Ritornare se stessi

stefania diedolo

Affido le parole all’oceano.
Gli abiti della sceneggiatura alle onde
e ritorno nuda…
nella mia conchiglia madre.
Rido per chi non sa nemmeno chi sono.
Piango per chi di me non ha capito niente.
Ci si abitua a tutto,
anche alla trasparenza dell’essere.

Il risveglio

stefania diedoloNon so se è una questione anagrafica, ma sto sperimentando il pianto. Esistono occhi che parlano e bocche che lacrimano. Mani che odono, paure che ricordano e donne che implodono. Io ero così, prima che il fiume arrestasse la sua corsa verso gli abissi decidendo di stanziarsi presso i miei ostacoli. La prudenza m’ha implorata d’indossare due braccioli arancione anche se galleggio con sicurezza. Il rischio prevalente è riscontrabile in fase rem, dove la necessità d’esser tratta in salvo dalle mie stesse voragini diventa improrogabile. Ed io li ho indossati con eleganza. Non so se era peggio quando stavo meglio, ma l’oggi è madido come l’inverno più nuvoloso della mia esistenza. Le ossa stridono ed anche la forza traballa, appesa com’è con semplici molle di plastica al vento freddo della sensibilità. Ora che so piangere di tutto e di nulla, ho messo a nudo l’aridità depredandola del suo perenne ombrello color nebbia. Ho abbattuto gli eremi arsi dal sole e guardando passare l’opinione pubblica seduta sulla riva del mio torrente, sorrido alla donna bruna che son stata. Oggi i miei capelli nascondono filari argentei che ancora copro per pudore, ma dall’umido degli occhi che mi regalano squarci di film rubati in giro per la vita, finalmente nascono corolle. Dovevo ritornare liquida alla madre terra per rinascere figlia di colui che da padre, è finalmente divenuto il mio più splendido girasole.

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

Rinascere… tra le fronde di un castagno

cuore-tra-gli-alberi

Conto i giorni all’incontrario, ora che sono state vissute anche le ore di nebbia densa ed il sole non sembra più un’utopia. Mi sto orientando verso il concepimento, nonostante io sia sempre restata al principio del mio esistere. Eppure, posseggo la luce delle novità dentro una testa perennemente confusa, tra queste dita affusolate, le medesime dita che… ti hanno inseguito ovunque mi è stato possibile venirti a cercare per stringerti a me. Inciampando nei miei errori e confondendo gli incroci per ripide vallate, ho veramente fatto di ogni per trarti in salvo dalle rovine del mio esistere sconcertato. Tutto sembrava remare contro noi, contro un sentimento che ci unisce nonostante la logica delle apparenze, contro il raziocinio di chi crede che la società sia un bene comune e condivisibile. Tutto pareva, tranne ciò che esiste. Nel mio girovagare tra siepi e cespugli incolti, un giorno ti ho visto: eri un albero di castagno centenario fermo nel vento. La tua corteccia pareva la pelle arsa di chi ha il dono della sopravvivenza a qualunque latitudine. Le tue radici, i piedi saldi di chi ha fatto del sacrificio un motivo per sorridere. I tuoi rami, le braccia più solide ove permettermi di naufragare pur restando un essere imperfetto. Le tue folte chiome, un ventaglio di freschezza a consolare una vita gravosa, fatta di giorni lunghi e sempre uguali, ore piccole, dolori che si conservano intensi come i profumi inconfondibili del sandalo e bambù. Il tuo sorriso ha portato a me il dono dell’innocenza, quella che ho smarrito sotto le sottane della frustrazione e del disincanto. Il tuo incedere verso la mia figura composta non è mai stato violento, piuttosto mi hai ricordato quel morbido ondeggiare delle fronde degli alberi… nel vento caldo d’oriente. Quando ti guardo mi è semplice ritornare, come un vagito primordiale, a ciò che resta della mia infanzia:  i giochi con i cani da caccia nel cortile di casa e quel loro leccarmi piano.  Sentivo prurito, ma mi piaceva. Certo che mi piaceva. Esattamente come mi piace quel tuo ridere del nulla e giocare con le mani nelle mani. Tu, che con i silenzi hai marchiato i confini della mia serenità. Tu, che nelle nuvole hai scritto il mio nome e poi hai immobilizzato il cielo per fare che il vento non lo cancellasse. Tu, che ti sazi con la mia tenerezza e senza chiedere sai come farla germogliare. Io, che con il mio stupore ti ho avvinto nella curiosità. Io, che balzo da un angolo del cosmo al centro gravitazionale di un emozione senza proferir parola. Io, rinasco… tra le fronde di un castagno, mentre la natura intona i tuoi canti e le ginestre battezzano, con gocce di rugiada,  questo mio bisogno lieve di risveglio. Vivo una primavera in anticipo e conto i giorni all’incontrario. Per tenerti per mano e non portarti mai più… dove tutti ti han sempre portato e tutti insistentemente vanno.

