siamo pazzi, arrendetevi

pazzia

Ormai le aziende lavorano con l’obiettivo di raggiungere budget mensili, oserei dire settimanali, per non parlare di quelli che misurano il performer giornalmente. Io mi dissocio da questa follia collettiva che non tiene in conto della realtà, delle variabili, dell’imprevisto, gli umori e pure la sfiga. Dire che mi sono rotta le palle di queste misurazioni espresse in euro non palesa il mio sentire profondo. I veri leader dovrebbero imparare a coordinare e fare una disamina coerente, non sparare nel mucchio e rincorrere l’impossibile. I soldi non si trovano sugli alberi, globalizzare le potenzialità delle aree è come dire che siamo tutti belli, biondi e con gli occhi a raggio laser. E il muro si fa sempre più vicino. Chi si sta per sfracellare è talmente cieco da vedere solo l’egocentrismo che lo guida, ma io ci vedo bene e ancor meglio sento col cuore. Oggi mi accomodo e aspetto l’inizio della fine. Non voglio essere protagonista di uno scempio. Assistere o defilarmi è tutto quello che mi resta da fare. Quando ho detto che non possiamo andare avanti a tirare all’infinito, mi è stato risposto che siamo pagati per fare gli asini. Non sono mai stata un somaro, nemmeno quando da adolescente ho sperimentato il paese dei balocchi. Quando chi istiga capirà che stiamo percorrendo una strada senza via d’uscita, potrà solo impiccarsi. Sto pensando di comprarmi un appezzamento di terreno e dedicarmi all’allevamento di animali da cortile e la produzione di alberi da frutto. Ritorno alle origini. Scelgo di rinascere, perché in una quotidianità come quella che sperimento da troppo mesi… puoi solo morire.
#coscienza
#solocosesane

resa

io

Ho avuto una notte complicata, condita da incubi rilevanti e premonizioni fastidiose. Il caldo mi opprime più della pretesa delle persone di volermi diversa da ciò che sono. L’umanità si sta schiantando contro un muro ad ogni livello sociale, politico ed economico. Quando capiremo che ci serve l’umiltà di far due passi indietro, sarà sempre troppo tardi. Perché è necessario arrivare all’auto distruzione? Nel mio microcosmo ho iniziato a rallentare da almeno diciotto mesi e probabilmente arriverò a sedermi. Seguo un istinto energetico che non posso combattere. Perché questo è il futuro di chi intende restare: arrestare la corsa e iniziare a guardare bene dove siamo finiti. Non tutti i tunnel hanno un’uscita, nella mia esperienza di vita mi son salvata ogni volta che tornando indietro ho avuto la fortuna di ritrovare la porta d’ingresso aperta.

La fine

la fine

Nulla è più sintomatico di una resa.

“In conclusione si infranse l’argine
e proruppe tutto ciò che
tenni intrappolato per paura.
Gli itinerari si sdoppiarono
e per forza sacra scorsi il mio.
Nello sforzo scomodo di essere altro
da ciò che fui in origine,
mancai di rispetto a me stessa.
Perdonarmi fu naturale.
Dimenticarlo sarà inverosimile”
.

Un’epoca fa,
nacqui astro inconfutabile,
mi accontentavano la luce ed il calore
che partorivo indipendente.
Oggi sono un’essenza disattivata.
Il chiarore della facciata
è il dozzinale riflesso
di quanto ho incenerito: l’innocenza.
Di quanto non ho potuto sabotare
edificassero: lapidi illuminate di sensi di colpa.
Di quanto ho disperso lasciando
il timone in mani insicure: l’orientamento.
Amare troppo smarrisce l’anima.
E’ la mia imperfezione a rendere
umana la basica logica che mi svela.
L’ansia che brucia le cellule adipose
si riflette nella mia magrezza.
Sintomo di un male oscuro
con un nome maledetto.
Che non posso declamare.
Rivelare.
Scongiurare.

Inaugurare una resa
diventa un luogo di avvio.
Mi accoccolo per non scivolare in retro.
Ora che so piangere per me stessa,
mi è concesso provare ad amarmi?

