suvvia tesorino…prendiamo l’ombrellino rosso della nonna”.
Chi in realtà ti può aiutare quando sei solo? “Aiutati che il ciel ti aiuta”. “Chi ha tempo non aspetti tempo”. Mia madre li sostiene sempre con grande imbarazzo di mia figlia, che poi mi sussurra di nascosto:
<<Madonna quanto è invecchiata la nonna, dice continuamente proverbi e li sbaglia pure>>.
<<Stai zitta, irriconoscente!>>. La redarguisco! Almeno fingo di essere seria.
Poi la guardo e muoio dal ridere per la sua adolescenza sbocciante, ma mia madre ha ragione. Dopo la folgore di Desenzano, ho finalmente scelto la strada dell’assenteismo giustificato. Delle non parole. Del non detto. Del ridi che ti passa. Del nulla è più insondabile della superficialità della donna. Del non c’è luogo profondo che l’intelligenza non possa rendere superficiale. Del deglutisci e vai oltre. Del cogli l’attimo. Del basta. Del B come bastardadentro oppure belladonnamanonscema. Mi son semplicemente rotta le tette. Non posso dire palle che altrimenti rischio di esser ammonita e poi su una cosa non si discute: io le palle le ho sempre avute, ma essendo virtuali si scassano solo nella teoria. Sono ancora una femmina, ci tengo a precisarlo. Lo sbrindellamento delle tette è più armonioso, femmineo e meno inflazionato.
Chiudiamo la messinscena, cerchiamo di essere unici e cambiamo la direzione dello sguardo, avviamoci con le mani in tasca verso una nuova dimensione più umana ed iniziamo a vivere… che di sopravvissuti siamo colmi come uova marce.
Per esempio agogno ad un hamburger con patate fritte, buttare l’Iphone dal finestrino della macchina, aver terminato la stesura di “Memorie di una donna”, avere una piscina sul terrazzo di casa ove allenarmi tutte le sere e mangiare Nutella.
Per ora mi accontento di aver preso una decisione.
L’ho presa.
Dio fa che io riesca a portarla a compimento.
Dio fa che nel week end ci sia il sole ed io possa prendermi una cotta solenne per me stessa.

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Quel buco nello stomaco

donne
Mi manca.

Difficile esporre cosa significa dover rinunciare a qualcuno perché tecnicamente è stato chiuso un percorso.

Sei lunghi intensi anni di introspezione dove le ho lasciato prendere il mio Io deframmentato ed ho altresì lasciato che mi aiutasse a ricostruire ciò che rimaneva di me. Ma lei mi manca, maledizione. Mi manca da non poterne più. In due mesi l’ho inseguita il minimo necessario ed ho intenzionalmente evitato di riviverla nella memoria, ma oggi sto male. Si è rotta quella diga e patisco l’assenza della sua ricchezza.

Io, che non verso mai una lacrima perché ho gli occhi ingessati, mi ritrovo a dover circoscrivere un’ inondazione imprevista. Che pessima figura dovermi giustificare con i collaboratori. Ma cosa mi sta capitando?

Tu, dove sei?

Lei era dolce. La donna più deliziosa e amabile ch’io abbia mai avuto la fortuna d’incrociare in questo mondo. Meglio di una madre. Meglio di chiunque abbia mai trapassato la mia realtà.

Lei non parlava: sussurrava. Lei non mi ha mai accarezzata: leniva le mie povertà con lo sguardo.

Lei sarà certamente una conoscitrice delle dinamiche umane, ma io sentivo che mi voleva bene a prescindere dai suoi titoli. Che in qualche modo avevamo abbattuto le barriere del funzionale ed eravamo arrivate a lambire reciprocamente le nostre fragilità, per nulla consoni al “lei” che, per buona educazione, non abbiamo mai smesso di darci.

Lei è minuta. Uno scricciolo di donna. Eppure possiede una forza straordinaria.

In tanti anni di fatica affrontata sempre insieme è riuscita a carpirmi l’anima e tutta la mia fiducia. Confesso d’averle permesso consapevolmente tutto questo, cosa che rifarei ogni giorno del mio presente e del mio futuro perché, senza alcuna titubanza, lei merita d’avermi. Le appartengo nella misura in cui sono una sua creazione. Possedere l’esclusiva sui miei desideri più reconditi non è mai stata cosa lecita per nessun’altro.

