… la comprensione

smack

Non sapevo immaginarmi con te, finché un giorno mi hai detto che non avresti mai smesso d’aspettarmi.

Son trascorsi molti inverni prima che iniziassi ad avvicinarmi a piccoli passi. Quel tuo profumo di limone confondeva le mie percezioni; non sapevo cosa fare. Non volevo illuderti, ma nello stato in cui stavo non potevo vederti.

Avevo il cuore bendato, l’anima lesa, la pelle un campo di battaglia, l’olfatto intasato e le mani protese altrove in un ultimo perenne danno verso la mia dignità.

Quel pomeriggio che siamo incespicati in un bacio al contrario e ti ho sentito dentro, ho creduto di non essere io. Lentamente mi stavi conducendo verso un porto sicuro chiamato –rinascita-.

Ed io, che credevo d’esser sbagliata, ho dovuto convincermi di non esserlo mai stata. Mi hai obbligata a guardarmi allo specchio sussurrandomi che le mie imperfezioni erano solo fili d’oro e argento, i miei difetti… diamanti rari.

Chi ti ama veramente non ci pensa proprio di volerti cambiare… pensa ad amarti e basta.

… profumi e illusioni …

ATTESA
Sono accoccolata sul promontorio del verbo aspettare.  Attendo l’istante fatato in cui avrò il coraggio di guardare indietro senza sentire le ginocchia farsi di burro.

Sarà un miracolo da supereroi dei cartoons giapponesi o sarà come guardare il più fantastico tramonto mai visto?

Sono adagiata su un tappeto di vecchie rose senza petali e senza spine. Ogni tanto rido, spesso piango mentre guardo le forme delle nuvole passare, le vecchie mani di mia madre carezzare fotografie in bianco e nero, gli occhi opachi di chi ha trasformato sentimenti onesti in milioni di dolori.

Ogni tanto mi tappo le orecchie per non udire gli schiamazzi allegri degli innocenti, le voci nel vento che mi tolgono stabilità, il timbro di quella voce perfetta che mi sussurrava: << Sei bellissima >>.

E poi mi nutro. Di abbracci larghi, imbarazzati, mai decollati. Mi cibo. Di baci a labbra serrate, salive mischiate con menta e latte di mandorla, anfratti colmi di frutti di stagione, ortiche e ribes.

Aspettare non è mai stato il mio destino.

Io che sprofondavo con le ginocchia sbucciate dentro altalene sgangherate, saltavo in lungo i fossati per spigolare il grano maturo, viaggiavo nella notte scura a bordo di aerei mai atterrati.

Io odiavo aspettare.

Ma le abitudini non mi concedevano di capire le verità, giustificare i limiti, sentire dove fosse finito tutto il mio grande cuore.

Inciampando ho perso l’attimo, ma un giorno, guardando indietro, mi specchierò nei tuoi occhi mai dimenticati e rivedrò l’immagine della donna che hai amato e poi perduto.

Sul promontorio del saper aspettare, c’è il viso innocente di una bambina che attende, come un gioco di prestigio, il f u t u r o del perduto verbo amare.

La mia anima è diversamente abile

diversamente abileViviamo giorni vuoti, immutabili, in successione a giorni straripanti, intensi e ansiosi. Notti d’insonnia tetra e notti d’amori penetranti. Dicono sia la quotidianità. Poi esistono giorni formalmente ordinari, in cui dal nulla cascano batoste in testa e dici che sei stato proprio insensato a restar inerme sotto un fatiscente palazzo traballante. Spostarsi era imperativo, ma non scontato. Quando accadono i fatti della vita che chiamiamo imprevisti, il più delle volte li abbiamo avvertiti ancor prima del loro manifestarsi. È la fiducia ad alimentare l’attesa che le cose possano migliorare. Ma alcune tegole prese a piombo, possono lacerare mortalmente. Allora ci si rinnova. Cambiano gli umori, le persone a cui dare speranza, la disponibilità, le risorse. Si corregge il cuore. Nonostante i colori filtrino apparentemente uguali, in verità nascono sfumature nuove. Per strada impallidiscono le anime che non ci meritano e decidiamo di non voltarci più. E già sappiamo sarà un moto irreversibile. Un istinto di sopravvivenza. Come il neonato che cerca ad occhi chiusi il capezzolo della madre. Tiriamo dritto perché una volta individuato è il punto di rottura a dare il via alla realtà della sorte. C’è chi sa volare, chi sa amare, chi sa innervosire, chi prega, chi si nutre d’invidia, chi vive e lascia vivere. Chi coltiva fiori, chi distrugge le intenzioni. E chi, come me, sa ancora sognare. Poi c’è chi si vomita sui piedi da solo ed ha l’arroganza di chiedere chi ha osato imbrattarlo. Ognuno è quel che è. La mia anima è differente. Sono diversamente abile.