C’è che…

… che mi sprango. Per non perder equilibrio sopra specchi ove un giorno abbiamo librato. Cambio posizione, tra audacia e criterio, scelgo cosciente il buco nero della fine di questa mia evoluzione.
Oltre la densità, la materia, dev’esserci un’energia gravitazionale che lenisca tutta questa fiumana di ecchimosi. Viaggio attraversandolo. Cerco divani ove i visi si guardano, le spalle non abitano, l’onestà brucia le male parole. Baci universali, stelle originali. A metà strada tra il danno ed il caos esiste l’infermità che obbliga alla resa. Nell’oscurità cerco nuovi effluvi ed intono cerimoniali laici all’Eterno che vorrei. Ma l’oggi non esiste, il cancellino ha sgrassato le lavagne nere disegnate a caso. In cieli trasparenti, ove le anime che abbiamo perso corrono libere, ridono della bile che bagna le nostre ferite. Perse sono le istruzioni all’uso della vita. Lampare gialle ocra, sparse sopra destini imprescindibili, illuminano solo ciò che non basta. Ancora una volta isolata, resto qui a mettere nero su bianco. L’unica cosa che so compiere. Conto le cose giuste, sono troppe quelle equivocate per poter guarire e riparare gli ingranaggi arrugginiti. Il resto non lo so interpretare. Abbracciare. Consolare. Incoraggiare. Lenire. Incapace sono, nel vuoto silenzioso di ore dannate disperdo cellule contaminate. E penso faccia bene, penso faccia così male. Questo silenzioso decidere l’incomunicabilità. Qual’è il limite del lecito? La moralità o l’etica? Non esiste cura per la cancrena quando la pelle grida. Non esiste salvezza senza coraggio. C’è che… per tornare a volare sopra gli specchi bisogna cambiare ciò che è rimasto di credibile in ragionevole. Ma le ombre hanno coperto l’estate ed i lutti si susseguono come una catena di montaggio. C’è che… siamo spari di cannone in una stagione dove dentro scroscia l’inferno perché sono anni che non arriva la resa dell’inverno. Bagnata di malinconia mi tengo per i piedi e salto nel primo buco nero che trovo, con la speranza recondita possa essere solo una stella nana bianca. All’interno di un sistema binario stretto cerco le risposte che nessuno possiede perché non nascono neppure interrogativi degni. “Le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposta diceva Franz Kafka” ed io mi chiedo, in verità, che gravi peccati ho compiuto e sto espiando in questa mia breve vita per essermi inchinata all’amore?

Il romanzo “Bocca di Lupa” il 1 dicembre 2013 è sbarcato al ristorante dell’Albero. E’ stata una domenica da ricordare…

Presentazione DiedoloDomenica scorsa ho presentato il romanzo “Bocca di Lupa” ad una platea di 150 ospiti. In tanti anni di presentazioni letterarie forse nel 2007, presentando “ioAmo” alla libreria Babele di Milano, avevo visto così tante persone tutte insieme. E’ stato emozionante e faticoso. Ho perso due anni di vita perchè in fase preparatoria non ne andava dritta mezza, ma alla fine ne è valsa la pena. Ringrazio pubblicamente tutti coloro che sono intervenuti rendendo un pomeriggio d’inverno… un giorno speciale. La serata è stata moderata dall’amico giornalista e scrittore Antonio Grassi, alla presenza della casa editrice rappresentata dalla mia agente-amica Paola Platania e dalla giovanissima Lucia Giroletti che, oltre ad aver condotto la kermesse, ha recitato alcuni brani del romanzo.Felice Sorvolando su tutte le emozioni che ho vissuto, avendo stavolta giocato una partita in casa (la presentazione l’ho organizzata presso un ristorante di famiglia), stasera devo necessariamente soffermarmi su un commento che proprio quest’oggi mi ha lasciato il nostro amato TADS http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/. Tullio Antimo da Scruovolo mi ha scritto le quattro righe di cui sotto, ed io ho capito che con una facilità sbalorditiva mi stava semplicemente leggendo dentro. Non che io sia un enigma incomprensibile o l’obelisco di una piramide da decifrare, ma il suo acume la dice lunga sul genio che lo contraddistingue. Da qualche giornata sono in tilt a causa di un sovraffollamento di situazioni che mi noio da sola di dover spiegare, non possiedo quindi molto tempo per scrivere, ma oggi TADS mi ha completamente spiazzata.

