L’amicizia

amicizia

“Voglio dirti che non ho mai creduto nella fortuna, che in casa mia non ci ha mai baciato e da sempre lotto per raggiungere i miei obiettivi. Te lo dico perché non vorrei tu pensassi che sono una donna dalle spalle leggere, ti assicuro che il fardello è sempre stato pesantissimo anche se non si vede perché ho un sorriso che copre tutto. Le ferite, le costole rotte e anche i primi capelli bianchi. Voglio dirti che lottare è un verbo che da me si replica all’infinito, non so cosa significhi trovare le porte aperte, gli abbracci gratuiti e le situazioni che filano via lisce come l’olio. Non passo mai dal via completamente vestita, perdo sempre qualcosa perché non mi vengono concessi sconti e il baratto mi denuda, mi impoverisce. Ciò nonostante sono favolosamente ricca dentro di tante cose che non saprei nemmeno descriverti. Tuttalpiù puoi affacciarti e guardare, sempre che tu non abbia paura di vedere e credere che esisto per davvero. Capisco che per te è più facile sapermi quieta nella mia bellezza scomposta, ma ciò che immagini destinato a me non mi è dovuto quindi devi abituarti all’idea che faccio fatica, che a tratti arranco e che non ho scorciatoie. Siamo in molti a vivere con la strada perennemente in salita, non mi sento né fuori luogo né particolarmente disadattata, anzi… sotto alcuni aspetti mi sento privilegiata. Se avessi già realizzato tutti i miei sogni dovrei sognarne altri e non credo di averne ancora nel cassetto delle notti stellate piene di baci e rossetti e corpi vicini e magliette strappate. Devi vedermi per quella che sono se vuoi conoscermi, devi spalancare gli occhi e andare oltre il muro delle apparenze. Non sono mai andata via da chi mi è stato vicino senza volermi cambiare i connotati. Devi sforzarti di leggermi tra le righe colorate del mio maglione preferito, provare a sfiorarmi una mano esile e tenermi per le spalle. Sono fragile e forte come un albero sferzato dal vento, forse posso farti paura ma se saprai ascoltare i miei silenzi e capire come parlare al mio cuore, stanne certo… sarai oggi e finché vorrai il mio più caro amico”.

i_sola

“Oggi sono una cristalliera in cui si è seduto dentro un elefante. Non esiste alcun altro parallelismo che materializzi questo mio nuovo sentire come di… carne strappata”. Stefania Diedolo

Siamo tutti i_sole. Pezzi frammentati di un puzzle a formare arcipelaghi, definire il pianeta, coesistere nelle galassie, dare struttura all’universo. Siamo niente rispetto alla moltitudine ed allo spazio. Siamo tutto rispetto a noi stessi. Che insostenibile abbaglio credere che le parole siano cipria frivola e superficiale. Che insostenibile bassezza fare scempio delle medesime legalizzandole come armi atte alla demolizione dell’essere umano. Dire che il fogliame non è verde e la terra non è fertile solo perché la mano callosa ha lavorato male è inutile. Conoscere invece le potenzialità di quella terra: è utile. Esistono luoghi in cui la fortuna ha permesso di non respirare agenti inquinanti ed alcove dove anche il destino si è innamorato della carne in amore. Le autenticità di ciascuno di noi proliferano come funghi contaminati dal mal di vivere, i moralistici j’accuse, le angherie arrecate, subite, imprecate ed augurate. La malasorte  e la provvidenza. Il bianco ed il nero. L’amore e l’eros. L’emozione ed il sentimento. La rabbia sopita e la rabbia senza vergogna. Sposto la tenda dagli infissi del mio occhio interiore e guardo quella parte di superficie arida  che la vita non mi ha risparmiato. Nemmeno stavolta. Nessuno mi ha obbligato ad accettarla, ma sarebbe illusorio continuare a sperare che la mia i_sola possa restare verde e lussureggiante in eterno. Non sempre è possibilistico discernere col cuore quando a prevalere è la logica della realtà.  Crollato è il disincanto tra le pieghe stonate di morti annunciate e calunnie diffamatorie. Non sempre le condizioni di fresca fluidità hanno come risultato il rigoglio dell’anima. Ognuno ha la sua i_sola in prossimità di una storia, un’autostrada. La mia è abitata in lungo ed in largo. Per necessità l’ho recintata. A lato di alcune sponde frastagliate ed a picco sui miei personali oceani, vivono creature piccole e giovani. Devo proteggerle. Se dovessero precipitare per mia incuria, non me lo perdonerei mai. Ognuno conserva stampato sulla carta geografica della memoria i propri viaggi, i monili ed i ricordi, i dolorosissimi o entusiasmanti punti di vista. Giostre, torte, palloncini colorati, gonne a quadri, cornici scrostate, fermagli e fiori secchi tra i libri. Le intenzioni sono direttamente proporzionali alle possibilità quando le certezze si fanno adulte e le colpe per le proprie inadeguatezze vengono perdonate.  Ho impiegato quasi mezzo secolo per comprendere che sono un essere normalmente speciale. Che non c’è niente da ridere o bisbigliare. Tra le fronde delle mie foreste soffia libero e forte lo spirito errante della mia esistenza. Sono lapidata dentro e fuori, pago pesantemente gli sconti concessi e continuo nel mio percorso atto alla sopravvivenza. Ma se saper perdonare è un lusso per pochi: io mi sono abbondantemente perdonata tutto. Il resto è un frusciare di vento tra i capelli, voci nella testa, una cristalliera che dovrò ricostruire, la mia i_sola sempre più abitata, l’anima sola e disincantata.