Il nostro è un sodalizio curioso. Un algoritmo.

Nella sua testa di donna estranea, ho realizzato un nido di petali che mi ha accolta e protetta per un tempo veramente lungo.

Nello scorrere degli anni lei è diventata la mia compagna di viaggio. Una stanza con un divano sfondato verde bottiglia ove correre a cercare attenzione. Una sponda accogliente fatta di un ingrediente segreto chiamato cura, dove le parole erano colme di stima e di mancati giudizi laceranti. Dove il calore ha riscaldato i miei freddi dell’anima.

Tra le sue rive ho trovato il giusto approdo ove lasciare gli ormeggi. Nel suo corpo si è consumato per infinite ore un abbraccio amorevole senza braccia.

Lei, la mia luce in fondo al tunnel. Io, il suo successo terapeutico.

Sarà impossibile ritrovarla esattamente come l’ho lasciata, sebbene durante il nostro ultimo incontro, quando già stavo scendendo le scale e me ne stavo andando con le lacrime agli occhi, lei mi abbia raccomandato:
<<Stefania… la prego, non sparisca>>.

Me la ricordo immobile e magra sulla porta aperta del confortevole studio. Indossava dei pantaloni chiari come la sua carnagione.

Ma come posso restare se me ne devo andare da noi?

Stamane le ho scritto in punta di piedi una mail. L’ho fatto mentre guidavo. Un occhio alla strada ed un occhio all’Iphone, una lacrima a bagnare il sedile di pelle dell’autovettura, uno sguardo alle parole con gli occhi talmente velati da non riuscire a vedere lo schermo. Il ciglio erboso. Il nulla.

Ferma in tangenziale, mentre il cielo nero minacciava pioggia, paure e solitudini, mi sono ricomposta ed ho cliccato sul tasto “invia”.

In quella pagina di mail semivuota ho celato tutto il mio amore disincantato e tutto il dolore per non averla ancora al mio fianco, per non poterle raccontare i fatti della vita, dirle che mi manca ed ancora di me, di noi, del mare, dei viaggi, di quanto desiderio ho di poterla incontrare per strada anche solo per stringerle la mano.

Ancora una volta sono obbligata a ricostruire. Ancora una volta faccio i conti con un lutto.

Sono sopravvissuta a mio padre perché la vita me lo ha imposto. Sarebbe da idiota opporre resistenza al rito della morte, ma agli altri lutti… a quelli dei vivi, non riesco a trovare il senso. Non riesco a venirne a capo.

Dottoressa, ma se non devo sparire… dove devo andare per averla ancora con me? Evolvere in altro significa cambiare. Lei ha cambiato il divano verde sfondato?

Sei un buco nello stomaco che non va mai via.
A Natale ti porto a cena con me.

Il rito della volontà

volontà

Se dovessi dare forma al dolore,
sarebbe un filo spinato
arrugginito e arroccato.
Una fila scontata
di ombrelloni bianchi
inaccessibili agli occhi del cielo.

Solo l’incantesimo
saprebbe
liberare energia,
ma il rituale è smarrito
tra le pieghe
della mia memoria sotterranea.

Sono io la strega
di me stessa.

Io mi lego.
Io mi sciolgo.

Eau de merde

Non mi capacito di ciò che sta accadendo, ma nella testa ho un turbine. Un tutto strapieno che da la nausea, ingolfa e mi porta con i pensieri altrove. Verso direzioni libere dove non sono nessuno e posso vivere sopra le righe, sopra le responsabilità, lontano da quella sensazione di pressione che avanza e mi schiaccia contro il muro della disfatta, nel letto sudato di lenzuola troppo calde, all’angolo chiuso di strade vuote dove respirare la polvere è un dovere, dove le situazioni non si analizzano più col buonsenso. In natura solo l’umano tende ad affermare che per tutto ci deve essere una ragione. Quando non la si trova si parla di sfortuna, il destino, il karma o più efficacemente: della temibile sfiga.

Gli animali vivono la loro realtà basandosi sull’istinto che difficilmente sbaglia. Il senso invece, è talmente soggettivo che non solo sbaglia: può rivelarsi personalizzante, discriminante, umiliante e paradossale, al punto che da qualche settimana preferirei essere un fenicottero. Tutto ciò che vedo e sento è per definizione allucinante. Tra l’altro, per motivi di un concetto di privacy che ormai fa ridere anche i neonati, non posso nemmeno sfogarmi qui sul mio blog perchè ormai è pubblico. Rischierei denunce. Ma mi rode il culo. Questo posso scriverlo. Che mi rode.