Commento:” ma buongiorno, come butta Stefania?… e allora… ce lo togliamo o no questo velo di tristezza?… apri l’armadio degli stati d’animo e indossa i panni della “tigressa”, QUELLI VERI, prova a ruggire e graffiare con cattiveria pura, pulita, naturale, scapperanno in tanti ma… lo spazio per i “giusti”… code message (ci siamo capiti, vero?) ;)

TADS ha ragione. Su tutta la linea. Dietro i miei sorrisi sono malinconica, sofferente ed in costrizione. Purtroppo nell’armadio non possiedo i panni della “tigressa”, non so ruggire, tanto meno graffiare, eppure lo giuro… avrei tanto desiderio di possedere tutte queste belle doti per scoccare qualche freccia avvelenata. Sto vivendo un periodo difficilissimo dove attorno a me sento il brulicare di tarme fastidiose, vedo occhi che non incrociano i miei, vengono meno i saluti ed il bisogno di stabilità si fa pressante. Un minimo dovrò schermarmi ed altrettanto un minimo dovrò diventare felina per sopravvivere. Ce la farò? Almeno ci provo. Da domani mattina, andando in ufficio, vestirò i panni della signoratigre. Che Dio mi assista…

Dimenticavo: la promozione del romanzo sta procedendo bene, stanno uscendo le prime recensioni… 

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell'Europa

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell’Europa

Recensione a cura del giornalista Antonio Grassi - La Provincia Cremona

Con l'agente-amica: Paola Platania

Con la mitica Mariapia

Non sono seria, solo attenta...

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Tavolata d'eccellenza

Parlavo, quanto parlavo :-)Autografi

Galleria completa immagini presentazione letteraria romanzo Bocca di Lupa il gg 1/12/2013 presso Ristorante dell’Albero – Sergnano

Il dispiacere

dispiacere 3Da quando il dispiacere si è tatuato sul mio cuore, ho compreso che la vita va vissuta così com’è, senza troppe aspettative e programmi a lungo termine. Il rischio, se non avessi sentito almeno con la testa questa mia umana difficoltà di adattamento alla realtà, sarebbe stato quello di una vita vissuta tra nevrosi, psicosi e depressioni. Le Madri Puttane del dispiacere sono di genere cerebrale, sanno come alimentarlo e spesso come farlo vivere in anticipo rispetto ai fatti che ancora devono compiersi. Taluni pensano di affogare i propri dolori nell’alcol senza rendersi conto che  non sanno nuotare. Parlo dei dispiaceri. E’ quindi inutile affogarli nei superalcolici. La loro eliminazione non passa dalla distruzione dell’ umano che li ospita, ma dall’energia che impieghiamo per  far sì che diventino m a t u r i t à. dispiacere infanzia

Non ho voglia di portare nessuno ad esempio, tranne mia figlia:
<<Come va a scuola, amore?>>.
<<Quand’è che arriva il Natale?>>.
<<Scusa, ma la scuola ha aperto i battenti da meno di una settimana e tu già mi chiedi quand’è Natale? Sei scema?>>.
<<A scuola i miei compagni di classe sono dei vandali maleducati, mi viene l’ansia solo a vederli, sono dispiaciuta a dirlo, ma vivo in una situazione di disagio e devo perennemente fingere che non me la prendo quando mi insultano, sgambettano, ricattano, usano quotidianamente>>.
<<Se non sono evoluti in tre estati significa che sono irrecuperabili, me ne dispiaccio enormemente, ma io credo che tu possa trarre da questa esperienza più di uno spunto di riflessione affinchè ti possa rendere più forte innanzi alle difficoltà della vita>>.
<<Ma quale riflessione del flauto? Mamma mi cambi sezione?>>.
<<Hai gli esami quest’anno e poi te lo giuro… non li vedi più, tieni duro! Non credo che nelle altre sezioni la buona educazione sia stata distribuita in modo più equo>>.
<<Quindi, che devo fare?>>.
<<Non lasciare che abbiano la meglio sulla tua emotività, non infelicitarti per la loro scemenza, sono un branco, puoi scegliere di ignorarli o di sfidarli, ma la tua forza sta nella maturità, che nella sofferenza di questo triennio scolastico avrai certamente rafforzato, nel comprendere che valgono talmente poco da non meritare nemmeno la tua innata gentilezza>>.
<<Cioè?>>
<<Mandali a c a g a r e>>.
<<Maaammmma, se lo faccio vanno a dirlo ai professori>>.
<<Potresti raccontare pure tu… ciò che ti fanno, magari trovereste un compromesso>>.
<<Ma io non sono una spia>>.
<<Ok, non lo sei. Allora ti arrangerai da sola usando la lingua che possiedi non solo per leccare il gelato, ma anche per tagliare il ferro quando merita d’essere colpito come un fendente. Quindi rispondendo alle loro provocazioni a tono. Mi sono spiegata? Vedrai che l’indolenza, il dolore ed i dispiaceri che ti attanagliano, si libereranno e diverranno forza. Tanta forza. Anche quella che ora non credi di possedere>>.
<<Mamma tu non li conosci>>.
<<E’ vero, ma conosco te>>.
Ognuno di noi vive quotidianamente dispiaceri di diversa entità e natura, c’è gente che viene licenziata senza motivo, chi si vede rubare ufficio e scrivania dall’ultimo arrivato perché è il nipote del Presidente, chi cerca un lavoro disperatamente e trova solo porte chiuse, chi è costretto a mettere in liquidazione la propria azienda e licenziare ottanta dipendenti perché le banche hanno revocato loro le concessioni di credito, chi si sente una nullità perché nonostante gli sforzi non riesce mai a concretizzare nulla, chi ha perso l’amore della sua vita, chi ha seppellito un figlio.

