Biografia imperfetta di ciò che avanza di me

mascherata

<<Me ne sto andando. Avete inscenato il melodramma in modo trascurato e scontato, con battute appena appena passabili e l’accento sulle solite trite e prevedibili convenzioni. La mia attenzione si è esaurita  subito, le argomentazioni dei vostri ultimi cortometraggi sono sempre le medesime. Vi distraete inesorabili dentro un cerchio perenne pensando di modificare lo scorrere delle immagini, ma nessuno mai vi ha fatto notare che da sempre vi state limitando alle più deboli sfumature? Purtroppo i contenuti base sono sempre gli stessi. Persiste, nella vostra disamina del mio vivere, quella sottile arroganza che vi induce a fare illazioni prima di riflettere, vi illude di possedere ogni verità invece di arrendervi all’evidenza. Come ve lo devo enunciare che l’apparenza è esattamente ciò che desidero si distingua? Un cielo luminoso come il miglior cielo di un’estate indimenticabile. Il mare a far da sfondo, a rasentare la terra ghiacciata delle Prealpi lombarde e tanti tulipani colorati al posto dei cespugli selvatici che nascono intorno ai fossi che intralciano la mia strada maestra. E’ la migliore scenografia che potevo concepire, siatene certi. Forte della mia fantasia più geniale, densa della mia anima più colorata e altruista: ho dato il via alla mia nuova vita da sopravvissuta. Cosa ne sapete, voi commedianti senza ruoli ufficiali, di chi devo proteggere e quali reali emergenze devo affrontare quotidianamente. Il vostro mettere in scena la vita altrui con dovizia di giudizi e ammennicoli è ridicolo ed umiliante anche per l’uomo della strada che vi ascolta. Viaggiando in superficie vi limitate a vedere i sorrisi di benevolenza, i convenevoli socialmente utili, le strette di mano che si devono mostrare, gli abiti da gran sera obbligati, il trucco… le molteplici maschere della rappresentazione teatrale di una vita che così impone d’esser vissuta per il socialmente sano, il socialmente scontato, il socialmente paraculo di chi il culo se l’è ritrovato sfondato senza permesso. Ma anche nella miglior scenografia, esiste l’Antro. Un luogo vuoto e profondo che oggi non sapreste nemmeno cercare, forti dei vostri pregiudizi ciechi ed insalubri. Eppure quel luogo è sul palco con voi. Lo calpestate nel vostro andare avanti ed indietro, lo sfangate ogni volta che ridendo, trascurate le mie fatiche. Fingendo non sia mai esistito, vi risulta più esaltante  focalizzarvi sulle mie maschere e giudicarne gli sbiaditi colori.  Una volta, tanto tempo fa, quando vi avevo concesso il lusso di specchiarvi nelle acque limpide dei labirinti più oscuri della mia anima, una volta…sì… che avreste potuto scrivere una biografia perfetta di me. Avevate carta bianca per sussurrare, dire, fare lettera e testamento. Ora potete anche tentar d’ immaginare cosa si cela dietro un mio sorriso, una frase, un’esclamazione, ma la verità è che camminate al buio pesto di chi ha perso la lanterna, declamate per paradigmi morali, supponete per forza di gravità ed affermate con lo scopo di creare pregiudizi tendenziosi e maldicenti senza aver più consapevolezza alcuna di chi sono, dove vado, cosa voglio ed in cosa credo. Ogni sera ripongo la mia nuova maschera di ceramica bianca nell’Antro buio e profondo, per indossarla di nuovo al mattino e cercare di sopravvivere in un mondo che non sa guardarmi. La levo solo quando scrivo, quando guardo negli occhi chi amo, quando spiego un progetto, quando devo raccontare una storia, quando tengo tra le braccia mia figlia, quando abbraccio un amico. Nell’Antro ho racchiuso le mie disperazioni, i pianti che non dovete vedere, le lacerazioni che hanno scorticato il mio viso pallido e reso rugoso il mio contorno occhi. Nell’Antro ho messo i palpiti del mio cuore stanco, le emozioni che ho imparato ad ingoiare, le paure che non debbo avere. Nell’Antro ho segregato l’amore e le sue molteplici interpretazioni, i perché senza risposta, i silenzi muti che condiscono le mie notti sole, i dilemmi di una vita che ogni giorno mi chiede troppo in cambio di troppo poco. Nell’Antro è scritta bianco su nero la biografia perfetta di ciò che avanza di me. Il resto si è smarrito in superficie, tra le vostre parole gettate al vento e nelle orecchie di un pubblico sconosciuto che si è nutrito della storia della mia vita, riempiendo le ore di chiacchiere e malelingue al solo scopo di elogiarvi. Siete degli ottimi commedianti perché indossate maschere colorate e dite ciò che il pubblico vuole sentirsi dire. Ma la vostra resta una finzione identica alla mia. Non siete né migliori, né peggiori. La differenza tra noi è una sola: io mi nascondo per necessità, voi vi nascondete perché non sapete più qual è il vostro vero volto e preferite rubare quello degli altri. Ve lo ridico: me ne sto andando, non è una minaccia. E’ solo una constatazione di fatto.
Il mio viso senza pelle è protetto nell’Antro, vado a dargli un bacio perché merita qualche carezza ed un briciolo di considerazione. Non è dimenticato, è solo riposto dove nessuno può fargli del male, dove nel silenzio del vuoto sa che difficilmente ci sarà qualcuno che potrà rinnegarlo o rinfacciargli di esistere. Questo vostro melodramma non supererà il giudizio di merito finale, vi bocceranno e dovrete ricominciare tutto daccapo. Avete composto una biografia imperfetta di ciò che resta di me. Vi consiglio di fare un viaggio nel vostro Antro e guardare in faccia il vostro vero volto, affinché durante la commedia vi ricordiate il significato della parola dolore. Tutti ne possediamo tanto da poterci inventare una nuova vita e nessuno dovrebbe screditarlo agli occhi dei passanti per sottile vendetta o incauta ignorante mediocrità. Addio interpreti della mia vita, ho smesso di pagare il biglietto per venire ad assistere ai vostri spettacoli. La rappresentazione proseguirà anche senza di me,  con la certezza assoluta che appena saprete che smetterò di guardarvi, tutto questo copione non avrà significato d’esistere e sarete finalmente obbligati a mettere in scena voi stessi”.