Viviamo una vita dove la forma ha lasciato il posto alla sostanza, dove l’apparire funziona meglio dell’essere, dove il proverbio “il lupo di mala coscienza, come opera pensa” non è mai stato così tanto inflazionato. Nessuno si fida più di nessuno. E’ diventato uno scempio. A tutti i livelli sociali. E’ normale che io mi chieda cosa stia succedendo, che non voglia starci dentro e desideri fuggire dal cerchio per guardare gli altri che si ammazzano. Ancora si crede che sia sparando a vista che ci si può salvare? Mi guardo nelle immagini della serata appena vissuta ad Asti e quasi non riconosco il mio sorriso, la complicità con chi mi ha realizzato la serata. Ero io, ma non c’ero. Sono sempre altrove. Altrove. In luoghi abbandonati dove non esistono porte per entrare o uscire. Dove non esiste quel senso di pugno allo stomaco che mi attanaglia togliendomi il sonno. Nelle fotografie della serata in Biblioteca a Crema già sono più sofferente ed inizia anche a vedersi fisicamente. Sei chili in meno da dicembre cominciano ad essere troppi.

Ad ottobre compio 46 anni. Ho passato più della metà della mia vita in luoghi che non posso ancora raccontare, ma un giorno, non appena al mattino potrò gustarmi il mio tè con i frollini tranquillamente sotto il porticato di casa e terminata la colazione le mie uniche preoccupazioni saranno se annaffiare i fiori che amo tanto o prima andare al mercatino della frutta, io scriverò il romanzo della mia vita. Certo che lo scrivo. E’ tutto qui: nella mia testa. C’è tanto che devo rivelare, cose che voi umani… nemmeno potreste credere d’immaginare.

Quando il mondo va al contrario, chi si pone in dirittura di partenza onestamente non può che uscirne perdente. Se invece sei un caga cazzo ti temono e quasi ti fanno la riverenza come agli alti prelati. Io non voglio bacia mani alla Giuda o cose di questo basso livello tipo lecca chiappe, ma è sicuro ormai che non ho capito una cippa lippa della vita e probabilmente ho gettato al vento un sacco di anni a cercare di essere una persona per bene badando sempre solo a ciò che conta veramente. Alla fine di questo mio dire tanto… senza in verità poter dire niente, aggiungo solo un dettaglio profumato: molto meglio me, che so di Christal Noir, di chi al mattino si fa la doccia con l’eau de merde. Chapeau.

Asti spettacoloMani

Galleria immagini presso Centro Culturale San Secondo Asti, presentazione letteraria del 28 Marzo 2014

Galleria immagini serata letteraria in Biblioteca a Crema, 3 aprile 2014

Sulla spinta di un nervosismo che poco mi appartiene mi stavo scordando di scrivere che la settimana prossima presento “Bocca di lupa” a Brescia. Poi mi fermerò per un mese perchè sto dimagrendo a vista d’occhio e devo riposare. Ritorneremo in scena col romanzo da fine Maggio a Milano, Torino, Soncino, Coccaglio, Iseo… Matera. Vi darò di volta in volta i dettagli. Sabato prossimo 12 aprile, dicevo, sarò ospite presso la LIBRERIA RINASCITA di Brescia, in via Calzavellia, 26. Modererà il giornalista e reporter televisivo Diego Trapassi e mi farà da spalla la sempre splendida attrice Lucia Giroletti. Ormai siamo inseparabili. Per chi fosse interessato io ci sarò e come sempre… ci divertiremo. 

invito_Bocca_di_Lupa_Brescia(1)

Poi… ferie.
Stacco la spina.
Fame, sete, sonno, pipì.
L’essenziale.