Dolores. A palate. Como la mierda.dispiacere donna

Il mio dolore non è sradicabile. E’ fisso e ci facciamo compagnia. So come governarlo e da qualche tempo non prende più il sopravvento sulla conduzione della mia vita. L’ho addomesticato. Nel contempo mi riscopro ogni giorno più abile. Ogni settimana più grande. Ogni mese che passa meno illusa. Sì, perché se le grandi aspettative sono il preludio delle più grandi delusioni e quindi dei più profondi dispiaceri, l’unico modo per non inciampare costantemente è tentare di vivere in modo lieve giorno dopo giorno.
<<Mamma, comunque me ne frego dei miei compagni, non preoccuparti. Oggi il mio più grande dispiacere non è frequentare la 3E, ma non poter essere qualcun altro>>.
<<Ah sì? E chi vorresti essere scusami? Giusto per saperlo,non per dire…>>.
<<Io da grande voglio fare il Presidente del Consiglio. Peccato non esserlo fin da ora>>.

Temo di avere un problema e sono certa che finirà tutto in peggio prima che io me ne accorga. Carpe Diem, Diedolo.

Ombre cerebrali

 

 

E’ un autunno soleggiato quello che mi ritrova pallida e magrissima a rigirare tra le mani una tazza di caffè d’orzo ormai freddo. Osservo fuori dalla portafinestra della cucina i colori del giardino e mi pento di essere così sensibile, così scontatamente fragile ed emotiva.

A tratti oserei dire: banale ed innaturale.

Le mie gambe sono lunghe e fasciano jeans sbiaditi dal tempo con la stessa naturalezza con cui le ferite mi fasciano il cuore; vago ansiosa senza sosta nel perimetro della stanza mentre dai piedi nudi sento risalire il freddo del marmoreo pavimento fino ai fianchi.

Mi pento per ogni volta che sono in ginocchio ed invece di rialzarmi continuo a camminare inclinata; per tutte le volte che sono stata muta e remissiva invece di avere il coraggio di latrare e mordere indignata.

Con le dita affusolate da pianista mancata ho questo vizio infantile di accarezzarmi il collo.

Me lo sento lungo come quello di un finto cigno senza piume; duro come quello di una giraffa imbalsamata.

Toccandomi mi pento delle volte che perdo per strada le mie intuizioni, mi pento di tutte le cose che so perché le sento prima e mi maledico da sola perché vorrei imparare l’arte della noncuranza e del qualunquismo.

Mi pento del vomito che mi prende quando ricordo tutto senza equivocare, quando la mia testa turbina e non riesco ad interrompere il crescendo di un tumore che mi uccide e mi porta stare male.

Da qualche mese indosso la medesima collana: è fredda sulla pelle.

Adesso che è autunno quasi mi da fastidio, ma mi fa sentire che sono viva.

L’Occhio di Tigre rotola sui miei seni e mi ricorda che ci sono. Sono in piedi.

Ogni tanto penso di levarla perché è una collana estiva, poi la trattengo ed il mio cervello vibra assieme ai pori infreddoliti.

Quanto vorrei fosse lunga almeno un chilometro! Avrei la possibilità di rivestirmene il corpo, compresa la cute e le unghie dei piedi.

Sentirei ogni lembo di pelle vibrare sotto al suo peso specifico, sentirei rafforzarmi di coraggio, convinzioni e fiducia.