Il paese delle meraviglie

senza tempo

S’io fossi una fata,
ti porterei in un luogo segreto,
che non conosce passato o futuro,
ma solo l’istante.
Ti darei un bacio perpetuo
e non vivresti mai
nella tenebra dell’ aspettativa,
nel labirinto della paura.
Gli sciocchi,
considerano tale luogo
il paese delle meraviglie.
“È così facile,
in fondo,
confondere il desiderio

con il d e s t i n o”.
Io,
che sono poco più del nulla
rispetto alla moltitudine
ed all’infinito,
vivo di speranza.
Che nell’istante
si annidi la magia
del senza tempo.

Che ogni momento
possa essere un miracolo
d’eternità.

 

Comunicato per l’Anima

 

anima

Stasera le ho parlato di te. Non sapevo come iniziare, poi il tuo nome è scivolato tra le pieghe di un discorso e come aria fresca hai allargato il cielo. Mi uscivi dalle labbra come un perdono atteso da un’eternità di colpe taciute, mentre i corridoi attorno a me si riempivano di farfalle e corolle. Il mondo passava attraverso le parole che sanno di noi, dentro i ricami argentati della tua innocente esultanza, sopra le alluvioni dei rischi che insieme abbiamo scampato. Le ho parlato di te. Credimi.
Le ho detto che sei un movimento travolgente, un abbraccio rotondo,  un mistero racchiuso in una custodia di cartone a forma di sole. Che sei il bello del bello, un palloncino rosso d’elio, un bacio nella notte, un quadrifoglio.
Mentre narravo,  i corridoi della mia mente sono divenuti distese sconfinate di rose e girasoli, tulipani, iris e gelsomini. Mentre osavo, il cosmico universale ti ha festeggiato piovendo stelle a dirotto. Le ho detto che stai sempre a mezzo metro dal mio cuore. Ed ora che anche l’Anima sa… come mi piacerebbe poterti amare.

Vado via in ascensore

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Vivo inquieta in un mondo fatto di sinergie dove le onde del bene e del male hanno calcato degne ed indegne il palcoscenico della mia vita. Guardo avanti perché guardare indietro fa ancora male, ma finalmente ogni punto è stato messo, ogni virgola, sassata, viaggio, piuma, gradino, amicizia o conoscenza. Palese il ruolo. Chiusi i portoni, le finestre, le finzioni semestrali. Non esiste un solo spiffero di dubbio. La verità che sento dentro è diventata granitica e l’oltre è finalmente ad un passo dal mio naso. Non sento più niente. Il dolore, lo sdegno e la rabbia hanno lasciato il posto alla consapevolezza che i miei limiti sono stati abbondantemente superati. Sono pronta per un lunghissimo volo lontano dai miei demoni. Quest’onda tirannica ha iniziato il rimbalzo ed il film che la vita sta per proiettare è solo un vizio già  visto e commentato. Per sempre… vado via e non ci sarò mai più come ci sono stata,  perché nemmeno quando ho avuto bisogno di sapere le cose vere mi son state dipinte con i colori della realtà. Fa meno male la verità di una bugia. Fa meno male anche il bacio di Giuda. Un piede di porco a scardinare il cuore. Saltello su un piede e poi sull’altro. Notti lunghe mi hanno vista rotolare tra le lenzuola senza sonno, senza il calore di un abbraccio, di un bacio dato di spalle, mentre la vita fuori scorreva tra locali notturni, altri odori, camere d’albergo, altre mani e vecchi sapori. Le mie mani sono pure e calde, le dita son sempre affusolate. Le labbra rosse, screpolate per il freddo che sento, sono l’unico punto luce del mio viso smunto. Vorrei un bacio piano a labbra chiuse ad aprire un canto, un pegno, l’inizio di un sacrificio che libera energia e scardina fuochi e libertà. Vorrei una mano a stringere la mia, risate e cose semplici: le passeggiate nei prati, la musica nelle orecchie, un sorriso con gli occhi. Vivo inquieta perché la tranquillità mi impegna ancor più del disagio delle ore appena trascorse. Fingere indifferenza è stato un bastone tra denti già scassati. Con la lingua mi tocco i polsi e vibro. Non mi devo scordare in tutto questo freddo inverno che sono viva. Che sono viva. Che sono viva. Che per l’agitazione trascorro le notti in bianco. Che per la stanchezza crollo ai tavolini dei bar del centro. In un ascensore di provincia ho visto il muro anziché l’uscita. Sarei rimasta per sempre in quei due metri quadri se non fosse stato per la paura di non riuscire a respirare. Avevo tutto ciò che desideravo. Mi tocco le braccia, i fianchi, i capezzoli, le cosce e vado avanti.  Me lo sento, che sto andando… che sto andando via.