Galleria immagini presentazione letteraria 24 novembre 2013 Mondadori ex teatro Diana, Catania

Stefania Diedolo e Fonzie Brancato

Stefania Diedolo e Fonzie Brancato

Gaia Montagna, Stefania Diedolo e Paola Platania

Gaia Montagna (giornalista) - intervista Stefania Diedolo

Gaia Montagna (giornalista) – intervista Stefania Diedolo

Romanzo Bocca di Lupa

Romanzo Bocca di Lupa

Pubblico Libreria Mondadori
Pubblico Libreria Mondadori

Eccomi, sono ritornata. Prima di qualsiasi altra considerazione ho pensato bene di donarvi una galleria d’immagini a testimonianza di quanto andrò a dire perchè tutto già traspare dai miei sorrisi, dal mio volto a tratti segnato, ma felice. Amo la Sicilia. Ho fatto un viaggio indimenticabile dove sono certa di aver ricevuto di più di quanto ho donato, dove ho ritrovato parti di me stessa che avevo smarrito ed ho portato a casa, insieme alle paste di mandorla, il denso calore dell’anima che in “patria lombarda” fatico a sentire. L’amorevolezza di questo popolo ha risvegliato nel mio profondo un desiderio di complicità e voglia d’amicizia che non sentivo da tempo, presa come sono a vivere nel mio universo di cartone, di corse infinite, stelle cadenti e solitudini di giornate nere senza fine. Grazie Gaia Montagna, giornalista entusiasta dal grande cuore, grazie a Fonzie Brancato, editore che fa le cose seriamente senza prendersi mai troppo sul serio e grazie a Paola Platania, l’agente-amica che ogni volta sa bene cosa farmi trovare appena varcata la soglia di casa sua: l’abbraccio più grande che c’è. Catania, una terra viva come la montagna che la ospita, calda come la lava dell’Etna, indimenticabile come i sorrisi della sua gente.
Cit. Bocca di Lupa… “i siciliani, gente che sa parlare come gli angeli senza dir parole”. Finalmente mi sento bene. Papà, nei miei occhi sei mancato solo tu.

autografi

autografi

I sorrisi più veri...

I sorrisi più veri…

 

Galleria immagini completa presentazione letteraria “Bocca di Lupa” del 24/11/2013 presso Mondadori Catania ex teatro Diana

Traiettorie

Senso

Tutto sta andando nella direzione del rimbalzo. Nessuno è escluso dal moto. Ognuno, a modo suo, prosegue il viaggio. Le modalità sono estremamente diversificate, ma è normale.  C’è chi si chiude in cerchi trasparenti. Chi si oppone alla realtà e fugge via per sempre in modo codardo e meschino. Chi cerca di comprendere e non osa spostarsi perchè sa che non può farne a meno, chi accetta le sorprese della vita e nonostante il dolore ha la forza di elaborare orizzonti del tutto nuovi acquistando fascino ed energia rigenerante.
Io, da spettatrice,  mi perdo in una sola domanda: com’è potuto accadere tutto questo? Come? La speranza, che i mesi imperfetti siano lontani dai miei occhi e dal mio cuore, mi da la forza di guardare oltre la giostra impazzita sulla quale ho girato vorticosamente ed iniziare a fare i primi passi da sola. In questo nuovo luogo non esistono voci alterate, tensioni sotto pelle, emotività ammalate. L’acqua mi chiama, sono ritornata al mio ambiente naturale dopo mesi di congelamento epidermico. La vita mi sussurra, mi piace uscire ed incontrare nuove persone. La primavera accende la mia fantasia, sono ritornata a percepire i desideri che avevo inchiodato sotto le suole delle scarpe. Darei molto perchè questa dimensione possa durare tutta la vita. Ho preso 5 chili. Era iniziato un declino senza eguali, ma si mormora io sia oltre il baratro.  Che non ho saltato a piedi pari, ma ho disceso in scorticata libera ed ho risalito a mani nude. Sarò di nuovo io? Non credo. Questa volta è tutto diverso. Finalmente ho iniziato ad andare via senza sensi di colpa. L’ho capito che non esistono. Finalmente l’ho capito anche nella pancia.