Mentre sorseggio il caffè freddo mormoro frasi incazzate e la mia rigida voce  raggela ogni spazio reale, intervallando con me stessa impaccio e  costernazione, voglia di rissare ed il mio essere gomma da masticare.

Ormai può essere fulmineo e repentino  ogni mio fuoriprogramma… intanto dopo tanto mercanteggiare non rischio più nemmeno l’elettroencefalogramma.

Con talune persone il mazzo delle carte da gioco sin apre sin dal mattino: risveglio dorato dal sole o urlante “modello manicomio col vicino”.

Che bello il cielo oggi: ha il colore dell’estate! … mi annuso piano.

Ho conservato frammenti di baci dentro al bordo del maglione, li adagio sulla mia bocca, ma poi mi manca il fiato perché quest’anno l’inverno tarda ad arrivare ed io li sento troppo madidi sotto la loro condensa umida.

Mi succede che sto così: quando nella gola mi soffia il Maestrale.

Oggi ho mangiato baguette, brie e tutte le unghie della mano destra.

Sono inesorabilmente attratta  anche dalla mano sinistra, ma mi distraggo nell’osservare dal basso le foglie friabili librarsi nel vento e poi precipitare.

Quanto vorrei che le cose non debbano per forza avere un inizio ed un finale, quanto vorrei che le cose della vita si potessero solo sentire.

Oggi scrivo perché sto male, altre volte scrivo perché sto molto bene;  generalmente scrivo per sostituire le ombre cerebrali e lasciare spazio alle cose che ancora so di poter colorare.

Non necessariamente il monologo deve avere un senso figurato, immaginato o vissuto.

Da qualche settimana mi sto capacitando che la realtà è un punto di vista ed allora mi mangio anche le unghie della mano sinistra, le foglie volteggiano al contrario, non esistono le mezze verità ed io in realtà non sono solo qua.

Soffia forte nella gola il Maestrale; potrei devastare.

Nel calcolo delle probabilità non sono costretta a parlare, allora scrivo, stringo la mascella ed ingoio vento. Dalle dita fuoriesce un principio d’uragano. Logica consecuzione di un macinare che sposta i confini tra il dire ed il fare, tra l’essenza ed il suo vuoto naturale.

Sono in anticipo sui pensieri, mi piacerebbe tanto riavvolgere il nastro e continuare, ma non voglio vedere le strade che verranno, quindi spengo la mente e nelle mie nebbie torno a nascondermi cercando un degno finale.

E’ un autunno soleggiato quello che mi ritrova pallida e magrissima a rigirare tra le mani una tazza di caffè d’orzo ormai gelato.  Appoggio la tazza al tavolo ingombro della cucina e mi guardo le mani tremare; quando le ombre invadono la mente ormai l’ho capito che è inutile ogni ragionamento logico o sperare nel destino. Oggi io non sono qua e quando sarò grande, di lavoro, voglio fare il bambino.

Il dispiacere

Avrei solo voluto piangere, nient’altro. Un po’ di lacrime. Hai presente quando calde e salate scendono improvvise ed inarrestabili? L’obbligo alla ragione invece  le ha fatte colare all’indietro. Dietro i bulbi oculari, nelle cavità orbitali e sull’osso mascellare. Immaginarlo può fare senso, ma viverlo è stato ancora peggio. Il sacco lacrimale si è rotto ed ha imploso il mio volto dall’interno.
La musica allegra della mia auto sfrecciante sull’autostrada ha tradito l’emozione come un bacio stile Giuda, mentre la finzione creava la coreografia della migliore sceneggiatura dell’anno duemilaundici.
La terra ha girato come sempre attorno al suo sole, io ho girato una pagina di questo opuscolo che è diventata la mia vita e mentre  tu giravi la tua ennesima sigaretta tra le dita l’eco di un dolore ha rivoltato come un calzino un giorno nato morto ancor prima che calasse il sole.
Le percezioni dell’allagamento sono ancora lontane, fluttuanti e quasi impercettibili, lo so. Posso anche continuare a fingere che tutto è normale, che il fuoco non brucia, che domani sarà un giorno speciale, che questa debole, imprecisa ed incorporea pena sia un supplizio fiabesco e suggestivo.
L’istinto di conservazione induce al riparo dalle energie dispendiose si sa, ecco perché le lacrime fuggono all’interno. Se fossero uscite alla luce mostrando la loro vera sembianza ad un Luglio di tormento, nessuna di loro sarebbe sopravvissuta a giustificare lo strazio che ora sento dentro. Avrei solo voluto saper gemere, quasi vagire. Nella sofferenza sono invece una lapide di marmo. Nel mio interno un mare salato che non sa come uscire disseta la tortura ed alimenta l’inquietudine di chi ha compreso che innanzi alla verità nessuno è giustificato o imperfetto. Innanzi all’oggettività dell’oggi c’è solo la speranza di riuscire a prender sonno crollando nel  letto.

