Nuoto libero

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Undici  anni fa, dopo aver abbandonato il volley, una lesione al tendine del sotto spinoso della scapola destra mi ridusse dell’ottanta percento l’utilizzo del braccio corrispondente.
L’ortopedico disse che per come si svolsero i fatti si trattava quasi certamente di un danno di origine virale e che avrei potuto tentare di recuperare con l’elettrostimolazione, un farmaco, di cui ora non rammento il nome ed il nuoto. Tra le tante opportunità di scelta avevo anche quella dell’intervento chirurgico, ma era un rischio, oltre che un danno estetico di importanza rilevante.
Tutto dipendeva dalla fretta che avevo di ritornare a lavarmi i denti, pulire i vetri di casa, portare un litro di latte, tenere in braccio mia figlia.
Il braccio destro era seriamente compromesso.
Dopo aver riflettuto sulla fortuna che avevo avuto – in fondo questo virus avrebbe potuto causarmi una paresi del trigemino facciale (paralisi di Bell) – ho scelto l’elettrostimolazione ed il nuoto.
Per un recupero base ho impiegato circa ventiquattro mesi. Furono anni tenaci dove non avevo molto tempo per me stessa, dovermi ritagliare nuovi angoli di vita per forza di cose fu complicato. Ciò nonostante, nel lento passare delle settimane,  la mia mente riuscì a modificare  il concetto del termine p r i o r i t à… perché dovete sapere che alla fine di tutta questa storia è stata proprio l’acqua ad avermi cambiato la vita. Nuotare non ha niente in comune con nessun’altro sport perché tutto quello che fai da immersa, non è replicabile sulla terra ferma.
Mi sono approcciata a questa disciplina in modo indisciplinato perché quando d’inverno le temperature minime sfiorano i -10, ci vuole un esorcismo per infilarsi costume, cuffia, occhialini e immergersi in un liquido dai riflessi azzurri che sembra un ghiacciolo color anice. Ciò nonostante l’ho fatto e continuo a farlo tutt’oggi.donna-in-piscina
Il perchè è presto detto: dopo aver traspirato tutti i sali possibili, negli anni folli del volley, quando nuoti, anche se vai velocissimo e non ti fermi nemmeno per respirare:  non sudi.
Odiavo sudare in palestra. La sensazione di sporco, i capelli appiccicati, le maglie intrise, i calzoncini fin dentro le natiche, le ginocchiere puzzolenti  e tutta quella sete da togliermi il fiato.
In acqua non sudi, non cadi, non ti sbucci le ginocchia, non rischi fratture – salvo qualcuno non ti dia un pugno in pieno viso sull’incrocio della vasca – ma dopo anni di esperienza so sempre in quale fila è meglio mettersi.
Mentre nuoti puoi pensare a qualsiasi cosa, nessuno mai ti dirà che sei deconcentrato o dove stai guardando.
In acqua puoi anche piangere – salvo l’annebbiamento immediato degli occhialini – certa che nessuno mai ti dirà cos’hai, se hai bisogno di qualcosa, qualcuno, una carezza, acqua, fazzoletti.
Ecco,  in acqua anche se ti pisci addosso, non se ne accorge nessuno, ma questo non si fa.
Dicevo … che le prime volte ero indisciplinata. Avevo sempre qualcosa che non andava:  la cuffia troppo larga o troppo stretta, gli occhialini che mi segnavano sotto gli occhi in modo eccessivo a prescindere dalla regolazione – era proprio una questione di pelle del viso troppo delicata –  e se non dimenticavo a casa le ciabatte, era la volta che non avevo con me l’accappatoio.
Un disastro. E la scapola stava sempre peggio. Essendosi scollata dalla cassa toracica, poteva incagliare nel tessuto epidermico sottostante qualsiasi cosa e sempre nei momenti sbagliati.
Il bordo della maglietta intima giusto mentre stavo per chiudere un contratto di lavoro, il reggiseno ad una riunione d’Area, lo spallino del costume durante allenamento, il lenzuolo se dormivo a pancia sopra.
La consapevolezza del dramma che stavo vivendo mi fu più chiara quando ripresi l’utilizzo dell’auto, perchè mi accorsi che allungando le braccia sul volante, sentivo la scapola fuori uscire dalla mia schiena di un bel palmo ed appoggiarsi in modo preoccupante sul sedile della macchina come fosse la punta di un iceberg.
Non mi restava che piangere. Avevo perduto la mia autonomia in molteplici attività domestiche e non, ma dal di fuori non si vedeva niente. Quindi oltre il danno, la beffa. A parte il medico, solo chi mi viveva accanto aveva intuito quanto la situazione fosse pesante.
Poi un giorno, non ricordo se piovesse o se fosse Natale, se ero felice oppure no, stavo dicendo:  quel giorno, dopo essermi segnata prima di iniziare l’allenamento nell’acqua gelida – il segno della croce è fatto d’obbligo quando ancora non nuoti benissimo ed in vasca vedi avanzare uomini squalo –  quello fu il giorno in cui le mie bracciate si rivelarono improvvisamente dolci come una gita fuori porta sulle rive di un fiume.
Nuotavo, ma in verità sentivo che stavo passeggiando. Allora è questo che prova un pesce?
Non avevo necessità di pensare a come respirare, era automatico. Avrei tanto desiderato avere le branchie.
Non sentivo più così feddo alla base della nuca e non volevo uscire all’aria aperta. Avrei voluto fondermi in quel fluido ondulare. Avevo rotto il fiato, le abitudini, i preconcetti, le ansie e lo stress. acqua

Lì iniziò il mio viaggio lunghissimo verso la guarigione e stavo diventando, se non proprio una sirenetta, certamente una “piscinara”.
Qui da noi, in Lombardia, dove il mare te lo puoi solo sognare, se vuoi immergerti ed avere la sensazione di ritornare nel liquido amniotico di mamma, puoi farlo solo presso i centri sportivi.
Siamo pieni di piscine. Abbiamo più piscine noi di tutto il resto dell’Italia messo insieme.
Ecco, da parecchi anni, tra le tante cose che posso essere, sono anche una piscinara. Appena posso scappo in vasca, dove immergere la testa e lavare i pensieri sono un tutt’uno. Dove entro scarica ed esco carica e viva. Dove nel contatto con l’acqua ritorno alle origini ed ogni volta riscopro me stessa: il piacere di sentire la leggerezza del corpo per la mancanza di peso, la libertà nella testa che si svuota di pensieri e preoccupazioni, quel fresco liquido che mi avvolge e senza pretese mi abbraccia innamorato. Sono una donna per il nuoto libero. La libera circolazione. La libera professione. Il libero amore. Il pensiero libero… ed i liberi pensatori.