Nuvole bianche

nuvole di notte

Correvo veloce in tangenziale.
La pioggia fine bagnava l’automobile,
ma la tenuta di strada era perfetta.
L’abitacolo confortevole rendeva ovattato l’ambiente,
mentre la notte densa scorreva sotto le mie mani ed i suoi ricordi.
Ero rimasta sola con dolci pensieri come compagnia.
Nelle narici le essenze di menta fresca confondevano le memorie, 
intanto che il vento proveniente da est spazzava cipressi e fogliame.
Stanotte, non cercando nulla,  ho ritrovato pezzi di me stessa.
Mi nutro di tutte queste nuvole bianche.
Non sono mai stata così affamata.

Ho dodici anni

amiche_bambine

Ora che son tornata indietro, so chi sei.

Sei stata una coperta rara lasciata piegata nell’armadio per lunghi, infiniti anni.
Stropicciata all’occorrenza.
Spesso dimenticata a beneficio di coperte di carta confuse per piumini svedesi.
Anch’ io ogni tanto ti osservavo di nascosto, ma mai avrei creduto tu fossi così calda e morbida, semplice e delicata. 

Piango per la scoperta. 
Piango e rido insieme. 
Mi viene caldo e mi sorprendo.

Ho dodici anni.

Lo so che le rughe dell’età tradiscono i miei dati anagrafici e raccontano di un passato pesante, di dolori inenarrabili e delusioni. Sconforto, lacrime amare e solitudine.

Ma oggi la mia anima ha dodici anni.
È ripartita da te.
Sono ritornata nel 1980.
Sono di nuovo alla fonte delle origini.

Ti osservo di sottecchi e sei esattamente come ti avevo immaginata:  sei  la dolcezza che permeava il mio vivere prima che l’esistenza mi mutasse nel macigno calcareo che vedi.

Interrompi, ti prego, questo mio andare a brandelli sotto le intemperie della pioggia e del vento”.

Mi rassomigli così tanto da stupirmi che può essere reale. Che siamo di questo mondo.  Che ridiamo e piangiamo, ascoltiamo canzoni e guardiamo l’eternità con la stessa delicata abitudine. Con poche parole e l’innocenza di chi crede di non valere niente,  hai colorato d’ azzurro il vuoto deformante che mi aveva afferrata e ne hai fatto una trasvolata di farfalle.

Se tu immaginassi tutto questo, saresti ora al limite della felicità, mi prenderesti per il bavero e mi metteresti in salvo.

Lo stai già facendo, in fondo.
Lo hai fatto senza saperlo.
Senza pretendere nulla in cambio. 
Silenziosamente.

“Ti sarò per sempre riconoscente per questo tanto”.

Abbiamo solo 12 anni e possediamo lo sguardo dei bambini: “A quell’età, non sono mai stata così bella come lo sono oggi”.

Il dolore o la sorpresa giocosa delle novità non sono mai dei visitatori così sconosciuti.
Eppure ogni volta ne resto imbrigliata e fatico a credere che talune cose accadano proprio a me.
Che siano belle o brutte le reazioni sono sempre le stesse:
rido e piango con la medesima intensità,
amo ed odio con lo stesso principio,
mi disinnamoro e m’innamoro alla stessa velocità.

…anche “Valentina” lo sa…

…bersaglio emozionale…

energia

ore 08.30 – 19/12/2012

Voglia di calore. Mani. Cuore.
Dal gelo, spunta un soffio di caldo tropicale.
Mi nascono palme nane sui bordi delle mani.
Sabbia bruna a lambire le cosce.
Nella testa, il mare calmo,
scalda sogni e  pensieri.
Mi picchietto le labbra rosso sangue,
mentre trascino questa magrezza
per le strade.
Non sono mai stata così quieta,
nonostante sono a pezzi.
Ovattato e silenzioso è il nulla che avanza.
Sono immersa nella mia energia.
Genero sopravvivenza. 

11:15 – 19/12/2012
… una telefonata, il giudizio.
Mi ha piegata in ginocchio.
 Dolore.
Resto un bersaglio facile.

Sentirsi

donna

Ieri mattina il tè fumava nella tazza di ceramica nera e mentre cercavo i miei frollini preferiti, è apparso il sole. L’ho guardato innamorata della vita ed ho sentito di nuovo quel fremito. Ho fatto l’amore con la mia essenza profonda e mi sono inebriata di profumi antichi che sanno di buono. Avevo scordato cosa significa amarsi. L’ho segnato sul calendario. Sono viva. Il cuore è caldo. Mi sorridono le punte dei capelli e sto a 54,75. Poi sarò 55,56,57, di nuovo 58 chilo massa di femmina. Quella che sono sempre stata. Amo il tè con i frollini. Forse stavolta riesco ad amarmi per quella che sono.