Gocce di sentimento


Lacrime di pioggia
volteggiano
nel chiaro scuro
di un pomeriggio
silenzioso.
Come un film muto.
Pallide
sono le pareti
dipinte di solitudini.
Sulle labbra
milioni di baci
ancora da dare,
dentro il cuore
il bagliore
di un infinito,
grandissimo amore…

Il nulla invade…

E’  un’anima che vola ciò che mi possiede e le ali formato angelo me le hai donate tu. Tu, con le tue fragilità che mi obbligano alla potenza per portarti lontano, tu e le tue pazzie che mi inducono a riflettere sul  mio interiore da manicomio travestito abilmente da vecchio saggio, tu ed i tuoi repentini sbalzi d’umore che mi costringono ad imparare a virare, scartare, parare, affondare. Tu…. Quanto è tua e quanto è mia l’immensità che mi devasta dal di dentro? A tratti mi scorri dentro come una cascata morbida dalle acque trasparenti, ti muovi dolcemente e non mi dai le vertigini. In certe notti senza luna, invece, mi manipoli ininterrottamente senza parole, mi calpesti, mi strapazzi, mi usi, ma non hai mai il coraggio di gettarmi veramente via.
Non puoi più vivere senza di me e forse è solo la mia ennesima illusione, ma io respiro male se non ti vedo accanto, percezione che invece è reale come il dolore che sento alle piante dei piedi durante le mie notti da paranormale. Ti sento sai, te l’ho già detto, anche tra la moltitudine ti sento. Percepisco ogni tuo respiro o battito di ciglia. Immagino le tue mani sfiorare i maglioni di cotone che riponi nel tuo armadio, le tue labbra sorseggiare del rum al buio della sera, le tue dita strette nell’ennesima sigaretta senza filtro. Ti rivedo di nuovo ancora ora,  senza abiti nel letto sfatto, mentre ti sfioro il ventre e so che non c’è tempo per fare l’amore e vibro di paure inespresse e dolori mai veramente sopiti, vibro di desideri infiniti che con te non hanno fine e sono infinitamente più lunghi di ogni distanza astrale o siderale. Vibro di paure ed a tratti  tutto è salato come l’acqua del mare. E’ un’anima che lacrima ciò che mi fa annaspare e la corrente impetuosa in cui navigo trascinata so che non ha porti vicini. Ogni tanto godo di passeggiate solitarie dove mi obbligo a riflettere cercando nel caos di stelle cadenti risposte che all’umano medio paiono così banali. Eppure talune risposte io non le so trovare e costringendomi a cercarle, mi ferisco fino a segarmi la pelle al limitare delle ossa. Quanto argento hai deposto nel fondo dei miei occhi che tutto vedo sfocato e tutto sento alterato? Quanto oro vira tra i miei vasi capillari, che a tratti il sangue me lo sento pesante e non scorre fluido, ma avanza denso e subdolo? Ho la mente in ascesso di pensieri,  non sempre belli, non sempre seri. Mi basterebbe un valzer viennese, o un tango bolognese per ritrovare le giuste pieghe, le giuste note intonate di una filastrocca d’inizio estate.  Poi rammento che ho sempre quest’anima formato angelo con le ali confezionate su misura. Me le hai donate tu! Sono giornate che me le accarezzo come quando son pronta per danzare. Nei giorni andati m’è mancata la forza di provare, oggi mi siedo, domani chissà, domani provo ad aprirle e ad osservarle al sole. E sarà camminando dentro ad un quadro luminoso dalla cornice perfetta che in lontananza potrò osservare un gabbiano volare dietro la collina, due abeti ed un filare di vigna. Domani sarò la pennellata di colore arancione del tramonto steso per tua mano, la stessa che mi manca ora tra i capelli, l’unica che vorrei tenere stretta nella mia piano. Da troppe ore manca il tuo tutto che mi da calore umano. Oltre le ali ed il quadro mi resta solo questo senso del nulla che invade piano …