Le mezze stagioni di un cuore in gola

campi di girasoli

Era la primavera. Avevo l’inverno dentro al cuore quando mi hai scorta seduta tra sbiaditi campi di girasole. Giocavo con i cani da caccia di mio padre. Le rughe avevano reso un inferno la mia giovinezza; l’inquietudine dava pugni in faccia ad ogni mio possibile coraggio. Ti ho pregato di lasciarmi morire, mentre osservandoti di sottecchi mi impressionò la tua bicicletta: sgangherata, con pedali color ruggine, era un tutt’uno con la tua semplicità. Indossavi abiti dimessi sopra uno sguardo denso di parole appena accennate. Hai sorriso al mio dire ed hai scelto di fermarti e farmi compagnia. Mangiavi semi di lino, mentre i cani ululavano il mio dolore e le calatidi dei girasoli stavano iniziando a ruotare verso ovest in attesa del tramonto. Da quella sera sei venuto tutti i giorni e tutti i giorni ti ho mandato via.

Era l’autunno. I girasoli avevano cessato il loro ciclo vegetativo. Avevo deciso di liberare il terreno per consentire ai cani di correre più liberi. Ho tagliato i dischi dei capolini ed infilandoli con uno spago uno ad uno, li ho appesi sulla lapide soleggiata dove avevo scelto di far riposare mio padre. Quando sarebbero stati ben secchi li avrei posti in vasi di cotto per gli uccelli selvatici. Tu eri sempre lo stesso, ma mai identico al giorno precedente. Mi stavo abituando al tuo odore, al paesaggio con la tua figura dipinta. Ogni tanto mi portavi dei biscotti di grano saraceno che tua madre sfornava il sabato mattina, io non avevo mai fame, ma li mangiavo perché così eri felice. Oltre le lastre del mio dolore avevo iniziato a vederti. Sapevo a che ora saresti arrivato e sapevo che non volevo mai vederti andar via.

Era il primo giorno d’inverno, quello che gli astrologi definiscono: la festività solare. I cani non ne sapevano di voler giocare. La terra nera che mi ospitava era ghiacciata, il giallo dei girasoli solo il ricordo sbiadito di un epoca ormai lontana. Quando ti ho visto arrivare, stretto nel cappotto nero e con la bicicletta ridipinta di fresco, ho sentito caldo tra le cosce e nella gola. Come passaggio dalle tenebre alla luce, sei venuto a me per l’ultima volta perché fu la volta che mi portasti via. Senza chiedermi chi fossi e dove volessi andare, hai scelto di bermi per le labbra rosso fuoco ed il pallore che persiste incessantemente sui miei zigomi magri. Senza chiederti chi fossi e dove volessi andare, mi son lasciata bere aggrappata alle tue spalle larghe ed ho pianto per te tutto il sale del mar Morto. Tra i rumori della città nascente, mi hai invitata felice dentro le movenze di un tango argentino e ti ho lasciato fare. Ho amato ballarti come un antico bandoneón, sentire il tuo corpo che mi lambiva ad ogni passo, mentre le mani sui miei fianchi erano sicure ed il tuo alito tra i capelli seminava promesse. Nel mio corpo, desideri da tempo perduti, hanno aperto il varco al destino che, accarezzando le tue labbra, ha ridipinto il mio paesaggio interiore di trifogli, gardenie e tulipani, per una testa ancora diffidente, ancora costretta nella morsa del panico. Ed un sentire rotondo, di erotismo leggero, mi ha trasportata dove al posto dell’ondulato colle era sorto un deserto basso, arso e solitario.

Dopo quella lunga danza, fu di nuovo la primavera ed allora sono ritornata correndo al mio campo di girasoli. Ero preoccupata per i cani. Li avevo lasciati soli troppe giornate e temevo se ne fossero andati. Li ho ritrovati bellissimi. Mi stavano aspettando. Come un gioco d’altre epoche hanno iniziato a corrermi tutt’intorno guaendo per leccarmi le mani. Con grande sorpresa, qualcuno che amava mio padre almeno quanto lo amavo io, aveva provveduto alla risemina dei nostri girasoli. Tutto sembrava uguale a se stesso, tranne la mia persona: avevo compreso che se non fossi più tornata, la vita avrebbe continuato a realizzare i sogni di qualcun’altro.

Da quel giorno vado avanti perché sono in molti a sperare che io lasci perdere, vado avanti perché ora so cosa sono le mezze stagioni di un cuore sempre in gola, nonostante si sia perduto il conto dei decenni in cui si mormora che le mezze stagioni  non esistono più.

Io invece esisto, per me stessa e per chi sostiene il contrario.