Maschera_di_mani

Il dispiacere

dispiacere 3Da quando il dispiacere si è tatuato sul mio cuore, ho compreso che la vita va vissuta così com’è, senza troppe aspettative e programmi a lungo termine. Il rischio, se non avessi sentito almeno con la testa questa mia umana difficoltà di adattamento alla realtà, sarebbe stato quello di una vita vissuta tra nevrosi, psicosi e depressioni. Le Madri Puttane del dispiacere sono di genere cerebrale, sanno come alimentarlo e spesso come farlo vivere in anticipo rispetto ai fatti che ancora devono compiersi. Taluni pensano di affogare i propri dolori nell’alcol senza rendersi conto che  non sanno nuotare. Parlo dei dispiaceri. E’ quindi inutile affogarli nei superalcolici. La loro eliminazione non passa dalla distruzione dell’ umano che li ospita, ma dall’energia che impieghiamo per  far sì che diventino m a t u r i t à. dispiacere infanzia

Non ho voglia di portare nessuno ad esempio, tranne mia figlia:
<<Come va a scuola, amore?>>.
<<Quand’è che arriva il Natale?>>.
<<Scusa, ma la scuola ha aperto i battenti da meno di una settimana e tu già mi chiedi quand’è Natale? Sei scema?>>.
<<A scuola i miei compagni di classe sono dei vandali maleducati, mi viene l’ansia solo a vederli, sono dispiaciuta a dirlo, ma vivo in una situazione di disagio e devo perennemente fingere che non me la prendo quando mi insultano, sgambettano, ricattano, usano quotidianamente>>.
<<Se non sono evoluti in tre estati significa che sono irrecuperabili, me ne dispiaccio enormemente, ma io credo che tu possa trarre da questa esperienza più di uno spunto di riflessione affinchè ti possa rendere più forte innanzi alle difficoltà della vita>>.
<<Ma quale riflessione del flauto? Mamma mi cambi sezione?>>.
<<Hai gli esami quest’anno e poi te lo giuro… non li vedi più, tieni duro! Non credo che nelle altre sezioni la buona educazione sia stata distribuita in modo più equo>>.
<<Quindi, che devo fare?>>.
<<Non lasciare che abbiano la meglio sulla tua emotività, non infelicitarti per la loro scemenza, sono un branco, puoi scegliere di ignorarli o di sfidarli, ma la tua forza sta nella maturità, che nella sofferenza di questo triennio scolastico avrai certamente rafforzato, nel comprendere che valgono talmente poco da non meritare nemmeno la tua innata gentilezza>>.
<<Cioè?>>
<<Mandali a c a g a r e>>.
<<Maaammmma, se lo faccio vanno a dirlo ai professori>>.
<<Potresti raccontare pure tu… ciò che ti fanno, magari trovereste un compromesso>>.
<<Ma io non sono una spia>>.
<<Ok, non lo sei. Allora ti arrangerai da sola usando la lingua che possiedi non solo per leccare il gelato, ma anche per tagliare il ferro quando merita d’essere colpito come un fendente. Quindi rispondendo alle loro provocazioni a tono. Mi sono spiegata? Vedrai che l’indolenza, il dolore ed i dispiaceri che ti attanagliano, si libereranno e diverranno forza. Tanta forza. Anche quella che ora non credi di possedere>>.
<<Mamma tu non li conosci>>.
<<E’ vero, ma conosco te>>.
Ognuno di noi vive quotidianamente dispiaceri di diversa entità e natura, c’è gente che viene licenziata senza motivo, chi si vede rubare ufficio e scrivania dall’ultimo arrivato perché è il nipote del Presidente, chi cerca un lavoro disperatamente e trova solo porte chiuse, chi è costretto a mettere in liquidazione la propria azienda e licenziare ottanta dipendenti perché le banche hanno revocato loro le concessioni di credito, chi si sente una nullità perché nonostante gli sforzi non riesce mai a concretizzare nulla, chi ha perso l’amore della sua vita, chi ha seppellito un figlio.

Dolores. A palate. Como la mierda.dispiacere donna

Il mio dolore non è sradicabile. E’ fisso e ci facciamo compagnia. So come governarlo e da qualche tempo non prende più il sopravvento sulla conduzione della mia vita. L’ho addomesticato. Nel contempo mi riscopro ogni giorno più abile. Ogni settimana più grande. Ogni mese che passa meno illusa. Sì, perché se le grandi aspettative sono il preludio delle più grandi delusioni e quindi dei più profondi dispiaceri, l’unico modo per non inciampare costantemente è tentare di vivere in modo lieve giorno dopo giorno.
<<Mamma, comunque me ne frego dei miei compagni, non preoccuparti. Oggi il mio più grande dispiacere non è frequentare la 3E, ma non poter essere qualcun altro>>.
<<Ah sì? E chi vorresti essere scusami? Giusto per saperlo,non per dire…>>.
<<Io da grande voglio fare il Presidente del Consiglio. Peccato non esserlo fin da ora>>.

Temo di avere un problema e sono certa che finirà tutto in peggio prima che io me ne accorga. Carpe Diem, Diedolo.