Sono rientrata dalle presentazioni in terra di Puglia con un malessere denso che mi ha costretta a urgenti controlli medici. Le serate letterarie sono inenarrabili nel senso che non possiedo le parole adeguate per “raccontarvi” i pensieri filosofici scaturiti, ma posso cercare di darvi un accenno ponendo l’accento su queste frasi: densità di umanità variegata, visioni della realtà oggettive, soggettive ed a tratti condizionate, sorrisi buffi contrapposti ad altrettanti sorrisi rigidi, capovolgimenti, brusii, alleanze, tensioni nascoste e ansie festose, prese di posizione, la mia dolcezza, smarrimenti e complicità. Un voltare continuamente la carta, la vita, la faccia. Voci calde, voci fragili, voci fredde. La mia forza, insperata.
L’attesa e la voglia di esserci è stata ripagata, anche quando le parole sono state scorporate dal contesto ed indagate. Anche quando è mancato l’amore ed il gioco. A farla da padrone gli occhi dolci degli amici, il calore di una terra che adoro ed il mare. Non ho ancora creato un album fotografico che riassuma le due serate perchè il freddo patito nel Frantoio Ipogeo di Mesagne mi ha stroncato definitivamente la salute. Per omaggiare il viaggio vi lascio queste istantanee che mi ritraggono a tratti serena, a tratti capovolta. Ho lasciato in Puglia tutta la mia riserva di energia e mi son portata a casa un principio di polmonite. Sono una donna generosa.
Stefania DiedoloLecce
Stefania DiedoloLecce Officine ErgotStefania Diedolo
Stefania Diedolo
Fausta Cosentino, organizzatrice eventi Puglia

Vado via in ascensore

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Vivo inquieta in un mondo fatto di sinergie dove le onde del bene e del male hanno calcato degne ed indegne il palcoscenico della mia vita. Guardo avanti perché guardare indietro fa ancora male, ma finalmente ogni punto è stato messo, ogni virgola, sassata, viaggio, piuma, gradino, amicizia o conoscenza. Palese il ruolo. Chiusi i portoni, le finestre, le finzioni semestrali. Non esiste un solo spiffero di dubbio. La verità che sento dentro è diventata granitica e l’oltre è finalmente ad un passo dal mio naso. Non sento più niente. Il dolore, lo sdegno e la rabbia hanno lasciato il posto alla consapevolezza che i miei limiti sono stati abbondantemente superati. Sono pronta per un lunghissimo volo lontano dai miei demoni. Quest’onda tirannica ha iniziato il rimbalzo ed il film che la vita sta per proiettare è solo un vizio già  visto e commentato. Per sempre… vado via e non ci sarò mai più come ci sono stata,  perché nemmeno quando ho avuto bisogno di sapere le cose vere mi son state dipinte con i colori della realtà. Fa meno male la verità di una bugia. Fa meno male anche il bacio di Giuda. Un piede di porco a scardinare il cuore. Saltello su un piede e poi sull’altro. Notti lunghe mi hanno vista rotolare tra le lenzuola senza sonno, senza il calore di un abbraccio, di un bacio dato di spalle, mentre la vita fuori scorreva tra locali notturni, altri odori, camere d’albergo, altre mani e vecchi sapori. Le mie mani sono pure e calde, le dita son sempre affusolate. Le labbra rosse, screpolate per il freddo che sento, sono l’unico punto luce del mio viso smunto. Vorrei un bacio piano a labbra chiuse ad aprire un canto, un pegno, l’inizio di un sacrificio che libera energia e scardina fuochi e libertà. Vorrei una mano a stringere la mia, risate e cose semplici: le passeggiate nei prati, la musica nelle orecchie, un sorriso con gli occhi. Vivo inquieta perché la tranquillità mi impegna ancor più del disagio delle ore appena trascorse. Fingere indifferenza è stato un bastone tra denti già scassati. Con la lingua mi tocco i polsi e vibro. Non mi devo scordare in tutto questo freddo inverno che sono viva. Che sono viva. Che sono viva. Che per l’agitazione trascorro le notti in bianco. Che per la stanchezza crollo ai tavolini dei bar del centro. In un ascensore di provincia ho visto il muro anziché l’uscita. Sarei rimasta per sempre in quei due metri quadri se non fosse stato per la paura di non riuscire a respirare. Avevo tutto ciò che desideravo. Mi tocco le braccia, i fianchi, i capezzoli, le cosce e vado avanti.  Me lo sento, che sto andando… che sto andando via.