Ma soprattutto, non me lo devo più dimenticare che talvolta è meglio fermarsi e tornare indietro, che perdersi irrimediabilmente nel labirinto di un cammino senza luce.

Non ti amo più

soloOgni riferimento a cose, persone o fatti
realmente accaduti:
è puramente casuale.

“Quello che sto per confessarti non è cosa da tutti i giorni, ne sono consapevole, ma non riesco più a offuscarmi dietro chimere o racconti immaginari. Forse è meglio se ti metti seduto. Temo tu possa sentirti male a causa delle mie parole. Fingere di avere una roccia al posto del cuore mi sta appesantendo la vita, l’unica che possiedo e mai avrò. Ti par giusto che io la consumi nell’ombra solo perché il mio cuore ha smesso di amarti? Non l’ho scelto in modo razionale, quando ti ho donato la mia anima avevo sperato fosse un per sempre, ma nell’esatto istante in cui non ti ho più sentito dentro è normale ch’io abbia iniziato ad esitare di me stessa. È necessario tu sappia che il mio volerti bene è integro. Probabilmente poco t’importa, ma è questo tipo di bene che, come un inganno, tende a legarmi alla tua vita e mi trattiene dal ferirti eccessivamente. Sappi che, per come mi hai trattata, meriteresti l’inferno. Poco dopo essermi disinnamorata… ti ho odiato. E’ adulto ammetterlo e non desidero sottintendere la veridicità delle mie emozioni. Avevamo un amore bellissimo che mai avrei voluto perdere, ma la fiamma che ardeva nel mio cuore si è spenta perché di sorpresa hai iniziato a piovermi addosso. Non m’avevi mai confessato che nella tua essenza si annidasse anche un cielo ingombro di nubi nere e stratificate. Ho resistito al pesante diluviare finché mi è stato possibile, ma quando hai iniziato a dilagare in modo scomposto… mi son dovuta salvare. Stavo annegando. È stato quel persistente abusare della mia tolleranza ad aver decretato la morte definitiva di ogni pulsione sana ed innocente che mi portava felice ovunque tu fossi. Raccontata in tal modo pare io ti stia dando la responsabilità di ogni evento che per malaugurata sorte ci ha visti distrutti e perdenti. In verità sono venuta a cercarti per chiederti scusa. Mi assumo responsabilmente le mie colpe giacchè la causa del nostro fallimento è da ricercare nella reciproca mancata accettazione di ciò che siamo e che mai diversi potrà incontrarci, nella tragica consapevolezza che pretendere di modificarci ha inficiato il nostro condividere e le nostre affinità.  Ciò nonostante e soppesata la presa di coscienza che distribuisce in parti eque il principio della fine del nostro ventennale matrimonio, non intendo perdonare la durezza con cui hai reagito al mio non desiderarti più. Mi hai minacciata, perseguitata, ferita e ossessionata. Riesci a rendertene conto anche solo quel minimo che basta, oppure anche queste libere attività del tuo io irrazionale sono il simbolo dell’amore puro che dici di nutrire per me? Nel mio mancato perdono si cela la freddezza con cui ti parlo e non desidero più tu abbia un ruolo nella mia vita. Amare non significa possedere con forza di volontà mentale ogni ambito del vivere altrui, comprese le intenzioni e le scelte quotidiane. Amare significa desiderare la felicità dell’amato. Io ti volevo felice, ma tu non hai saputo apprezzare ciò che avevi perché sei un uomo capriccioso ed insoddisfatto. Non so se in tutti questi anni mi hai mai veramente amata, son trascorsi mesi dal nostro ultimo bacio, ma di te mi è rimasta impressa sulla pelle, come una cicatrice indelebile… la tua malsana gelosia. Avrei dovuto misurarla meglio sin dal principio degli eventi, avrei dovuto calcolarti come fanno i commercianti con i prezzi delle derrate alimentari al mercato, ma ti amavo troppo e perdonare le tua invadente intraprendenza era divenuta un’abitudine che non avrei mai dovuto incoraggiare. Se nel cuore hai sempre avuto un posto privilegiato, nella testa hai iniziato a perdere terreno quando dalla bocca ti sono sfuggite le prime parole funeste, dove la reale volontà di vedermi crollare come una torre ha preso il sopravvento sul controllo dei tuoi tanto sventagliati sentimenti. Attraverso la tua ira ho conosciuto lati oscuri di te che mai avrei creduto potessero appartenerti o ipotizzato tu sapessi gestire e alimentare. Se penso che sei sempre stato il principio dei miei sogni più arditi, mi rammarico di come il raziocinio che governa il mio fare, sia rimasto soggiogato dal tuo charme fino al punto da cessare l’attività di controllo sulle mie gesta ed i miei sensi per così tanti anni. Non ti amo più, Lorenzo. Non ti amo più. Ora l’ho compreso. Un giorno ti renderai conto che l’amore può essere eterno solo se non viene distrutto il principio del suo fluire. Se mai avrà luogo un tempo in cui un’altra donna farà a te ciò che tu hai fatto a me, io tornerò a cercarti perché quello sarà il giusto tempo in cui potremmo tentare d’essere amici. Per adesso non vedo alcuna possibilità per noi. Io non sono più la stessa donna che dici di amare. Tu, al contrario, sei l’uomo che sei sempre stato perché ti manca l’umiltà di saper cambiare”.

non ti amo più

dal romanzo in ideazione “Carmelita Marchesi: memorie di una donna”

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

Il dispiacere

dispiacere 3Da quando il dispiacere si è tatuato sul mio cuore, ho compreso che la vita va vissuta così com’è, senza troppe aspettative e programmi a lungo termine. Il rischio, se non avessi sentito almeno con la testa questa mia umana difficoltà di adattamento alla realtà, sarebbe stato quello di una vita vissuta tra nevrosi, psicosi e depressioni. Le Madri Puttane del dispiacere sono di genere cerebrale, sanno come alimentarlo e spesso come farlo vivere in anticipo rispetto ai fatti che ancora devono compiersi. Taluni pensano di affogare i propri dolori nell’alcol senza rendersi conto che  non sanno nuotare. Parlo dei dispiaceri. E’ quindi inutile affogarli nei superalcolici. La loro eliminazione non passa dalla distruzione dell’ umano che li ospita, ma dall’energia che impieghiamo per  far sì che diventino m a t u r i t à. dispiacere infanzia

Non ho voglia di portare nessuno ad esempio, tranne mia figlia:
<<Come va a scuola, amore?>>.
<<Quand’è che arriva il Natale?>>.
<<Scusa, ma la scuola ha aperto i battenti da meno di una settimana e tu già mi chiedi quand’è Natale? Sei scema?>>.
<<A scuola i miei compagni di classe sono dei vandali maleducati, mi viene l’ansia solo a vederli, sono dispiaciuta a dirlo, ma vivo in una situazione di disagio e devo perennemente fingere che non me la prendo quando mi insultano, sgambettano, ricattano, usano quotidianamente>>.
<<Se non sono evoluti in tre estati significa che sono irrecuperabili, me ne dispiaccio enormemente, ma io credo che tu possa trarre da questa esperienza più di uno spunto di riflessione affinchè ti possa rendere più forte innanzi alle difficoltà della vita>>.
<<Ma quale riflessione del flauto? Mamma mi cambi sezione?>>.
<<Hai gli esami quest’anno e poi te lo giuro… non li vedi più, tieni duro! Non credo che nelle altre sezioni la buona educazione sia stata distribuita in modo più equo>>.
<<Quindi, che devo fare?>>.
<<Non lasciare che abbiano la meglio sulla tua emotività, non infelicitarti per la loro scemenza, sono un branco, puoi scegliere di ignorarli o di sfidarli, ma la tua forza sta nella maturità, che nella sofferenza di questo triennio scolastico avrai certamente rafforzato, nel comprendere che valgono talmente poco da non meritare nemmeno la tua innata gentilezza>>.
<<Cioè?>>
<<Mandali a c a g a r e>>.
<<Maaammmma, se lo faccio vanno a dirlo ai professori>>.
<<Potresti raccontare pure tu… ciò che ti fanno, magari trovereste un compromesso>>.
<<Ma io non sono una spia>>.
<<Ok, non lo sei. Allora ti arrangerai da sola usando la lingua che possiedi non solo per leccare il gelato, ma anche per tagliare il ferro quando merita d’essere colpito come un fendente. Quindi rispondendo alle loro provocazioni a tono. Mi sono spiegata? Vedrai che l’indolenza, il dolore ed i dispiaceri che ti attanagliano, si libereranno e diverranno forza. Tanta forza. Anche quella che ora non credi di possedere>>.
<<Mamma tu non li conosci>>.
<<E’ vero, ma conosco te>>.
Ognuno di noi vive quotidianamente dispiaceri di diversa entità e natura, c’è gente che viene licenziata senza motivo, chi si vede rubare ufficio e scrivania dall’ultimo arrivato perché è il nipote del Presidente, chi cerca un lavoro disperatamente e trova solo porte chiuse, chi è costretto a mettere in liquidazione la propria azienda e licenziare ottanta dipendenti perché le banche hanno revocato loro le concessioni di credito, chi si sente una nullità perché nonostante gli sforzi non riesce mai a concretizzare nulla, chi ha perso l’amore della sua vita, chi ha seppellito un figlio.

Dolores. A palate. Como la mierda.dispiacere donna

Il mio dolore non è sradicabile. E’ fisso e ci facciamo compagnia. So come governarlo e da qualche tempo non prende più il sopravvento sulla conduzione della mia vita. L’ho addomesticato. Nel contempo mi riscopro ogni giorno più abile. Ogni settimana più grande. Ogni mese che passa meno illusa. Sì, perché se le grandi aspettative sono il preludio delle più grandi delusioni e quindi dei più profondi dispiaceri, l’unico modo per non inciampare costantemente è tentare di vivere in modo lieve giorno dopo giorno.
<<Mamma, comunque me ne frego dei miei compagni, non preoccuparti. Oggi il mio più grande dispiacere non è frequentare la 3E, ma non poter essere qualcun altro>>.
<<Ah sì? E chi vorresti essere scusami? Giusto per saperlo,non per dire…>>.
<<Io da grande voglio fare il Presidente del Consiglio. Peccato non esserlo fin da ora>>.

Temo di avere un problema e sono certa che finirà tutto in peggio prima che io me ne accorga. Carpe Diem, Diedolo.

Nuoto libero

piscina-bollente

Undici  anni fa, dopo aver abbandonato il volley, una lesione al tendine del sotto spinoso della scapola destra mi ridusse dell’ottanta percento l’utilizzo del braccio corrispondente.
L’ortopedico disse che per come si svolsero i fatti si trattava quasi certamente di un danno di origine virale e che avrei potuto tentare di recuperare con l’elettrostimolazione, un farmaco, di cui ora non rammento il nome ed il nuoto. Tra le tante opportunità di scelta avevo anche quella dell’intervento chirurgico, ma era un rischio, oltre che un danno estetico di importanza rilevante.
Tutto dipendeva dalla fretta che avevo di ritornare a lavarmi i denti, pulire i vetri di casa, portare un litro di latte, tenere in braccio mia figlia.
Il braccio destro era seriamente compromesso.
Dopo aver riflettuto sulla fortuna che avevo avuto – in fondo questo virus avrebbe potuto causarmi una paresi del trigemino facciale (paralisi di Bell) – ho scelto l’elettrostimolazione ed il nuoto.
Per un recupero base ho impiegato circa ventiquattro mesi. Furono anni tenaci dove non avevo molto tempo per me stessa, dovermi ritagliare nuovi angoli di vita per forza di cose fu complicato. Ciò nonostante, nel lento passare delle settimane,  la mia mente riuscì a modificare  il concetto del termine p r i o r i t à… perché dovete sapere che alla fine di tutta questa storia è stata proprio l’acqua ad avermi cambiato la vita. Nuotare non ha niente in comune con nessun’altro sport perché tutto quello che fai da immersa, non è replicabile sulla terra ferma.
Mi sono approcciata a questa disciplina in modo indisciplinato perché quando d’inverno le temperature minime sfiorano i -10, ci vuole un esorcismo per infilarsi costume, cuffia, occhialini e immergersi in un liquido dai riflessi azzurri che sembra un ghiacciolo color anice. Ciò nonostante l’ho fatto e continuo a farlo tutt’oggi.donna-in-piscina
Il perchè è presto detto: dopo aver traspirato tutti i sali possibili, negli anni folli del volley, quando nuoti, anche se vai velocissimo e non ti fermi nemmeno per respirare:  non sudi.
Odiavo sudare in palestra. La sensazione di sporco, i capelli appiccicati, le maglie intrise, i calzoncini fin dentro le natiche, le ginocchiere puzzolenti  e tutta quella sete da togliermi il fiato.
In acqua non sudi, non cadi, non ti sbucci le ginocchia, non rischi fratture – salvo qualcuno non ti dia un pugno in pieno viso sull’incrocio della vasca – ma dopo anni di esperienza so sempre in quale fila è meglio mettersi.
Mentre nuoti puoi pensare a qualsiasi cosa, nessuno mai ti dirà che sei deconcentrato o dove stai guardando.
In acqua puoi anche piangere – salvo l’annebbiamento immediato degli occhialini – certa che nessuno mai ti dirà cos’hai, se hai bisogno di qualcosa, qualcuno, una carezza, acqua, fazzoletti.
Ecco,  in acqua anche se ti pisci addosso, non se ne accorge nessuno, ma questo non si fa.
Dicevo … che le prime volte ero indisciplinata. Avevo sempre qualcosa che non andava:  la cuffia troppo larga o troppo stretta, gli occhialini che mi segnavano sotto gli occhi in modo eccessivo a prescindere dalla regolazione – era proprio una questione di pelle del viso troppo delicata –  e se non dimenticavo a casa le ciabatte, era la volta che non avevo con me l’accappatoio.
Un disastro. E la scapola stava sempre peggio. Essendosi scollata dalla cassa toracica, poteva incagliare nel tessuto epidermico sottostante qualsiasi cosa e sempre nei momenti sbagliati.
Il bordo della maglietta intima giusto mentre stavo per chiudere un contratto di lavoro, il reggiseno ad una riunione d’Area, lo spallino del costume durante allenamento, il lenzuolo se dormivo a pancia sopra.
La consapevolezza del dramma che stavo vivendo mi fu più chiara quando ripresi l’utilizzo dell’auto, perchè mi accorsi che allungando le braccia sul volante, sentivo la scapola fuori uscire dalla mia schiena di un bel palmo ed appoggiarsi in modo preoccupante sul sedile della macchina come fosse la punta di un iceberg.
Non mi restava che piangere. Avevo perduto la mia autonomia in molteplici attività domestiche e non, ma dal di fuori non si vedeva niente. Quindi oltre il danno, la beffa. A parte il medico, solo chi mi viveva accanto aveva intuito quanto la situazione fosse pesante.
Poi un giorno, non ricordo se piovesse o se fosse Natale, se ero felice oppure no, stavo dicendo:  quel giorno, dopo essermi segnata prima di iniziare l’allenamento nell’acqua gelida – il segno della croce è fatto d’obbligo quando ancora non nuoti benissimo ed in vasca vedi avanzare uomini squalo –  quello fu il giorno in cui le mie bracciate si rivelarono improvvisamente dolci come una gita fuori porta sulle rive di un fiume.
Nuotavo, ma in verità sentivo che stavo passeggiando. Allora è questo che prova un pesce?
Non avevo necessità di pensare a come respirare, era automatico. Avrei tanto desiderato avere le branchie.
Non sentivo più così feddo alla base della nuca e non volevo uscire all’aria aperta. Avrei voluto fondermi in quel fluido ondulare. Avevo rotto il fiato, le abitudini, i preconcetti, le ansie e lo stress. acqua

Lì iniziò il mio viaggio lunghissimo verso la guarigione e stavo diventando, se non proprio una sirenetta, certamente una “piscinara”.
Qui da noi, in Lombardia, dove il mare te lo puoi solo sognare, se vuoi immergerti ed avere la sensazione di ritornare nel liquido amniotico di mamma, puoi farlo solo presso i centri sportivi.
Siamo pieni di piscine. Abbiamo più piscine noi di tutto il resto dell’Italia messo insieme.
Ecco, da parecchi anni, tra le tante cose che posso essere, sono anche una piscinara. Appena posso scappo in vasca, dove immergere la testa e lavare i pensieri sono un tutt’uno. Dove entro scarica ed esco carica e viva. Dove nel contatto con l’acqua ritorno alle origini ed ogni volta riscopro me stessa: il piacere di sentire la leggerezza del corpo per la mancanza di peso, la libertà nella testa che si svuota di pensieri e preoccupazioni, quel fresco liquido che mi avvolge e senza pretese mi abbraccia innamorato. Sono una donna per il nuoto libero. La libera circolazione. La libera professione. Il libero amore. Il pensiero libero… ed i liberi pensatori.